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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 25 Novembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Stori della Sinistra Comunista (Vol II, Cap VIII)

 

VIII

 

LA SINISTRA E IL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE

 

Gli storici che ricostruiscono il passato del movimento operaio e comunista mondiale secondo gli umori contingenti della greppia dalla quale ricevono la biada, poco importa se debbono dire bianco oggi o do­mani nero dopo aver detto verde l'altro ieri, riconoscono da qualche tem­po che, per... strana coincidenza, la Sinistra in Italia e i bolscevichi in Russia si trovarono concordi fin dalla primavera del 1920 - soli contro tutti - almeno nel volere la scissione del Partito socialista italiano, an­che se per noi la linea di frattura doveva ormai correre a sinistra del massimalismo, mentre l'Internazionale prevedeva ancora un taglio della sola destra ad opera del gruppo Serrati.

Non è una grande scoperta, beninteso, perché nell’Estremismo Le­nin condanna sì l'astensione elettorale, ma aggiunge:

 

«Il Soviet e la sua Frazione hanno ragione nei loro attacchi contro Turati e i suoi seguaci, i quali restano in un partito che ha riconosciuto il potere sovietico e la dittatura del proletariato, i quali continuano ad essere deputati al parlamento e a svolgere la loro vecchia e dannosissima politica opportunistica. Naturalmente, nel tollerare questo, Serrati e tutto il Partito socialista italiano commettono un errore che minaccia lo stesso danno e pericolo già prodotto in Ungheria, dove i signori Turati ungheresi hanno sabotato dall’interno il partito e il potere sovie­tico [...]. Il compagno Serrati ha palesemente torto quando accusa di "incoerenza" il deputato Turati [...] mentre invece è incoerente proprio il Partito socialista ita­liano che tollera dei parlamentari opportunisti come Turati e soci».

 

E altrove:

 

«Bordiga e i suoi amici del giornale Il Soviet hanno ragione di esigere che il Partito socialista italiano, se vuol essere nei fatti per la III Internazionale, espel­la dalle sue file con ignominia Turati e soci e diventi un partito comunista, di no­me e di fatto».

 

Lenin conclude, a proposito del pericolo di una scissione dei «sini­stri» dai vecchi partiti su scala internazionale:

 

«E sia. La scissione è in ogni caso preferibile alla confusione, che ostacola lo sviluppo dottrinale, teorico, rivoluzionario del partito, che ostacola la matura­zione del partito e il suo lavoro pratico, concorde, realmente organizzato, realmente capace di preparare la dittatura del proletariato» (1).

 

Dalle pagine che precedono risulta, d'altra parte, che a questa con­clusione la Sinistra giunse, assai prima dei dirigenti dell’Internazionale, in forza non di misteriose doti profetiche ma di una conoscenza diretta del «socialismo» nostrano, e incluse nel novero di coloro dai quali urgeva dividersi la grande maggioranza dei massimalisti, da essa appaiati agli in­dipendenti tedeschi o ai «ricostruttori» francesi, come durante e so­prattutto dopo il II Congresso mondiale Lenin e Trotsky, Zinoviev e Bukharin finirono, senza esitazioni, per ammettere che fossero. Ma il punto cruciale - e il riconoscerlo, agli storici, costerebbe la biada, cioè quattri­ni e onori - è che a tale conclusione la Sinistra era giunta in virtù delle stesse considerazioni di principio - dunque non relative né all’anno x né alle persone y o z - alle quali si era ispirata l'opera di ristabilimento integrale del marxismo, come fondamento immutabile della nuova Inter­nazionale, svolta dai bolscevichi.

 

(1)       Citiamo dal vol. XXXI delle Opere, Editori Riuniti, Roma.

 

 

1. - DUE LEGGENDE

 

Fra le leggende di cui si infiora la pseudo-storiografia al servizio dell’opportunismo (e, in qualche caso, di un rivoluzionarismo ignaro dell’abc marxista) due in particolare spiccano con lineamenti macroscopici; stando alla prima, ci avrebbero diviso dai bolscevichi questioni insieme di dot­trina e di principio (e qui la leggenda può servire a due scopi inversi: condannare noi al girone degli «antileninisti» e, viceversa, condannare i bolscevichi a quello degli anti o almeno dei para-marxisti); stando alla seconda, noi avremmo fatto parte di un presunto «marxismo occiden­tale» o di una «sinistra europea», comprendente in un solo fascio asten­sionisti italiani e tribunisti olandesi, kaapedisti tedeschi e partigiani degli «shop stewards» inglesi, «luxemburghisti» e magari ordinovisti (que­sti ultimi, solo per certi «antistaliniani» da dozzina; giacché, per gli sto­rici tipo Botteghe Oscure e per quelli stessi che si richiamano falsamente a Trotsky, l'equazione gramscismo-leninismo è data allegramente per scontata), e ancora una volta contrapposto al cosiddetto leninismo come marxismo... orientale.

Le due leggende crollano di fronte all’acid test degli innumerevoli articoli, tesi, commenti volanti del «Soviet» che riproduciamo in fondo al capitolo e che invitiamo il lettore a considerare attentamente confron­tandoli ai testi dai quali traggono origine. L'unico «argomento» a favore della prima è la nostra opposizione al «parlamentarismo rivoluzionario», ma questo è un cavallo di battaglia dal quale è fin troppo facile disarciona­re l'incauto cavaliere, prima di tutto perché ai nostri occhi l'astensionismo non fu mai la discriminante del movimento rivoluzionario comunista più che per i bolscevichi lo fosse il «partecipazionismo»; in secondo luogo, perché i bolscevichi consideravano quest'ultimo come un metodo auspi­cabile, in date circostanze (e solo in esse), unicamente a rincalzo di quella azione generale rivolta a distruggere lo Stato borghese e tutti i suoi isti­tuti, che sola distingue il comunismo; in terzo luogo (ma è solo una dedu­zione dai punti suelencati) perché si trattava per entrambi di una diver­genza non di dottrina né di principio, ma di valutazione pratica e tattica.

 

 

2. - CHE SIGNIFICA ESSERE COI BOLSCEVICHI

 

Essere coi bolscevichi o, se si vuole, «essere leninisti» significa ac­cettare come basilari quelle «caratteristiche fondamentali» della rivoluzione di Ottobre che, a detta di Lenin nell’Estremismo «non hanno un signifi­cato locale, specificamente nazionale, esclusivamente russo, ma un significa­to internazionale» nel senso della «inevitabilità storica che si ripeta su scala internazionale ciò che è avvenuto da noi»; quelle «caratteristiche fondamentali» che fanno del leninismo lo sbocco naturale del marxismo, e del bolscevismo una «pianta di ogni clima». Non basta, per accettare queste «caratteristiche fondamentali», riconoscere la necessità del partito, e neppure i principi della sua centralizzazione e della sua disciplina (an­che lo stalinismo li riconosce; l'ordinovismo, al quale si richiamano gli «storici» di cui sopra, ignora il primo e negano il secondo; i massimalisti di allora accettavano a parole la necessità del partito, ma la annullavano operando contro il metodo della sua disciplina centrale; gli anarchici ci accusavano e ci accusano a giusta ragione d'essere i più risoluti nel volere l'uno e l'altra); bisogna accettare la direzione in cui il partito si muove, il fine rispetto al quale esso è organo di guida, i principi ai quali esso si ispira nell’azione, e la sua serrata disciplina come mezzo della lotta per attuarli. Bisogna, rifiutando ogni cedimento al feticcio democratico, ac­cettare i cardini della rivoluzione, della dittatura proletaria, del terrore rosso, con tutte le implicazioni tattiche che ne discendono per l'azione del partito in vista della presa del potere e della sua conservazione, con tutte le esigenze di omogeneità teorica, di delimitazione tattica, di continuità organizzativa che ne conseguono; e, in materia, la peggior confusione o addirittura negazione regnavano in Serrati come in Gramsci. L'astensioni­smo poteva essere un punto di disaccordo nell’ambito di una concezione teorica e di principi comuni; l'elettoralismo massimalista e l'immediati­smo e aziendismo ordinovista poggiavano su basi antitetiche a! bolscevi­smo - se si vuol chiamare così il marxismo ristabilito sulle sue fonda­menta. Soltanto noi (e lo diciamo non per costruirci stolidi monumenti ce­lebrativi o per vantare meriti personali o di gruppo, ma per constatare un fatto e aiutare i giovani militanti del presente e del futuro a comprendere la realtà di un corso storico allora aperto e destinato a ridischiudersi dopo essere stato sanguinosamente bloccato) potemmo essere chiamati ad espor­re le nostre tesi astensioniste alla tribuna del II Congresso, nel riconosci­mento che, accettabili o discutibili, esse poggiavano tuttavia sulla base comune dell’integrale aderenza al marxismo, nella teoria, nei principi, nei fini (vedremo più oltre il senso di questi termini).

 

 

3. - PERCHé DIVERGEMMO SULLA «QUESTIONE PARLAMENTARE»

 

Proprio perché volevamo schierato il partito nella direzione degli obiettivi e dei principi del movimento comunista, e chiaro questo suo schieramento agli occhi dei proletari, propugnammo l'abbandono del me­todo elettorale anche nella versione del «parlamentarismo rivoluziona­rio», ben sapendo che quest'ultimo presupponeva in ogni caso la più salda omogeneità del partito nel difendere e perseguire il fine ultimo, ma sapendo altrettanto bene che questa omogeneità poteva essere conseguita in Occidente - cioè nell’area del pieno capitalismo e della rivoluzione proletaria unica - solo a patto di liberare la nostra strada dalle illusioni, seduzioni, deviazioni che il persistere del fondaccio legalitario, gradualista e schedaiolo, insomma parlamentare, alimentava da un secolo nelle stesse avanguardie operaie. Proprio perché, come Lenin, lottavamo per preparare una rivoluzione almeno europea quale preludio alla rivoluzione mondiale e, come Lenin, condizionavamo ad essa la sopravvivenza della gloriosa dittatura bolscevica, chiedemmo che in Occidente si fosse ancor più rigidi e, se occorre, spietati nell’elevare argini infrangibili alla penetra­zione del tarlo riformista o centrista nei partiti nascenti e, per il loro tramite, nell’Internazionale; ed è un fatto che, nei paesi di antica demo­crazia come non era mai stata la Russia, il terreno ideale di coltura di questo tarlo dannato è per l'appunto il parlamento. Non negammo affatto né che il «parlamentarismo rivoluzionario» (includente, per dichiara­zione esplicita di Lenin, il boicottaggio e delle elezioni e del parlamento in dati svolti) avesse la sua giustificazione nella Russia zarista, cioè quando e dove una rivoluzione perfino borghese era mancata, la Duma era o poteva effettivamente essere l'arena - per quanto secondaria agli occhi degli stessi bolscevichi - di uno scontro tra forze storiche a raggio ben più vasto, e la Costituente un ponte di passaggio obbligato; né che in una data fase il movimento operaio avesse dovuto farvi ricorso perfino in Occidente, se non altro in antitesi all’apoliticismo anarchico (non era­vamo stati noi, nel 1913, a batterci «contro l'astensionismo»?) (1).

Quello che negavamo era che, dopo la tragedia del crollo della II Internazionale e il passaggio della socialdemocrazia nel 1918-19 alla testa della controrivoluzione con le armi del più moderno e raffinato meccanismo democratico, la preparazione rivoluzionaria delle mas­se in lotta tumultuosa e la selezione dell’avanguardia comunista fossero compatibili con la preparazione elettorale, inscindibile da tutto un bagaglio di nozioni e comportamenti atti a nasconde, o addirittura obliterare, l'antitesi di principio tra riforma e rivoluzione, tra gradualismo e comunismo. Questo rispondemmo (2) alla lettera di Lenin ai «Comunisti italiani, francesi e tedeschi» e alla circolare Zìnoviev su «Il parlamento e la lotta per i soviet» (3); questo ripetemmo al II Congresso. Solo l’esperienza poteva dire chi avesse tatticamente ragione: il bilancio «del poi», come ci augurammo che non fosse pur dubitandone seriamente (e lo di­cemmo a Bucharin, relatore sulla questione del parlamentarismo) (4), ha solo confermato che là dentro nulla si distrugge - si è semplicemente distrutti. D'altra parte, non era significativo che, nella stessa rivoluzione duplice russa, si fosse dovuta sciogliere la Costituente ventiquattr'ore dopo la sua riunione? E la partecipazione alla Duma, preceduta d'altronde dal suo temporaneo boicottaggio, era mai stata più che un episodio nel gi­gantesco processo di formazione e sviluppo del partito bolscevico?

A qualcuno, la nostra poté (e potrà) sembrare un'ossessione. Ma noi ci appoggiavamo a un bilancio «del prima»; del fatto cioè che l'op­portunismo era sempre filtrato nei partiti occidentali tramite i gruppi parlamentari (ancor più, si dirà, tramite le dirigenze sindacali, ma questo è un altro discorso, fin da allora ben chiaro a noi come ai bolscevichi), gruppi a loro volta indicativi, per il loro comportamento, della sottile, capillare, sorniona influenza corruttrice del milieu democratico. In Rus­sia, dove l'incrocio di due rivoluzioni metteva in movimento tutte le classi, queste stesse erano divise da labili confini, le istituzioni democra­tiche nascevano appena in tempo (essendo storicamente tardive) per tirare le cuoia, il riformismo alla Kerensky e il «centrismo» alla menscevica era­no uno scherzo in confronto alla socialdemocrazia pura di Noske-Scheide­mann e alla socialdemocrazia «indipendente» di Kautsky-Hilferding, il pericolo per un proletariato giovane e rude, e per un partito solidamen­te ancorato ai principi, non era grave (eppure, quanti tra i bolscevichi non caddero preda della sirena democratico-parlamentare nel febbraio e, peggio ancora, nell’ottobre 1917?): assumeva invece aspetti catastrofici, quindi giustamente ossessivi, in paesi che potevano «vantare» da un lato un'aristocrazia operaia degna del nome di borghese tout court (e un proletariato esposto da lunghi decenni a tutte le suggestioni ideolo­giche della classe dominante), e dall’altro partiti cresciuti nella piena o quasi completa sudditanza agli eterni principi (nell’ipotesi migliore) e ai dettami pratici della conservazione capitalistica (nella peggiore). Il novanta per cento della nostra attività teorica e propagandistica - co­me si è potuto vedere non dalle nostre parole di oggi, ma da quelle di allora - era impegnato nello sforzo di chiarire le questioni di principio comuni ai bolscevichi e a noi semplicemente perché le sole a caratterizzare e definire i comunisti, e da nessun'altra corrente allora nemmeno in parte assimilate; non potevamo tuttavia lasciar passare, nel quadro di un'omogeneità di fondo, le questioni laterali e sia pure secondarie che a nostro avviso chiedevano urgentemente d'essere risolte, e la cui man­cata o insufficiente soluzione rischiava di ostacolarci nell’azione a breve scadenza e, a scadenza lontana - come purtroppo avvenne -, di farci perdere la bussola anche in teoria.

 

(1)       Cfr. Storia della Sinistra, I, pagg. 213-216.

(2)       Cfr. pag. 317.

(3)       Cfr. pag. 323.

(4) Cfr. il cap. IX, appendice.

 

4. - PERCHÉ DIVERGEMMO SU ALTRE QUESTIONI TATTICHE E SU QUALI

 

Per gli stessi motivi eravamo già allora, e fummo ancor più tena­cemente in seguito, per l'applicazione dello stesso rigore dottrinario in cui erano stati maestri i bolscevichi al processo di costituzione dei nuovi partiti o di selezione dei vecchi: lo stesso rigore dottrinario, diciamo, ma con la riserva che, applicato a situazioni storiche e ad organismi politici meno fluidi perché consolidatisi nel quadro di una lunga tradizione demo­cratica e sotto la sua influenza corruttrice o debilitante, il rigore andava difeso con energia centuplicata come difficile conquista, non come dato di fatto acquisito.

La forza del partito bolscevico era stata la continuità di un pro­cesso ininterrotto di formazione ideologica disteso sull’arco di decenni, nel corso del quale le prospettive della rivoluzione in Russia erano sta­te definite con lo stesso rigore col quale si erano difesi nella loro integra­lità la dottrina, le finalità, il programma del movimento, e teoria e prassi avevano fatto un blocco unico, sempre nel succedersi di tappe anticipate e previste. Ma questa continuità non era piovuta dal cielo, era stata il frutto di lotte incessanti e di dolorose scissioni, né la durezza adaman­tina di chi si era assunto l'onere di quelle e di queste era bastato ad im­pedire che, di fronte ai grandi svolti della storia - il febbraio, l'ottobre e ancora gli anni e i mesi successivi -, il partito «sbandasse» e il suo «nocchiero» dovesse brandire di nuovo - e, non di rado, da solo - lo staffile. Che cosa sarebbe avvenuto in paesi in cui il «filo rosso» della continuità teorica, programmatica ed organizzativa era stato spezzato dalla catastrofe - non certo occasionale, quindi con radici assai più lontane - della guerra, e stava solo ora faticosamente riannodandosi o non era mai esistito; e (la stessa Internazionale lo constatava con ansia) mi­nacciava di prendere forma sotto l'infida suggestione di una «moda» soggettivamente sincera in alcuni, ma in ognuno oggettivamente super­ficiale e fragile, come tutte le mode? Il riarmo del partito bolscevico era stato possibile senza gravi scosse anche perché il partito stesso aveva alle spalle una lunga tradizione rivoluzionaria illegale: in Occidente si trattava di capovolgere addirittura una tradizione più che decennale di vita in gran parte parlamentare, trascorsa nella placida legalità di una democrazia addormentatrice e sorniona: si trattava di armare per la prima volta dei partiti perché divenissero rivoluzionari, o di crearli tali pres­soché dal nulla.

È indiscutibile (si tratta di constatare un fatto di cui noi fummo e siamo gli ultimi a far colpa ai bolscevichi) che questi, nella stretta mor­tale di un isolamento non voluto, dal quale anzi lottavano disperatamente per uscire ben sapendo che esso tendeva a soffocarli (nessuno, allora, avrebbe osato parlare di... socialismo in un solo paese!), non ebbero o meglio persero a poco a poco il senso - così vivo in essi, nella minoran­za inflessibile della sinistra di Zimmerwald, durante la guerra mondiale e in un esilio al quale non si dimentichi che proprio il Lenin dell’opu­scolo sull’«estremismo» attribuiva il merito di aver forgiato a contatto col movimento operaio mondiale il nerbo del partito bolscevico - dell’abisso dal cui fondo, nell’Occidente, le forze gagliarde e, nel loro slan­cio generoso, incorrotte del proletariato europeo (e americano) dovevano risalire, senza la guida sicura di un partito armato di una teoria divenuta carne della sua carne e di un'esperienza di azione solidamente ancorata in essa. Pesava sui bolscevichi una valutazione erronea dei rapporti di forza (nel bilancio dei quali essi per primi ci avevano insegnato a collocare co­me fattore avverso non solo la socialdemocrazia, ma anche e soprattutto il centro kautskiano in tutte le sue varianti) che proiettava nell’Europa postbellica qualcosa di molto simile al «dualismo di potere» del 1917 russo e attribuiva ai partiti comunisti appena nati nelle più strazianti doglie del parto (Germania!), o nascenti altrove nella peggior confusione ideologica (Italia!) e nella più affannosa e opportunistica corsa alla dili­genza (Francia!), la corazza di acciaio che il partito bolscevico si era costruita in lunghi anni e in rapidissimi mesi simili a decenni, mentre attribuiva all’avversario socialdemocratico e centrista - le «nuove co­lonne sociali» del regime borghese dopo la guerra - la corazza di carta­pesta di cui, per buona sorte della rivoluzione russa, avevano fatto sfoggio menscevichi e socialrivoluzionari. Pesava altresì su di loro, con azione inversa ma con risultato convergente, l'urgenza di una soluzione rivolu­zionaria europea alla crisi di isolamento della Russia, soluzione cui si temeva che i partiti appena nati o nascenti si mostrassero impreparati non perché intrinsecamente gracili, ma perché non abbastanza radicati nelle masse e quindi privi d'influenza reale - mentre era vero l'opposto, che cioè la scarsa influenza era il prodotto, là dove partiti comunisti esiste­vano, della loro gracilità intrinseca e, là dove si andavano faticosamente costituendo, la loro forza intrinseca era necessariamente pagata al prezzo di quella che troppo spesso si scambia per «scarsa» influenza ed è sol­tanto inevitabile debolezza numerica.

Essi avevano, più che legittimamente, fretta; l'avevano in quanto espressione di un movimento reale in anticipo sulla maturazione delle premesse soggettive della sua vittoria: fretta che nascessero partiti co­munisti, fretta che si ponessero all’avanguardia di masse istintivamente spinte molto al di là dei traguardi fissati come i soli «realistici» e «concreti» dalle organizzazioni esistenti, fretta che la saldatura fra quelli e queste in un'ondata rivoluzionaria poderosa si compisse - non coi caratteri giustamente paventati del putsch, del colpo di mano ardito ma impotente, bensì con quelli di una messa in moto dell’intero sottosuolo sociale sotto la spinta di forze oggettive e sotto la guida della classe egemone -, e offrisse ai bolscevichi la grande occasione di uscire dal chiuso della «fortezza assediata» e ai proletari degli altri paesi quella di ricevere dagli eroici fratelli ai quali Lenin e Trotsky osavano «chiedere molto, perché molto avevano dato», l'appoggio forse decisivo non più di una fortezza arroccata in difesa, ma di un esercito lanciato all’attacco. Noi vedevamo - con angoscia, certo, ma con lucidità - che i dati della realtà oggettiva erano ben altri e non potevano essere forzati né dal desi­derio, né dalla speranza, neppure dalla volontà, per quanto potenti come solo la milizia rivoluzionaria attiva sa renderli. La strada purtroppo do­veva essere lunga e travagliata, e su di essa l'impazienza avrebbe agito come fattore non accelerante ma ritardante, non costruttivo ma disgre­gatore; la prospettiva immediata di una tattica come la propugnavamo noi poteva, in questa luce, essere deludente; il bilancio a lungo termine sarebbe stato, nella vittoria o nella sconfitta temporanea, ben altrimenti positivo. In ciò era la radice della nostra «rigidità» - nella coscienza che il processo di costituzione di partiti non indegni del nome di comu­nisti era appena agli albori, e, nel vortice confuso dei tempi, chiedeva per uscirne un lavoro duro, tenace, inflessibile come quello che il partito russo aveva alle spalle, e che tale processo si svolgeva e si sarebbe ancora svolto nel cozzo violento (e previsto come inevitabile) con partiti di ori­gine operaia e di composizione in larga misura proletaria, passati non soltanto al nemico, ma alla sua difesa, armi in pugno, contro l'assalto della classe sfruttata e della sua avanguardia mondialmènte organizzata. Scrupoli di purezza, i nostri? Mania della stupida torre d'avorio? No: preoccupazioni di efficienza pratica!

Vedremo più innanzi come questo modo diverso di intendere le necessità reali, le esigenze obiettive, del movimento comunista mondia­le nel quadro di una completa convergenza teorica, programmatica e, in larga misura, anche tattica, si rispecchiò in un giudizio profondamente diverso dei metodi da seguire nell’affiliazione dei partiti, gruppi accorren­ti all’Internazionale, e della stessa natura di questi partiti, gruppi e cor­renti, quindi del loro prevedibile destino. Limitiamoci per ora a con­statare che la divergenza sul piano tattico (che è insieme il piano orga­nizzativo) ci fu; e il perché del suo esserci.

Il «riarmo» del partito bolscevico inaugurato dalle tesi di aprite e consistente in realtà in un energico richiamo alla vera tradizione del par­tito formatasi in quindici anni di martellamento dei cardini della teoria marxista della rivoluzione doppia (sia pur resa più tagliente dalla guerra imperialistica), si era potuto compiere rapidamente - di fronte ad avversari infinitamente più vulnerabili che nel mondo occidentale, e nelle file di una classe operaia non ancora impeciata di democratismo e lega­litarismo - per l'inflessibile decisione con cui Lenin, sulla base di una continuità che in date circostanze, anche di lunga durata, può imperso­narsi senza che noi gridiamo allo scandalo in un piccolo gruppo di militanti e perfino in un uomo solo, aveva gridato in faccia ai suoi compagni: «Meglio restare in due come Liebknecht, perché ciò significa restare col proletariato rivoluzionario, piuttosto che ammettere sia pure per un istante l'idea della fusione [...] con Ceidze e Zereteli [...] che sono ca­duti nel difesismo» (e che cos'erano i difesisti del campo antizarista, in confronto ai socialsciovinisti - non uno né due ma migliaia - in Occidente?); «chi vuol aiutare gli esitanti [e che cos'era l'esitazione dei menscevichi prima e dopo febbraio in confronto a quella degli indi­pendenti tedeschi o dei massimalisti italiani?], deve prima di tutto ces­sare di esitare egli stesso». Da noi, occorreva un'inflessibilità mille volte più dura e, sissignori, settaria, il richiamo all’antico e glorioso motto dei cartisti: «chi non è con noi è contro di noi», per operare non già il riarmo ma il primo armamento del partito. Nel 1926, quando si gioca­rono le sorti della rivoluzione non solo russa ma mondiale, l'opposizione bolscevica sentì troppo tardi l'estrema debolezza dell’avere alle proprie spalle, nel torpido Occidente, partiti non già temprati alla scuola seve­ra del rigore dottrinario, della continuità di azione, della saldezza orga­nizzativa, ma cresciuti all’insegna dell’approssimazione teorica, dell’eclet­tismo delle «scelte» pratiche, della volubilità dei metodi di organiz­zazione, e del trovarsi di fronte, schierati sulla loro naturale linea di bat­taglia contro il comunismo rivoluzionario e internazionale, gli uomini frettolosamente lavatisi delle loro macchie sciovinistiche, parlamentari­stiche, elettoralistiche, gradualistiche, centriste, perfino massoniche, nell’acqua lustrale del glorioso Ottobre e del Comintern. Trotsky, rimasto solo, non seppe trarne la terribile ma salutare lezione.

5. - I PRESUPPOSTI DELLA TATTICA COMUNISTA

 

Nel quadro di questa «propedeutica del partito rivoluzionario marxi­sta», l'astensionismo poteva essere un'arma, un reagente, un catalizza­tore. Un riformista incallito alla Cachin o alla Smeral poteva accettare il «parlamentarismo rivoluzionario» per poi, circostanze permettendo (le vecchie volpi sanno, loro, che le circostanze non cessano mai di ripetersi), farne strame; non sarebbero mai passati attraverso una porta sulla quale fosse stato scritto a caratteri indelebili: «lasciate ogni speranza voi che entrate» - speranza, ben s'intende, di posti e onori al parlamento; forse, in prospettiva, di posti ed onori al governo. Non ne facevamo una questione primaria, come i bolscevichi non facevano una questione primaria della loro tattica parlamentare in funzione eversiva degli istituti parlamentari. La questione primaria, come si vede dai testi da noi pub­blicati o commentati, era di gettare le basi indispensabili dell’esistenza del partito, battendo e ribattendo i chiodi della natura e della funzione del partito stesso, dei suoi compiti pratici (nei sindacati, nei consigli di fabbrica, nell’esercito, ecc.), della necessità - e dei presupposti - della rivoluzione da esso guidata, della dittatura da esso gestita, degli interventi dispotici nell’economia da esso rigorosamente disposti; perché non si co­struisse sulla sabbia illudendosi di aver costruito sul granito.

La questione, per noi, andava in ogni caso ben oltre i limiti di sin­goli problemi controversi in campo tattico, giacché investiva le basi di principio alle quali, come nessuno meglio di Lenin ci aveva insegnato a fare in qualunque circostanza, la tattica deve necessariamente rifarsi o si butta a mare, insieme all’unità di teoria e prassi, lo stesso materia­lismo dialettico. In tutta la nostra battaglia in difesa dell’astensioni­smo - non elevato, ripetiamolo, a principio assoluto, ma ritenuto car­dinale per la nostra azione coerente ed efficace in quel «duello storico tra il sistema della rappresentanza democratica e quello della dittatura pro­letaria» in cui bolscevichi e sinistra italiana riconoscevano all’unisono «la questione centrale del movimento internazionale comunista», in quanto «dalla salda consapevolezza di questa antitesi in una valida avanguardia del proletariato dipende il successo della rivoluzione» (1) - in tutta questa battaglia corre un unico e saldo filo conduttore che dalla contingenza ci riporta alla dottrina e che si articola in due capisaldi:

1) I problemi tattici non si risolvono localmente; devono essere og­getto di soluzioni internazionali, a) perché in ognuno, piccolo o grande, essenziale o accessorio, si condensa un bilancio di forze reali e di scontri fisici che non può racchiudersi nel cerchio necessariamente ristretto di un singolo paese, b) perché la sua soluzione, una volta raggiunta, deve costituire per il partito-guida del proletariato un punto fisso. La clausola a) si deduce dalla nostra concezione materialistica della storia; la clausola b) riconduce alle basi programmatiche costitutive dell’Internazionale co­munista intesa come «partito mondiale unico del proletariato» (rifles­so a sua volta dell’internazionalità del movimento reale della lotta di clas­se): «uno dei difetti maggiori della II Internazionale [era stata] la libertà tattica lasciata ai partiti aderenti nell’ambito dei loro paesi, liber­tà che aveva condotto alla liquefazione del movimento» degradandolo ad «informe accozzaglia di partiti slegati e seguaci di metodi opposti e di­scordanti» (2).

Il punto è di straordinaria importanza sotto vari aspetti: perché mostra come non solo non avessimo nulla da spartire con gli anticen­tralisti allora pullulanti nell’Europa latina e germanica, ma fossimo i più decisi fautori della centralizzazione, cardine distintivo del comunismo e conditio sine qua non dell’unità di indirizzo e movimento dell’avanguardia rivoluzionaria; perché anticipa la ferma opposizione della nostra corrente, già al II Congresso e a maggior ragione e sempre più nei congressi suc­cessivi, al riconoscimento di possibili «eccezioni», per esempio nelle con­dizioni di ammissione, in riferimento a «particolari situazioni nazionali» - primo spiraglio aperto, anche se con esplicite clausole cautelative, alla dannata teoria e prassi delle «vie nazionali» e del policentrismo; per­ché, infine, spiega la nostra fermezza nel subordinare l'adozione dei me­todi tattici e anche organizzativi a decisioni mai italiane, sempre interna­zionali, si trattasse dell’astensionismo da un lato o delle modalità della scissione dal PSI dall’altro, e fornisce la chiave al «segreto» tutt'altro che abissale dei motivi di principio della nostra prolungata permanenza nella «vecchia casa socialista», tuttavia «inospitale», malgrado le «im­pazienze» di ottimi militanti (come, nel settembre 1920, i compagni di To­rino); e della nostra accettazione disciplinata delle direttive del II Con­gresso sul parlamentarismo rivoluzionario contro analoghe «insofferenze» della base più tardi.

Centralismo e internazionalità sono capisaldi primari: non lo erano né i tempi della scissione né la tattica nei confronti delle elezioni e del parlamento, purché fondata - come era - sulla granitica base di prin­cipi antiparlamentari ed antidemocratici. Come eravamo fermi nel con­vincimento che la scissione in Italia (e in Europa) si imponesse non solo con la destra ma col centro massimalista e dovesse avvenire il più pos­sibile «a sinistra», altrettanto lo fummo nel ritenere che la si dovesse ritardare fino a quando la sua necessità fosse internazionalmente riconosciu­ta e, avutane la sanzione, nell’attenerci ai criteri - meno «rigidi», certo - dettati dal Comintern. Come eravamo e rimanemmo fermi nel giudi­care fondata in fatto ed in principio la tesi astensionista, altrettanto lo fummo nel praticare e imporre ai recalcitranti di praticare il «parlamen­tarismo rivoluzionario» una volta codificato. Sia detto fra parentesi, questo criterio - mai la rivendicazione di una «democrazia interna», ponte verso l'autonomismo nazionale, locale e personale - ci guidò in tutte le battaglie in seno all’Internazionale in anni successivi; e la rot­tura finale con essa avvenne per noi in nome della dottrina e dei principi, non della salvaguardia da una centralizzazione alla quale il comunista si ribella se è posta al servizio di una dottrina, di principi, di finalità non suoi, mai perché e in quanto è tale.

2) Per i comunisti, la tattica da praticare nelle diverse fasi della lotta fra le classi «si deduce» dai principi (3); non è né un utensile neutro né un'arma indifferente: è un aspetto organicamente legato all’insieme della nostra visione del processo storico che conduce allo sboc­co rivoluzionario, delle sue fasi alterne, dei fattori che agiscono nel senso della sua risoluzione; fortunata o sfortunata che sia, questa non potrà mai essere costruita con mezzi contrastanti col fine, restando aperta solo l'attenta valutazione dei rapporti di forza nello stabilire se sia giunto il momento o di un attacco decisivo, o di una semplice azione indirizzata in prospettiva ad esso, come nella normale esplicazione delle attività del partito. È centrale per noi il punto che il marxismo - la «teoria rivoluzionaria» - non sarebbe nulla, non merite­rebbe d'essere considerato l'indispensabile guida «all’azione rivolu­zionaria», se nella scientificità della sua concezione della «traietto­ria e catastrofe» del modo di produzione capitalistico non fosse inclusa la previsione non dei dettagli contingenti (che non hanno peso sul corso del movimento reale più che l'accidente di una meteora «capricciosamente» vagante nello spazio ne abbia sul moto di rotazio­ne dei pianeti), ma delle grandi fasi del moto, delle forze in esso operan­ti e del loro schierarsi in una certa direzione piuttosto che in un'altra (il marxismo sa, dal '48, quale negli svolti cruciali della lotta fra le classi sarà l'atteggiamento della piccola borghesia verso i due invariabili poli del conflitto sociale; sa, per deduzione, anche prima di averlo speri­mentato, quale sarà lo schieramento relativo dei partiti politici; sa - co­me seppe magistralmente Lenin - quali sono i percorsi obbligati delle rivoluzioni doppie e quali quelli della rivoluzione pura); non sarebbe nul­la, d'altra parte, se da questa sicura prescienza il partito non traesse in anticipo le linee dorsali del proprio comportamento nel succedersi delle fasi non solo di avanzata, ma di rinculo e perfino di controrivoluzione. Che cosa ci hanno dato Marx ed Engels in Le lotte di classe in Francia e in Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, che cosa Lenin in Due tatti­che o nel Che fare? e Trotsky in Terrorismo e comunismo, se non dei manuali di strategia e di tattica universalmente validi? Diciamo di più: perché, altrimenti, si sarebbero attardati a scriverli?

Vista sotto questa luce, la questione dell’astensionismo si poneva come «problema tattico e di principio ad un tempo», da risolvere valu­tando i riflessi di una certa azione pratica sulla continuità del programma mai nascosto e sempre apertamente proclamato fra le masse, oltre che impegnativo per i militanti, e alla possibilità o meno di raccordarlo alle esigenze di una propaganda, di un proselitismo e di un'azione tutti incen­trati sulla demolizione dei preconcetti democratici e sulla preparazione all’assalto eversivo della «mal dissimulata macchina di soffocazione ed oppressione», in cui è l'essenza di «tutto l'armamentario della demo­crazia». Alla stessa luce, era lecito chiedersi, come faceva «Il Soviet» del 18.I nel commento citato più sopra, se per esempio il dilemma nel quale la Lega di Spartaco si trovava posta sui primi del 1920 di vivere un'esistenza semiclandestina o di «avvalersi delle risorse che la socialdemocrazia le offriva o meglio le imponeva come unica via di uscita» potesse dirsi utilmente risolto, ai fini della continuità teorica programma­tica e organizzativa se non dell’efficienza pratica immediata, con l'ado­zione di un metodo, come quello della partecipazione alle elezioni, che il fatto stesso che «la socialdemocrazia, pronta alle più feroci repressioni dei moti comunisti, inviti e permetta il più largo intervento delle masse [alla battaglia schedaiola]» dimostra essere quello dal quale «i nostri av­versari peggiori hanno tutto da guadagnare» (4). Alle nostre obiezioni, è certo, si poteva rispondere (e si rispose) con contro-obiezioni, ma sempre e solo da quello stesso angolo visuale; esse erano opinabili, sen­za dubbio, ma alla sola condizione che non fossero controbattute sulla base di principi opinabili. La discussione con i bolscevichi avvenne su questo piano che non aveva nulla delle idiosincrasie morali e perfino... estetiche - di «purezza», di «intransigenza» astratta, di orrore per il potere e per la «politica» - degli anarchici, né dell’«orrore per i capi» degli spontaneisti, tribunisti, operaisti. Chi oggi pretende di appellarsi all’«elasticità» leniniana per giustificare non una tattica di «parlamentarismo rivoluzionario», ma una «via parlamentare» obbli­gata al socialismo, rispetto alla quale l'Ottobre sarebbe stato un'ecce­zione... russa e non la regola mondiale, provi a dimostrarci che non ha trasformato una tattica opinabile (ma ancorata a principi indiscu­tibili) in un principio definitivo e indiscutibile governante ogni possibi­le tattica, oggi e per sempre!

Da allora (e noti il lettore come la questione, prima apparentemen­te circoscritta al problema del «parlamentarismo rivoluzionario» o a quello dei modi e tempi della scissione in Italia, si è a poco a poco allargata e approfondita), ci sentiamo ripetere fino alla noia: «Voi sini­stri volete un cammino inflessibile sulla strada dei principi rivoluzionari. Lenin vi condannò proclamando che la tattica deve, invece, essere flessi­bile!». E ancora: «Voi fate un fascio solo di tutto: teoria, principi programma, tattica, perfino [!] organizzazione!».

È il tema su cui ci siamo diffusi largamente nel lavoro sull’Estremi­smo (5). Si tratta di stabilire in che cosa consistono i principi e in che cosa consiste la «tattica». Crediamo di aver svolto sufficientemente nel citato volumetto la nostra risposta a questo tranello, che è tanto servito a truffare il proletariato. Il pensiero di Lenin è questo: chi sa essere inflessibile sui principi, e solo chi sa esserlo, potrà essere elastico nella scelta dei mezzi tattici. Quando, al III Congresso dell’Internazionale (luglio 1921), verrà sul tappeto la questione italiana, a Lazzari che ri­cordava l'affermazione contenuta in un articolo di Frossard: «Bisogna essere flessibili e saggi», Lenin rispose menando lo staffile: «La prima condizione del vero comunismo e la rottura con l'opportunismo. Con i co­munisti che la sottoscrivono, noi parleremo franco e avremo il pieno di­ritto e il coraggio di dire loro. "Non fate sciocchezze; siate flessibili e saggi". Ma parleremo così soltanto con i comunisti che hanno rotto con l'opportunismo». Forse (a nostro giudizio) non sufficiente, egregi signori, ma chiaro; anzi, inequivocabile! Il nostro merito, se ci è con­sentito usare un tale termine, nel rispondere quarant'anni fa a Lenin stesso, fu di osservare che la concessione di molta libertà di scelta tra le varie tattiche, l'apologia dell’elasticità, conteneva in sé un pericolo enor­me: gruppi ed interi partiti si sarebbero serviti di tale facoltà per smarri­re il rispetto dei principi, e sarebbero ricaduti (dolosamente o meno non importa, è questione di etica soggettiva) nella trasgressione dei principi che Lenin aveva rimessi in salvo nella loro intangibilità. È ciò che scia­guratamente avvenne poi, attraverso un uso falsario e libidinoso di quanto Lenin, a sentir loro, avrebbe concesso.

Va dunque ben chiarito, per capire in che cosa in realtà consistes­sero i punti di dissenso tattico fra noi e l'Internazionale (e con lo stesso Lenin) quale sia il confine fra i principi e la tattica, tra il dovere di essere rigidi e la facoltà di essere flessibili.

Nella storia del partito bolscevico, tra le magnifiche pagine v'è quella della lotta contro gli «eclettici» del movimento rivoluzionario. Questi di­cevano appunto che si poteva evolvere liberamente tra una dottrina ideo­logica e l'altra, pur di raggiungere nell’agitazione delle folle lo scopo po­litico del momento: poniamo, la caduta del regime zarista. I bolscevichi avevano fieramente battuto questa non originale versione del tradimento opportunista difendendo l'assoluta necessità della dottrina del partito e della rivoluzione di cui erano sempre stati, Lenin per primo, i più gelosi difensori.

Quando in uno dei congressi di Mosca (Lenin era già morto) demmo alla nostra decisa critica della tattica dell’Internazionale la forma di una accusa di «eclettismo», vedemmo i compagni russi levarsi indignati. Po­tete parlare, ci gridarono, di «elasticità», mai di «eclettismo». Questa era per essi una parola che sapeva di ingiuria. Allora non intendevamo ingiuriarli. Ma che cosa hanno provato i quarant'anni di delusioni? Che la mal concepita elasticità nella tattica ha condotto al peggiore e più ver­gognoso eclettismo nei principi! È, questo, «dottrinarismo» inutile sulle formule e sui termini e vocaboli? Non è invece chiaro che, se forse allora vi giungemmo per una via critica, oggi si tratta di un bilancio di fatti sto­rici materiali che non lascia più dubbio alcuno?

A costo di «saltare» un anno di storia, prendiamo dal discorso di Lenin del 1 luglio 1921 al III Congresso di Mosca, In difesa della tattica della IC, questo passo che pone suggestivamente il problema: «I principi non sono il fine, non sono il programma, non sono la tat­tica e non sono la teoria. La tattica e la teoria non sono i principi».

Ad ogni momento si discorre della «teoria», dei «principi» del «fine», del «programma» del partito comunista, e della sua tattica. Lenin insegna che sono tutte cose diverse una dall’altra, aspetti diversi, momenti diversi della funzione del partito. Quale la precisa delimitazione tra l'uno e l'altro? Lenin qui non svolge tutto, ed è al complesso di altri testi che si deve chiedere risposta.

Il passo in questione fornisce un'utilissima esemplificazione per eli­minare il dubbio che almeno due di quei termini, «fine» e «principi», possano avere identico valore. Questo potrebbe sembrare esatto dal punto di vista formale. Pensiamo al partito repubblicano: il suo principio è che il migliore regime politico sia la repubblica; il suo fine è di condurre ogni stato alla forma di repubblica. La repubblica è dunque il principio e il fine del partito repubblicano. Ma il pensiero dei repubblicani - che abbiamo scelto solo come esempio di comodo -, e se volete la loro «teoria», non sono dialettici, ma metafisici e idealistici: essi pongono la repubblica, come i liberali fanno con la Libertà, in un'astrazione fuori del corso stori­co reale. È facile vedere che, per il comunista dialettico, la identità tra fine e principio non è immediata.

Lenin con la sua perspicua chiarezza dice: «Che cosa ci distingue dagli anarchici sul terreno dei principi? I principi del comunismo consi­stono nella instaurazione della dittatura del proletariato e nell’impiego della costrizione statale nel periodo di transizione. Questi sono i principi del comunismo, ma non ne sono il fine».

Qui tutta la luminosa citazione. Il resto cerchiamo di spiegarlo noi:

1) Le parole di Lenin sono in sostanza le stesse di Engels e di Marx nella loro polemica con gli anarchici, gli «antiautoritari», in difesa del principio dell’autorità, della dittatura, della costrizione, del terrore, per re­primere la classe vinta e avviare il processo di trasformazione verso il socia­lismo dopo la presa del potere. Esse definiscono senza possibilità di dub­bio i principi propri del comunismo.

2) Questi principi sono immutabili e inderogabili; come altrimenti le tesi del 1871 convergerebbero con quelle del 1921 e del ...1972?

3) Perché questi principi non sono quelli degli anarchici? Perché per costoro è tesi di principio che il proletariato, senza periodo di transi­zione, dopo la rivoluzione non debba avere potere, governo, dominio, dit­tatura, e peggio ancora partito.

4) Perché i principi del comunismo non ne sono il fine? Perché per «fine» intendiamo il punto di arrivo di tutto il ciclo che condurrà alla società nuova nella quale non vi saranno più classi e non vi saranno stato, potere, governo, dominio politico, in quanto tutte queste relazioni sono tra una classe e l'altra. Ed allora, mentre tutte le cose dette ci dividono dagli anarchici sul terreno dei «principi», sul terreno del «fine» abbiamo obiettivi finali comuni.

Fin qui, col passo esaminato, Lenin ci ha direttamente condotti. Resta da dire degli altri termini da lui allineati per stabilire che sono categorie tra loro ben distinte, e darne senza dilungarci troppo il valore.

 

(1) Cappello della redazione ad un articolo del massimalista-elezionista F. Misiano sul partito tedesco, apparso nel nr. 1 anno III del 4.I.1920 del «Soviet» e conte­nente un tentativo di giustificazione teorica del parlamentarismo rivoluzionario.

(2) Commento redazionale ad altro articolo di Misiano nel nr. 3 del 18.I.1920 del «Soviet».

(3) Cfr. pagg. 37 e 429 segg.

(4)       Ibidem.

(5)   La Sinistra comunista in Italia sulla linea marxista di Lenin, cit.

 

6. - TEORIA, PRINCIPI, FINI, PROGRAMMA, TATTICA

 

Poniamo le nostre categorie in questo ordine; Teoria - Principi - Fini -Programma - Tattica, e mostriamo come i nostri testi di base non abbiano mai mancato di distinguerle, senza tuttavia - come non si sarebbe sognato di farlo Lenin - separarle.

La teoria o dottrina del partito tratta della storia delle società uma­ne e del suo concatenamento. Fanno parte della teoria del partito il ma­terialismo storico o dialettico, il determinismo storico, la dottrina della lotta tra le classi, del contrasto tra forme di proprietà e forze produttive, della serie delle forme di produzione, e negli ultimi capitoli di essa la scienza della economia capitalista e della genesi, dalla sua rottura, della società comunista. Abbiamo già visto ribaditi tutti questi punti nelle Tesi della Frazione comunista astensionista.

I principi del partito sono le fasi della dottrina storica che corrispon­dono alla lotta e alla vittoria del proletariato moderno. Ancora una volta, rimandiamo alle Tesi.

La teoria caratterizza il partito non meno dei principi in essa compresi. Ma Lenin ha ragione di dire che i principi non sono la teoria; essi ne sono soltanto la fase contemporanea. Fa parte della teoria la spie­gazione classista della rivoluzione borghese, dell’abolizione della servitù feudale e della vittoria della democrazia parlamentare; ma tutto ciò non fa parte dei principi del comunismo. Le Tesi vi si soffermano a lungo in un paragrafo apposito.

La teoria è carne e sangue del partito non meno dei suoi principi. Se lo vogliamo leggere in Lenin, e attraverso lui in Marx ed Engels, possia­mo scegliere il classico Che fare? del 1902. Qui Lenin si batte contro la tendenza alla «libertà di critica», e prendiamo il paragrafo intitolato: «Engels e l'importanza della lotta teorica». Lenin, contro i fautori della libertà di pensiero, si leva gigante in queste pagine a difendere «il dogmatismo, il dottrinarismo» derisi dai «liberi critici» che protestano per la mummificazione del partito! Non possiamo citare tutto. «La famosa liber­tà di critica non significa la sostituzione di una teoria con un'altra, ma significa libertà da ogni teoria coerente e ponderata, significa eclettismo e mancanza di principi». Ecco che ritroviamo da quando fu disonorato l'eclettismo! Ecco come, a distanza di mezzi secoli, ben si saldano gli anelli della teoria e dei principi! Lenin deplora che si disprezzi la teoria per vantare la pratica. Scrive per il 1902 o per oggi, 1972? «Chiunque abbia una conoscenza anche limitata del nostro movimento, non può non vedere che la grande diffusione del marxismo è stata accompagnata da un certo abbassamento del livello teorico. Molta gente, la cui prepara­zione teorica era infima e persino nulla, ha aderito al movimento in virtù della sua importanza pratica e dei suoi progressi pratici». E non è questa la genia carognesca che intorno a noi si riempie la bocca di adesioni al «marxismo-leninismo»? Gli opportunisti del tempo facevano quello che fanno i superopportunisti d'oggi. Questi speculano sulla frase di Lenin che la tattica deve essere elastica; coloro rinfacciano a Lenin la nota frase di Marx; «Ogni passo di movimento reale è più importante di una doz­zina di programmi». Noi rispondiamo a quelli che oggi citano Lenin da truffatori, come da lui abbiamo imparato. Ossia abbiamo cercato dove, quando, perché e in quale costruzione Lenin collocò le parole su cui si è costruita una così vasta e sfrontata speculazione storica. Lenin infatti scrive:

 

«Ripetere queste parole di Marx in quest'epoca di sbandamento teorico [quella di oggi vale venti volte quella del 1902 in Russia!] è come gridare, alla vista di un corteo funebre; cento di questi giorni! [o maestro Lenin, questi cento giorni li stia­mo vedendo passare!]. D'altronde, quelle parole di Marx sono estratte dalla lettera sul programma di Gotha, in cui egli condanna categoricamente [corsivo in Lenin] l'eclettismo nella enunciazione dei principi. Se è davvero necessario unirsi - scriveva Marx ai capi del partito - concludere accordi al fine di raggiungere gli obiettivi pratici del movimento, ma non lasciatevi indurre a far commercio dei principi, non fate "concessioni" teoriche».

 

E Lenin conclude;

 

«Questo era il pensiero di Marx, e fra noi si trova della gente che nel suo nome cerca di sminuire l'importanza della teoria!».

 

Senza seguire il testo, che si riferisce al pensiero di Engels sulle tre forme della lotta proletaria - economica, politica e teorica - collegandole genialmente a Inghilterra, Francia e Germania con la celebre immagine del proletariato erede della filosofia classica tedesca, noi a nostra volta conclu­deremo ricordando che in Italia i rinnegati rientrarono, dopo battuto (ma non da essi) il fascismo, con la parola: la pianterete di far questioni di teoria in mezzo alle masse! (parola con cui credono d'essersi liberati per sempre della coriacea sinistra comunista italiana); concluderemo, a proposito della nostra esegesi dell’Estremismo, con le stesse parole: «Questo era il pen­siero di Lenin, e fra noi si trova della gente che nel suo nome tenta di sminuire l'importanza della teoria!».

Con quanto detto, resta chiarito il valore dei tre primi momenti o categorie: teoria, principi e fine del partito. Il «fine» è la società comu­nista nei suoi chiari caratteri opposti a quelli delle società privatistiche passate; ed anche questo aspetto della posizione del partito è basilare ed essenziale: il nostro odierno movimento vi dedica, come vi dedicava allora, sempre sulla linea dei testi classici, un lavoro di primo piano.

Programma e tattica sono altra cosa, Lenin dice, dalla teoria, dai prin­cipi e dal fine. Ma naturalmente sono loro strettamente collegati nella fun­zione del partito. Cerchiamo di delimitare sobriamente questi due ultimi settori, perché il nostro tema è la storia dell’ultimo, la tattica.

Il richiamo nostro a Lenin, e di Lenin a Marx, ci ha ricondotti all’idea del programma. Si trattava di quello del partito tedesco, per il congresso di Gotha, e il progetto ne fu sottoposto a Marx, come ad Engels lo fu quello di Erfurt. La critica che Marx ne fece fu di una grande asprezza, e quello che a noi importa, e che Lenin ribadisce, è che essa colpiva le contraddizioni tra il programma o la «teoria» generale del partito da un lato, e quella sua parte costituita dai principi che reggono il trapasso alla vittoria di classe del proletariato, dall’altro.

Il programma non è la teoria ed i principi, ma non può contraddire la teoria e il sistema di principi del partito. Ad esempio la espressione di «libero stato popolare», alla Lassalle, viene da Marx espulsa dal pro­gramma perché rinnega i principi e smentisce la teoria. Lo Stato di oggi è l'organo di classe della borghesia che ci opprime, e se diventa libero cre­sce la sua libertà di fregarci, noi proletari e comunisti. Ecco l'altezza della dialettica di Marx!

Che cos'é dunque il programma? È la prospettiva dell’azione pros­sima, nel senso storico e non certo pettegolo, del partito. Il programma riguarda l'azione pratica, ma è suicida se ammette una azione pratica che neghi la teoria e accetti la vittoria del nemico contro la nostra classe.

La III Internazionale fu posta di fronte ad un quesito: Il program­ma deve essere nazionale o internazionale, europeo almeno? A Gotha si trattava di un programma nazionale tedesco, e per quello svolto della lotta del partito tedesco. Tuttavia, per Marx, le tappe del programma «po­litico» non potevano stare in contrasto coi principi della dottrina che aveva già permeato l'avanguardia del proletariato germanico. Analoga­mente, in Russia nel 1902, il Che fare? di Lenin chiude col progetto di scissione del partito socialdemocratico. Poco oltre, fatta nel 1903 la scissio­ne (gloriosamente in tempo!), il programma è quello che Lenin svolge in Due tattiche; e la formula è dittatura democratica rivoluzionaria del proleta­riato e dei contadini. Nel 1917 essa diverrà, come nei principi immu­tabili, dittatura del proletariato e potere dei Soviet.

In Italia, nel 1919, avevamo tra i piedi il programma socialdemocra­tico di Genova 1892. Si trattò di mutarlo. Solo col nuovo programma è possibile e utile la scissione: poiché «chi non accetta il programma non sta nel partito». Il programma che demmo al partito a Livorno nel 1921 contenne punti di natura non nazionale, ma internazionale. Tale fu la ri­vendicazione della «sinistra». Gli ordinovisti non lo capirono forse, ma lo appoggiarono. Male, se erano della bolsa idea di mettere nel programma le autonomie regionali, la questione meridionale e simili ideologismi sen­za costrutto.

Ma noi fummo in regola con l'IC, in quanto la sua 15° «condizione di ammissione» esigeva dai partiti i quali avevano conservato il loro vecchio programma socialista di elaborarne uno nuovo, e comunista, «nel senso dei deliberati dell’Internazionale» (e, se ci si obietta che ciò doveva av­venire «in modo rispondente alle condizioni particolari del paese in que­stione», rispondiamo che le condizioni dell’Italia erano quelle di un perfet­to paese capitalista moderno, in cui il proletariato doveva avere come unico programma la lotta per la dittatura comunista).

E siamo con questo giunti alla categoria finale; quella della tattica. Non senza aver ricordato che ottenemmo da Lenin e dal congresso la clas­sica condizione 2 l°, secondo cui «i membri del partito che respingono per principio le condizioni e le tesi della Internazionale comunista devono essere espulsi». Noi, qui, a nome del partito di sempre, stigmatizziamo gente «che ne è stata espulsa» secondo le tavole, cioè secondo il dettame di Lenin e di Marx. Espulsa perché serva del capitale.

7. - LE QUESTIONI DI TATTICA PER NOI E PER I BOLSCEVICHI

 

Messe dunque in ordine e definite le «categorie» di cui sulla guida del passo di Lenin abbiamo parlato (Teoria - Principi - Fine - Programma) possiamo circoscrivere bene e definire l'ultima: la Tattica.

Sarebbe insufficiente fare tra le altre categorie e questa importantissi­ma e delicatissima la distinzione formale: la teoria, il fine, i principi, il programma del partito sono «obbligatori» per tutti gli iscritti e tutte le sezioni dell’Internazionale: le direttive tattiche invece sono «facolta­tive», ossia su di esse ognuno può pensare e proporre secondo varie soluzio­ni. Se commettessimo un tale errore di semplicismo, scivoleremmo nella falsa impostazione di quella che potrebbe essere un'altra delle categorie fondamentali del partito comunista internazionale: l'Organizzazione.

Nel marxismo come nel leninismo (che sono una cosa sola), ed in quanto in modo basilare e vitale tale dottrina storica si contrappone all’opportunismo piccolo borghese, ossia anarchico-immediatista e revisionista-socialdemocratico, fondamenti della struttura organizzativa del par­tito comunista sono la disciplina e la centralizzazione. Queste condizioni si risolvono nella unità di azione, senza la quale per noi deterministi perde­rebbe ogni senso l'unità di ideologia e di pensiero. Il partito è quell’orga­nismo nel seno del quale non agisce la libertà di opinione e di condotta. Tale libertà soggettiva e personale contraddice al nostro fine storico, ossia non si contiene nella società comunista, in cui il problema di svincolarsi dalla necessità si pone per la prima volta nella storia in quanto non ha più a soggetto l'uomo-persona, ma l'uomo-specie. Non solo quindi nelle scelte tattiche non è libero ogni militante, ma nemmeno lo è ogni sezione lo­cale rispetto al partito nazionale, e ogni partito rispetto all’Internazionale.

È perciò che anche le questioni tattiche non sono risolte localmente (individualmente, la cosa non è nemmeno pensabile) e neppure nazional­mente: la loro soluzione deve venire (anche nei casi in cui non fosse uniforme per tutta l'Internazionale) sempre dal centro mondiale. L'inver­so di tale posizione marxista è quello che si chiama, con termine sudicio, autonomismo. Secondo tale principio, ogni gruppo locale decide le sue mosse e le attua, gode dello stesso privilegio ad esempio il gruppo parla­mentare; e ne dovrebbe godere ogni partito nell’Internazionale. È la degna versione della vile norma borghese che ogni paese decide i propri «affari interni» senza controllo d'oltre frontiera. Il socialismo vecchia maniera aveva il vano motto: I socialisti non fanno politica estera. Il comunismo rivoluzionario e genuinamente marxista-leninista, quello vero del 1919, disse: I comunisti non fanno politica interna!

Quindi la distinzione esatta non è che nella tattica «ognuno fa come vuole». Per noi materialisti, la possibilità di muovere uniti nasce sul terreno dell’azione, passa solo dopo in quello delle opinioni. La distinzio­ne invece è un'altra: sono questioni di tattica quelle che possono essere risolte in modo non unico, ma multiplo e almeno duplice, senza che sia infranto il legame diretto con la teoria, il fine, i principi, il programma del partito. Ma chi valuta la scelta e la attua è sempre il centro, ossia l'or­gano del partito che risponde alla più larga base territoriale (prima della rivincita dei carognoni, la base era tutto il pianeta) senza che per ora ci fermiamo a discutere di strutture organizzative, di poliarchie, di oligarchie, e peggio ancora dei moderni ignobili vertici.

Non diremo, dunque: Non può restare nel partito chi non ne condi­vide la dottrina i principi e il programma ma può restarvi chi non ne condivide la tattica. Messa la tesi in questa forma da codice personale, se ne concluderebbe che il partito ha una teoria, un fine, dei principi ed un programma, ma non ha una tattica e se la fabbrica secondo le opportu­nità, in modo che i singoli e i gruppi, mentre non possono fare come vo­gliono, debbano però essere predisposti a ricevere ed attuare nella loro azione qualunque tattica dal centro sia «disposta».

Questo varrebbe dire una cosa altrettanto insana quanto quella che la tattica è libera, ossia: la tattica è segreta. Speriamo che non si dica subito che stiamo esponendo la maniera di considerare le questioni tatti­che propria appunto della sinistra, poniamo delle tesi di Roma del 1922, e quindi opposta a quella di Lenin. E lo mostreremo subito tornando un momento alla testè citata condizione ventunesima di ammissione: «De­vono essere espulsi dal partito quei membri che respingono per principio le condizioni e le tesi dell’Internazionale comunista».

Dunque l'obbligatorietà - il termine non è da evitare in quanto lo abbiamo tante volte riportato da Lenin stesso - non si limita ai principi e al programma, ma si estende a tutte le tesi e le condizioni di ammissione stesse del 1920. Ora, in questi storici documenti vi sono indubbiamente enunciazioni fondamentali di dottrina, di principio e di programma, ma vi sono anche soluzioni, indicazioni e normative di vera e propria tattica. L'operazione storica che si svolse dal famigerato 1914 al 1919 e 1920 con la costituzione della Terza Internazionale fu un'operazione squisitamente pratica e che i nostri cordiali nemici ordinovisti chiamerebbero concreta: tagliare nel vivo della vecchia Internazionale fallita e delle sue sezioni e trarne la nuova formazione rivoluzionaria. Un tale grandioso processo sto­rico non poteva essere lasciato alle iniziative e al capricci locali, e peggio «autonomi», ma andava diretto con norme generali, europee e mondiali, alle quali, sebbene transitorie nel tempo e legate allo svolto di quegli anni, andava prescritta la stessa obbedienza che alle tavole teoriche del partito enunciate nel 1847 e valide come tali oggi ancora.

Fu per questo che, fra gli stridi velenosi dei traditori, Mosca, ossia il proletariato mondiale rivoluzionario, ordinò in profili rigorosi non solo la teoria ed i principi ma anche la grandiosa manovra di selezione che si svolgeva in tutti i paesi e contro tutte le bande dei traditori opportunisti; e le torbide eccezioni sollevate da ogni angolo sotto il solito specioso pre­testo di aspetti particolari, di condizioni specifiche ed originali di questo o di quel paese, vennero stroncate senza esitazioni e con un metodo unico e centralmente dettato.

L'argomento è troppo vitale perché non vi dedichiamo almeno poche righe, anche se dovremo riprenderlo sotto un altro profilo nel capitolo che segue. Eccone un rapido tracciato: Gli Statuti adottati al II Congresso riconfermano le posizioni di prin­cipio, dettando nello stesso tempo le norme di azione e di organizzazione. Carattere insieme di principio e di tattica, oltre che di organizzazione, han­no le Condizioni di ammissione, alcune delle quali precisano e fissano l'atti­vità da svolgere nei sindacati, nell’esercito, nelle colonie, ecc. e il lavoro illegale e clandestino. Le Tesi sui compiti fondamentali dell’IC e quelle sul Ruolo del Partito comunista nella rivoluzione proletaria completano la for­mulazione di punti generali di principio con una rassegna della situazione della lotta per la dittatura in tutto il mondo, specialmente in Europa, e con precise norme per l'azione nei principali paesi. Le Tesi sui sindacati e sui consigli di fabbrica sembrano di natura puramente «tattica» in quanto riguardano speciali settori dell’azione del partito; in realtà, sono tutte svol­te col più stretto legame alle questioni di dottrina e di principio. Vi si for­mula l'obbligo per i comunisti di lavorare dovunque si trovino operai or­ganizzati sul terreno economico, e vi si critica a fondo la visione immedia­tista e riformista di questi compiti. In una classica aggiunta di Lenin, che mai gli ordinovisti poterono digerire (par. II/5) si scrive che i consigli di azienda non possono in nessun caso sostituire non solo il partito, ma neppure i sindacati, e che nostro compito è di «sottoporre sindacati e con­sigli al partito comunista».

Le Tesi sulla questione nazionale e coloniale, che suscitarono un fe­condo dibattito di principio diretto contro elementi centristi, regolano una grandiosa questione storica: il tema, certo, è tattico, ma si vede ancora una volta come la tattica non stia da sé, bensì poggi sui principi. Il dibattito sulla questione del parlamentarismo portò a concludere che eravamo tutti sullo stesso terreno di principio, magnificamente svolto nelle Tesi relative e nella loro premessa: distruggere, sabotare il parlamento. Il problema se distruggerlo, oltre che dall’esterno, anche dall’interno, era tattico, e solo la storia doveva provare se era giusto adottare la norma del «parla­mentarismo rivoluzionario» (Bukharin, comunque, non poté mostrarci, co­me gli chiedemmo allora e poi, un bilancio non fallimentare di quest'ulti­mo), o quella dell’astensionismo; ma, nell’un caso o nell’altro, la sua solu­zione poggiava fermamente su punti dottrinari indiscussi e indiscutibili. Per le Tesi sulla questione agraria, vale quanto si è detto per quelle nazionali e coloniali: erano risoluzioni di diretto effetto pratico di azione, ma vi si ar­rivò attraverso un dibattito sui principi e in forza di essi.

Resta così ben chiaro che tutto questo insieme di norme, il cui rispetto fu prescritto come condizione di milizia nel movimento, tocca l'intera gam­ma degli argomenti in cui si plasma la vita del partito, dalla dottrina all’azione; e fissa la tattica del partito nell’epoca storica su di una linea che in tutti i luoghi e tutte le nazioni dev'essere rispettata. Queste decisioni eb­bero il loro immediato riflesso sul processo di formazione dei partiti comu­nisti, e per suo mezzo sulla lotta del proletariato. Il bilancio che oggi se ne può fare potrà dire se la scelta nei vari casi fu la migliore, ma soprattutto non può escludere che la normativa tattica debba essere unitaria e costante nel partito rivoluzionario, e non essere cosa sottaciuta o negletta.

È quindi assodato 1) che, per Lenin come per noi, non si concepisce neppure tattica che non si leghi ai principi cosicché essi «formano tutt'uno» (scriveva «Il Soviet» del 4.I) nel senso che sono inseparabili; 2) che, d'al­tra parte, compito centrale del movimento comunista - che per lui come per noi era per definizione mondiale, e mondialmente unico -, non com­pito locale e periferico, è stabilirne le linee maestre. Se, in tale cornice (oggi certo intollerabile, perché troppo stretta, per i teorici del policentri­smo), la manovra di Lenin seppe essere mirabilmente agile (soprattutto nel senso - che per noi, ripetiamo, era ed è il nocciolo vero della «que­stione tattica» - del giudizio sicuro, lucido e attento dei rapporti di forza), non lo fu mai in antitesi, in dispregio e anche solo a detrimento dei principi.

Se divergenza ci fu coi bolscevichi - e non saremo noi a negarne l'esistenza - essa non riguarda né poteva riguardare il necessario e stret­tissimo collegamento fra termini diversi come i principi e la tattica; gli è - e fu una disgrazia che i bolscevichi non capissero la nostra insistenza su tale punto - che la questione non poteva considerarsi risolta né nell’immediato, cioè nei confronti di partiti nati immaturi o appena appena nascenti, né a lunga scadenza, con l'affidarsi all’indiscussa e sovrana mae­stria di un capo (o di uno stato maggiore formatosi alla sua scuola) nel tener fisso l'occhio alla bussola dei principi pur navigando nel difficile mare della contingenza e nel riconoscere nelle svolte turbinose di questa, nel cosiddetto «imponderabile», il filo di situazioni sicuramente previste e dei mezzi non meno sicuramente previsti per fronteggiarle. La questione della tattica, cioè appunto del muoversi sul piano locale e temporale in armonia con l'impostazione strategica generale della battaglia, quindi dei suoi obiettivi, servendosi di mezzi che per quanto variabili non siano mai incompatibili col risultato da conseguire, è certo la più ardua per il partito della rivoluzione comunista; ma lo è e lo sarà tanto più in quanto la si lasci aperta, il che significa affidarne la soluzione a comandanti e sottocomandanti che si suppongono premuniti contro la caduta in gravi deviazioni da uno speciale addestramento... ginnastico. L'impiego dei termini militari come appunto strategia e tattica non deve indurre in errore: il partito non è un esercito di cui si possano muovere a piacere i soldatini facendoli sparare cannoni che sono comunque, nei due campi avversi, gli stessi, come suppergiù lo è il terreno sul quale la manovra tattica si svolge; qui né le armi sono neutre, buone per l'un esercito come per l'altro, e tali che il loro maneggio non influisca su chi le usa, né è indifferente il terreno sul quale si tratta - e tanto basta - di vincere una battaglia; al contrario, «l'esercito» deve qui operare con armi proprie, o finirà, magari vincendo, per aver... cambiato bandiera, cioè dottrina, fini, principi, e deve poter scegliere il terreno adatto non solo per battere fisicamente l'avversario, cosa che è solo una parte della vittoria finale, ma per batterlo in un certo modo piuttosto che in altri, e soprat­tutto per uscire dallo scontro eguale a se stesso, anzi rafforzato, nel pos­sesso della sua armatura teorica, programmatica ed organizzativa, e di un'influenza reale su tutti gli altri fattori in gioco: parti esitanti della stessa classe operaia, frammenti di altre classi e semiclassi, settori «neutri» della complessa realtà politica e sociale ecc. Noi ignoravamo così poco l'incidenza di tutte queste variabili, che ne tentammo una sistemazione organica nelle Tesi di Roma del 1922, preoccupandoci soprattutto - a dimostrazione anticipata che non eravamo e non siamo i teorici né della impazienza né della offensiva ad ogni costo - di situazioni di faticosa preparazione all’attacco, invece di quelle, relativamente facili, di attacco ormai scatenato; e da allora nulla ci ha mai potuti convincere (tutto, semmai, ci ha confermati, alla prova dei troppo celebri fatti, nella convin­zione contraria) che una sistemazione dei problemi tattici fosse impossibile o andasse a detrimento della necessaria prontezza, rapidità e perfino agilità di manovra; che un partito per definizione chiuso nella teoria, nei fini, nei principi, dovesse o potesse invece essere aperto nella loro applicazione pratica - e aperto fino al limite, non certo protetto da misure organiz­zative come la più tarda e sciagurata «bolscevizzazione», della indifferenza.

Noi - tanto per fare degli esempi «concreti» - eravamo e siamo così poco amanti dei «salti nel buio», dei putsch a giusta ragione pa­ventati da Lenin per i giovani ed inesperti partiti dell’Occidente, che, in risposta a coloro i quali traevano pretesto dalla precipitosa ritirata del KPD, dopo l'avventura di Kapp, per esaltare la cautela del PSI «nel non accedere alle impazienze che potrebbero far precipitare l'azione in un movimento prematuro destinato all’insuccesso e a consolidare per conse­guenza le forze della conservazione borghese», scrivevamo: «Noi non abbiamo alcuna fretta né alcuna impazienza, giacché sappiamo che nessuna rivoluzione è stata fatta né sarà mai fatta dalla volontà di uomini o di gruppi», ma aggiungevamo che questa certezza ci imponeva con urgenza un compito attivo: quello di preparare l'organo-guida della rivoluzione, il partito, ed armarlo di tutte le sue risorse ideali e materiali (1). Eravamo e siamo così poco fanatici della «torre d'avorio», che po­tevamo sottoscrivere il riconoscimento da parte del partito tedesco della mancanza della «necessaria premessa» alla dittatura proletaria nel 1920 avanzato: la premessa cioè di «un forte partito comunista, sostenuto dalla coscienza rivoluzionaria della popolazione lavoratrice», senza sban­dare però nel senso della «leale opposizione» ad un «governo operaio»(vedi oltre): e del resto, perché saremmo stati proprio noi, un anno dopo, senza aspettare l'imbeccata di Mosca, a batterci per il fronte unico sindacale in Italia? Eravamo così estranei allo sciocco dispregio dei mezzi legali di azione eventualmente «offerti» dall’avversario, non per suo diletto e piacere ma per necessità, che, nel respingere la partecipazione alle elezioni e al parlamento, chiedemmo che ci si avvalesse però di tutti i mezzi e le forme di propaganda consentiti, comizi elettorali in primis, per illustrare le ragioni e perorare l'efficacia politica dell’astensionismo, come d'altra parte eravamo tanto estranei al dilettantismo barricadiero del massimali­smo o del falso comunismo di parlamentari convertiti sulla via di Mosca-Damasco, che, chiamati a dirigere il PCd'I nei primi due anni di vita, fummo gli unici, in Occidente, ad organizzare un apparato illegale a prova di bomba - e ce ne diede atto, fra i pochissimi elogi amministratici, la destra di Tasca e Graziadei, vestale dell’«agilità» da scimmiette in contrapposto alla nostra rigidità da elefanti (2). Il problema per noi era e resta quello di fissare un limite - e un partito internazionale deve sa­perlo segnare in modo netto - oltre il quale la manovra si converte da mezzo utile e indispensabile in mezzo inutile e dannoso, l'orrore del putschismo diventa, come nel KPD 1920, legalitarismo imbelle, il parla­mentarismo rivoluzionario precipita come nel PCF in cretinismo parla­mentare, la ricerca della necessaria influenza tra le masse diventa codismo, e viceversa la giusta consapevolezza della propria natura di partito di attacco, e di attacco permanente, alla società borghese diventa garibaldinismo idiota, rifiuto perfino della battuta d'arresto, non diciamo poi della ritirata, strategica o tattica che sia, come nel KPD 1921; il limite oltre il quale, insomma, si espone il movimento alla rovina. Nella guerra militare e civile si «rischia», certo, ma non come al gioco d'azzardo: la scienza e l'arte della guerra consiste appunto nel sapere prima fin dove è lecito rischiare. Nell’esercito si può saperlo senza dirlo; non così nel partito politico rivoluzionario, nel quale non solo si deve sapere dov'è il limite, ma bisogna dire a tutti, chiaramente, dove l'organizzazione l'ha fissato.

Ed è vero che il II Congresso (ed altri successivi a maggior ragione, via via che prendeva piede la moda delle tattiche ondeggianti) munì l'Ese­cutivo mondiale di ferrei poteri d'intervento nel caso di sbandate o anche solo di autorizzazioni ad allentare i lacci delle clausole, tanto «rigide» da suscitare gli strilli indignati di mezzo mondo socialista (anche se, per forza di dialettica materialistica, troppo «molli» per noi), delle «condi­zioni» di ammissione. Ma con questo il problema non era chiuso: il centro dirigente non è al riparo da deviazioni più che non lo sia la «base», o lo è alla sola condizione di essere a sua volta vincolato da una normativa superiore, stabile e impersonale, la stessa che tutto il partito riconosce e rispetto alla quale esistono funzioni e quindi autorità diverse all’«alto» e al «basso» della piramide, proprio perché non v'è diversità di movimento fra l'uno e l'altro, non v'è per nessuno l'accidente del caso, dell’imprevisto o, se si vuole (tanto per fare una concessione del tutto esteriore ai sempi­terni timorosi della prevaricazione dei capi), dell’arbitrio.

Fissare il limite tattico è codificare non tanto quello che si deve fare, quanto quello che non si può fare senza recare grave pregiudizio alla com­pattezza e omogeneità dottrinale, programmatica e organizzativa di quella milizia che è il partito, chiunque lo diriga, qualunque maestro di teoria e di azione la storia generi dal suo seno come accade - si disse di Lenin - solo «ogni cent'anni». Di questa compattezza e omogeneità, il centralismo - se occorre, nelle mani di uno solo - è condizione necessaria ma non sufficiente; e a questa insufficienza non è mai un rimedio la famosa «consultazione»; lo è solo il possesso, comune a centro e base, di un metro di orientamento unico, che il primo è tenuto ad applicare e la seconda non ha ragione di respingere - se lo respingesse, si metterebbe fuori dall’organizzazione - perché l'ha accettato e lo riconosce come proprio; nel che è anche il motivo della nostra critica al «centralismo democratico» e della nostra invocazione di un «centralismo organico».

Se ne vuole la conferma pratica? Nel 1920, i nostri dubbi potevano legittimamente essere posti a tacere di fronte alla «garanzia» di uno stato maggiore efficiente per provata esperienza come quello bolscevico: se noi li ripetemmo (e ci rammaricammo di passare per... uccelli del malaugurio) è perché avevamo fissi gli occhi, da buoni materialisti dialettici, alle eventualità non del «presente» ma dell’«avvenire», nel cui grembo è riposta, accanto alla vittoria, anche la sconfitta e con essa lo stritolamento o, che è peggio, lo sbandamento degli stati maggiori; e ricordammo che perfino in campo militare la morte o lo sfacelo di questi non è un dramma, disfatta contingente a parte, se e fino a quando sussistono le forze molto più grandi, decisive ed imperiose che fanno il nerbo di uno stato, per non parlar di una nazione. E l'avvenire che cosa ci ha detto, se non che, nel giro di pochi anni, sull’onda delle tattiche disancorate il partito della rivoluzione non solo cambiò volto (che potrebb'essere stato il prodotto, come fu in gran parte, di circostanze obiettive), ma nella dégringolade non si lasciò dietro neppure un brandello di gomena per la risalita dalla china almeno di un'esile pattuglia di militanti della vecchia o della giovane guardia? È così che si pagava lo scotto di una «elasticità» troppo facil­mente scambiata per «libertà tattica»!

Si tratta di questioni e discussioni di natura eminentemente pratica, fondate su precise previsioni degli effetti nelle diverse ipotesi di applica­zione: oggi non è difficile verificare a quali risultati abbia condotto l'espe­rienza degli eventi. Si sono sperimentate, l'una dopo l'altra, le tattiche che noi non volevamo: è stato tolto ogni limite, non solo il nostro, e l'ef­fetto è la rovina del movimento, l'abbandono della sua stessa teoria, la distorsione del suo fine, lo sfiguramento del suo programma, l'abiura dei suoi principi. Occorre altro per stabilire che la «libertà tattica» è madre, necessariamente, della libertà tout court; quella «libertà» di non essere più vincolati da nulla contro la quale fin dalle prime pagine del Che fare? si scaglia Lenin? L'avevamo preannunciato nel capitolo di apertura; l'abbiamo ripetuto ora che abbiamo potuto dimostrare, testi alla mano, come ai nostri occhi l'esito fosse scontato. E non dice nulla il fatto che coloro i quali, Maddalene pentite, aderirono a Livorno non avendo ancora assimilato la teoria, i principi, i fini, i programmi dell’internazionale nei suoi giorni di indimenticabile splendore, e subendone come folgorati l'inesorabile guida, siano poi venuti in avanscena, esecu­tori finalmente convinti per avervi ritrovato se stessi, quando Mosca liquidò senza volerlo né saperlo gli uni e gli altri e gli altri ancora in nome di un empirismo tattico senza più confini, acquistando, come si è detto di Gramsci e Togliatti, «statura internazionale» nella stessa misura in cui il Comintern l'andava perdendo?

Vogliamo concludere con una frase lapidaria nascosta nelle pieghe dello stesso Che fare? di Lenin? Nella sua battaglia in difesa del «dog­matismo» contro la «libertà di critica», si incastona come un gioiello il teorema formulato nel nr. 4 dell’Iskra: «Quel piano sistematico di azione, illuminato da principi fermi e rigorosamente applicato, che è l'unico che meriti il nome di tattica» (3). La tattica un «piano sistematico» che tragga lumi da «principi fermi» e sia applicato con rigore? Addio allora «libertà di movimento»! Certo. Appunto questo volevasi dimostrare...

(1)       Nota su L'atteggiamento dei comunisti tedeschi ne «Il Soviet» del 16.V.1920 in risposta al «Corriere Biellese». Si vedano anche le Tesi della Frazione.

(2)       Schema di tesi della «minoranza» del CC del P.C.d'I in vista della Confe­renza nazionale di Como, in «Lo Stato operaio», II, n. 6 del 15.V.1924, punto 30. Con la scimmietta e l'elefante, Bukharin soleva raffigurare nei suoi schizzi durante le riunioni dell’Esecutivo dell’Internazionale la posizione di Graziadei, ritenuta almeno in questo la più «bolscevica», da un lato, e quella di Bordiga e della Sinistra «italiana» dall’altro.

(3)   Che fare? Editori Riuniti, Roma 1972, pag. 81.

8. - LA TURPE MENZOGNA DELL’«OPPORTUNISMO» LENINISTA

 

Una delle mode ora in auge consiste nel decretare con accademica e soddisfatta sicumera che nel 1920 l'Internazionale comunista era ormai preda dell’opportunismo (e si pretende di trovarne la prova appunto in deviazioni tattiche: non riflettono queste - si dice - una deviazione di principio?) e quindi nel deplorare che la Sinistra attendesse per rom­pere con essa il 1926; ed è una moda che converge con l'altra della rivalutazione dei tribunisti, consiglisti, kaapedisti, e relativa leggenda del «marxismo europeo» o «occidentale» (Linkskommunismus), cui an­drebbe il merito di aver visto allora quello che noi tardammo tanto a riconoscere, e di aver agito in conseguenza uscendo già nel 1921 dal Comintern.

Va detto qui con estrema energia che non abbiamo nulla da «rive­dere» sul nostro atteggiamento di allora per la semplice ragione che l'Internazionale era di fatto e rappresentò ancora a lungo la più alta con­quista di cui il movimento proletario comunista fosse allora capace, il fondamento sul quale soltanto si potessero costruire le premesse di ulte­riori e più complete acquisizioni, questo fondamento essendo costituito dall’integrale ristabilimento della teoria, dei principi e del programma del comunismo rivoluzionario, e nulla dovendosi lasciare intentato perché le smagliature tattiche, che sarebbe antimarxista ed antidialettico iden­tificare immediatamente con storture di principio - anche se possono tradirne l'inizio o, alla lunga, generarle -, fossero corrette come era possibile correggerle in forza della salda base teorica sulla quale si muove­vano i bolscevichi. Se qualcosa si può dire del «marxismo europeo» è che, qualora fosse esistito nelle sue presunte incarnazioni olandesi, o tedesche, o altre, il suo compito sarebbe stato proprio quello che mai queste si assunsero né potevano assumersi, cioè di opporre alle dubbie tattiche e ai controversi metodi organizzativi l'argine di principi altrettanto validamente ancorati alla teoria, e fornire alla direzione «russa» dell’In­ternazionale un apporto di deduzioni tattiche ad essi rigorosamente col­legate. La verità è che chi ruppe nel 1921-22 fu appunto e soltanto chi portava con sé il fardello di ideologie non marxiste, e individuò «l'oppor­tunismo» del Comintern in forza di criteri del tutto simili a quelli di anarchici, anarcosindacalisti e operaisti, e altrettanto a giusta ragione condannati e condannabili alla luce del marxismo. Noi denunziammo fin dal 1920 il pericolo «di destra»; ma altro è ammonire sul pericolo chi ha tutte le carte in regola per poterlo gagliardamente superare, e svolgere l'utile funzione di «anticorpo» in un organismo sano e vigoroso, altro è strillare al naufragio e al «si salvi chi può». Il pericolo di ricadute nel vecchio Adamo è sempre in agguato nella vita di un'organizzazione rivolu­zionaria, e, finché questa esiste come tale, si lotta nel suo seno per sven­tarlo, non fuori, giacché essa sola possiede nelle proprie file le condizioni della rinascita - o dovrà consumarsi tutto un ciclo di esperienze negative prima che, non per volontà di singoli o gruppi, ma per determinazione oggettiva, la marcia in avanti possa riprendere. Perciò noi fummo contro ogni impazienza anche nei confronti di decisioni pur giudicate manchevoli ed infelici, e per il paziente, tenace, instancabile lavoro di richiamo del partito mondiale della rivoluzione sulla giusta via, nella ferma coscienza che o da noi dell’Occidente supercapitalista sarebbe venuto nell’ora grave del pericolo (e addirittura della minaccia) l'aiuto a guardarlo in faccia con la serena certezza della propria forza, o nulla avrebbe impedito alla scia­gura tanto temuta di abbattersi su tutti noi. Dall’Occidente non solo non venne nulla, ma si trasfuse nell’area dell’Ottobre glorioso tutta la gracilità, l'immaturità, la miopia, la sufficienza cattedratica, di un movimento che, se qualcosa esprimeva dal suo seno avvizzito, era da un lato l'inerzia storica della tradizione secondinternazionalista, dall’altro il falso sinistrismo di gruppi per altro verso malati di democrazia, e pronti - essi, gli am­mazzasette dei «marxismo europeo» - a rifugiarsi prima o poi sotto le ali socialdemocratiche dopo aver fieramente rotto con l'Internazionale comunista «degenerata» degli anni venti.

Il pericolo esisteva, ma era qui, nell’Europa pienamente borghese e capitalistica; nelle sue tradizioni democratiche incancrenite; nel suo ritardo a percorrere la via sulla quale i bolscevichi erano i primi nella convinzione mille volte ripetuta di dover essere storicamente gli ultimi; nella sua pre­cipitosa «conversione» alla moda del giorno e nella sua sostanziale fedeltà alla prassi di sempre. Se v'era un opportunismo strisciante o perfino rampante, nessuno aveva il diritto di rinfacciarlo ai bolscevichi meno di un Occidente incapace di compiere i primi rudimenti di pulizia in casa propria, e maturo a tutto fuorché a presentarsi di fronte all’eroico proletariato russo e al suo stupendo partito con un volto nuovo, il volto del marxismo riconquistato e posseduto nella sua possente interezza. Ci si renderà conto, una volta per tutte, che il movimento proletario e comunista europeo (centro-occidentale europeo, se si preferisce) negò allora alla milizia russa, la cui audacia aveva puntato tutto sulla sua entrata in campo, la linfa vitale se non di una rivoluzione avvenuta, almeno di un avvio e di una preparazione ad essa? Che là il tempo era corso tanto in fretta, quanto qui correva terribilmente adagio? Che, se era un rischio foriero di sciagure inseguire il fantasma di una sinistra dell’USPD o illudersi di potersi servire - salvo poi metterli da parte - di arnesi alla Cachin o alla Crispien, non molto di più né molto di meglio offrivano - quanto a solidità di basi dottrinarie e ad ortodossia marxista - un KPD precocemente dissan­guato ed ora oscillante fra i poli opposti del legalitarismo e dell’avventu­rismo estremo, o un KAPD malato di antichi morbi antimarxisti? Che molto spesso, soprattutto nei nostri riguardi, il giudizio dei bolscevichi e dello stesso Lenin finì per essere oscurato dalla diffidenza più che legittima per il ripullulare di vene sotterranee extra ed anti-marxiste (per non dire pre-marxiste) su tutto l'orizzonte europeo, e dal sospetto che sotto le vesti di un rovente «estremismo» si nascondessero gli ostacoli secolari ad una sana visione rivoluzionaria? Se l'equivoco, almeno per quanto ci riguarda, si produsse, non è sugli uomini della «cittadella assediata» che se ne deve gettare la croce, ma sugli uomini del pasticcio di vera destra e di falsa sinistra prosperanti nel cuore stesso della rivoluzione mondiale, la cui presenza caparbia e petulante viziò ogni dibattito, falsò ogni giudizio, irrigidì nell’errore di valutazione chi aveva mille volte provato di poterlo correggere, a cui il senso di disperato isolamento di chi lottava per uscirne. Gli storici che si vogliono «obiettivi» non capiranno forse mai la com­plessità di una situazione oggettiva di pauroso ritardo che rendeva arduo e addirittura impossibile ai bolscevichi di veder chiaro, e a noi di aprire loro gli occhi. Era la rivoluzione nell’area in cui soltanto esistevano le condizioni materiali del passaggio al socialismo, che batteva il passo: non erano i bolscevichi a tradirla prima ancora che scoppiasse! Tanto va detto, contro i dotti e indotti professori d'oggi, e tanto disse la Luxemburg nel capitolo finale di una troppo celebre brochure, a vibrante difesa dei soli che avessero osato e combattuto quando nessuno si levava a brandire le armi!

La questione dev'essere posta su un altro piano. Lenin e i bolscevichi puntavano allora sul disegno grandioso di «giocare» le forze ritardanti sulla scena mondiale della lotta di classe, come erano riusciti a «giocarle» sulla scena russa, non grazie alla bassa cucina diplomatica che purtroppo si farà strada in quelli che abbiamo chiamati gli anni di «miseria» del Comintern, ma grazie alla felice congiunzione del rigore teorico, della chia­rezza programmatica e della solidità organizzativa al centro politico del movimento internazionale comunista, con lo slancio di masse proletarie generosamente spinte all’assalto - e per quanti anni rimaste instancabilmente sulla breccia! - dai terribili sussulti di una crisi postbellica sia pur giudicata più prossima alla finale esplosione di quanto in realtà non fosse: in tale prospettiva, che non ci passò mai per la mente - pur nelle mai sottaciute riserve - di definire a buon mercato «opportunista», sottovalutarono le capacità di resistenza e seduzione di una democrazia tempratasi in cent'anni di esercizio del potere, di manovre corruttrici, di plastico adattarsi alla pressione nemica per adattare a sé ed integrare nelle sue strutture almeno uno strato della classe oppressa e certo, in enorme prevalenza, il suo stato maggiore politico. Il disegno poteva riuscire; nulla vietava teoricamente che riuscisse. Ma, al di là di un possibile successo immediato, non aveva alternative: caduta una delle sue variabili, si sarebbe perduto non solo nel presente ma anche nel futuro. La nostra via, non «scelta» ma imposta da una valutazione più esatta dei rapporti di forza, era lunga e scevra di promesse inebrianti (perché vicine), ma in compenso sicura, perché era la classica via battuta dai marxisti, esemplari fra tutti i bolscevichi, nel gettare le fondamenta soggettive della battaglia finale. Si trattava per noi di sconfiggere il nemico annidato in seno alla classe sapendo di non poterlo vincere d'astuzia o in una breve schermaglia ai margini della grande avanzata - condizione preventiva per non ritro­varci sotto il suo tallone non di cartapesta, purtroppo, ma di ferro.

È in questa luce che, come provano i testi, guardammo la situazione e le sue prospettive in Europa, e il modo e la via per affrontarle: è qui che sorse, ma fra compagni di una stessa milizia, il dissenso - che da parte nostra non significò mai, finché rimase limitato a questioni tattiche, per giunta secondarie, rifiuto della disciplina, rottura organizzativa. Dob­biamo parlarne diffusamente, perché solo conoscendo le oggettive «ambi­guità» della situazione del movimento operaio internazionale in quella fase si capiscono sia la grande luce, sia le prime ombre, le incertezze, le contraddizioni del vero congresso del Comintern: il Secondo.

9, - L'INFAME GIOCO DEGLI INDIPENDENTI IN GERMANIA

 

Dalla ripresa delle pubblicazioni in gennaio, l'attenzione de «Il Soviet» si rivolge, assai più che all’Italia, alla scena europea delle lotte di classe e del nascente movimento comunista.

Abbiamo già ricordato tanto il suo giudizio sostanzialmente negativo sugli sviluppi in seno o ai margini della SFIO, quanto le sue riserve sull’invito rivolto dalla III Internazionale a gruppi come gli IWW ameri­cani e gli Shop Stewards inglesi ad entrare nelle sue file - non perché la Frazione ignorasse l'enorme potenziale rivoluzionario racchiuso in orga­nizzazioni operaie che si erano splendidamente battute, prima e durante la guerra, contro l'opportunismo e lo sciovinismo della statunitense AFL o delle inglesi Trade Unions, ma perché riteneva questione di principio che all’Internazionale risorta dovessero aderire soltanto partiti politici costituiti sulla base di programmi e principi marxisti, non organismi economici unicamente caratterizzati dalla loro composizione proletaria o da un generico, anche se indubbiamente sincero, slancio classista (1).

Malgrado l'interesse per gli svolgimenti nelle aree latina ed anglo­sassone (documentato dal notiziario internazionale presente in ogni nu­mero de «Il Soviet») e nel resto del mondo, il vero nodo della situazione era tuttavia in Germania e nel Centro Europa in generale, non solo e non tanto per la contiguità con l'area russa, quanto e soprattutto perché la fine della guerra e i dislocamenti politici e sociali che l'avevano tumultuo­samente accompagnata ne facevano l'epicentro della crisi mondiale capita­listica e quindi anche dell’attesa avanzata proletaria. Qui il 1919 era stato un anno di lotte ardenti, e il loro epilogo dovunque tragicamente sfortunato non incideva sullo splendido ardore di una classe operaia in incessante battaglia. Il bastone socialdemocratico si era abbattuto con rabbia feroce su questi combattenti indomiti non solo a Berlino e a Monaco, ma ad Amburgo e a Brema, nella Ruhr e in Sassonia, a Vienna e a Budapest, e i nomi di Noske e Scheidemann suonavano in tutta l'Europa come grido d'infamia contro un partito nel quale lo stato maggiore guglielmino e i vertici della grande industria avevano cercato - e trovato - rifugio come nell’unica forza capace di imbrigliare prima e cannoneggiare poi gli operai in agitazione o in sciopero: solo grazie ad esso, non per capacità proprie di sopravvivenza e contrattacco, la borghesia tedesca aveva doppiato felicemente il «capo delle tempeste» degli ultimi mesi del 1918 e dei primi del 1919. Era la funzione storica - scontata per i bolscevichi come per noi - dell’opportunismo, pattuglia di «luogotenenti della borghesia» nelle file del proletariato, forte degli appoggi di quella «aristocrazia operaia» della quale costituiva e costituisce la espressione politica e organizzativa come la sovrastruttura ideologica.

Ma - e questo è il punto cruciale - l'opera assassina della social­democrazia aveva trovato la sua copertura, e l'avrebbe trovata anche in prospettiva, nell’azione subdola e ben più rovinosa (come aveva tante volte ammonito Lenin durante il conflitto) del centro, incarnato in Ger­mania dall’USPD (Unabhängige Sozialdemokratische Partei Deutschlands) - o, come si diceva correntemente allora, dagli Indipendenti - di Kautsky e Hilferding, di Haase e Dittmann. Il cinismo dei beccai socialdemocratici trovava il suo pendant nel cinismo dei professori «indipendenti» pontifi­canti sulle rive della Sprea e del Danubio, con l'aggravante che il primo non nascondeva il suo grugno porcino, mentre il secondo lo celava dietro una fraseologia classista o addirittura «rivoluzionaria», espressamente calcolata per raccogliere nella rete di riserva del legalitarismo riformista i proletari sfuggiti con sdegno ed orrore alla grande rete dei «maggioritari».

Oggi si sa (allora non si poteva che supporlo, ma non per questo il giudizio da parte nostra fu meno severo) che tutta la storia dell’USPD si è svolta in funzione del terrore di uno spostamento delle masse operaie verso la sinistra rivoluzionaria, che si trattava di impedire o almeno ritardare preventivamente. Nelle lettere di Kautsky a F. Adler, le mosse compiute dal gran muftì sin dal 1915 in sincronia con la crescente popolarità dei «ragazzacci Carlo e Rosa» schieratisi contro l'union sacrée in edizione tedesca, si leggono come in un diagramma: È nel giugno 1915, all’indomani dei primi moti per la pace, che - consenziente la direzione del partito, ben lieta di aprire una valvola al sordo malumore serpeggiante nelle sue file - un gruppo di deputati socialdemocratici protesta (coi debiti riguardi, s'intende) contro la politica di «pace sociale» (Kautsky, per sventare il pericolo di una radicalizzazione della «base», avrebbe voluto che già nell’agosto '14 si accompagnasse al voto dei crediti di guerra la richiesta che servissero soltanto per operazioni di difesa contro il... barbaro aggressore, e in nome di una futura pace di «giustizia»). È nell’aprile 1916, quando già è avvenuta la conferenza nazionale (gennaio) della Sinistra guidata dagli spartachisti, e quando alla Conferenza interna­zionale di Zimmerwald è già seguita quella di Kienthal, che i deputati «ribelli» organizzano al Reichstag la Sozialdemokratische Arbeitsgemein­schaft (oggi si direbbe «collettivo di lavoro» socialdemocratico) in nome della... sicurezza nazionale ormai assicurata, e quindi della cessazione delle ostilità. È nell’aprile 1917, quando la Luxemburg è in carcere ormai da due anni e Liebknecht da uno mentre in Russia è già scoppiata la «prima rivoluzione», che al congresso di Gotha l'ala «sinistra» della socialde­mocrazia si costituisce in partito autonomo, appunto l'USPD, con un pro­gramma di «pace mediante intesa fra i popoli, senza annessioni dirette o mascherate, attraverso la limitazione degli armamenti e l'istituzione di corti arbitrali obbligatorie», e lo slogan davvero professorale a chiusura del suo manifesto: «Pane e sapere per tutti! Pace e libertà per ogni popolo!». È il 10 novembre 1918, quando già tutta la Germania è in fiamme e il giorno prima il Kaiser ha abdicato (presentandosi al balcone per arringare una folla immensa, Scheidemann - lo racconterà egli stesso - ha visto lo spettro orrendo della rivoluzione bolscevica e, per illumi­nazione divina, procede alla non voluta dai suoi compagni proclamazione della Repubblica); è il 10 novembre che l'USPD - quindici giorni dopo aver offerto a Liebknecht la condirezione del partito e aver poi cercato di attirarlo in una combinazione ministeriale - forma con «l'odiato» SPD un governo paritetico, detto dei «Delegati del popolo» e sedicentemente eletto dai Consigli (Räte) di deputati degli operai e soldati, costituitisi dovunque sulla scia del luminoso esempio russo; e i due compari a braccetto provvedono al trapasso indolore dal regime di Guglielmone a quello che sarà per altri cinque anni il regime di Ebert, assicurando il pacifico rientro e poi la smobilitazione dell’esercito, smorzando gli ardori «inconsulti» delle masse proletarie, tenendo in piedi e al massimo rinnovando al vertice l'apparato militare e burocratico esistente, facendo decretare dal con­gresso dei Räte in dicembre le prossime elezioni all’Assemblea nazionale e la subordinazione del potente Consiglio esecutivo operaio di Berlino al Consiglio dei Delegati del popolo con tutto il suo corteggio di generali e funzionari guglielmini (2), finché, superato il delicatissimo momento e col pretesto del massacro di Natale - nulla di nuovo né di peggio rispetto ai bagni di sangue perpetrati dal governo a due - il 29 dicembre l'USPD riprende il suo posto all’opposizione: e, non a caso, alla vigilia della fondazione del Partito comunista e dei tragici moti berlinesi del gen­naio 1919.

Tornerà al governo? Non sia mai: il suo compito è chiaramente altrove; urge impedire una radicalizzazione politica delle masse lanciate dovunque nella fornace delle lotte sociali da condizioni di vita insoste­nibili; urge offrire, come si direbbe oggi nel campo dei pronipoti del più consumato opportunismo, un'alternativa - che non sia lo spartachismo - alla socialdemocrazia maggioritaria screditata. Ed ecco lo stesso partito il quale si fa paladino dell’integrazione dei Räte nella costituzione di Weimar, quindi della loro castrazione, e fornisce i suoi «economisti» ed «esperti» (cominciando da Hilferding per finire con Karl Korsch) ai piani di «socializzazione» dell’industria mineraria e pesante con cui si baloccherà per oltre un anno il proletariato, e i suoi dotti «teorici» - Kautsky in testa - alla denigrazione della dittatura bolscevica e alla pontificale condanna del terrore rosso, ecco questo stesso partito giocare alla rivoluzione a Berlino (gennaio e marzo) e a Monaco (aprile), solo per compromettere i generosi e troppo ingenui spartachisti in moti da esso scatenati e subito traditi; eccolo far leva sui reparti di... assalto dei Revolutionäre Obleute (fiduciari rivoluzionari), come già durante il cruciale 1918, per scendere dalla cattedra e mescolarsi agli operai con­trollandone, cioè smussandone, le spinte eversive. Eccolo avvolgere un programma di «riforme di struttura» solo un tantino più radicale di quello maggioritario nel manto di proclamazioni arieggianti gli slogan... dell’Ottobre, e agitarlo di fronte agli occhi dei proletari come cinico specchietto per le allodole. Eccolo infine, abilissimo - durante gli epi­sodi di alta tensione sociale - nel lanciare il sasso e ritirare subito la mano, mobilitare i grossi calibri del «marxismo», durante i periodi di riflusso, per sfornare tesi e programmi in concorrenza con quelli del KPD o dell’IC. Se il massimalismo italiano manteneva la sua presa sulle masse e intralciava il processo di selezione di un'avanguardia rivoluzionaria marxista con la retorica tronfia dei comizi e con l'eclettismo delle enun­ciazioni programmatiche, il centrismo «indipendente» si distingueva e assolveva ben più efficacemente il proprio compito - per un sottile gioco di equilibrismi dottrinali sulla corda tesa di un'azione pratica invariabilmente gradualista e parlamentare-democratica, e, godendo di una relativa impunità dalle persecuzioni cui invece era sottoposto lo spartachismo, rafforzava il suo controllo sui sindacati e il suo prestigio fra le masse elettorali (nelle elezioni alla costituente, nel febbraio 1919, i voti raccolti dall’USPD erano stati 2.186.305 contro gli 11.112.450 dell’SPD, il partito socialdemocratico maggioritario; nel giugno '20 i primi saliranno a 4.894.317 mentre i secondi scenderanno a 5.614.452; gli iscritti passeranno da 100.000 circa ad oltre 300.000).

Al Congresso straordinario del 2-6 marzo 1919 a Berlino, l'USPD aveva formulato una «dichiarazione programmatica» in cui, preso atto che «nel novembre 1918 gli operai e soldati rivoluzionari di Germania hanno conquistato il potere statale [!!], ma non hanno consolidato la propria forza e superato il dominio di classe capitalistico» e che la «lotta di emancipazione [del proletariato] non può essere condotta se non da esso stesso, e non soltanto [!!] con le organizzazioni esistenti, essendo a ciò necessaria anche [!!] una nuova organizzazione proletaria di combat­timento», additava quest'ultima nel «sistema dei Consigli», che «af­fascia le masse operaie nelle aziende in vista di un'azione rivoluzionaria, assicura al proletariato il diritto all’autogoverno [!!] nelle fabbriche, nei comuni e nello Stato, realizza la trasformazione dell’ordinamento econo­mico capitalistico in quello socialista». Presunto vessillifero del proleta­riato rivoluzionario nella sua lotta di emancipazione, «l'USPD si pone sul terreno del sistema dei Consigli, li appoggia nella loro lotta per il potere economico e politico, aspira alla dittatura del proletariato, rappre­sentante la grande maggioranza del popolo, come necessaria condizione per la realizzazione del socialismo, che sola porterà al superamento di ogni dominazione di classe, alla soppressione di ogni dittatura, alla vera democrazia». E, «per raggiungere questo scopo, esso si serve di tutti i mezzi di combattimento politici ed economici, compresi i parlamenti; respinge gli atti di violenza disordinati ed inconsulti; ha per fine non l'eli­minazione di persone, ma la soppressione del sistema capitalistico», dopo di che la mozione elenca tutti i punti di un programma minimo di riforme, primo fra tutti (e il solo... realistico) «l'inserimento del sistema dei con­sigli nella costituzione tedesca e la partecipazione determinante dei con­sigli alla legislazione, all’amministrazione statale e municipale, e al fun­zionamento delle aziende», cioè appunto la loro esautorazione come «or­gani rivoluzionari», in una girandola di proposte in parte demagogiche, in parte solo apparentemente radicali, le più totalmente compatibili con lo status quo riverniciato alla... Kautsky-Hilferding.

La mistificazione tocca però il vertice al successivo congresso straor­dinario di Lipsia, svoltosi dal 30 novembre al 6 dicembre 1919. Il «pro­gramma di azione» in esso approvato svolge i punti giù fissati in prece­denza, per concludere con la seguente dichiarazione:

 

«La dittatura del proletariato è un mezzo rivoluzionario per l'abolizione di ogni classe e la soppressione di ogni dominio di classe, per la conquista della democrazia socialista [??J. Consolidatasi la società socialista, la dittatura del proletariato cessa, e la democrazia socialista [daccapo] raggiunge il suo pieno sviluppo. L'organiz­zazione della società socialista avviene in base al sistema dei Consigli che, nel suo senso più profondo [vedi oltre], vi assurge pure a massima affermazione. Il senso più profondo del sistema dei Consigli è che i lavoratori, depositari dell’economia, creatori della ricchezza sociale, promotori della cultura [nel senso tedesco di Kultur, e volevamo ben dire che non sarebbe mancato l'inno a questa antica dea dell’Olimpo bismarckiano], devono essere anche i depositari responsabili di tutte le istituzioni giuridiche [??] e di tutti i poteri politici. Per raggiungere questo scopo l'USPD si avvale sistematicamente, in comunione coi sindacati rivoluzionari [??] e con l'organizzazione proletaria dei Consigli [una nuova Santissima Trinità ma quale il Figlio quale il Padre, quale lo Spirito Santo?], di tutti i mezzi di lotta politica parlamentari ed economici. Il mezzo di lotta preminente e decisivo e l’azione di massa [non meglio specificata]. L'USPD respinge l'azione violenta di persone e gruppi singoli. Il suo fine non è la distruzione di mezzi di produzione [l'accenno alle persone, forse sgradito alla «base», è qui sostituito dall’accenno... alle macchine], ma la soppres­sione del sistema capitalistico».

 

       Il partito è poi convinto «che mediante l'affasciamento delle masse proletarie cui esso mira, sarà affrettata e assicurata la vittoria completa e duratura del proletariato: in questo senso, l'USPD si prefigge anche la creazione «di un'efficiente Internazionale rivoluzionaria degli operai di tutti i Paesi», giacché gli Indipendenti sconfessano bensì la II Interna­zionale in quanto respingono «ogni politica che si proponga unicamente [!!!] delle riforme nell’ambito dello Stato di classe capitalistico», con­cordano bensì con la III Internazionale «nella realizzazione del sociali­smo mediante la dittatura del proletariato sulla base del sistema dei Con­sigli» (inseriti nella costituzione!!!), ma vedono nel Comintern un fan­tasma che potrà mettere carne ed ossa solo il giorno in cui l'USPD, pre­vie le dovute garanzie, ne farà parte; e la mozione infine approvata dà

 

«mandato alla direzione di aprire subito trattative con la Terza Internazionale e con i partiti socialrivoluzionari di tutti i Paesi sulla base del programma del Partito [bello: «trattative» come da... potenza a potenza prima, poi da potenza con un suo programma vincolante a pseudopotenze che devono accettano come neces­sario piedestallo del... negoziato] per... rendere così possibile con la III Internazionale un' Internazionale proletaria completa ed efficiente [aktionsfähig, in grado di agire: evidentemente, senza i professori dell’austro e germano marxismo, si è delle larve «incapaci di azione»!!] che sia, nella lotta di emancipazione della classe operaia dal giogo del capitale internazionale, un'arma decisiva per la rivoluzione mondiale» (3).

 

Appena conosciute, col solito ritardo, anche in Italia, queste deli­berazioni di una grossolana ipocrisia nei giri e rigiri delle loro formule contorte avevano riscosso il plauso incondizionato dell’«Avanti!», a conferma della tesi svolta nella seconda lettera della nostra Frazione alla Internazionale che il massimalismo nostrano nasceva dallo stesso ceppo del centrismo tedesco. Il commento del “Soviet» dell’8 febbraio fu in­vece ferocemente demolitore (4) (i corsivi sono i nostri):

 

Il nuovo programma degli Indipendenti

 

«Il Congresso di Lipsia del Partito Socialista Indipendente di Germania ha approvato nello scorso mese di dicembre il nuovo programma che riportiamo nella parte essenziale [...].

«La preoccupazione da cui erano evidentemente dominati coloro che. hanno redatto questo documento è stata quella di avvicinarsi alle enunciazioni del program­ma comunista, tenendosi però suI terreno delle affermazioni prudentemente generiche.

«Così il programma giunge ad affermare che il proletariato deve conquistare il potere politico, ossia abolire il dominio dello stato capitalistico, per sostituirvi l'or­ganizzazione del potere proletario sulla base del sistema sovietico. Ma non osa dire che ciò è appunto la dittatura del proletariato. Questa sarebbe non il fine, ma sol­tanto il "mezzo rivoluzionario per eliminare tutte le classi e per arrivare alla de­mocrazia socialista".

Questa formula è quanto mai equivoca. Anzitutto non si dice esplicitamente che il potere proletario, il sistema dei Consigli, la dittatura del proletariato, come voglia dirsi, sono fondati sulla esclusione dal diritto politico di coloro che apparten­gono alla classe borghese.

«Si preferisce saltare su questa definizione nella quale è tutto il contenuto storico della rivoluzione proletaria, per arrivare frettolosamente alla finalità ultima della eliminazione delle classi, nella quale tutti, dal socialdemocratico all’anarchico, sono concordi.

«Questa estrema finalità non esclude che - secondo la formidabile dialettica marxista che gli allievi di Karl Kautsky hanno barattato nella più deplorevole inde­cisione teorica - la reale finalità storica attuale del proletariato rivoluzionario sia la formazione di uno stato di classe che, al difuori di ogni pregiudizio democratico, metta in condizioni di inferiorità politica i membri della classe capitalistica durante la non breve epoca storica della sua eliminazione.

«Ma gli indipendenti preferiscono chiudere gli occhi su simili orrori e cor­rere subito col pensiero alla società socialista quale sarà dopo l'abolizione delle classi, per dire che si verificherà la democrazia socialista (?). Meglio avrebbero detto che si verificherà allora la sparizione di ogni potere politico e dello stato quale organo di dominio di una classe su di un'altra.

«All’opposto, il programma afferma che proprio nella società socialista (volendo intendere: dopo la fine dell’ostico periodo della dittatura) il sistema soviettista avrà il suo pieno sviluppo e i lavoratori saranno i depositari dell’autorità politica.

«In tale epoca invece non vi sarà bisogno di autorità politica e forse sarà di­venuto diversissimo dalle forme che noi pensiamo il sistema soviettista.

«Ciò che i comunisti proclamano e gesuiticamente gli indipendenti si sfor­zano di tacere senza parerlo, è che proprio nel periodo di transizione, ossia quando ancora vi sono dei borghesi, i consigli dei lavoratori devono avere tutta l'autorità politica, poiché i borghesi ne devono essere totalmente privati.

«Preghiamo i compagni di considerare l'abilità con la quale è redatta questa parte del programma che si presta ad una doppia interpretazione per cercare di ac­contentare da una parte quelli che si tengono ai canoni socialdemocratici, dall’altra quelli che tendono verso il comunismo.

«Ancora più vaga è la parte finale che riflette i mezzi tattici.

«Il famoso concetto dell’adozione di tutti i mezzi ricorda stranamente quello che fu tra noi l'integralismo, il cui erede è oggi il massimalismo elezionista.

«Si parla di azione delle masse, ma si rigetta l'azione violenta di gruppi o di persone, senza dire che si abbraccia il metodo della azione violenta del proletariato, disciplinata e condotta dal partito di classe.

«Finalmente viene suonata la campana fessa dell’unità proletaria e qui può misurarsi tutta la distanza che divide i socialisti indipendenti tedeschi dai metodi della III Internazionale, il cui cardine è l'intransigente separazione dei comunisti da ogni altro movimento che non sia sulle stesse rigorose direttive programmatiche».

 

Non meno severo era stato il giudizio del Comitato esecutivo della III Internazionale (l'EKKI, come si è soliti designarlo) nella lettera inviata tre giorni prima, il 5 febbraio, al Comitato centrale del KPD e al Presidium dell’USPD (5), e rimasta a lungo sconosciuta perfino in Ger­mania. Essa segue la traccia del «Progetto di risposta del PCR alla let­tera dell’USPD» steso da Lenin (6), nello smascherare le reticenze con cui gli indipendenti circondavano la loro adesione al principio della dit­tatura proletaria incarnata nel «potere dei Soviet» e che li assimilavano al «ricostruttori» tipo Longuet in Francia: vano e controrivoluzionario nascondere che «il sistema sovietico è la distruzione della menzogna borghese che chiama "libertà di stampa" la libertà di corrompere la stampa, la libertà per i ricchi, per i capitalisti, di comprare i giornali, la libertà per i capitalisti [...] di falsare in tal modo la cosiddetta "opinione pubblica"» (e lo stesso dicasi per la libertà di riunione, per l'«armamento del popolo, per la libertà di coscienza e per tutte le altre libertà bor­ghesi»); vano e controrivoluzionario nascondere che «dittatura del pro­letariato vuol dire rovesciamento della borghesia ad opera di una classe, il proletariato, e precisamente della sua "avanguardia"» (ed «esigere che quest'avanguardia conquisti in precedenza la maggioranza del popolo mediante elezioni che si svolgono mentre esiste la schiavitù salariale [...], esigerlo o supporlo significa in realtà abbandonare completamente il punto di vista della dittatura del proletariato per passare di fatto al punto di vista della dittatura borghese»); vano e controrivoluzionario nascondere che «dittatura del proletariato vuol dire coscienza della necessità di schiacciare con la violenza la resistenza degli sfruttatori, la volontà, la capacità, la decisione di farlo» («respingere [...] la violenza, il terrore, significa seminare le illusioni reazionarie dei filistei sulla pace sociale»); vano e controrivoluzionario nascondere che «la stessa cosa vale per la guerra civile [giacché], dopo la guerra imperialistica, di fronte ai gene­rali e agli ufficiali reazionari che esercitano il terrore contro il prole­tariato, di fronte al fatto che nuove guerre imperialistiche già vengono preparate dall’attuale politica di tutti gli stati borghesi - e non solo vengono consapevolmente preparate, ma discendono anche, con oggettiva ineluttabilità, da tutta la politica di questi stati - deplorare, in una situazione simile, la guerra civile contro gli sfruttatori, condannarla, temerla significa diventare in realtà dei reazionari» (e «l'atteggiamento mellifluo, piccolo-borghese e sentimentale degli indipendenti tedeschi e dei longuettisti francesi verso la guerra civile ha proprio questo carattere reazionario»); vano e controrivoluzionario nascondere, infine, che «ditta­tura del proletariato e potere sovietico significano chiara consapevolezza della necessità di spezzare, di fare a pezzi l'apparato borghese dello Stato (anche se democratico e repubblicano)». Bisogna invece spiegare fin da ora agli operai e contadini come «ogni rivoluzione (a differenza delle riforme) significa di per sé una crisi, e una crisi assai profonda, tanto politica, quanto economica» e si deve «avere il coraggio di affrontare audacemente questa crisi e trovare nelle misure rivoluzionarie [si noti tutta la potenza di questa affermazione] la fonte delle forze necessarie per supe­rarla» non temendo di affrontare «i più duri sacrifici». Senza questo (ed altro), «il riconoscimento» della dittatura del proletariato resta soltanto verbale - esattamente come predicavamo noi.

Ma il timbro della nostra critica (7) è più duro. Certo Lenin scrive:

 

«L'unica cosa giusta è di non unirsi agli indipendenti e ai longuettisti in una stessa Internazionale, e aspettare che le masse rivoluzionarie degli operai fran­cesi e tedeschi correggano le debolezze, gli errori, i pregiudizi, l'incoerenza di par­titi come quelli degli indipendenti e dei longuettisti»; aggiunge però:

«il PCR non si rifiuta di conferire con tutti i partiti che desiderano conferire con esso e conoscere la sua opinione».

 

A sua volta l’EKKI, mentre esige l'espulsione della destra dell’USPD quale premessa di eventuali incontri, parla non più dì «conferire», ma di «entrare in trattative con i partiti che si dichiarano pronti ad una definitiva rottura con la II Internazionale», e chiede loro, a questo scopo, di inviare propri rappresentanti a Mosca. Ora, dalla durezza delle critiche - d'altronde mai attenuate dai bolscevichi proprio nei confronti del «centrismo» -, è chiaro che l'obiettivo perseguito da Mosca era di stimolare una rottura all’interno dell’USPD fra dirigenza e base, fra destra e «sinistra»; ma è altrettanto certo che in tal modo - e di là dalle intenzioni migliori - si inaugurava un metodo apparen­temente di più rapido effetto, in realtà improduttivo quanto il classico lavoro delle Danaidi, ma soprattutto suscettibile di obliterare agli occhi degli operai la netta demarcazione, l'invalicabile linea di confine che, a nostro parere (e secondo tutta la prassi dei bolscevichi), nulla poteva e doveva confondere, perché era stata la storia stessa a tracciarla col sangue di migliaia di proletari.

Non solo si sopravalutava (e fin qui si resta nei limiti dell’apprezzamento dei rapporti di forza) quella che per noi era, e i fatti conferme­ranno essere, una fantomatica e comunque equivoca «sinistra indipen­dente» - e nel dicembre successivo la si accetterà nel KPD divenuto «Partito comunista unificato di Germania» (VKPD), solo per vederne di nuovo fuggire un anno dopo gli esponenti maggiori, e restare le mezze figure destinate più tardi a fungere da luogotenenti e sicari dello stalinismo nella spietata liquidazione del movimento comunista mondiale (i Thälmann e compagnia...) e a figurare come tali nel pantheon dei santi martiri della controrivoluzione -, ma 1) si cadeva nell’ingenuità - che era insieme una prova di debolezza - di servirsi, per avvicinare le masse, dello spurio canale di un partito con il cui vertice «trattare» da pari a pari (e tale fu la beffa in cui finì la manovra, che la lettera non ebbe risposta a causa degli... impegni elettorali assorbenti degli alti papaveri dell’USPD, e non fu mai resa pubblica col pretesto della... mancanza di carta: vigeva il contingentamento, e le elezioni avant tout!); 2) anche ammesso che la pubblicazione del documento potesse favorire una chiarifi­cazione nelle file indipendenti, a tale risultato si sarebbe contrapposto, elidendolo, un ben più grave disorientamento in seno all’avanguardia co­munista abituata da una crudele esperienza a vedere nel partito di Kautsky e Hilferding il nemico dichiarato della rivoluzione e della dittatura proletaria e a non ritenere neppur lontanamente possibili son­daggi e approcci nella sua direzione; 3) dichiarandosi «consapevole delle complesse situazioni e delle peculiarità specifiche dello sviluppo della rivoluzione» nei diversi paesi, e accettando di metterle a base di «trat­tative», l'EKKI apriva uno spiraglio ad attenuazioni, concessioni, eccezioni al programma unico del partito mondiale, purtroppo destinate, durante le fasi di riflusso della guerra di classe, a spalancare le porte addirittura ai rottami dell’opportunismo rendendo difficile quella stessa difesa contro la «moda dei soviet» che pure la III Internazionale pro­clamava (a giusta ragione) urgente e decisiva; 4) scavalcando il partito comunista locale, si ammetteva in pratica l'esistenza di organizzazioni parallele invece di riconoscerne pubblicamente una sola e invitare i mili­tanti sinceramente convertiti al comunismo rivoluzionario ad aderire individualmente ad essa seguendo la normale trafila di qualunque militan­te; si screditava obiettivamente il KPD a favore di un «alleato» più che dubbio. Era un metodo diseducatore perché politicamente e quindi organizzativamente disorientatore: i delegati al II Congresso che si trove­ranno davanti i Crispien e i Dittmann, i Cachin e i Frossard, non esprimeranno con ciò uno sdegno retorico o moralistico; esprimeranno una sana e legittima reazione di classe! Quanto alla lettera, e all’invito di mandare una delegazione in Russia (invito ripetuto il 27 maggio, il 2 giugno e il 15 luglio (8) e infine graziosamente accolto), è certo che l'EKKI si preoccupava della difficoltà di farsi sentire attraverso il veicolo naturale di un KPD ridotto alla quasi illegalità, e credeva di poter girare l'ostacolo gettando così una bomba in seno all’USPD; ma per noi, che combattemmo sempre - per ragioni di continuità ed efficienza, non per scrupoli morali - simili vie contorte, la scelta della «strada breve» lasciava aperto il quesito se l'imboccarla avrebbe piuttosto ostacolato che favorito il già difficile processo di formazione del partito mondiale rivoluzionario del proletariato.

Il «Soviet» ignorava lo scambio epistolare, ma è caratteristico che già nel numero di febbraio esso si schieri con l'organo dei comunisti della Svizzera romanza, «Le Phare» (poco conta se diretto da Humbert-Droz, un altro per il quale risulterà ben presto troppo duro «invecchiare da marxisti»), nel lanciare l'allarme sulla «entrata nella Terza Interna­zionale di partiti e frazioni socialiste centriste che hanno finora oscillato deplorevolmente fra la seconda e la terza» e nell’invocare nei loro con­fronti la massima «intransigenza» e un estremo (la parola non ci ha mai spaventato) «settarismo». L'epurazione o meglio scissione delle sezioni nazionali era per noi il primo presupposto dell’adesione al Co­mintern, e a ciò avrebbero provveduto, «meglio che tutte le trattative centriste [...], i principi di Mosca». «La III Internazionale non ha d'altronde bisogno degli indipendenti tedeschi per attirare a sé la massa operaia - concludeva «Le Phare» - ; l'evoluzione economica e la situa­zione storica [noi avremmo aggiunto: «la fermezza organizzativa e il rigore delle posizioni programmatiche dell’Internazionale»] s'incaricano di questa missione». Mosca si illuse di potersi aprire, col favore delle circostanze e attraverso uno sforzo sovrumano di inquadramento dei recalcitranti (9), una via più breve: la storia mostrerà che questa via non esiste e, quando si crede di averla trovata, ci si accorge troppo tardi che porta nella direzione opposta a quella anticipata. E sarà amaro doverne ribadire la conferma a controrivoluzione avvenuta.

 

(1) «È evidente - ripeterà «Il Soviet» del 23 maggio 1920 - che l'Internazionale è organo politico e non può comprendere che i partiti politici. Gli organismi economici potranno formare l'Internazionale sindacale, già in via di costituzione, e aderente e subordinata a quella politica». (Da Le tendenze nella III Internazionale, qui riprodotto a pagg. 534-538).

(2) Il comunicato emesso il 10 novembre dai rappresentanti dell’ SPD e dell’ USPD diceva: «Il governo è formato esclusivamente da socialdemocratici, che sono delegati del popolo a parità di diritti [...]. Il potere politico risiede nei consigli degli operai e dei soldati» (di cui dunque il gabinetto è un semplice delegato). La mozione votata il 18 dicembre in sede di congresso stabilisce invece: «Il Congresso generale dei consigli degli operai e dei soldati di Germania, che rappresenta l'intero potere politico [!!!], trasmette il potere legislativo ed esecutivo [tutto, dunque) al Consiglio dei Delegati del popolo, finché l'Assemblea costituente non decida in altro modo». AI Consiglio generale non resta che un potere di... «sorveglianza par­lamentare» sul governo: la lancetta - per iniziativa degli «artefici della non rivoluzione» tedesca - ha fatto un giro di 180" gradi.

(3) La questione dell’adesione a Mosca era stata oggetto di un acceso dibattito: Hilferding aveva escluso, come soluzione «soddisfacente del problema della ricostru­zione dell’Internazionale», sia il tentativo di Bruxelles, screditato dall’adesione ri­formista alla guerra imperialistica, sia quello di Mosca, la cui Internazionale «ha un carattere specificamente comunista, settario, e nessuna prospettiva di riunire in sé per la lotta socialista le grandi e decisive masse popolari dell’Occidente industriale», e aveva quindi lasciata aperta la porta a trattative con... l'una e l'altra Internazionale messe sullo stesso piano; Stöcker per la «sinistra» aveva proposto l'adesione a Mosca combinata con l'impegno a farvi aderire «i partiti socialrivoluzionari [ancora una volta non meglio specificati] dì tutti i Paesi»; Ledebour aveva messo un po' più d'acqua nell’aceto hilferdinghiano, proponendo le solite trattative con qualunque «organizzazione socialista rivoluzionaria si dichiari per l'organizzazione dei consigli e la dittatura del proletariato». Infine, si era votata la mozione di compromesso di cui abbiamo citato alcuni brani. Circa la serietà della «sinistra», basti rilevare che al II Congresso di Mosca Stöcker difenderà «la prassi totalmente rivoluzionaria del suo partito», esalterà «lo sviluppo teorico» compiutosi nelle sue file dal 1918 in poi, prometterà un «avvicinamento al KPD, ora che [!!] si è posto su un chiaro terreno marxista», mentre sarà fra quelli che dichiarano «di potersi benissimo imma­ginare delle situazioni in cui siano inevitabili misure terroristiche» ma di non poter elevare a norma della prassi «rivoluzionaria» il terrore!

(4) Riportando un articolo molto critico di F. Misiano sull’USPD, lo stesso numero annotava: «Solo in questo divergiamo da lui: nel pensare egli che molta differen­za ci sia tra gli indipendenti e i massimalisti elettorali-unitari d'Italia».

(5) Riportata in «Die Kommunistische Internationale», nr. 9 pagg. 152 segg.

(6) Opere, Ed. Riuniti, XXX, pagg. 302-310.

(7) Cfr. anche la prima parte dell’articolo La situazione in Germania e il movimento comunista nel «Soviet» dell’11 giugno, riprodotto in appendice; nonché l'articolo su Il pensiero del Partito Indipendente Tedesco, dove si mette in berlina la geniale proposta di mandare Kautsky ed altri al governo insieme coi maggioritari, dopo il putsch di Kapp, ma obbligandoli preventivamente a lasciare il partito...!

(8) Questa volta, ai soli iscritti all’ USPD (cfr. «Kommunistische Internationale», nr. 12, pagg. 324-6).

(9) Che i bolscevichi guardassero con ottimismo eccessivo - anche se giustificato in chi si dibatteva in difficoltà enormi mentre la rivoluzione europea tardava - alle deliberazioni del congresso di Lipsia, risulta fra l'altro dal discorso di Lenin Nell’anniversario della III Internationale (Opere) XXX pag. 381), dove si prende atto che «perfino i capi» dell’USPD e della SFIO «sono stati costretti a riconoscere la dittatura del proletariato e il potere dei soviet - e ciò perché la massa degli operai, che fa sentire la sua voce, li ha costretti a farlo». Lungi dall’essere «l'ultimo colpo decisivo inferto alla II Internazionale», questo riconoscimento era in realtà il mezzo estremo per salvarla, magari nella forma di Internazionale 2 e mezzo!

10. - IL «CAMMINO Dl GOLGOTA» DELLO SPARTACHISMO

 

Bisogna peraltro constatare (e la cosa non poteva sfuggire agli occhi dei bolscevichi) che il Partito comunista di Germania (Lega di Spartaco) non solo stentava a risollevarsi dallo spaventoso bagno di sangue dell’inverno e della primavera 1919, ma tradiva un'immaturità le cui radici affondavano nel corso travagliato della sua formazione negli anni di guerra (e, in parte, nel periodo prebellico, come va detto per concludere che lo spartachismo non riuscì mai a svincolarsi completamente dal pas­sato secondinternazionalista).

Al fondo del pensiero della Luxemburg, già nelle polemiche del 1906 (Massenstreik Partei und Gewerkschaften), ma soprattutto di fronte alla tragedia dell’adesione socialista alla guerra, c'era la visione - grandiosa se vista alla scala soprastorica - di una classe operaia che lungo la via crucis - il Golgothaweg, per dirla con le sue parole - di erramenti, accecamenti, tradimenti e resurrezioni, avrebbe infine riconquistato nell’azione il tesoro perduto delle sue finalità massime, del suo programma, della sua «co­scienza» teorica, e quindi avrebbe ritrovato se stessa nella sua globalità, recuperando e rigenerando non solo il partito, ma i molti partiti generati dal suo grembo e smarritisi lungo l'accidentata strada. Così, lo sciopero generale o di massa, suprema lezione per la Luxemburg del 1905 russo anche per l'Occidente, avrebbe ringiovanito per contraccolpo le strutture anchilosate delle organizzazioni sindacali e ridato slancio al partito caduto nel greve sonno di un'ortodossia puramente accademica, in realtà fradicia di opportunismo. Così, la ripresa delle lotte di classe, malgrado e contro la pace sociale durante la guerra imperialistica, avrebbe bruciato le scorie della scandalosa abiura dei «capi» e fatto balzar fuori dalle sue ceneri la fenice di una nuova Internazionale veramente socialista; partecipe di questo processo, la Sinistra ne sarebbe stata la registratrice teorica più che l'anima, l'avrebbe non tanto anticipato quanto seguito; comunque, avrebbe atteso di farsene dettar l'iniziativa dalle «masse».

Una simile visione, che da un lato, come osserva Lenin, fa della rivoluzione un processo puramente oggettivo e dall’altro sfuma inconsciamente nell’idealismo, sembra ignorare che la presa rivoluzionaria e l'eser­cizio del potere (mai concepiti dalla Luxemburg, sia bene inteso, come fatti... parlamentari) non sono il punto d'arrivo del ciclo attraverso il quale la classe nella sua interezza prende coscienza della sua missione storica materialmente determinata e non saputa, ma ne sono il primo requisito, l'indispensabile punto di partenza; quella spietata lacerazione del tessuto sociale e politico che sola permetterà, attraverso un lungo e difficile processo, di raggiungere il traguardo del comunismo. E questa frattura storica ne presuppone altre due: 1) prima (e allora, ma ancor più oggi) assai prima della grande journée, frattura tra l'avanguardia cosciente, anche se esile, e la maggioranza della classe ancora inquadrata in organizzazioni politiche, e a maggior ragione economiche, compromesse col regime; quindi, fra il partito rivoluzionario e i partiti opportunisti; 2) nella fase di ascesa verso l'insurrezione, frattura tra le grandi masse spinte all’assalto del potere borghese non dalla coscienza delle finalità da raggiungere ma da determinazioni materiali più forti di ogni consape­volezza immediata e l'ottusa, recalcitrante, reazionaria retroguardia di aristocrazie operaie frammiste a sottoproletariato e a frange proletarizzate ma infide di piccola borghesia. Questo processo di decantazione in seno al proletariato non è un fatto di «coscienza» né della totalità e neppure della maggioranza della classe; è un problema di incontro fra il partito-avanguardia, portatore di una coscienza e conoscenza che il prole­tariato potrà raggiungere solo dopo, e molto tempo dopo aver agito rendendo possibile la conquista del potere, e la crisi sociale; in cor­rispondenza ad esso, è un problema di incontro fra la previous organiza­tion del partito (per dirla con Marx) e la classe nelle sue falangi com­battenti, tanto più combattive quanto meno frenate dalla «coscienza» dei vantaggi materiali che dovrà sacrificare e che eroicamente sacrificherà.

In questo cataclisma - che esige l'entrata in campo «spontanea» delle grandi masse, ma presuppone per realizzarsi la preventiva esistenza del partito, per piccolo che sia - non si recupera nulla delle scorie, che devono al contrario essere tutte bruciate, o si sarà vinti; e in questo senso la dittatura, la guerra civile e il terrore - come abbiamo ricordato nelle parole di Lenin - sono gli indispensabili mezzi non solo per abbat­tere la classe dominante, ma per liberare la classe già dominata dal peso della inerzia storica, della sua condizione di dipendenza anche «spiri­tuale», delle sue limitazioni materiali; sono la fonte della sua nuova forza e il preludio - se si vuole - di una sua futura ed integrale presa di coscienza.

È banale dire (e deplorare) che gli spartachisti tardarono troppo a separarsi dai socialisti maggioritari prima, dagli indipendenti poi. È vero; ma il fatto non è casuale - è la risultante inevitabile del loro modo di concepire il percorso della lotta di emancipazione proletaria. Eroica­mente, pagando meravigliosamente di persona, Luxemburg e Liebknecht si erano ribellati all’ignominia dell’union sacrée: eppure, il leitmotiv di tutti i loro proclami, dal '14 al '18, è l'affermazione che non essi ma i capi hanno rotto col partito; è il partito che deve «dal basso» schie­rarsi con loro contro i dirigenti; è la base che deve scindersi dal vertice, prima che gli spartachisti, con la base, se ne scindano. Non sono loro a prendere l'iniziativa della scissione (non saranno espulsi prima del gen­naio 1917), né, messi alla porta, saranno loro a respingere le offerte degli indipendenti; e non perché non abbiano il coraggio di assumersene la responsabilità - il coraggio anche personale è l'ultima cosa che si possa contestare ai galeotti del 1915-1918, ai martiri del gennaio 1919! -, ma perché, nella loro tipica visione, questa iniziativa non spetta a loro bensì alla classe nel suo insieme: è l'atto finale, non il principio, della sua «catarsi», e, di questa, l'avanguardia politica è partecipe, sì, ma non protagonista. La socialdemocrazia li tollera nel proprio seno: vecchia volpe, sa che espellendoli anzi tempo conferirebbe loro un'aureola di popolarità temuta peggio del demonio: accettando di rimanervi, inconscia­mente, essi ne fanno l'abile gioco. Cacciati, trovano ospitalità nell’USPD contro la concessione di una parvenza di «autonomia», e ripercorrono lo stesso calvario - giacché di questo indubbiamente si tratta - contri­buendo a perpetuare fra le masse l'equivoco di un partito convertitosi alla fraseologia rivoluzionaria solo per evitare la sciagura di un trionfo di Spartaco. Vi restano in tutti e due i mesi durante i quali Haase, Dittmann e Barth condividono con Ebert, Scheidemann e Landsberg la responsabilità di un potere che è di acciaio temprato per i proletari in tumulto, e di «gelatina» per grandi borghesi, junker, generali e burocrati dell’ancien régime; solo dopo che la loro richiesta (15 dicembre) di un congresso straordinario dell’USPD è stata respinta, cominciano ad organizzarsi come gruppo a sé; solo dopo che lo scandaloso Congresso dei consigli operai (16-21 dicembre) si è rifiutato anche solo di ammet­tere alle sue sedute Liebknecht e Luxemburg, scomodi guastafeste, certo, in un'assemblea chiamata a liquidare le ultime parvenze di una «dualità di poteri» indicendo le elezioni all’Assemblea costituente per il 19 gen­naio 1919; solo allora si costituiscono in Partito Comunista di Germania (Lega di Spartaco), o KPD(S), e lo fanno con mille esitazioni e perfino resipiscenze, per trovarsi pochi giorni dopo di fronte alla disperata constatazione d'essere paurosamente in ritardo sul moto istintivo, pode­roso ma caotico, delle masse berlinesi, isolati e insieme travolti dalla marea, impotenti a dirigerla quanto a frenarla - come avevano potuto i bolscevichi nel luglio '17 - prima di esserne sommersi nel disastro, l'irrimediabile disastro del gennaio e del marzo.

Beninteso, il giudizio critico dello spartachismo deve essere dato nello spirito in cui Lenin, nell’ottobre 1916, commentò (1) le tesi e la brochure di Junius-Luxemburg Die Krise der Sozialdemokratie: da rivo­luzionari a rivoluzionari. Nella fatale esitazione a rompere col centro, a riconoscere il legame fra «socialdemocrazia e opportunismo», fra i Legien e i Kautsky, a «dare forma completa alle parole d'ordine rivoluzionarie e educare sistematicamente le masse in questo spirito», bisogna saper vedere un fatto non soggettivo ma oggettivo, la «debolezza» di una sinistra «avvolta da tutte le parti nell’ignobile rete dell’ipocrisia kautskiana» e sottoposta alla pressione o anche solo alla forza d'inerzia di un am­biente ostile. Fu questa tragedia collettiva a schierare l'eroico drappello di assertori del socialismo contro la canea sciovinista sull’equivoco fronte della maggioranza di Zimmerwald e Kienthal, abbracciante perfino gli indipendenti tedeschi e i socialisti italiani (anche di destra) nell’indeter­minatezza di una risoluzione che chiamava i proletari a battersi non per «la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile» secondo la tagliente formula di Lenin, ma per una «pace senza annessioni e senza indennità» (2); a suggerire alla stessa Luxemburg, come si indi­gnava Lenin, la contrapposizione al «difesismo» maggioritario di un altro difesismo basato sulla rivendicazione della «repubblica unitaria e demo­cratica», sola e «vera patria» degna d'essere difesa; e, infine, a ritardare quell’inesorabile processo di decantazione delle forze sane del socialismo internazionale dalle sue scorie putride, in cui doveva essere il segreto dell’Ottobre bolscevico. La rivoluzione non si «fa», certo, senza le masse, ma è proprio Lenin ad insegnare nei fatti, dopo averlo predicato in teoria, che per ritrovarsi con le masse all’appuntamento della rivolu­zione bisogna aver saputo essere contro corrente (contro i «partiti operai borghesi» in cui si esprimono gli umori temporanei delle masse e che, nello stesso tempo, coltivano questi umori) nei periodi di reazione o anche solo di riflusso. Lo spartachismo, che attendeva dalle masse la sanzione della condanna a morte sul piano teorico e programmatico dell’infame connubio segreto socialsciovinismo-opportunismo, e della rottura con esso sul piano pratico e organizzativo, doveva perdere i suoi figli migliori in moti ai quali non essi ma proprio gli indipendenti avevano dato l'avvio (o che, quanto meno, avevano favorito pro domo sua) pronti a tirarsene indietro in tempo per lasciare scoperti al piombo di Noske - senza neppure lo scudo di masse che si riconoscessero in loro - Liebknecht, Luxemburg, poi Jogisches, poi ancora Leviné, tutti ricaduti dopo la scissione nell’eterno tranello dell’«unità proletaria».

Lenin poteva chiedersi, nel 1916, se questo ritardo rispetto all’ur­gere dei fatti reali non era «un caso», ed augurarsi che lo fosse: a distanza, e amaramente, dobbiamo dire che tale non fu. E non solo per le ragioni già esposte. In un altro brano di una straordinaria lucidità, sempre durante la guerra, Lenin ricordava la memorabile battaglia di cui era stata protagonista la Luxemburg nel 1905-1906, e che aveva portato al riconoscimento più o meno esplicito da parte della socialdemo­crazia tedesca dello sciopero di massa (o generale) come una delle armi fon­damentali della lotta di classe. Ma aggiungeva che in tempo di guerra (e tanto varrà per lui anche nell’ardente dopoguerra) lo sciopero generale si converte necessariamente in guerra civile, e la guerra civile chiede bensì lo sciopero ma non può fermarsi ad esso, deve sfociare nella insurrezione armata.

Giustamente, parlando dei «molti comunisti occidentali che non si sono ancora sbarazzati del loro modo fatalistico di affrontare i principali problemi della rivoluzione», Trotsky scriveva nel 1924:

 

«Rosa Luxemburg ne è ancora il tipo più significativo e ricco di talento. Psicologicamente lo si comprende senza difficoltà. Essa si era formata, per così dire, nella lotta contro l’apparato burocratico della socialdemocrazia e dei sindacati tedeschi.

Instancabilmente, aveva dimostrato che quest'apparato soffocava l'iniziativa del proletariato. A ciò non vedeva altro rimedio che un'irresistibile spinta delle masse che spazzasse via tutte le barriere e le difese messe in piedi dalla burocrazia del rifor­mismo. Lo sciopero generale rivoluzionario, che andasse oltre tutte le rive della società borghese, era divenuto per lei sinonimo della rivoluzione proletaria. Ma, quale che sia la sua potenza, lo sciopero generale non risolve, ma si limita a porre il problema del potere. Per impadronirsi del potere bisogna organizzare l'insurrezione basandosi sullo sciopero generale» (3).

 

Nulla meglio del discorso della Luxemburg al congresso di fonda­zione del KPD, il 1 gennaio 1919, che pure è un vigoroso richiamo all’essenza rivoluzionaria del marxismo, un solo grido di «ritorno al Manifesto dei Comunisti!» contro l'incancrenita prassi parlamentare e gra­dualista della II Internazionale, nulla meglio di questo discorso mostra come nella prospettiva spartachista lo sciopero generale non sia una delle ma­nifestazioni e uno dei mezzi della rivoluzione proletaria; è la sua unica manifestazione e il suo unico mezzo, unico al punto da nascondere alla vista dei proletari (e ciò, nel programma di un partito comunista, significa escludere) l'insurrezione armata e la funzione centrale e centra­lizzatrice, in essa, del partito: l'unico partito rivoluzionario marxista.

Il punto è vitale, e bisogna seguirlo fino alle sue conseguenze estreme. Per la Luxemburg (4), il passaggio del governo dall’équipe guglielmina, attraverso Max von Baden, ad Ebert-Scheidemann (e perché non dire Ebert-Haase, maggioritari e indipendenti? Il silenzio, ancora una volta non è casuale) e la proclamazione della repubblica (la grande rivendicazione del «programma democratico» del 1848?) sono stati una rivoluzione, non un cambio della guardia contro la rivoluzione tumultuante nelle viscere della Germania; una rivoluzione con tutta «la embrionalità, l'insufficienza, l'incompletezza, la mancanza di coscienza» di ogni rivolu­zione puramente politica. La «lotta per il socialismo» comincia invece solo ora, quando cioè «diventa rivoluzione economica» diretta al sovvertimento dei rapporti economici, e perciò stesso, ma soltanto allora, «rivo­luzione socialista». Il socialismo non si instaura per decreto, fossero pure i decreti «del più bel governo socialista» (il governo Ebert, dunque, malgrado tutto, è un governo socialista, e «socialisti» i suoi provvedimenti?):

 

«Il socialismo deve essere fatto dalle masse, da ogni proletario; là dove le catene del capitale vengono forgiate, ivi devono essere infrante; solo questo è sociali­smo, solo così si può fare socialismo. E qual è la forma esteriore della lotta per il so­cialismo? È lo sciopero; perciò abbiamo visto che la fase economica dello sviluppo, ora, nel secondo periodo della rivoluzione, è passata in primo piano».

 

Il processo rivoluzionario è quindi concepito in questi termini: ritorno ai metodi della lotta di classe aperta e intransigente; estensione degli scioperi su scala sempre più vasta, dalle città alle campagne; sotto la loro spinta, acquisizione da parte dei consigli degli operai e dei soldati «di un tale potere che, quando il governo Ebert-Scheidemann o altro simile crolli, sia questo davvero l'ultimo atto». Deduzione logica:

 

«La conquista del potere non deve avvenire d'un colpo, ma progressivamente, aprendosi una breccia nello Stato borghese fino a possedere e a difendere con le unghie e coi denti tutte le posizioni... Si tratta di lottare passo a passo, corpo a corpo, in ogni regione, in ogni città, in ogni comune, per strappare alla borghesia pezzo per pezzo tutti i mezzi di potere dello Stato e trasmetterli ai Consigli degli operai e dei soldati».

 

La lotta dev'essere condotta - certo - con intransigente e implacabile durezza; ma il suo obiettivo - e la sua strada - non è la distruzione del potere statale borghese, bensì il suo esautoramento, com­piuto «minando il terreno in modo da renderlo maturo per il rivolgimento che allora coronerà la nostra opera»; «giù in basso», dunque, «giù in basso», dove il singolo padrone si erge di fronte ai suoi schiavi salariati; «giù in basso», dove tutto il complesso degli organi esecutivi del dominio politico di classe si erge di fronte agli oggetti di questo dominio, le masse, ivi dobbiamo «strappare grado a grado ai dominanti i loro mezzi di potere e prenderli nelle nostre mani»; compito assai più difficile di quello delle rivoluzioni borghesi, «in cui bastava abbattere il potere ufficiale al centro»!

È, in sostanza, una rappresentazione capovolta del processo rivolu­zionario: non presa del potere politico centrale (che è insieme e insepa­rabilmente distruzione dell’apparato statale della borghesia) come primo atto della trasformazione economica; ma conquista del potere politico locale, coi mezzi della lotta di classe spinta fino alla sua massima espres­sione - lo sciopero generale -, come atto che fa tutt'uno col «rivol­gimento dei rapporti economici»: la catastrofe del regime borghese, al termine di questo processo, come crollo fragoroso di un albero sotto il quale «si è minato il terreno», o, dice il «Programma» votato al con­gresso, «assunzione da parte degli operai del controllo della produzione e infine della sua effettiva direzione». E, come leitmotiv ossessivo, la visione delle «masse proletarie che imparano a divenire, da morte mac­chine applicate dal capitalista al processo di produzione, i gestori (Lenker) pensanti, liberi, autonomi di questo processo»; che acquisiscono «il senso di responsabilità proprio di membri agenti della collettività nella quale soltanto risiede il possesso dell’intera ricchezza sociale»; e, lottando, si educano alle «virtù socialiste» dell’«assiduità senza la frusta del pa­drone, del massimo rendimento senza gli aguzzini del capitalista, della disciplina senza giogo, dell’ordine senza sottomissione» nonché assorbono le «conoscenze e capacità indispensabili per dirigere le aziende socia­liste», senza le quali l'emancipazione della classe operaia non sarebbe «opera della classe operaia stessa».

E allora si vede perché il programma della Lega di Spartaco divenuta Partito comunista di Germania taccia completamente e della guerra civile (prima e dopo la rivoluzione) e dell’insurrezione armata; si vede perché dedichi uno dei suoi tre capitoli alla dimostrazione che «la rivoluzione proletaria non ha bisogno per i suoi fini di nessun terrore [...] perché com­batte non individui ma istituzioni, perché non scende nell’arena con ingenue illusioni la cui smentita debba vendicare col sangue», non essendo «il disperato tentativo di una minoranza di plasmare il mondo con la violenza secondo il suo ideale, ma l'azione delle gigantesche masse del popolo chiamate ad adempiere la loro missione storica e a trasformare in realtà la necessità storica»; si vede perché la «dittatura del proleta­riato» appaia unicamente come mezzo per «spezzare con pugno di ferro e spietata energia» la caparbia e feroce resistenza della borghesia arroc­catasi nelle sue innumerevoli Vandee e aiutata dalle consorelle esterne, dunque in funzione puramente difensiva, e si riduca a un generico «arma­mento del proletariato» e «disarmo della borghesia» come un aspetto fra i tanti della chiara visione dei fini, della vigilanza e dell’attività sempre pronta delle masse proletarie; si vede perché in tutto questo paesaggio manchi il partito come forza non solo agente né, tanto meno, solo illuminante, ma dirigente, e la dittatura del proletariato si identifichi con «la vera democrazia»; si vede infine perché nella troppo celebre critica della rivoluzione d'Ottobre si rivendichi un potere condiviso da tutti i partiti «operai» o la libertà per questi di vivere e agitare le loro idee. Si capisce perché il programma si concluda con le celebri parole:

 

«La Lega di Spartaco non è un partito che voglia giungere al potere al disopra e mediante le masse dei lavoratori. Essa non è che la parte del proletariato più cosciente del fine che addita alle grandi masse operaie, ad ogni passo, i loro compiti storici, che in ogni singolo stadio della rivoluzione rappresenta il fine ultimo socia­lista e in tutte le questioni nazionali gli interessi della rivoluzione mondiale [...]. La Lega di Spartaco si rifiuta anche di giungere al potere solo perché gli Scheidemann-­Ebert hanno fatto bancarotta e gli indipendenti sono caduti in un vicolo cieco a causa della collaborazione con loro. Essa non prenderà mai il potere in altro modo che attraverso la chiara, indubitabile volontà della grande maggioranza della massa pro­letaria in Germania, mai in altro modo che in forza della sua cosciente adesione alle idee, agli scopi e ai metodi di lotta della Lega di Spartaco. La vittoria della Lega di Spartaco non sta all’inizio ma alla fine della rivoluzione; essa si identifica con la vittoria delle gigantesche masse del proletariato socialista».

 

Siamo così tornati al punto di partenza: la conquista del potere politico centrale non è qui l'atto di inizio necessario e indispensabile della trasformazione economica (che è pure, ma con effetto ritardato, «trasfor­mazione degli uomini», rivoluzionamento delle «coscienze»), bensì il punto di arrivo di un processo di conquista delle leve di comando politiche ma soprattutto economiche, «dal basso in alto», con la forza e il peso bruto dell’azione rivendicativa spinta al limite estremo dello sciopero generale; essa coincide con la realizzazione del socialismo, non la precede in un ciclo necessariamente lungo e complesso; esprime la completa aderenza della classe operaia nel suo insieme alle finalità del socialismo; e il partito è il riflesso di questa «presa di coscienza» globale, non l'organo della preventiva conquista rivoluzionaria del potere politico e del suo dittatoriale esercizio nell’incontro con lo slancio istintivo (ma per­meato dalla sua opera di propaganda, di agitazione, di inquadramento) delle masse lavoratrici; se così fosse, la rivoluzione non sarebbe socialista, perché non sarebbe opera degli stessi proletari!

Questa premessa può sembrare troppo lunga: in realtà, essa mostra, anzitutto, dove e in quali termini la concezione «luxemburghiana» si discosti dal marxismo ristabilito sulle sue basi dalla rivoluzione bolsce­vica e, prima ancora, dalla battaglia teorica del partito di Lenin, e come vi confluiscano, fin quasi a confondersi in un unico magma, filoni ideolo­gici di provenienza eterogenea, dallo spontaneismo all’aziendismo, dal consiglismo al sindacalismo rivoluzionario, dall’operaismo all’educazioni­smo idealistico ed umanistico, tanto che, all’origine, le linee di demarca­zione fra il KPD e quello che sarà poi il KAPD da un lato, e le varianti molteplici del sindacalismo o meglio dell’«unionismo» alla De Leon (perfino nella versione apartitica degli IWW o degli Shop Stewards) dall’altro, quasi non si avvertono; in secondo luogo - poiché a noi non preme ristabilire la «verità storica», ma capire il «senso» e la direzione di un ciclo delle lotte di classe e trarne le lezioni - essa ci aiuta a risalire alle origini della successiva parabola del movimento comunista in Ger­mania, altrimenti incomprensibile per chi non voglia fermarsi alla super­ficie, al giudizio delle persone, o al pettegolezzo di quelle che oggi si chiamano... «lotte di potere».

Abbiamo detto che le linee di demarcazione fra lo spartachismo e il futuro kaapedismo «quasi non si avvertono» perché il congresso di fondazione rivelò che, se il primo era vulnerabile ad influenze per indicare le quali il termine immediatismo è più calzante di quello allora usato (anche dalla nostra Frazione) di «sindacalismo», altre correnti confluite nel KPD se ne facevano le depositarie e portatrici senza possedere neppure gli «anticorpi» teorici che trattenevano la Luxemburg, Jogisches e altri dal lasciarsene totalmente travolgere: ed erano soprattutto i «comu­nisti internazionali» (IKD) di Amburgo e di Brema.

Questi gruppi, ma soprattutto il secondo, avevano una lunga tradi­zione di critica radicale non solo del socialsciovinismo maggioritario, ma dell’opportunismo kautskiano, e dal 1916 ma specialmente dal 1917 avevano opposto alla formula spartachista di «non scissione o unità, ma riconquista del partito dal basso», la parola d'ordine della scissione aperta ed immediata, vivamente deplorando l'adesione sia pur condizionale del Gruppo Internationale (come si chiamavano allora gli spartachisti) all’USPD; atteggiamento nella cui maturazione aveva avuto parte essen­ziale Karl Radek e che li aveva portati più o meno ufficialmente sul fronte della Sinistra di Zimmerwald. La diffidenza verso gli spartachisti per questa ritrosia di fronte alla scissione, pur nel riconoscimento che essi erano l'unica forza rivoluzionaria sopravvissuta al naufragio dell’agosto 1914, e l'unica che potesse disporre di una rete almeno embrionalmente nazionale, era tale e talmente radicata, che solo in una conferenza tenuta a Berlino dal 15 al 17 dicembre 1918 gli IKD avevano deciso di fondersi con lo Spartakusbund qualora fosse caduto l'ostacolo fondamentale della sua permanenza nel Partito indipendente, cosicché 29 loro delegati erano convenuti al congresso di fondazione del KPD (S) accanto agli 83 sparta­chisti. Ora essi portavano bensì nel nuovo partito il prestigio di una posizione intransigente di più lunga data nei confronti delle due ali sorelle della socialdemocrazia, ma anche il peso di una formazione ideologica assai più vicina al deleonismo americano e al sindacalismo rivoluzionario latino che al marxismo: culto della «spontaneità priva di centralizzazione e quindi di efficacia» (come avrebbe detto Engels: Rivoluzione e contro­rivoluzione in Germania, XVIII), contrapposizione delle masse ai capi, federalismo organizzativo (5), esaltazione della «democrazia operaia» incarnata nei Consigli, accentuazione della lotta economica a scapito della lotta politica, riduzione del partito a un ruolo di «illuminazione» delle coscienze (e in alcuni gruppi, sua negazione), ecc. Fino a che punto tuttavia - malgrado le resistenze in particolare della Luxemburg a formulazioni così evidentemente estranee al marxismo - il terreno sparta­chista fosse maturo per accoglierne e coltivarne il germe nel clima arro­ventato della fine 1918, lo dimostra l'esito delle discussioni sui tre punti dell’atteggiamento di fronte alle organizzazioni economiche tradizionali (i sindacati di mestiere), del parlamentarismo rivoluzionario, e dell’orga­nizzazione del partito. Nel primo caso, la questione venne deferita ad una commissione speciale, dopo che Frölich per gli ex IKD aveva soste­nuto la tesi dell’abbandono immediato dei sindacati a favore di organiz­zazioni unitarie economico-politiche «la cui base è costituita dai gruppi dei nostri compagni nelle fabbriche», e la Luxemburg gli aveva opposto la tesi per altri versi analoga che «le funzioni dei sindacati sono ormai state assunte dai consigli degli operai e dei soldati e dai consigli di azienda», ed essendosi ritenuto opportuno un esame più approfondito della questione (l'umore del congresso era, comunque, accessibile alla facile demagogia del «fuori dai sindacati!»). Nel secondo, ferma restando la comune avversione al parlamentarismo e la concorde volontà di operare per distruggerlo, prevalse nettamente la tesi di un astensionismo che, come si rivelerà meglio in seguito, poggiava non già sugli argomenti strettamente marxisti svolti dalla nostra Frazione, ma sull’eterno orrore dei capi e del conculcamento dell’«autodeterminazione delle masse» a loro opera. Nel terzo, fu adottata all’unanimità la mozione Eberlein che pog­giava la nuova struttura organizzativa del Partito 1) «sul modello dei consigli di fabbrica, a partire dai gruppi comunisti costituiti nel loro seno», 2) sulla «autonomia completa delle singole organizzazioni [lo­cali]» che «non devono aspettare la parola d'ordine dall’alto, ma lavo­rare di propria iniziativa» («la struttura del Partito non dev'essere uniformata»), restando alla Centrale un puro compito «di affasciamento di ciò che avviene al di fuori, e di direzione politica e spirituale».

Il sottofondo ideologico di questo insieme di posizioni (di cui ci siamo limitati a fornire una traccia che andrebbe utilmente completata con uno studio delle particolari teorie economiche della Luxemburg) poté non apparirci chiaro allora come era chiaro nelle linee generali ai bolscevichi, sia perché non se ne conosceva la vasta letteratura, sia perché il poco di cui si ebbe nozione in Italia a cavallo fra il 1919 e il 1920 era oscurato dalle successive «rettifiche di tiro»; ma, come subito vedremo, ne avvertimmo i gravi riflessi pratici, e ne denunziammo i pericoli. Quale pesante eredità di incertezze ed anche confusioni dovesse trascinarsi dietro un partito costituitosi tardivamente su fondamenta malferme, con una base combattiva ma dalle venature barricadiere e un vertice ancora soggetto al fascino dell’«unità operaia», contro il quale si scatenavano con furia selvaggia tutte le forze della controrivoluzione capeggiate dai socialisti maggioritari al governo e nascoste dietro il paravento dell’USPD fuori, è fin troppo chiaro; ma bisogna soffermarcisi perché solo così si capisce la tragedia del primo e pur grandioso dopo­guerra proletario.

In lunghi mesi, dalla fine del 1918 alla primavera avanzata del 1919, il giovane partito e le masse proletarie indomitamente in lotta pagarono un tributo di sangue quale non lo riscosse neppure, malgrado il suo efferato cinismo, la reazione trionfante dopo i tentativi rivoluzionari mancati in Finlandia e Ungheria; e lo pagarono non per una rivoluzione avvenuta ma per una rivoluzione che la classe dominante e i suoi cinici sgherri erano decisi ad impedire che avvenisse. E in tutti quei mesi di tregenda si ripeté cinicamente lo stesso macabro gioco, quello che purtroppo si riprodurrà a Budapest e che qui ricordiamo perché ne facciano tesoro soprattutto i giovani militanti.

Gennaio: Berlino. I moti scoppiano sotto l'egida degli Indipendenti per protesta contro la destituzione del loro prefetto di polizia; il KPD non solo accetta di sottoscrivere proclami comuni con USPD e Revolutionäre Obleute, ma entra a far parte di un macchinoso «Comitato rivoluzionario» oscillante fra l'avventato putschi­smo delle direttive per la lotta di strada e una torbida prassi di trattative col governo dietro le quinte (Liebknecht, di propria iniziativa - e il passo sarà aspramente deplorato dalla Luxemburg, ma solo perché la situazione non era matura, non per ragioni di principio -, accetta perfino di comporne il triumvirato direttivo con un indipendente, Ledebour, e un R.O. Scholze, nella inconsistente ipotesi d'essere così in grado di rovesciare il governo e prendere il potere); il 10 gennaio, quando ormai, approfittando della defezione «indipendente» e della stanchezza degli operai disorientati dalla contraddittorietà delle parole d'ordine, l'attacco in forze della sbirraglia assoldata da Noske fra i peggiori relitti dell’esercito prussiano e perfino con volontari socialdemocratici (6) è riuscito a sloggiare i dimostranti dalle sedi di giornali (solo giornali!) occupate, i rappresentanti spartachisti escono dal pomposo quanto impotente co­mitato denunziandone la complicità col nemico; ma è proprio e solo «contro i banditi armati», i «pazzi e criminali della Lega di Spartaco» che si scatena senza freni né scrupoli la ferocia degli sgherri governativi - Liebknecht e Luxemburg, fedeli fino all’ultimo alla «spontaneità» eroica ma «priva di centralizzazione» perché priva di indirizzo, delle masse, cadono spaventosamente torturati nel più orrendo crimine di quei mesi ed anni di ferocia.

Febbraio: Ruhr. Dopo che tentativi rivoluzionari si accendono e muoiono sotto il piombo socialdemocratico ad Amburgo, Brema, Halle, Düsseldorf, si apre nella Ruhr la campagna per la «socializzazione» (!!!) delle miniere: la «dirigono» insieme comunisti, indipendenti e rappresentanti della base maggioritaria; questi si dimet­tono giusto in tempo per lasciar libero campo alla repressione - una delle più feroci - ad opera della Reichswehr, ricostituita con funzioni di polizia di emergenza, sotto la guida di Noske. Poco dopo, nella zona di Halle, ancora una volta spartachisti, indipendenti e maggioritari pro­clamano lo sciopero generale per la «socializzazione dal basso» (!!!) e la «democratizzazione delle imprese» (!!!): nuova diserzione socialde­mocratica, nuove esitazioni indipendenti, finale massacro di spartachisti.

Marzo: Berlino. Dalla Germania centrale l'onda immensa rifluisce sulla metropoli, nasce un ennesimo comitato di sciopero a tre, dal quale presto i maggioritari si staccano; l'agitazione, poderosa ma confusa, è diretta, con titanici sforzi di contenerla entro un ambito non avventatamente insurrezionale (ma agli scioperanti si mescolano ogni sorta di rifiuti, fra smobilitati e déracinés della stessa borghesia grande e piccola), dagli spar­tachisti e dai «fiduciari rivoluzionari» (che infine li piantano in asso); al grido di: «la brutalità e la bestialità degli spartachisti che lottano con­tro di noi mi costringono a dare il seguente ordine: chiunque sia trovato con le armi in mano nella lotta contro il governo, sarà fucilato seduta stante», Noske scatena i suoi scherani sulla capitale - fra i 1.500-3.000 massacrati figura Leo Jogisches.

Aprile: Monaco. Mentre una «repres­sione semplice e sanguinosa» si abbatte ancora sulla Ruhr e poi sulla Sassonia (con strascichi prolungatisi fino a metà maggio), in Baviera un gruppo di indipendenti e di maggioritari in fregola di popolarità inscena la farsa atroce della proclamazione della Repubblica dei Consigli: i comu­nisti denunciano l'infame manovra, poi cedono agli inviti degli Indipen­denti misti ad anarchici e bohémiens di varia estrazione, e si assumono di difendere il «potere dei consigli» che, dietro le quinte, i loro alleati si preparano a consegnare al ministro ed ora generale in capo delle forze di repressione, il maggioritario Hoffmann: l'1 maggio, rimasti soli (7) a capo di una Repubblica consiliare improvvisata da altri, vengono ferocemente spazzati via. Con splendido disprezzo della morte, Eugen Leviné affronta il plotone d'esecuzione fra le urla di vendetta di una piccola borghesia incanaglita; i pochi ostaggi fucilati (i torbidi esponenti del fon­daccio razzista sul quale prospererà il nazismo, gli smidollati della «Società di Thule») offrono il pretesto all’ennesimo bagno di sangue: tre mesi dopo, sotto il peso di un'«unità» usata a copertura del costi­tuzionale tradimento socialdemocratico di sinistra, cade la repubblica ungherese di Bela Kun.

La fisima dell’«unità proletaria» a tutti i costi si paga cara, aveva scritto «Il Soviet» a proposito di Monaco e Budapest: il giovane partito tedesco la pagò con l'olocausto dei suoi migliori militanti, con la disorganizzazione dei superstiti e con l'isolamento da masse sempre sul piede di guerra ma crudelmente decimate e smarrite; la pagò inoltre col rafforzarsi al suo vertice di un orrore del «putschismo» che, giusto in quanto orrore della tendenza a «giocare con l'insurrezione» - come avrebbe detto Engels - finirà per convertirsi durante il 1920 in rinunzia alla stessa prospettiva dell’insurrezione e in adozione di un avvilente legalitarismo e, per tragica ironia, nel rinvigorirsi delle nostalgie unitarie in uomini privi della vigorosa tempra rivoluzionaria di Carlo e Rosa, come Levi e la Zetkin; espulso il primo nel 1921 per aver pubblica­mente sconfessato perché «troppo a sinistra» (!!!) la scissione di Livorno, e come folle putschismo l'azione di marzo in Germania; rimasta la seconda ad offrire nel 1926 la «testa canuta» a garanzia della possi­bilità di «costruire il socialismo in un solo paese» secondo i dettami del padre dei popoli Giuseppe Stalin.

La questione non è secondaria né pettegola, perché racchiude in nuce gran parte del calvario del proletariato tedesco e della sua avanguardia in anni venturi, specialmente nel 1921 e 1923, ma con ripercussioni di cui si farà sentire tutto il peso negli anni di preludio all’incruenta salita al potere del nazismo. Due tradizioni, entrambe radicate nella storia della II Internazionale, cospiravano nel modellare questo tipico atteggia­mento del partito: da un lato lo spontaneismo, che si risolveva nella attesa di farsi dettare dalle masse il momento dell’azione mai preparandosi ad esso e, suonata l'ora, non solo trovandosi inerme e smarrito ad affrontarlo, ma buttandosi a capofitto nel lancio di parole d'ordine finali in presenza del primo e vigoroso moto di piazza («tutto il potere ai Soviet!», durante il putsch di Kapp; «dittatura del proletariato!», durante i fatti del marzo 1921) salvo a rinchiudersi nel guscio parla­mentare e minimalista a riflusso avvenuto; dall’altro quello che Trotsky nella pagina già citata chiama il «fatalismo rivoluzionario» del KPD, per cui «la rivoluzione si avvicina - si diceva -; essa porterà con sé l'insurrezione e ci darà il potere: quanto al partito, il suo ruolo consiste in questo momento nel fare l'agitazione rivoluzionaria e nell’attenderne gli effetti». I due fattori si univano poi nel generare la tendenza al legali­tarismo, al gradualismo e, in definitiva, a quella specie di «menscevismo» che lo stesso Trotsky, proprio in riferimento all’esperienza tedesca del 1923, epilogo di troppe esperienze analoghe - e come sanguinose! - in anni precedenti, denunziava nelle Lezioni dell’Ottobre come la ten­denza «a vedere sulla via della rivoluzione, prima di tutto, difficoltà ed ostacoli e a considerare ogni situazione col proposito preconcetto, anche se non sempre cosciente, di evitare l'azione» servendosi del marxismo al solo scopo di «motivare l'impossibilità dell’azione rivolu­zionaria» e dedicare i quattro quinti dell’attività di partito all’esorcizza­zione del «pericolo putschista» elevato ad ossessione da un lato, a para­vento del nullismo dall’altro. Trotsky appaia questa forma mentis a quella, solo apparentemente opposta, degli «agitatori superficiali che non vedono mai nessuno ostacolo finché non vanno a sbattere con la testa contro il muro, saltano al disopra di tutte le difficoltà, hanno l'arte di aggirare gli ostacoli reali con l'aiuto di un abile frasario, mostrano in tutte le questioni il massimo ottimismo, che però inevitabilmente si converte nel suo opposto non appena è suonata l'ora decisiva»: pensava forse allo sciagurato amalgama del massimalismo italiano, da lui (come da Lenin) troppo a lungo preso sul serio o ritenuto «convertibile», con la personificazione in Serrati del determinismo volgare in perenne attesa del «crollo inevitabile» e in perenne fornicazione con una politica fatta apposta per non preparare, anzi per diseducare, ad esso il partito e, in Bombacci, dello sparafucilismo inconcludente e irresponsabile? Il Partito tedesco era di mille cubiti al disopra dell’italico mostro, ed ebbe in ogni caso il merito rivoluzionario di battersi quando l'ora era venuta; ma si trascinava al piede la terribile palla di piombo della «tendenza al fatali­smo rivoluzionario», e li era il suo terribile «tallone di Achille» (8).

Il «putschismo» venne ufficialmente liquidato alla Conferenza nazionale del partito il 14-15 giugno a Berlino, quando fu pure sta­tuita, in polemica coi sindacalisti nelle stesse file del KPD, la necessità «per le esigenze della lotta politica in questo momento [ma solo in questo?] 1) che il proletariato si organizzi in partito politico; 2) che l'organizzazione del partito, in questo stadio [daccapo] della lotta rivo­luzionaria, sia rigorosamente centralistica». Evidentemente, il KPD si andava risollevando sotto l'energica guida bolscevica, giacché il ricono­scimento che «lo stato attuale di mancanza di una guida, di assenza di un centro di organizzazione del proletariato, è divenuto intollerabile, non può più durare», era bensì scritto in chiare note in uno degli ultimi, splendenti articoli della Luxemburg, ma non era mai andato oltre la deduzione che, «se la vittoria del proletariato, se il socialismo non deve restare un sogno, gli operai rivoluzionari debbono crearsi organi dirigenti all’altezza di guidare e utilizzare l'energia combattiva delle masse», non si era mai spinto fino al riconoscimento del ruolo centrale del partito (9), meno che mai di un partito centralizzato. Quanto ai pericoli di putschismo, è indubbio che la Luxemburg ne aveva acuta coscienza, ma solo un Radek, non come singolo ma come portavoce del partito bolscevico e dell’Internazionale, avrebbe potuto fin dal 9 gen­naio ammonire la direzione del Partito di non prestarsi al gioco delle forze convergenti della controrivoluzione lasciandosi coinvolgere nella responsabilità direttiva di moti prematuri in una situazione in cui «non sono i comunisti ma i socialpatrioti e gli indipendenti a dominare i consigli degli operai e dei soldati», e, non potendo evitare di battersi, conveniva farlo per mantenere all’azione ormai decisa solo «il carattere di un' azione di protesta» (10); nessun altro avrebbe potuto ricordare come, nella fase prerivoluzionaria, dal febbraio all’ottobre, i bolscevichi non si erano mai trovati a dover «sostenere combattimenti pari a quelli di gennaio [...] in cui si sacrifica in modo assurdo tanto sangue»; e ciò era avvenuto perché possedevano organizzazioni di massa, non si scontravano in organismi operai divenuti «la base della controrivolu­zione», e non avevano di fronte una borghesia ancora terribilmente forte; nessuno avrebbe potuto così chiaramente prevedere che «la guerra civile in Germania [noi avremmo detto, con Lenin: in tutto l'Occidente] sarà molto più feroce e distruttiva che da noi».

Questa consapevolezza, oltre che una superiore visione teorica, dettò le tesi del congresso di Heidelberg dell’ottobre 1919, alle quali abbiamo già rapidamente accennato, e di cui «Il Soviet», appena ne ebbe conoscenza, mise in risalto la perfetta ortodossia marxista (11); ma che sono le più remote dal ceppo genuinamente luxemburghiano.

Le «tesi sui principi e la tattica comunista» pongono subito in primo piano la presa del potere e la dittatura proletaria come pre­messa della «sostituzione dei rapporti di sfruttamento capitalistico con l'ordinamento socialista della produzione»; affermano che, in tutti gli stadi precedenti la conquista rivoluzionaria del potere da parte del prole­tariato, «la rivoluzione è una lotta politica delle masse proletarie per il potere politico»; assegnano al partito politico «la direzione della lotta rivoluzionaria di massa»; definiscono «controrivoluzionaria la rinunzia all’organizzazione in partito o la limitazione di questo a puri compiti di propaganda», ed esigono come condizione dell’assolvimento dei compiti storici del partito, in periodo rivoluzionario (c'è forse, in questo inciso limitativo, un'eco di nostalgie federaliste?) «la più rigida centra­lizzazione», rivendicandola pure per le organizzazioni economiche (12).

Mentre riconoscono l'importanza capitale dei consigli operai nel processo rivoluzionario, le tesi affermano che a dar loro vita non sono gli statuti, i regolamenti elettorali, ecc. ma lo slancio dei proletari in lotta per la conquista del potere; additano ai comunisti il compito di lavorare nelle organizzazioni economiche per elevarle a strumenti della lotta politica, e respingono come utopia piccolo-borghese «l'idea che si possano produrre mediante una speciale formula di organizzazione dei movimenti di massa; che dunque la rivoluzione sia una questione di forma di organizzazione».

Le tesi sul parlamentarismo non lasciano dubbi sulla necessità di abbattere il parlamento in quanto organo di dominio della borghesia; negano che il parlamentarismo sia un mezzo per la conquista e l'esercizio del potere di classe del proletariato; lo suggeriscono come puro espediente tattico per allargare, attraverso le elezioni e la tribuna parlamentare, l'influenza del partito.

Corretta - e collimante con la nostra - è pure l'impostazione delle tesi sulla questione sindacale, che respingono la teoria sindacalista di organizzazioni unitarie, cioè insieme politiche ed economiche, nega­trici della funzione del partito; ribadiscono la necessità che la lotta economica venga sollevata a lotta politica per la conquista del potere, e infine condannano sia la diserzione dei comunisti dai sindacati a direzione opportunista, che significherebbe abbandono delle grandi masse al gioco spietato delle forze controrivoluzionarie, sia la pretesa di costi­tuire organizzazioni economiche ristrette sulla base dell’affiliazione poli­tica o delle generiche professioni ideologiche degli iscritti, come propo­nevano i «dissidenti» che poi costituiranno il KAPD. Come si vede, tutte le tesi anticipano posizioni che il II Congresso mondiale sancirà mentre divergono sostanzialmente dalla piattaforma del congresso costi­tutivo del KPD; e si può solo lamentare l'equivoca imprecisione di formule come quella secondo la quale «la lotta delle masse proletarie per il potere viene condotta con tutti i mezzi politici ed economici» (formula già condannata dal «Soviet» parlando del programma degli indipendenti) o la giustificazione del «parlamentarismo rivoluzionario» con la distinzione fra mezzi di lotta «minori» (appunto la lotta parla­mentare per la propaganda contro il parlamento) e «maggiori» (il boicottaggio di elezioni e parlamento), distinzione che ricorda l'antica e assurda dicotomia in programma massimo e programma minimo. Ovviamente, per noi - e l'articolo citato del «Soviet» lo ripete -, la stessa formula del parlamentarismo rivoluzionario era non solo insuf­ficiente ma pericolosa, dovendosi mettere in chiara luce agli occhi dei proletari la antitesi totale fra la dittatura comunista e quella «maschera e trincea al tempo stesso della dittatura del capitale» che è la democrazia.

Ma non bastano le migliori tesi programmatiche per raddrizzare un partito nato eterogeneo, e premuto da contrastanti esigenze interne e ancor più esterne. La dura condanna del sindacalismo nella sua ver­sione più idealistica (di cui parleremo a proposito del KAPD) era stata, al congresso di Heidelberg, giusta ed energica; ma l'alternativa di fronte alla quale amburghesi e bremensi, gruppi confusi e teoricamente sfasati ma non ancora ben definiti e d'altra parte animati da un sincero e generoso istinto rivoluzionario, vennero posti di accettare senza di­scussione le tesi ufficiali o andarsene (e questo in un partito ancor bisognoso di farsi ideologicamente le ossa), lasciava adito al sospetto che ci si volesse sbarazzare di scomodi contraddittori per dar libero gioco ad una prassi sostanzialmente legalitaria (sospetto che la nostra Frazione non mancò di avanzare) (13), ed era comunque un segno d'intol­leranza,.. caporalesca che, come si e gia visto nel capitolo IV, i bolsce­vichi per primi lamentarono. Analogamente, la condanna dell’ipocrisia «indipendente» era stata irrevocabile; ma i mesi successivi dimo­strarono che il grido finale della Luxemburg, secondo cui «la resa dei conti con i scheidemanniani presuppone la liquidazione dell’USPD, che funge da scudo protettivo degli Ebert-Scheidemann», non era stato affatto assimilato, e che l'isolamento a cui una feroce persecuzione espo­neva giorno per giorno gli spartachisti riaccendeva in essi almeno al «vertice» l'antico rimpianto della rottura con l'USPD. Il centralismo è un cardine della dottrina comunista: ma, accettato dopo una lunga tradizione semifederalista e senza una seria preparazione nelle file del partito, giustificava il fiero sospetto che lo si rivendicasse unicamente per consentire libertà di manovra alla Centrale in direzione dei «cugini» indipendenti. Era comprensibile che, perseguitato, decimato, ridotto a un minimo di contatti con le masse inquadrate nei due partiti social­democratici e nei loro giganteschi sindacati, il KPD soffrisse del chiuso del proprio isolamento; ma era mostruoso trarne le conclusioni che poco dopo troveranno posto nel rapporto di Levi a Mosca:

 

«Da tutto ciò si deduce la lezione che l'attuale secondo Congresso dell’Internazionale Comunista ha tratto [!!!] per i proletari di tutti i paesi: in periodi rivoluzionari in cui le masse si radicalizzano, a differenza dei periodi in cui il processo di trasformazione in senso rivoluzionario è più lento e faticoso, la permanenza dei gruppi di opposizione radicali e comunisti nei grandi partiti riesce di vantaggio [!!!] purché essi abbiano la possibilità di mostrare apertamente il proprio volto e condurre senza ostacoli la loro agitazione e propaganda: il pro­blema oggi più importante per lo sviluppo in senso rivoluzionario del proletariato in Germania, quello cioè di come strappare alla direzione dell’USPD le masse rivoluzionarie militanti nelle sue file, che sono con tutta l'anima comuniste e hanno già sostenuto centinaia di battaglie, non si porrebbe se lo Spartakusbund [come Levi si rammarica che non fosse avvenuto, contro il parere di Jogisches] avesse sfruttato la possibilità di continuare a svolgere la sua attività di critica e di agitazione in seno all’USPD (14).

 

Giustificata era la condanna dell’abbandono dei sindacati tradi­zionali, cioè delle grandi masse organizzate, per sostituirli con «unioni» sulla ristretta base di una generica adesione alle idee del comunismo; ma era una grave e sospetta lacuna nelle tesi di Heidelberg il fatto che, come invece sarà nelle tesi del II Congresso di Mosca, non si accennasse neppure, per dirla con nostre parole di allora (15), che «in alcuni casi il processo di corruzione da parte dei dirigenti rifor­misti può assumere tali gradi e forme da rendere necessario abbandonare a sé stesso un organo imputridito» quale la mastodontica confedera­zione sindacale tedesca diretta dai riformisti.

La prova del fuoco della scarsa consistenza della... bolscevizzazione del KPD, si ebbe durante il putsch di Kapp-Lüttwitz (13-17 marzo 1920). È noto che questo colpo di mano tra il kaiserista e il junkerista, osteggiato come tale dalla stessa grande borghesia, fallì ignominiosamente grazie alla pronta entrata in sciopero degli operai da un lato, e alla ferma decisione dei sindacati di salvare la neonata repubblica di Weimar dall’altro, in una situazione che, particolarmente nella Ruhr, assumeva aspetti di vera e propria vigilia di guerra civile. Ora, l'operato della Centrale comunista (Levi, per la verità, era in carcere) fu di una lamentevole passività prima, di un incredibile smarrimento nella preci­pitosa azione poi. Essa cominciò col dichiarare che lo scontro fra repubblica e monarchia non interessava direttamente gli operai (ma la questione era ben più vasta: dietro e con Kapp-Lüttwitz erano schierati i Freikorps decisi a farla finita con la cronica «insubordinazione» del proletariato tedesco!) e col mettere in guardia contro i pericoli di uno sciopero generale che la classe lavoratrice avrebbe avuto ragione di scatenare e avrebbe certamente scatenato «nelle circostanze e con i mezzi da essa giudicati opportuni» (come se fosse sempre in potere della classe oppressa di scegliere il momento giusto per agire, e come se allo sciopero generale si dovesse sempre e soltanto ricorrere per obiettivi politici finali!); poi, sotto la pressione della stupenda levata in armi della classe operaia, girò le lancette di 180 gradi mobilitando i proletari sotto la parola d'ordine di «tutto il potere ai Consigli!», quasi che il problema fosse non già di difendersi in armi, ma di abbat­tere di punto in bianco e senza alcuna preparazione lo Stato borghese. Fuggito poi l'aspirante-dittatore Kapp per suggerimento degli stessi industriali («l'unanimità fra gli operai è tale - gli aveva fatto sapere Ernst von Borsig (16) - che non si possono distinguere i mestatori dai milioni che hanno sospeso il lavoro»), il supermandarino sindacale Legien, sensibile allo stato d'animo dei lavoratori, decise di prolungare lo sciopero finché il governo dei suoi compari socialdemocratici non avesse dato serie garanzie di riformarsi eliminando prima di tutto Noske e prendendo energiche misure di prevenzione contro gli attacchi sia alla repubblica che alle associazioni politiche ed economiche prole­tarie e, per rafforzare e sostanziare queste richieste, si fece promotore presso l'USPD della costituzione di un «governo operaio» con rap­presentanza dei tre partiti dell’antico ceppo prebellico e degli stessi sindacati.

È a partire da questo momento che lo splendido proletariato tedesco, lanciatosi nella lotta a corpo perduto in ogni centro industriale da nord a sud, da est a ovest, assiste disorientato e smarrito ad una penosa girandola di ordini e contrordini, marce e contromarce, manovre e contromanovre: l'USPD, per non perdere la faccia a sinistra e non bruciarsi a destra, respinge l'offerta di partecipazione al governo; i delegati del KPD, primo fra tutti W. Pieck (primi passi... gloriosi di una futura gloria staliniana), si dichiarano - come si direbbe oggi - disponibili, ma vengono subito smentiti dalla direzione, che nega di «aver mai sostenuto la proposta di formare un governo di coalizione fra sindacati e indipendenti»; questi ultimi, la stessa sera del 22 marzo, pur ripetendo di non voler assumere incarichi ministeriali, proclamano accettabili le controproposte «pacificatrici» del nuovo gabinetto social­democratico Müller e votano per la cessazione dello sciopero (la cosid­detta «sinistra», più... sottile, suggerisce la sua «interruzione»!), come infatti avviene; il KPD, ridestatosi dall’altalena fra la letargia e il con­ciliatorismo, invita gli operai a denunziare il tradimento socialista e a proseguire lo sciopero, annunziando però il giorno successivo che, poiché mancano «le fondamenta oggettive per la dittatura del proletariato» ed è preventivamente necessario lavorare alla conquista delle masse lavoratrici al comunismo, ritiene «della massima importanza [...] uno stato di cose in cui si possa utilizzare senza limiti e preclusioni la libertà politica, e la democrazia borghese non abbia modo [!!!] di agire come dittatura del capitale»; ispirato a queste considerazioni... strategiche, dichiara di vedere «nella formazione di un governo socialista dal quale siano esclusi partiti capitalistico.borghesi una condizione per l'azione autonoma delle masse e ai fini della loro maturazione per l'esercizio della dittatura proletaria; praticherà [dunque] nei confronti di tale governo una leale opposizione, finché esso fornirà le dovute garanzie per l'entrata in funzione delle masse, finché combatterà [campa cavallo] la controrivoluzione borghese con tutti i mezzi a sua disposi­zione, e non ostacolerà il rafforzamento sociale e organizzativo della classe lavoratrice»; aggiunge che «per leale opposizione intende la ri­nunzia a preparare una sommossa violenta, ferma restando ovviamente la libertà di agitazione politica del partito per i propri fini e le proprie parole d'ordine» (17).

La dichiarazione, che riempie di orrore lo stesso Paul Levi appena avutane conoscenza in carcere, solleva una tempesta di indi­gnazione nel partito; assicuratesi le mani libere, i governanti social­democratici offrono alla Reichswehr di von Seeckt l'occasione di pren­dersi una ghiotta rivincita spegnendo con la forza i focolai insurre­zionali nella Ruhr e altrove e versando nuovo sangue proletario malgrado gli accordi di... pacificazione di Bielefeld (18) e gli sforzi di dirigenti comunisti locali e centrali per trattenere i dimostranti da mosse avventate (ma, in condizioni simili, la repressione si scatena anche, o forse soprattutto, se «si fa i bravi»!); attaccati dai mag­gioritari, traditi dagli indipendenti, disorientati dagli spartachisti, nel giro di pochi giorni gli operai finiscono per cedere le armi. Il compito, ora, spetta ai tribunali di guerra!

La triste vicenda provoca nel partito una ridda di recriminazioni, accuse, diserzioni. Pochi capiscono che il male, in realtà, è antico. In una violenta filippica, Radek scrive non a torto che nei suoi dirigenti «l'antiputschismo ha condotto ad una sorta di quietismo: dall’impos­sibilità, sperimentalmente stabilita nel 1919, di conquistare il potere in Germania, essi hanno dedotto, nel marzo 1920, l'impossibilità della azione in generale, conclusione che era già falsa l'anno scorso» (19) e, poco dopo, al IV Congresso del KPD, li accusa di aver agito «da raziocinatori più che da combattenti» sostituendo al «cretinismo par­lamentare» socialdemocratico una sorta di «cretinismo governativo», una variante comunista del «possibilismo». Pochi giorni dopo, guada­gnandosi immeritati allori per la loro estraneità alla deplorevole manovra, gli «estremisti» già espulsi al congresso di Heidelberg si costituiscono in Partito Comunista Operaio di Germania (KAPD). Era la fine di un ciclo. Se ne sarebbe aperto un altro meno infelice?

«Il Soviet», che, come tutta la stampa socialista in Italia, aveva potuto seguire solo con ritardo e di seconda mano i tragici avveni­menti del marzo, aveva però subito denunciato la piratesca azione congiunta di maggioritari e indipendenti e, malgrado la sua concor­danza con le tesi votate dal KPD a Heidelberg cinque mesi prima, non aveva mancato di deplorare le incertezze, le oscillazioni, le tendenze legalitarie della centrale del Partito. Il 28 marzo esso si era chiesto: «Attraverso la reazione apertamente militarista, contro la reazione dei rinnegati del socialismo, riuscirà Spartaco a risorgere? Vendicherà il proletariato tedesco i suoi grandi morti del gennaio 1919?». Ma aveva subito aggiunto che «ancora una volta i socialisti indipendenti, con l'equivoco loro atteggiamento oscillante, hanno tradito la causa della rivoluzione», e dalla loro ennesima prova di crumiraggio aveva tratto conferma alla vecchia tesi nostra che, «nonostante il loro subdolo programma, da molti scambiato per un programma comunista, essi sono sempre fautori del regime borghese e meritano maggior diffidenza degli stessi maggioritari» (20), cosicché non c'era proprio motivo di rim­piangere, come facevano ad ogni piè sospinto i massimalisti dell’«Avanti!» e del «Comunismo», «la scissione fra questi insigni dondoloni e i nostri eroici compagni comunisti». Il 23 aprile, esso aveva riportato dalla rivista viennese «Kommunismus» un articolo bollante a fuoco l'assurda «combinazione di trattative, sciopero e armamento» di cui l'USPD si era fatto portavoce nella fase terminale dell’episodio Kapp-Lüttwitz, e che aveva definitivamente segnato il destino del grandioso movimento operaio. Il 16 maggio, pur giustifi­cando la cautela con cui gli spartachisti si erano mossi in una situazione gravida di fermenti caotici e di velleità incontrollate, aveva fatto propria la critica di Bela Kun all’opera della Centrale, soprattutto nel senso che, «sebbene preparare la rivoluzione non voglia dire stare sempre con le armi in mano, tuttavia implica lo stare incessantemente sul ter­reno della lotta, ciò che a sua volta ha per conseguenza la costruzione dell’organizzazione e la disposizione a prendere le armi ad ogni mo­mento. "Nessuna preparazione di sommosse violente" significa rinunzia alla preparazione». Infine, scrivendo da Berlino in viaggio per Mosca (nr. dell’11 luglio) A. Bordiga, pur reiterando le critiche di fondo al neonato KAPD, non tacerà un giudizio severo sulla passività del partito comunista e sulle sue pericolose tendenze parlamentaristiche.

Ma l'episodio avrà ripercussioni a lungo termine. Tutta la storia del KPD negli anni ed anzi nei mesi successivi tradirà infatti (ed è perciò che ci siamo dilungati a parlarne) le stigmate di gracilità e acoerenza ereditate dai giorni della sua tardiva fondazione: bruschi passaggi dall’inerzia all’iperattivismo, dalla prassi parlamentare e legali­taria alla scoperta di «teorie dell’offensiva» basate su valutazioni astrat­tamente economicistiche della crisi del capitalismo tedesco e mondiale, dal lancio all’USPD di offerte di azione comune al rifiuto dell’azione comune perfino nelle lotte rivendicative e in seno ai sindacati; le sue peggiori innovazioni tattiche (lettere aperte, fronti unici, appoggi a governi cosiddetti operai) finiranno per contagiare la stessa Internazio­nale accentuandone la crisi e di volta in volta fornendole esca, mentre il principio del centralismo e della disciplina, frettolosamente sovrap­posto al ceppo spontaneista e federalistico e non ancorato alla solidità delle posizioni programmatiche, o servirà di copertura a equivoche manovre (non esclusa quella di una sorta di «nazionalbolscevismo» già condannato nel KAPD e poi fatto proprio dai suoi censori), o sarà violato dalle innumerevoli consorterie a sfondo più contingente e per­sonale che teorico e politico, di cui il KPD darà triste spettacolo fino al precipizio nelle braccia accoglienti dello stalinismo (21).

Di fronte a questa autentica sciagura, destinata a pesare sull’intero movimento comunista mondiale, è amaro dover dire che avevamo fin troppo ragione, eravamo fin troppo «realisti» nel martellare cocciutamente la necessità di una selezione veramente «chirurgica» delle giovani sezioni dell’Internazionale, prima fra tutte quella della cruciale area mitteleuropea. Alla fine del 1920, in nome di un'illusoria «con­quista di larghe masse» il KPD imbarcherà nella sua fragile navicella la «sinistra» (divenuta addirittura maggioranza!) dell’USPD, solo per essere costretto un anno dopo a ributtarne in mare una gran parte come ingombrante zavorra. Ma la rotta di un partito non ha nulla a che vedere con quella di un naviglio: le fusioni combinate e disfatte, gli zig-zag tattici, le giravolte programmatiche, possono apparentemente raddrizzare la prua del vascello smarrito, ma non impedire che l'equi­paggio ne esca disorientato e deluso, la sua necessaria disciplina si dissolva, il suo seguito si allontani, e la prua stessa finisca per puntare nella direzione sbagliata. Il rigore è condizione di efficienza quando sia non già rigore vacuamente «amministrativo», ma rettilineità nell’azione e coerenza nel battere la propria strada. È una lezione fin da allora anticipata, oggi da cacciarsi nella testa e nel cuore perché non vada ancora una volta perduta!

 

(1) A proposito di un opuscolo di Junius (citiamo da Contre le courant, trad. Serge e Parijanine, Parigi 1970).

(2) Il fenomeno è tanto «collettivo», che esso ha pure nome Trotsky - del Trotsky antecedente alla sua meravigliosa rinascita attraverso l'innesto sul tronco bolscevico! D'altra parte il centrismo degli indipendenti e la ritrosia della grande maggioranza dei convenuti a Zimmerwald e Kienthal, compresi gli spartachisti e Trotsky, a tagliare ogni ponte con esso, non piegarono Lenin e il suo piccolo gruppo ma li condizionarono organizzativamente (così come l'anti-bellicismo del PSI prima e la sua pronta adesione all’IC poi condizionarono organizzativamente noi) metten­doli nella condizione di firmare il manifesto comune sottoscritto perfino da un... Modigliani e da un Ledebour!

(3) Citato in Trotsky, La Terza Internazionale dopo Lenin, Milano 1957, pag. 162.

(4) Seguiamo il testo ufficiale del Bericht über den Gründungsparteitag der KPD (S), 1919.

(5) Radek ricorda che Knieff gli aveva espresso i suoi dubbi sulla possibilità di fondersi con gli spartachisti: «Non sono leninisti; sono [figurarsi!] per la centra­lizzazione» - il che è tanto più stupefacente se si pensa che lo Spartakusbund aveva e rivendicava una struttura organizzativa costituzionalmente elastica e, in confronto al centralismo bolscevico, semifederalistica. Lo sbalordimento di Radek era stato pa­ri a quello suscitato in lui dal rifiuto per principio del terrore nella Luxemburg, sdegnatissima che un antico compagno di lotta come Dzerzinsky potesse accettar di dirigere... la Ceka!

(6) Si legga con orrore (ma l'ex comunista A. Rosenberg non se ne scandalizza affatto!): «Gli avvenimenti delle ultime settimane avevano convinto molti operai e funzionari del partito socialista maggioritario che non si poteva venire a capo di nulla senza un potere armato. Così si formarono a Berlino parecchi corpi di volon­tari composti quasi esclusivamente di operai socialisti maggioritari. Specialmente attivo per la costituzione di queste truppe fu il redattore del "Vorwärts", Kuttner. I volontari socialisti furono organizzati in tre reggimenti che iniziarono la lotta contro gli spartachisti» (A. Rosenberg, Storia della Repubblica Tedesca, tr. it,, Roma 1945, pag. 72).

(7) È noto l'ansioso telegramma di Lenin con indicazioni sulle più elementari e in­dispensabili misure da prendere... e mai prese - non foss'altro perché non ce n'era più il tempo.

(8) Come, viceversa, la Sinistra «italiana» ponesse chiaramente il problema della preparazione rivoluzionaria negli esatti termini di due prospettive - di offesa e di difesa - che non si escludono meccanicamente ma che vanno conside­rate nei loro diversi effetti senza mai incidere sulla naturale disposizione all’attacco del Partito, si vede nelle Tesi di Roma del 1922.

(9) Nel fiammeggiante Die Ordnung herrscht in Berlin, si legge: «La dirigenza è mancata. Ma la dirigenza può e deve essere creata ex novo solo dalle masse e dal loro seno: le masse sono l'elemento decisivo, sono la roccia sulla quale si erige la vittoria finale della rivoluzione».

(10) Lettera riprodotta in November. Eine kleine Seite aus meinen Erinnerungen, trad. in «Archiv für Sozialgeschichte» 1962, pag. 138 segg.

(11) Cfr. Il partito comunista tedesco ne «Il Soviet» dell’11 aprile, più oltre, pag. 527.

(12) Citiamo le tesi dal Bericht über den II. Parteitag der KPD (S) vom 20. bis 24. Oktober 1919.

(13) Cfr. Le tendenze nella III Internazionale, ne «Il Soviet» del 23 maggio 1920, riprodotto più oltre, pagg. 534-538.

(14) Berichte zum 2. Kongress der Kommunistichen Internationale, Amburgo 1921, pagg. 23-24. È questo un caso tipico di interpretazione pro domo sua del punto 16 delle Tesi sui compiti fondamentali del II Congresso dell’Internazionale Comunista redatte da Lenin. Qui si dice ai comunisti i quali «si trovino attualmente in minoranza negli organismi dirigenti» di partiti che hanno rotto con la II Internazionale e che intendono avvicinarsi alla III: «In considerazione della crescente e sincera simpatia per il comunismo manifestata dagli operai appartenenti a questi partiti, non è opportuno che i comunisti ne escano, fino a quando avranno la possibilità di svolgervi la loro attività ispirata al riconoscimento della dittatura del proletariato e del potere sovietico, e fino a quando si potranno criticare gli opportunisti e i centristi che rimangono nelle loro file» (Lenin, Opere, XXXI, pag. 191). È una direttiva dettata da uno stato di necessità, mai e poi mai una soluzione ritenuta ideale in genere e per i «periodi rivoluzionari» in specie; è il riconoscimento della debolezza del movimento operaio nella maggioranza dei paesi europei, mai e poi mai della sua forza!

(15) Le tendenze nella III Internazionale, cit., cfr. più oltre, pag. 536.

(16) Citato in P. Broué, La révolution en Allemagne, Parigi 1971, pag. 347.

(17) Citiamo dal volume VII/1 dei Dokumente und Materialien zur Geschichte der deutschen Arbeiterbewegung, Berlino 1966.

(18) L'accordo, firmato pure dai due delegati comunisti, prevedeva che «in una prima tappa, gli operai avrebbero conservato, sotto le armi, truppe dagli effettivi limitati [nella Ruhr si era costituito un embrione di armata rossa], controllate dalle autorità che le avrebbero riconosciute come forze ausiliarie di polizia; in ogni caso, i combattimenti avrebbero dovuto immediatamente cessare» (Broué, cit. p. 361). Osteggiato violentemente dalla base, l'accordo verrà subito violato dalle «autorità», e sarà troppo tardi per reagirvi!

(19) Cfr. «Die Kommunistische Internationale» or. t2/1920. Il giudizio di Levi uscito dal carcere è severo per quanto riguarda la passività della Centrale, assai più sfumato e possibilista per quanto riguarda la parola d'ordine della «opposizione leale», logica conseguenza, per lui, dello sbaglio d'origine. Del resto, la sua tesi del 16 marzo che, lanciando le parole d'ordine di 1) armamento del proletariato per la sicurezza della repubblica, 2) capitolazione senza condizioni di Kapp e Lüttwitz, 3) loro arresto immediato e processo da parte di un tribunale speciale, e ottenendo che vengano soddisfatte, «il proletariato diverrebbe il sostegno della repubblica, e il nuovo governo, quale che ne fosse il nome, sarebbe soltanto una etichetta rispetto al cambiamento radicale sopravvenuto nei rapporti tra le vecchie forze sociali; allora, dopo sei mesi di normale sviluppo, noi avremmo la repubblica sovietica»; questa tesi è un misto di gradualismo effettivo e di rivoluzionarismo astratto. A sua volta il IV Congresso tenuto dal KPD a Berlino il 14-15 aprile opererà bensì un salutare colpo di barra, ma tradirà anch'esso l'ormai inveterato orrore delle manifestazioni istintive di violenza proletaria, da un lato smentendo «le calunnie borghesi» di sabotaggi, furti, saccheggi, compiuti durante le giornate di marzo, dall’altro dando loro una parvenza di verità con l'affannoso richiamo all’«autodisciplina» degli eroici lavoratori della Ruhr.

(20) Sugli indipendenti, croce e delizia (ma soprattutto delizia) dei massimalisti nostrani, e sulle loro geniali manovre per stare con un piede nel governo e con l'altro fuori, all’unico scopo di sviare i proletari, si leggano Il pensiero degli indipen­denti e La situazione in Germania e il movimento comunista, riprodotti a pagg. 532 e 540. L'articolo succitato si intitola Gli avvenimenti di Germania.

(21) È caratteristico che, per la nostra corrente, nulla sia stato considerato più equivoco, nell’Internazionale declinante, della cosiddetta «sinistra» tedesca, pette­gola, personalistica e manovriera.

11. - LA CONFERMA STORICA DELLA FUNZIONE DELLA SOCIALDEMOCRAZIA

 

L'analisi critica che abbiamo svolta entrando nel dettaglio più che non si potesse allora, non è tuttavia postuma, giacché l'episodio Kapp-­Lüttwitz dette origine a polemiche e riesami teorici e tattici non confi­nati alla direzione dell’Internazionale o alla nostra Frazione, ma estesi a partiti o correnti d'Austria, Olanda, Ungheria, oltre che della stessa Germania. Ne parlò anche Lenin nell’Estremismo, ed è interessante farne cenno per mettere in rilievo quanto siano gesuitiche, codarde e menzognere le ricostruzioni degli storici. Lenin scrive (Appendice II) che è perfettamente giusto in linea teorica constatare che in un dato momento mancano le basi obiettive per l'instaurazione della dittatura del proletariato, e altrettanto giusto, in linea tattica, annunciare pubbli­camente la rinunzia in quello stadio ad abbattere con la violenza il go­verno in carica e distruggere l'apparato statale; ma aggiunge subito che,

 

«se non è il caso di soffermarsi sulle piccole inesattezze di formulazione, non è però lecito passare sotto silenzio che (in una dichiarazione ufficiale del partito comunista) non si può chiamare socialista un governo di socialtraditori; che non si può parlare di escludere “i partiti capitalistico-borghesi" quando i partiti degli Scheidemann e dei signori Kautsky-Crispien sono dei partiti democratici piccolo-borghesi; che non si possono scrivere cose come quelle che si leggono al 4° paragrafo della dichiarazione» del 23 marzo «dove si dice: "Per l'ulteriore conquista delle masse proletarie al comunismo assume considerevole importanza, dal punto di vista dello sviluppo della dittatura del proletariato, una situazione nella quale la libertà politica possa essere illimitatamente utilizzata e la democrazia borghese non possa operare come dittatura del capitale". Una tale situazione è impossibile. I dirigenti piccolo-borghesi, gli Henderson tedeschi (gli Scheidemann) e gli Snowden (i Crispien) non varcano e non possono varcare i confini della democrazia borghese, che a sua volta non può non essere la dittatura del capitale. Per il risultato pratico che il CC del KPD si prefigge, del tutto giustamente, di conseguire, non bisognava affatto scrivere queste cose, sbagliate sul piano dei principi e dannose politica­mente (1); bastava dire (volendo essere parlamentaristicamente cortesi [si noti l'ironia leniniana!]): fin quando la maggioranza degli operai delle città continuerà a seguire gli indipendenti, noi comunisti non potremo impedire a questi operai di liberarsi delle loro ultime illusioni democratiche, piccolo borghesi (cioè anche capitalistico-borghesi) attraverso l'esperienza che faranno col loro governo. Tanto basta per giustificare un compromesso che è veramente necessario e che deve consistere [guardate che cosa Lenin intende per compromesso: semplicemente, non pretendere di fare la rivoluzione - e dichiararlo - quando ne mancano i presupposti oggettivi!] nel rinunciare, per un certo periodo di tempo, al tentativo di rovesciare con la violenza il governo in cui la maggioranza degli operai della città ha fiducia», il che significa lasciare che «il loro governo "puro" compia nel modo più "puro" questo lavoro di "purificazione" delle stalle d'Augia del socialismo, della socialdemocrazia e delle altre varietà di socialtradimento», cioè, «riveli nella pratica fino a che punto i furfanti come Scheidemann e i filistei come Kautsky­-Crispien [...] ingannano gli operai».

 

Ed è lo stesso passo, diciamolo per inciso, in cui i capi indipen­denti sono indicati, in modo del tutto simile a quello usato da noi nella stessa circostanza, come

 

«dei democratici piccolo-borghesi piagnucolosi, mille volte più pericolosi per il proletariato quando si dichiarano favorevoli al potere sovietico e alla dittatura del proletariato, perché di fatto, in ogni momento difficile e pericoloso, consume­ranno inevitabilmente un tradimento».

 

Eppure, c'è sempre qualche storico, non escluso il solenne, erudi­tissimo Carr o l'erudito e trotskisteggiante Broué, che presenta Lenin o come colui che avallò la dichiarazione di «leale opposizione» dei compagni tedeschi, o come l'anticipatore della sciagurata formula di «governo operaio» da appoggiare più o meno dall’esterno, di cui proprio nell’Estremismo egli dimostra senza ambagi tutta l'inconsistenza! Anche nelle nostre Tesi di Roma (1922) - le tanto criticate tesi di noi talmudici, di noi settari - è scritto in parole che perfino un filisteo stenterebbe a distinguere da quelle di Lenin, se non nel senso che danno meno adito a speculazioni per la loro estrema chiarezza:

 

«L'avvento di un governo della sinistra borghese o anche di un governo socialdemocratico possono essere considerati come un avviamento alla lotta defini­tiva per la dittatura proletaria, ma non nel senso che la loro opera creerebbe utili premesse di ordine economico e politico, e mai più per la speranza che conce­derebbero al proletariato maggiore libertà di organizzazione, di preparazione rivolu­zionaria [...]. È in un senso ben diverso che l'avvento di questi governi può essere utile: in quanto cioè la loro opera permetterà al proletariato di dedurre dai fatti la reale esperienza che solo la instaurazione della sua dittatura dà luogo ad una reale sconfitta del capitalismo. È evidente che la utilizzazione di una simile esperienza avverrà in modo efficace solo nella misura in cui il partito comunista avrà preventi­vamente denunziato tale fallimento e avrà conservato una salda organizzazione indi­pendente intorno a cui il proletariato potrà raggrupparsi allorquando sarà costretto ad abbandonare i gruppi e i partiti che avrà in parte sostenuto nel loro esperimento di governo» (2).

 

D'altra parte, riconoscere e documentare le insufficienze, gli sban­damenti, i paurosi zig-zag del partito tedesco, e vederne le radici più lontano e più a fondo che nella contingenza di questo o quel mese od anno, non significa né attribuirne le cause a soli fattori interni o, come si dice, soggettivi - giacché questi sono inscindibili da un in­treccio di fattori materiali, ne sono il prodotto quanto ne sono una delle cause - né sminuire l'eroica fermezza di militanti che, sia pure sulla trincea sbagliata, si batterono senza risparmio in tempi durissimi; né abbandonarsi al vano gioco cerebrale di ipotizzare quale sareb­be stato il partito se avesse potuto disporre fino all’ultimo della guida di Luxemburg, Liebknecht o Jogisches. Il punto è un altro, ed è vitale per la comprensione generale dei problemi della tattica comunista: fatta la debita tara delle determinazioni oggettive, si tratta di aver chiaro - come dirà Trotsky - che «la realtà non perdona nessun errore teorico»; che questi errori, una volta commessi e tradotti in azione, diventano fatti oggettivi, duri come macigni, condizionanti coloro stessi che vi sono caduti, e che forse, prima o poi ma sempre troppo tardi se ne accorgono; peggio ancora, hanno il potere di cristallizzare intorno a sé uomini e gruppi già per tradizione portati a non riconoscerli come errori. Gli individui non contano in sé; ma non è casuale appunto perché è un fenomeno sociale obiettivo, che le tattiche, come le si­tuazioni, si scelgano i loro strumenti, le loro macchine-uomo: non è casuale che un Levi abbia deprecato Livorno e abbia scandalosamente denunciato come avventurieri, durante la stessa lotta, i combattenti del marzo 1921; non è casuale che i pochi oppositori delle manovre tipo leale opposizione 1920, coloro che poi formeranno l'equivoca sinistra della Fischer e di Maslow, abbiano in anni venturi accettato la parola d'ordine dell’appoggio esterno o perfino interno ai cosiddetti governi operai di Sassonia e Turingia, deprecandone soltanto la... tecnica di applicazione. Nessuno, nel KPD - così tenace era l'antico fascino della «unità» - ebbe mai chiara la lezione che la Sinistra italiana aveva già tratto dalla dura realtà del 1918 e 1919 e che nel 1921 condenserà nell’articolo La funzione della socialdemocrazia (e socialdemocrazia era ed è il centro non meno della destra) di cui riproduciamo i passi capi­tali come lezione valida per tutti i paesi in cui «il regime caratteristi­camente democratico esiste da tempo, anzi ha esaurito la sua vita sto­rica e precipita nella sua decadenza», nei quali dunque «non può con­cepirsi per noi altro trapasso rivoluzionario del potere che dalla borghe­sia dominante al proletariato, come non può concepirsi altra forma di potere proletario che la dittatura dei consigli»; la lezione che

 

«la socialdemocrazia ha una sua funzione specifica, nel senso che vi sarà probabil­mente nei paesi dell’occidente un periodo in cui i partiti socialdemocratici saranno al governo, da soli o in collaborazione coi partiti borghesi. Ma tale intermezzo, ove il proletariato non avrà la forza di evitarlo, non rappresenterà una condizione posi­tiva, una condizione necessaria, per l'avvento delle forme e degli istituti rivolu­zionari, non sarà una utile preparazione a questi, ma costituirà un disperato tenta­tivo borghese per diminuire e stornare la forza di attacco del proletariato, e per batterlo spietatamente sotto la reazione bianca se gli resterà tanta energia da osare la rivolta contro il legittimo, l'umanitario, il civile governo della social­democrazia [...]. Le oblique proposte tattiche di pretesi comunisti passati dall’altra parte, di favorire l'ascesa al potere dei socialdemocratici nostrani, non solo mostrano un'assoluta incomprensione dei problemi tattici secondo il metodo marxi­sta, ma nascondono a loro volta una insidia peggiore. Bisognerà staccare il prole­tariato ed il suo consenso dagli uomini e dal partito destinato alla funzione socialdemocratico-controrivoluzionaria con una preventiva e aspra separazione di responsabilità. Naturalmente questo scoraggerà quegli uomini e quei gruppi, farà sì che essi ritardino ad accettare l'invito borghese ad assumere il potere; e sarà bene che facciano questo passo solo in condizioni estreme, quando neanche tale manovra potrà più sanare il processo di decomposizione dell’apparato statale bor­ghese di governo. [È questa la condizione - e il limite - della possibile utilità di un esperimento socialdemocratico subito. Lo era e lo è per noi; ma, ne siamo arcisicuri, lo era anche per Lenin!]. Noi sappiamo che quasi certamente la battaglia finale sarà data contro un governo di ex socialisti: ma non è nostro compito facilitare il loro avvento al potere, bensì preparare il proletariato ad accoglierlo fin dall’inizio come una dichiarazione di guerra anziché come il segno che una tregua si apra nella lotta dì classe, che si inizi un esperimento di risoluzione pacifica dei problemi della rivoluzione. Questo potrà farsi solo a patto di aver denunziato alle masse il movimento socialdemocratico, i suoi metodi, i suoi propositi - cosicché sarebbe un colossale errore apparire come consenzienti nel tentativo di esperimen­tarli. È pèr questo che noi diciamo che la tattica rivoluzionaria deve fondarsi su esperienze internazionali e non solo nazionali; che deve bastare lo strazio dei prole­tari d'Ungheria, di Finlandia e di altri paesi per risparmiare, attraverso l'opera infaticabile dei partiti dell’ Internazionale comunista, ai proletari dell’ Occidente, la necessità di apprendere coi propri occhi, di imparare a costo del proprio sangue che cosa significhi il compito, nella storia, delta socialdemocrazia. Questa intrapren­derà fatalmente la sua strada, ma i comunisti devono proporsi di sbarrargliela al più presto, e prima che essa pervenga a piantare il pugnale del tradimento nelle reni del proletariato» (3).

 

Non solo, disgraziatamente, la lezione non fu appresa dal partito tedesco, ma gli accesi dibattiti al suo 4° Congresso mostrarono, da un lato, che il quietismo parlamentare e legalitario vestito in panni anti­putschisti era ben lungi dall’essere superato e, che, dall’altro, il pro­blema dominante nel partito tendeva sempre più a divenire, malgrado le proteste di singoli delegati a contatto con la dura esperienza delle lotte ad Amburgo e nella Ruhr, il recupero di una troppo osannata sinistra indipendente, quella medesima sinistra che al 3° Congresso (Karlsruhe 25-26 febbraio) era stata bollata per la sua capitolazione di fronte all’aperto tradimento della destra (4). La fusione realizzata con essa nell’autunno dopo il congresso di Halle, da noi della Sinistra ita­liana deplorata come pericoloso esempio di iniziale allentamento delle maglie delle condizioni di adesione all’IC (5), era fin dall’aprile nell’aria: la fisima dell’unità è ben dura a morire!

(1) Si noti come in Lenin le questioni di tattica si leghino sempre alle questioni di principio. L'equazione Henderson-Scheidemann e Snowden-Crispien mostra d'altra parte che cosa Lenin si sarebbe aspettato che facessero i comunisti adottando la pur discutibile e da noi discussa direttiva della affiliazione al Labour Party e dell’eventuale appoggio a un governo laburista contro i conservatori: dargli una mano per sbancarlo!

(2) Tesi sulla tattica presentate al II Congresso del PCd'I, par. 33; cfr. In difesa della continuità del programma comunista, cit., pagg. 4647.

(3) Ne «Il Comunista» del 6.11.1921.

(4) Si veda soprattutto il discorso di Paul Levi, Bericht über den 4. Parteitag ecc., pag. 51 segg.

(5) Da «Il Soviet» del 24 ottobre 1920, a commento della scissione dell’USPD e della prossima fusione della sua ala sinistra (la maggioranza del partito!) con il KPD: «Questa riunione di due partiti in uno, questa fusione, non può accertarsi che come un fatto di carattere eccezionale, ammissibile solo nella fase costitutiva della Internazionale comunista. L'eredità del II Congresso dovrà essere quella della sistemazione del movimento in tutti i paesi, dopo di che non potrà più am­mettersi altro processo di adesione alla III Internazionale che la normale adesione individuale ai Partiti che ne costituiranno le sezioni in ciascun paese». Purtroppo, questo sano criterio sarà ben presto abbandonato a favore di quella che avrebbe dovuto rimanere una eccezione...

 

12.      - NOI, IL KAPD E I SUOI TEORICI PANNEKOEK E GORTER

 

Uno degli aspetti caratteristici (e negativi) del movimento operaio tedesco, sebbene per altro verso sintomatici - se raffrontati alla si­tuazione, per esempio, della Francia - dell’alto grado in cui la grande industria capitalistica aveva imbevuto tutti i pori della «nazione», era l'assenza di un unico o quasi unico centro geografico, e quindi la frammen­tazione in nuclei urbani potenti e concentratissimi, ma relativamente chiusi: Berlino era certo un polo ad alta concentrazione proletaria, non però nella stessa misura in cui lo erano state nell’ottocento Parigi e nel primo novecento Pietrogrado. Questo fattore - del resto ben radicato nella storia della Germania - si rispecchiò nel 1919 nell’accendersi un po' dappertutto di violenti focolai rivoluzionari, e nella nascita e pre­cipitosa morte di embrionali «Comuni»; ma già nel corso della guerra e prima aveva trovato il suo riflesso in una miriade di gruppi relativa­mente autonomi in seno all’SPD, e il peggio è che questo stato di cose tendeva ad essere teorizzato proprio dalle forze che avrebbero potuto esprimere nel momento decisivo lo slancio e la combattività di masse proletarie scagliate dal turbine della guerra e dell’ancor più vorticoso dopoguerra nell’agone delle lotte sociali.

In un certo senso, la fioritura dell’immediatismo di falsa sinistra nel 1919-20 fu lo specchio di un oggettivo localismo impotente a supe­rarsi in una visione globale dei problemi della rivoluzione proletaria: gli stessi spartachisti ne risentirono, sebbene in grado incomparabil­mente minore e quindi in una posizione di forza di gran lunga supe­riore. Il cosiddetto radicalismo di sinistra, più o meno confluito nel KAPD nell’aprile 1920, aveva i suoi centri ad Amburgo, Brema, Berlino, Dresda, e, nel quadro di una comune visione generale di tipo sin­dacalista (ma abbiamo già detto che il termine non è dei più aderenti alla realtà), presentava sfumature notevoli, foriere di contrasti e scissio­ni potenziali o già prossime a verificarsi. Quello che allora balzava agli occhi come tipico tratto comune di questi gruppi - e Lenin non ne sapeva molto più che la nostra Frazione - era la tendenza a cercare la chiave per la dispersione dell’opportunismo, per l'allineamento del movimento operaio sul fronte della rivoluzione e quindi per la sua vit­toria sul capitalismo, in forme di organizzazione economica immediate in cui si esprimesse direttamente, senza diaframmi intermedi (e deformanti), la volontà della classe genericamente intesa, fossero - come per alcuni - i consigli d'azienda (Betriebsräte), a loro volta spesso confusi coi soviet o, come per altri, i sindacati d'industria in quanto opposti ai sindacati tradizionali di mestiere, o, come per altri ancora, le Unionen quali organizzazioni superanti la dicotomia fra lotta econo­mica e lotta politica (qualcosa di simile all’«One Big Union» degli IWW americani), sempre però costruite su basi federalistiche per evi­tare l'odiata e temuta dittatura dei capi, l'esorcizzato conculcamento delle masse ad opera di una Führerschaft dirigente e legiferante «dall’alto».

La questione della rivoluzione era così ridotta ad una «questione di forme di organizzazione» - forme economiche, per giunta -, rivo­luzionarie in sé appunto perché immediate, calco fedele della volontà di lotta e della «coscienza» classista del proletariato non diviso - per così dire - da se stesso a causa della mediazione del partito, la cui funzione veniva, a seconda dei gruppi locali, o negata, o ridotta a un puro ruolo di «illuminazione» teorica e di propaganda intellettuale, o infine respinta come il... vade retro Satana. Ne discendevano quelle che colpivano come le manifestazioni più macroscopiche del «sinistrismo» tedesco: la parola d'ordine della diserzione dei sindacati tradizionali come organismi burocratici, quindi per natura controrivoluzionari, e del parlamen­to come massimo tempio non tanto dell’inganno democratico, quanto del predominio dei «dirigenti» sui «diretti», di chi guida (i Führer parlamentari qui, i Bonzen sindacali là) su chi è guidato, cioè appunto della negazione della «democrazia» sia pure «operaia»; la sopravvalutazione della lotta economica a scapito della lotta politica, e della pri­ma come processo graduale, e sia pure di volta in volta violento, di presa di possesso del meccanismo produttivo alla sua «scaturigine», cioè la fabbrica; l'oblio della fondamentale tesi marxista da noi riba­dita proprio in polemica con questi gruppi, che «la rivoluzione prole­taria è, nella sua fase acuta, prima che un processo di trasformazione, una lotta per il potere tra borghesia e proletariato, che culmina nella costituzione di una nuova forma di Stato le cui condizioni sono l'esi­stenza dei consigli proletari come organi politici, e la prevalenza in essi del partito comunista», e che questo passo storico decisivo pre­suppone, per essere compiuto, un'«azione centralizzata e collettiva diretta dal partito sul terreno politico», dal «partito marxista, forte, centralizzato, come dice Lenin» (1). Riflesso di una frammentazione og­gettiva del movimento operaio, l'immediatismo la aggravava teorizzandola come un punto di forza anziché di debolezza.

È un errore credere che in questa che non si può nemmeno chia­mare una deviazione dal marxismo, perché ne e fuori sin dalle radici, si esprimesse soltanto l'esasperata rivolta al tradimento socialdemocra­tico durante la guerra e, per logica conseguenza, nel dopoguerra; essa era il rigurgito di un'antica peste del movimento operaio di cui non occorre rilevare le consonanze con l'anti-autoritarismo anarchico o l'an­tipartitismo ed antipoliticismo sindacalista e le origini fondamentalmente idealistiche, e che in Germania aveva una sua continuità, sebbene non così netta come nel movimento europeo-meridionale o, come si dice, latino, risalendo ad assai prima del conflitto mondiale. L'antipar­titismo ed anti-autoritarismo di queste correnti sboccava poi, per uscire dall’impasse di una organizzazione che non sia... organizzazione, e di una lotta di classe che non sia... politica, o nell’appoggiarsi a questo o quel partito, benché solo e sempre dall’esterno, o nel negare lo stesso assunto di origine di un'organizzazione economica e di massa, preten­dendo che le nuove Unionen o i Betriebsräte sorgessero sulla base dell’adesione non già dei salariati in quanto salariati, ma dei proletari «i quali accettino la dittatura proletaria e il sistema dei soviet» (scusa­te se è poco), e quindi facendone delle associazioni operaie di élite... (2).

Il KPD poteva essere fiacco e legalitario, ma erano proprio le tesi teoriche difese dalla sua centrale, e combattute dai dissidenti, ad essere - per noi come per l'Internazionale - «sulla buona base marxista» (3). Erano stati questi gruppi, al congresso di fondazione del KPD, a lan­ciare il grido: «Fuori dai sindacati»; a ottenere vittoria sulla questio­ne elettorale sempre in nome del rifiuto della dittatura dei capi, e ad insistere per una struttura organizzativa del partito che lasciasse il margine più vasto di autonomia alle sezioni locali. Per tutto il 1919, il gruppo di Amburgo era rimasto il più attivo portavoce dell’ancora generica posizione immediatista; da esso era partito l'appello dei 18 de­legati espulsi al congresso di Heidelberg, così concepito:

 

«Tutte le organizzazioni del KPD il cui punto di vista è che la dittatura proletaria dev'essere la dittatura della classe, non la dittatura della dirigenza di un partito; il cui parere è inoltre che le azioni rivoluzionarie di massa non devono essere ordinate dall’alto da una lega segreta di capi (geheime Führerbund), ma essere proposte e preparate dalla volontà delle masse stesse mediante l'affasciamento organizzativo dei proletari rivoluzionari in organizzazioni rivoluzionarie di massa sulla base democratica più larga, sono invitate a mettersi in collegamento [...] con la sezione di Amburgo»;

 

fu ancora esso a dettare lo statuto dell’«Unione generale degli ope­rai di Germania» (Allgemeine Arbeiter-Union Deutschlands = AAUD), quando, svincolandosi dalla parziale dipendenza da organizzazioni anarco­sindacaliste, il nuovo tipo di associazione economica si costituì, il 14 febbraio 1920 ad Hannover, proclamando: «l'AAUD organizza i sa­lariati per la lotta finale contro il capitalismo e per il conseguimento con la forza della Repubblica dei Consigli, e a questo scopo chiama i salariati ad unirsi sul terreno dell’organizzazione unitaria rivoluzionaria, a crearsi una grande Unione», ed escludendo dalle proprie file, per principio, «le organizzazioni che 1) partecipino alla attuazione della legge sui consigli di azienda [la legge cioè che dava riconoscimento giuridico ai consigli di azienda inserendoli nella nuova struttura sta­tale repubblicana], 2) respingano la dittatura del proletariato, 3) non riconoscano come base organizzativa l'organizzazione per aziende» (4).

Mentre il gruppo di Amburgo sviluppava già dalla fine del 1919 quella che poi passerà sotto il nome di teoria del «nazionalbolscevi­smo» (di cui si è già scritto nel cap. IV), e perdeva anche in forza di ciò il ruolo preminente di cui aveva goduto alla fondazione dell’AAUD e nei mesi immediatamente successivi, l'organizzazione di Dresda e della Sassonia orientale, riunita intorno a Otto Rühle, ne portava alle conseguenze estreme l'antipartitismo e l'antiautoritarismo di principio. Al congresso di fondazione del KAPD, lo stesso Rühle, che ne fu espulso soltanto nell’autunno 1920, espose il concetto secondo cui «il partito come struttura organizzativa è legato, nella giustificazione della sua esistenza storica, al presupposto del parlamentarismo borghese, che noi, nella era della rivoluzione, respingiamo per principio. Se la de­mocrazia è la forma classica della dominazione borghese, il partito è la forma classica di affermazione e rappresentanza di interessi borghesi». La politica di ogni partito conduce perciò necessariamente all’«opportu­nismo e ai metodi tattici ad esso corrispondenti (trattative, compromes­si, riforme) che noi per principio respingiamo» (5). E nel 1921: «Stato di classe borghese-capitalistico, parlamento e partito fanno una sola rosa, sono concresciuti; l'uno condiziona l'altro, l'uno funziona solo in collegamento con l'altro». Non si trattava più soltanto di «di­struggere i sindacati» che, come il partito, sono intrinsecamente un prodotto del regime borghese e, essendo basati sul centralismo, sono «per natura» controrivoluzionari; si trattava di «distruggere i partiti politici, questi ostacoli fondamentali all’unificazione della classe prole­taria e allo sviluppo ulteriore della rivoluzione sociale, che non può essere compito né di partiti né di sindacati», per sostituirli con «l'affa­sciamento del proletariato rivoluzionario nelle fabbriche, queste cellule originarie della produzione, questo fondamento della società futura»(6); al quale scopo avrebbe lavorato l'AAU(E), sigla dell’ Allgemeine Arbeiter-Union (Einheitsorganisation), il sindacato scissionista fondato dal gruppo di Dresda dopo l'uscita dal KAPD.

Abbiamo ricordato le posizioni estreme e più scopertamente aber­ranti nel senso del sindacalismo rivoluzionario e addirittura dell’anar­chismo; ma non è che offra nulla di meglio, anche se è più sottile e ammantata di formale ossequienza al «marxismo», la posizione inter­media dei gruppi di Brema e Berlino-Brandenburg, e dei suoi teorici Anton Pannekoek e Herman Gorter, gli astri alla moda degli attuali gruppuscoli di falsa sinistra; ed è necessario soffermarvisi perché è appunto e prevalentemente da essa che la nostra Frazione, come d'al­tronde l'Internazionale, ebbe a differenziarsi (7) - cosa che, al solito, non impedisce agli storici di grido (o di... raglio) di farne tutt'uno con noi o, nella migliore delle ipotesi, di ricondurla alla nostra stessa matrice.

Diversamente dagli amburghesi e a maggior ragione dai sassoni, i Linkskommunisten di Brema e di Berlino non avevano riconosciuto come irrevocabile l'esclusione dal partito, alle cui tesi avevano anzi proposto delle modifiche che permettessero loro di rimanere nell’am­bito dell’organizzazione. Il congresso del KPD, nel riconfermare in­tegralmente il programma votato a Heidelberg, aveva però sancito la esclusione dei dissidenti, e anche per questi ultimi la condotta degli spartachisti durante la «Kappìade» aveva poi reso improponibile una ricucitura dello scisma. I cosiddetti «comunisti di sinistra» non ne avevano tuttavia ancora dedotto in modo categorico che ogni partito, pro­prio in quanto partito, incarna il principio del Male, né che a Mosca, come presto decreteranno O. Rühle e D. Pfemfert a Dresda, questo principio aveva eletto domicilio. Fu appunto la sezione di Berlino, su­bito dopo i fatti di marzo, a convocare nella capitale, per il 4-5 aprile, gli esponenti dì tutte le correnti di «opposizione comunista»; fu al­lora che nacque quello che, volere o no, doveva essere un nuovo partito, Kommunistische Arbeiter-Partei Deutschlands (KAPD), con le sue roc­caforti organizzative, numericamente le più robuste, a Berlino e nella Renania - Vestfalia, con l’AAUD da esso ispirata come sua ap­pendice economico - sindacale (8) e con i primi e per la verità effi­meri nuclei di una «organizzazione di combattimento» come sua dira­mazione militare nelle fabbriche. È probabile - impressione confer­mata anche da un articolo del «Soviet» - che nel primo semestre della sua esistenza e forse ancora ai primi del 1921 il KAPD abbia convogliato un numero considerevole di proletari fra i più combattivi, certo i più sensibili agli umori delle grandi masse, e forse attratti nelle sue file non tanto dalle peculiarità specifiche del suo programma, quanto dal disgusto per il tendenziale legalitarismo e comunque le eterne esitazioni del partito ufficiale, mentre è altrettanto probabile che l'AAUD da esso dipendente riunisse i salariati in rivolta contro le direttive ultra­conformiste della grande centrale sindacale riformista: due fattori che spiegano sia gli sforzi dell’IC, fino al III Congresso dell’anno succes­sivo, per tendergli la mano, sia la pregiudiziale e recisa opposizione del KPD anche solo alla remota prospettiva di tornare a convivere sotto lo stesso tetto.

Di là dalle divergenze tattiche sulle questioni del parlamento e dei sindacati, era tuttavia manifesto sia ai bolscevichi sia a noi - so­prattutto quando le posizioni degli ex dissidenti vennero teorizzate da Pannekoek e Gorter - che da tutte le correnti di opposizione con­fluite temporaneamente nel KAPD ci dividevano fondamentali questioni di principio, il disaccordo sulle quali non aveva impedito ai «socialisti [poi comunisti] internazionali» di Amburgo e Brema di schierarsi con la Sinistra di Zimmerwald e Kienthal durante la guerra e di condurre contro il kautskismo una lotta parallela a quella di Lenin, ma che, nel cozzo con le realtà della dittatura proletaria, non poteva non portarli dall’altra parte della barricata. Conoscendone quasi esclusivamente le concezioni tattiche, noi definimmo impeciati di «eterodossia sindacali­sta» (9) i dissidenti dal KPD, nel duplice senso che svalutavano il ruo­lo del partito e anteponevano la lotta economica alla lotta politica, e che condividevano la «concezione anarchico-piccoloborghese della nuo­va economia come risultato del sorgere di aziende amministrate diretta­mente dagli operai che vi lavorano» (10). In realtà, però, il dissenso investiva l'intero bagaglio teorico dei kaapedisti. Essi infatti appartene­vano a un ceppo ideologico che solo l'adozione di alcuni canoni inter­pretativi del modo di produzione capitalistico e della struttura della società borghese poteva far apparire marxista, mentre era fin nelle ra­dici idealista; lo stesso ceppo dal quale germogliano l'anarchismo, il sindacalismo-rivoluzionario, l’aziendismo, il consiglismo, l'ordinovismo, di cui infatti si ritrovano nella loro ideologia, sia pure in varia dose, tutti gli ingredienti, e che alla lunga doveva condurli, malgrado le ini­ziali dissonanze, su un fronte comune di negazione del marxismo (in seguito, essi avrebbero preferito dire «del bolscevismo», convinti come erano che si trattasse di cose non solo diverse, ma antitetiche), così co­me schierava su un fronte comune contro di loro i bolscevichi e noi (11) malgrado il comune riconoscimento che nelle loro file militavano, per «colpa» del KPD più che per loro «virtù», proletari istintivamente co­munisti, e malgrado il fatto che sul modo di riconquistarli alla nostra causa noi avessimo opinioni differenti da Mosca.

Tanto per Pannekoek quanto (e forse più scopertamente) per Gor­ter, il processo rivoluzionario non si configura essenzialmente come scon­tro materiale e fisico fra due classi, di cui la soggetta è spinta sul terre­no dell’assalto al potere della classe avversa da determinazioni materiali, e agisce senza sapere (e prima di sapere) in quale direzione ultima si muove, incontrandosi lungo questo cammino col partito - cioè col programma, o la «coscienza», dell’obiettivo finale e delle tappe ob­bligate del percorso per raggiungerlo - e con l'organizzazione necessa­riamente minoritaria di un'avanguardia comunista cristallizzatasi intorno a quel programma; si configura invece come presa di coscienza col­lettiva della via e del fine da parte degli sfruttati, «condizione preli­minare» della loro azione rivoluzionaria. Quello che negli spartachisti, ancora nel gennaio 1919, appariva come deviazione dalla corretta dot­trina marxista, qui diventava il suo capovolgimento. Come già aveva scritto Gorter nel 1909 (12), la società nuova può essere soltanto il pro­dotto di un uomo nuovo auto-cosciente ed auto-agente: «lo spirito dev’essere rivoluzionato!»; come dirà Pannekoek nel 1920, perché la rivoluzione si compia «è necessario che il proletariato, le masse im­mense, discernano con chiarezza la via e la meta»; è appunto per il man­cato completamento di questo processo di emancipazione spirituale (o intellettuale), non per ragioni di cui il marxista deve cercare le radici a loro volta materiali, che l'opportunismo si è impadronito della maggio­ranza della classe operaia, e - in riferimento al 1919 - è appunto «perché le masse soggiacciono ancora totalmente al modo di pensare borghese che, dopo il crollo della dominazione borghese [si noti come, estremizzando la formula citata più sopra della Luxemburg, l'ottobre 1918 tedesco diventi qui la già avvenuta rivoluzione politica, l'abbatti­mento della... borghesia], esse l'hanno ristabilita con le proprie mani»(13). E non è solo vero che la conquista da parte delle masse dell’autoco­scienza e dell’auto-attivazione (o auto-motivazione o auto-asserzione nella vita pratica - comunque si voglia tradurre il termine tedesco Selbstbetätigung) deve precedere la rivoluzione, o almeno, nella sua pienezza, coincidere con essa; è pure necessario che sia un'autoconquista, un'acquisizione per forza propria, un «salto di qualità» compiuto dal soggetto-classe nel suo insieme; altrimenti si ricade nella dicotomia masse-capi, il grande scandalo dei tribunisti olandesi e quindi dei kaape­disti tedeschi, la «vera» ragione (secondo loro) per cui, allo scoppio della guerra, il proletariato aveva ceduto le armi rinunziando alla pro­pria iniziativa storica di soggetto agente e consapevole per affidarla ai «capi», ai Führer, così divenuti, da strumenti, artefici di storia. Se quindi per Pannekoek l'esistenza del partito ha ancora un senso, è solo quello di «diffondere in anticipo fra le masse delle conoscenze chiare, perché appaiano in seno ad esse degli elementi capaci, nei grandi svolti della politica mondiale, di sapere che cosa occorre fare, e giudicare la si­tuazione da sé»: quello, dunque, di consigliare, educare, illuminare, o piuttosto aiutare le masse a prendere coscienza di sé medesime, a riscoprire quella scienza che è il marxismo: mai di guidarle come organo di combattimento, mai di esercitare in loro nome il potere come arma di unificazione della istintiva rivolta proletaria nella direzione di un movimento reale di cui il partito come collettività ha la nozione; un movimento reale del quale - come questi «marxisti» non capi­scono mai - la classe potrà attingere la consapevolezza solo dopo aver agito distruggendo l'apparato del suo sfruttamento economico e sociale, e così emancipandosi anche da una servitù intellettuale che sarà, comun­que, l'ultima delle sue catene ad essere spezzata.

Ma allora si vede perché l'espressione genuina sia dell’attacco ri­voluzionario, sia e ancor più della realizzazione del socialismo, diventino in sé e per sé, proprio in quanto forme di organizzazione, i consigli, i Räte o, su un gradino più alto, i soviet: gli è che in essi - sia pure, estrema concessione, col partito come «esperto» e «consulente» a latere - la saldatura fra le masse e la loro autocoscienza-autoatti­vazione è piena e «trasparente»; essi sono in sé rivoluzionari «in quanto permettono ai lavoratori di decidere in prima persona su tutto ciò che li riguarda». Per lo stesso motivo, a Pannekoek la dittatura del proletariato come la concepiscono i bolscevichi appare come arbi­traria dittatura di «una ristretta minoranza rivoluzionaria»; anzi, neppure di questa, ma del «suo centro, una dittatura esercitata all’interno del partito stesso, dal quale esso espelle individui a pia­cere ed esclude con mezzi meschini ogni opposizione»; insomma come una nuova forma di blanquismo, come una resurrezione dello spettro della Führerschaft conculcatrice dei propri sudditi inermi - cui andrebbe contrapposta l'idea di un partito o meglio di una setta di illuminati che «è le mille miglia lontana dall’aver lo scopo [nota bene: qui Pannekoek raggiunge anticipatamente Rühle, come infatti lo rag­giungerà idealmente in anni venturi] di ogni partito politico [...]: quello di prendere direttamente in mano la macchina dello Stato».

L'antitesi masse-capi viene così a sostituirsi all’antagonismo fra le classi. Se Pannekoek-Gorter respingono il parlamento, non è in quanto organo specifico della dominazione di classe della borghesia, ma in quanto «tipico mezzo di una lotta condotta dai capi mentre le masse vi hanno un ruolo subalterno»; per suo tramite il comunismo, «invece di comprendere tutta la classe, diventa un nuovo partito, con i propri dirigenti, che si aggiunge ai partiti già esistenti, perpetuando così la divisione politica del proletariato»; la sua distruzione è dunque «un momento essenziale sulla strada che conduce all’autonomia e all’autoliberazione». Analogamente, per quanto concerne i sindacati, «è la loro stessa organizzazione che impedisce di farne uno strumento per la rivo­luzione proletaria», è questa forma «ciò che rende le masse press'a poco impotenti», e vieta loro di utilizzarli come «strumenti della propria volontà», mentre negli organismi di fabbrica, per dirla con Gorter, «gli operai hanno in mano i dirigenti e quindi la linea politica [...] ogni operaio ha in mano un potere [...]; è anche, nella misura in cui una cosa del genere è possibile in regime capitalistico, artefice e padrone del suo destino; e, poiché ciò vale per tutti, è la massa a scatenare e dirigere la lotta».

Si badi che né Pannekoek né Gorter negano una sua giustifica­zione al concetto «bolscevico» (cioè marxista, cioè nostro) del partito: ma per loro esso corrisponde alla situazione storica della Russia impe­gnata in una rivoluzione duplice, per metà proletaria e per metà borghese, sia che la massa inerte del contadiname abbia bisogno d'essere diretta (e quindi vi si imponga un «nuovo blanquismo»), sia che l'acca­vallarsi di due diverse spinte rivoluzionarie renda necessaria l'arte della manovra, privilegio dei «capi». Lo stesso concetto non troverebbe invece applicazione in Occidente, dove «il proletariato è solo e deve fare la rivoluzione da solo contro tutte le altre classi»; dove quindi «deve possedere le armi migliori di tutte per la rivoluzione», e «dovendo fare la rivoluzione da sé, e non avendo alcun aiuto, deve elevarsi spiri­tualmente ed intellettualmente ad una grande altezza», sbarazzandosi di arnesi come i capi, i partiti politici nel senso corrente del termine, i sindacati di mestiere e, per questa stessa ragione, gli istituti parla­mentari. Sparsi nelle sue file, i comunisti «tentano soprattutto di elevare le masse, come unità e come somma di individui, a un grado molto più alto di maturazione; di educare i proletari, uno ad uno, per farne dei lottatori rivoluzionari mostrando ad essi con chiarezza (non soltanto con la teoria ma soprattutto con la pratica) che tutto dipende dalle proprie forze, che essi non devono attendersi nulla dall’aiuto esterno di altre classi, e poco soltanto dai capi» (si noti come il corteggiamento delle masse si allei ad una loro riduzione a gregge di «imma­turi» bisognosi d'essere educati a... non aver più bisogno di alcun educatore!), da cui discende la celebre contrapposizione schernita da Lenin nell’Estremismo:

 

«Due partiti si stanno oggi di fronte: l'uno, il partito dei capi, che mira ad organizzare la lotta rivoluzionaria e a dirigerla dall’alto [...]; l'altro, il partito delle masse, che aspetta l'ascesa della lotta rivoluzionaria dal basso [...]. Là, dittatura dei capi, qui dittatura delle masse! Ecco la nostra parola d'ordine» (14).

 

A questa ideologia, la cui omogeneità non è intaccata da irrilevanti sfumature personali, si ispirano l'«appello» e il «programma» appro­vati al congresso costitutivo del KAPD. Il primo prende atto della «bancarotta politica e morale» del KPD, ormai preda di una «cricca di capi operanti con tutti i mezzi della corruzione» e decisi «a sabo­tare la rivoluzione nell’interesse dei loro scopi egoistici»; dichiara che il nuovo partito «non è un partito in senso tradizionale (15); non è un partito di capi; il suo principale [si noti!] lavoro consisterà nell’appog­giare con tutte le sue forze il proletariato tedesco nel suo cammino verso la liberazione da ogni dipendenza dai capi», - mezzo, questo, il più efficace per quella «unificazione del proletariato nello spirito della idea dei consigli» che è il «vero fine della rivoluzione». Il secondo rifà la storia delle lotte di classe nel mondo dopo la fine della guerra e, denunziando la crisi mortale in cui si dibatte il capitalismo, indica nel fatto che «la psicologia del proletariato tedesco è ancora sotto l'influenza di elementi ideologici borghesi o piccolo borghesi» la causa del ritardo dei fattori soggettivi della crisi rivoluzionaria su quelli oggettivi: «il problema della rivoluzione tedesca è [quindi] il problema dello sviluppo dell’autocoscienza del proletariato tedesco». Dichiarando guerra ai metodi di lotta opportunistici, al parlamento e ai sindacati («solo la distruzione dei sindacati darà via libera alla marcia in avanti della rivoluzione»), il programma mette al centro dell’azione rivoluzionaria l'«organizzazione di fabbrica» (Betriebsorganisation), in cui «la massa è l'apparato mo­tore della produzione», dove «la lotta intellettuale, il rivoluzionamento delle coscienze si compie in incessante tumulto da uomo a uomo, da massa a massa», e che ha fra i suoi compiti essenziali «la preparazione alla costruzione della società comunista», della quale è «l'inizio». Ad essa, «spina dorsale dei consigli d'azienda», può appartenere «ogni operaio che si dichiari per la dittatura del proletariato»; nel suo seno, il KAPD svolgerà la propria azione di propaganda «concordando con essa le parole d'ordine» e organizzandosi in modo che «anche il partito assuma sempre più carattere proletario [...]e risponda al criterio della ditta­tura dal basso». Si otterrà così - «e l'organizzazione di fabbrica ne offre la garanzia -, che con la vittoria, cioè con la conquista del potere ad opera del proletariato, possa avere inizio la dittatura della classe, non di pochi capi-partito e della loro cricca». Inutile aggiungere che «la forma politica di organizzazione della comunità comunista sarà il sistema dei consigli» - lo stesso errore in cui erano caduti, poco importa se in buona o cattiva fede, gli indipendenti, di supporre per la «società comunista» una particolare forma di ordinamento politico, ricalcata per giunta su un «tipo di organizzazione» sorto dalla lotta fra le classi in pieno regime borghese.

Da questa sommaria analisi della peculiare ideologia «kaapedista» risulta - e noi lo dicemmo fin da allora - che essa è, sul piano della teoria e dei principi non meno che della tattica, agli antipodi della posi­zione costantemente difesa dai comunisti astensionisti italiani e conden­sata nelle Tesi della Frazione del giugno 1920, oltre che nella serie sulla costituzione dei soviet in Italia in polemica con l'«Ordine Nuovo» e negli articoli in appendice a questo capitolo. Non c'è, fra l'una e l'altra, nessun punto di contatto (16), nemmeno nell’astensionismo che, per Gorter e Pannekoek, ha il valore di un principio come lo ha per gli anarchici, e come lo ha, per questi ultimi, la negazione dell’ «auto­rità», mentre per noi è una soluzione tattica relativa ad una certa fase del capitalismo e della lotta proletaria per abbatterlo, non valida sempre e dovunque in assoluto (perfino oggi che, dopo un così amaro bilancio storico, abbiamo il diritto di considerarlo una questione non «secon­daria» ma primaria della tattica comunista nelle aree di capitalismo avanzato, non ci sogneremmo di decretarlo tale per i paesi che compiono appena la loro «rivoluzione borghese», e nei quali il parlamento, in forza della evoluzione mondiale in senso totalitario, è certo un'arena ancor più secondaria di quanto non lo considerassero i bolscevichi, ma resta pur sempre uno dei campi in cui si scontrano le più diverse classi sociali), senza contare che nel KAPD e nei suoi teorici la «que­stione parlamentare» è messa - logicamente, del resto - in un solo fascio con quella «sindacale», cioè si collocano sullo stesso piano, da un lato, un istituto costituzionalmente di Stato, il parlamento, che è insieme espressione del dominio della classe sfruttatrice e, come vuole la sua ideologia, rappresentanza, poco importa se fittizia, di più classi, dall’altro una forma di associazione, il sindacato operaio, che può bensì essere (ed è sempre più) assorbita dall’apparato statale borghese, ma riunisce soli salariati, riflette necessariamente la spinta delle deter­minazioni economiche in cui e la radice della stessa lotta politica, e, conquistata (o riconquistata) all’influenza del partito, costituisce per quest'ultimo un necessario campo di azione, di propaganda e soprattutto di agitazione nelle file della classe proletaria comunque organizzata (anche da una spia zarista, avrebbe detto Lenin).

L'errore dei kaapedisti e tribunisti era qui duplice: pretendere di costruire forme di organizzazioni economiche in sé rivoluzionarie, laddove ognuna di tali forme «in tanto fa opera rivoluzionaria in regime borghese, in quanto è pervasa di spirito comunista e agisce sulle direttive comuniste sotto la spinta e il controllo dei comunisti» (17); dimenticare che i sindacati - siano essi quelli esistenti, ma riconquistati alla loro funzione di classe, oppure organi nuovi resi necessari dall’avere i proletari «abbandonato a se stesso un organo imputridito» (18); - saranno comunque «organi utili e positivamente fattivi in regime comunista non solo per la forma della loro costituzione» (19); non dunque organi da distruggere come i parlamenti borghesi, ma organi da mettere al servizio dell’opera della dittatura proletaria.

Non basta, per accomunarci al KAPD, il severo giudizio critico sul partito nato dallo Spartakusbund: la «lettera aperta», in data 2 giugno 1920, con cui l'Esecutivo dell’IC si rivolgeva ai «Compagni del Partito comunista operaio di Germania» nel tentativo di convin­cerli dei loro errori sulla questione centrale del partito e del suo ruolo nella rivoluzione proletaria, sulla vitale questione dell’appartenenza ai sindacati reazionari abbraccianti l'enorme maggioranza dei lavoratori, e sulla motivazione «teorica» dell’astensionismo, invitandoli inoltre a sconfessare il «nazionalbolscevismo» di Laufenberg-Wolffheim come l'anarchismo di Rühle, e prospettando una riunificazione dei due partiti sotto l'egida del Comintern qualora le risoluzioni del II Congresso fos­sero state accettate (20), questa lettera, in tutto e per tutto parallela alle nostre ripetute analisi critiche, non è meno dura e severa di quanto lo eravamo stati noi nel giudicare e condannare le esitazioni e gli sbandamenti del KPD: gli illustri storici ne concluderanno forse che Mosca pencolava verso... Brema o Amsterdam?

Egualmente non regge il parallelismo istituito da qualche storico fra noi e i tribunisti-consiglisti sulla base del «comune» riconoscimento che la rivoluzione duplice è una cosa, la rivoluzione proletaria «pura» è un'altra. Prima di tutto, tale riconoscimento è comune a noi e a Lenin, e proprio da quest'ultimo (la frase è del Rapporto sulla guerra e sulla pace 1918, ma ritorna significativamente nell’Estremismo) viene il monito che è «infinitamente più difficile cominciare la rivoluzione in Europa e infinitamente più facile incominciarla in Russia», anche se qui sarà «più difficile proseguirla e condurla a termine». In secondo luogo, da questo comune riconoscimento noi traevamo la conclusione che in Europa occorreva rendere ancor più tagliente la spada brandita dai bolscevichi in una rivoluzione tuttavia doppia quando avevano riven­dicato all’unico partito comunista, mai ad un «informe parlamento del lavoro» (i Soviet senza la guida materiale e non solo «spirituale» del partito), l'esercizio della dittatura proletaria e, prima ancora, la direzione della lotta per il potere. Il peso schiacciante delle tradizioni democratiche, le radici profonde dell’opportunismo ancorato material­mente in una larga fascia di aristocrazia operaia e in un complesso di sia pur labili provvidenze di tipo assistenziale, l'esistenza di «partiti operai-borghesi» o addirittura di un «imperialismo operaio» (Lenin e Trotsky insegnavano) rendevano per noi imperativo di spingere fino alle estreme conseguenze l'esperienza bolscevica della liquidazione di ogni alleanza politica del partito comunista con altri partiti o gruppi e dell’abbandono di tattiche come quella del parlamentarismo rivoluzionario anche in periodo non rivoluzionario; i Gorter-Pannekoek ne deducevano per contro la necessità opposta della liquidazione del partito a favore di una inconsistente «democrazia operaia». Infine, Lenin aveva mille ragioni di rinfacciare ai Linkskommunisten l'assurda visione di una rivoluzione proletaria che, essendo «pura», non porrebbe all’avan­guardia rivoluzionaria il problema di tenere un «calcolo preciso e rigorosamente oggettivo di tutte le forze di classe dello Stato in que­stione» e quindi di non «ignorare» semplicemente (e bambinesca­mente) o l'apporto che strati sia pur esili di semi-classi non proletarie possono fornire alla rivoluzione, o la necessità di neutralizzarne altri (con particolare riferimento alle campagne), invece di farne - come non abbiamo mai fatto noi e come invece facevano i tribunisti­-consiglisti - un solo fascio indiscriminato con gli scherani e i lanzi­chenecchi della controrivoluzione! (21). Gorter, e con lui buona parte del KAPD («corrente di Essen»), nel 1921 ed oltre negheranno addirittura la lotta rivendicativa e il ricorso allo sciopero se non per... l'assalto al potere - rivoluzione o nulla! che vuol dire: rivoluzione mai! - proprio mentre in Italia la Sinistra alla guida del partito di Livorno svolgeva un'impetuosa e brillantissima azione sindacale nelle città e nelle campagne.

Non esiste un «marxismo occidentale» contrapposto a un «marxi­smo leninista» od «orientale»: esiste un marxismo che schierava sulla stessa linea di dottrina e di principi i bolscevichi e noi, ed un para­marxismo, o meglio extra-marxismo, intorno al cui asse ruotavano, caso mai, il KAPD e l'«Ordine Nuovo» e ruotano oggi tutti i gruppuscoli spontaneisti, operaisti, antipartito. Che tale fosse la matrice di quelle correnti o di quei partiti; che la opposizione di principio fosse ben più netta e profonda di qualunque e più vistosa divergenza tattica, può non essere apparso completamente chiaro sia ai bolscevichi sia a noi nel 1920, come è invece chiaro oggi a chi ha lo stomaco di sorbirsi l'indigeribile produzione dottrinaria degli uni e degli altri; ma la violenta reazione di Lenin nell’Estremismo si spiega - ed è sacrosanta – con l'istintiva ripugnanza teorica del marxista di razza per un fondaccio idealistico la cui diagnosi deve essere, assai più che di «malattia d'infanzia», di vera e propria tabe. Diciamo di più: se è da rammaricarsi che Lenin, scusandosi d'altronde di conoscere troppo poco di noi, ci abbia messi nel medesimo sacco con coloro contro il cui ceppo di origine, come contro quello degli anarco-sindacalisti o dei culturalisti prima ancora del fatale 1914, e contro quello degli ordinovisti nel 1919-1920, ci eravamo battuti e ci battevamo fieramente, possiamo storicamente capire che il grande marxista, fiutando dietro certe teoriz­zazioni «tattiche» l'eterno nemico ideologico, menasse lo staffile anche a costo - come dirà un anno dopo - di passare per «destro», o sospettasse in noi, per l'apparente affinità con quello, l'«anarchico» vero o potenziale. Tra i cattivi servizi resi dall’immediatismo stile KAPD - una delle bestie nere del pamphlet di Lenin -, non ultimo è quello di aver intorbidato le acque di una polemica che avrebbe dovuto svolgersi solo fra marxisti e sull’unico terreno sul quale dei marxisti possono accettare di muoversi, portando alla più che dovuta condanna sia di quell’astensionismo (o meglio, nullismo tattico) sia della sua matrice teorica, e, viceversa, all’affermazione tanto di un corpo di dot­trine irrinunciabili (come avremmo desiderato che ne uscisse uno dal II Congresso), quanto di un insieme di norme tattiche più rigorose di quelle suggerite dai bolscevichi, ma per nulla irrealistiche, da imporre alle sezioni nazionali come vincolanti.

(1) Da Le tendenze nella III Internazionale e Il Partito comunista tedesco, riprodotti da «Il Soviet» più oltre, pagg. 554 e 527.

(2) A proposito dei nuclei di azienda (Betriebsorganisationen) sui quali poggiavano le organizzazioni sindacali della «opposizione comunista», il «Soviet» osserva (La situazione in Germania e il movimento comunista, articolo riprodotto più oltre) che essi non sono più «organi economici pel fatto stesso che non ogni operaio può accedervi, e non sono ancora organi politici», il che non si concilia «con la affermazione che i consigli di fabbrica conducono tutto il proletariato sulla vera via rivoluzionaria». In effetti, il programma di una di queste Unionen dice esplicita­mente che i nuclei di azienda raggruppati in essa «non sono né un partito politico né un sindacato».

(3) Da La situazione in Germania e il movimento comunista, più oltre, pag. 543.

(4) È impossibile dare un quadro anche approssimativo di tutta la fioritura di Unionen sorte in antitesi alla grande organizzazione sindacale riformista e ispirate in vario modo ai concetti propri dell’immediatismo. Tutte, comunque, pretendevano di costituire la base e il punto di partenza - come si legge nello statuto della AAU, dell’agosto 1919, - del «puro sistema dei consigli» destinato ad essere l'organizzazione economica tipica della nuova società. Esse si basavano, in generale, su nuclei di azienda composti da operai e impiegati che eleggevano a loro volta dei fiduciari. Gli statuti ed altri documenti di queste variopinte organizzazioni si leggono in appendice a H.M. Bock, Syndikalismus und Linkskommunismus von 1918-1923, Meisenheim a.G., 1969.

(5) Cit. in H.M. Bock, cit., pag. 289.

(6) In Bock, cit., pagg. 397 e 405.

(7) Si vedano in particolare i tre articoli sulla Germania riprodotti in appendice a questo capitolo.

(8) Che, soprattutto per iniziativa berlinese, l’AAUD divenisse una specie di organizzazione parallela del KAPD, risulta dal nuovo programma votato il 12-14 dicembre alla conferenza nazionale di Lipsia, che da un lato nega giustifi­cazione all’esistenza dei partiti politici, «in quanto lo sviluppo storico conduce alla loro dissoluzione», dall’altro dichiara di non condurre «alcuna lotta contro la organizzazione politica del KAPD, il quale ne condivide il fine e i metodi di combattimento; anzi, si propone di procedere di concerto con esso nella lotta rivoluzionaria». Il fine è «la società senza classi, prima tappa verso la quale è la dittatura del proletariato, cioè l'asserzione della volontà esclusiva del proletariato su tutti gli organismi politici ed economici della società mediante l'istituzione dei consigli» (il «graduale affermarsi della idea consiliare» è poi sinonimo di «sviluppo progressivo dell’autocoscienza della classe proletaria»). Poggiando sulle organizza­zioni illegali di azienda, l'AAUD si assume il compito della «rivoluzione nella fab­brica», e dovrà aver cura che «il potere politico sia sempre esercitato unicamente dall’esecutivo dei consigli», i cui delegati, revocabili in qualunque momento, sono gli unici «dittatori» in senso stretto, «capi» ma solo in quanto «consulenti»(Beräter}. Dove è chiaro, se di chiarezza si può parlare in questo guazzabuglio, che l'AAUD si riduce a semplice doppione del KAPD, di cui condivide tali e quali le basi programmatiche. (Cfr. la mozione di Lipsia in appendice a Bock, cit., pagg. 395-396).

(9) Cfr., in appendice a questo capitolo, Le tendenze nella III Internazionale, nel «Soviet» del 23 maggio.

(10) Cfr., sempre in appendice, il Partito Comunista Tedesco, nel «Soviet» dell’ 11 aprile.

(11) Cfr., oltre agli articoli riprodotti in appendice a questo capitolo, gli scritti del 1921-1922 sia sulla corretta impostazione marxista del problema dei rapporti fra la classe e l'organo della sua battaglia rivoluzionaria, sia sulle condizioni reali di in­fluenza del secondo sulla prima, riprodotti nel nostro testo Partito e classe, Mi­lano 1972.

(12) Der historische Materialismus, für Arbeiter erklärt von Herman Gorter, Stoccarda 1909.

(13) Weltrevolution und Kommunistiche Taktik, in «Kommunismus» nr. 28-29 dell’agosto 1920. Le altre citazioni da Pannekoek risalgono a questo articolo oppure a Der neue Blanquismus in «Der Kommunist», Brema 1920, nr. 27. Di Gorter citiamo brani dell’opuscolo Offener Brief an den Genossen Lenin, 1921 (ma uscito nella stampa già nel 1920).

(14)  Die Spaltung der KPD (Spartakusbund), Francoforte 1920. Per una più completa analisi del pensiero di Gorter, cfr. Gorter, Lénine et la Gauche nella nostra rivista teorica internazionale «Programme Communiste», nr. 53-54 dell’ott. 1971 - marzo 1972.

(15) «Dare espressione in ogni circostanza all’autonomia del corpo degli iscritti è il principio fondamentale di un partito proletario che non sia un partito nel senso tradizionale». Il lettore che non scorre frettolosamente queste pagine non ha bisogno di farsi dire da noi che qui si ritorna a Bakunin da un lato e dall’altro a Proudhon; insomma, alla vecchia polemica contro «l'autorità», il «Consiglio generale», la «dittatura di Marx» ecc...

(16) Il punto di contatto c'è, semmai (sono, anzi, diversi punti di contatto), con quel gramscismo che il dotto Corvisieri identifica col... leninismo. Ma che dire dell’argomento, addotto per giustificare l'equazione astensionisti italiani - tribunisti e consiglisti, della pubblicazione nel «Soviet» di scritti di Pannekoek-Gorter? A questa stregua, poiché le riviste ufficiali del Comintern riproducevano regolarmente quegli articoli (e «Il Soviet» del 23.V precisava di fare altrettanto per scritti di Lukàcs come di chiunque, purché notevoli, ma a titolo di informazione e discussione, anche quando non tutte le affermazioni contenutevi possono essere fatte nostre»), dovremmo accusare l'EKKI di... malattia tribunista, ovvero imputare a Lenin ten­denze... pannekoekiane per aver fatto appello in Stato e rivoluzione ad alcuni argo­menti di Pannekoek contro Kautsky nella questione dello Stato così come noi ci servimmo - ferma restando ogni divergenza di principio - di alcuni suoi argo­menti pratici a favore dell’astensionismo; con l'aggravante per... Lenin di aver tollerato che Radek definisse il teorico olandese del kaapedismo «la più chiara mente del socialismo occidentale»! Con la stessa sicumera, se mai l'avessimo, ci prenderemmo il gusto di imputare all’«Ordine Nuovo» un tendenziale astensionismo perché le sue colonne ospitavano scritti della... Pankhurst. Ma la spudoratezza degli storici opportunisti è inarrivabile: poiché il «Soviet» riconosce la maggior combattività del KAPD in confronto al KPD, i Lepre-Levrero deducono che le nostre «maggiori preferenze» andavano al primo, dimenticando che riserve altrettanto sostanziali non avevano impedito a Lenin di scrivere, nell’Estremismo: «Nella misura in cui sono riuscito a esaminare i giornali dei comunisti di sinistra e dei comunisti in generale in Germania, osservo che i primi hanno sui secondi il vantaggio di saper meglio condurre l'agitazione fra le masse».

(17) Così «Il Soviet» dell’11 gennaio nell’articolo La lettera di Lenin.

 (18) Così «Il Soviet» del 23 maggio nell’articolo Le tendenze nella III Interna­zionale.

 (19) La lettera di Lenin, cit.

(20) Non possiamo seguire le vicende dei rapporti fra il KAPD e l'IC. Convinto di muoversi «senza riserve sul terreno della III Internazionale», il KAPD mandò a Mosca una prima missione in maggio e un'altra in luglio 1920, ma i delegati Rable e Merges, lette le «Condizioni di ammissione», non vollero nemmeno assi­stere al II Congresso e se ne ripartirono tuonando contro la dittatura del partito e dei suoi capi. Espulsi nel corso dell’anno Rühle e Laufenberg-Wolffheim, una nuova delegazione guidata da Gorter (che nel frattempo aveva scritto la famosa - e famigerata - «risposta al compagno Lenin») si scontrò in sede di Esecutivo dell’Internazionale, nel tardo mese di novembre, con Zinoviev e Trotsky, al quale ultimo si deve una brillantissima critica delle posizioni caratteristiche del nuovo partito tedesco (se ne legga la traduzione in appendice a H. Gorter, Risposta all’«Estremismo» di Lenin, Roma 1970); ma ottenne l'ammissione provvisoria del KAPD all’Internazionale come «partito simpatizzante con voto consultivo» (nell’atto stesso in cui una delle Unionen derivanti dal ceppo anarco-sindacalista della FAU - la «Freie Arbeiter-Union Gelsenkirchen» - era accolta nell’Internazionale Sindacale Rossa) subordinatamente all’avvenuta soddisfazione della richiesta, ribadita dall’IC, di iniziare passi per il ritorno in seno al KPD. Al III Congresso mondiale del luglio del 1921, tuttavia, si giunse alla rottura finale, avendo il Comintern riconosciuto ormai vano ogni sforzo di raddrizzare il KAPD e questo essendosi convinto che «l'idea di creare un'opposizione in seno alla III Internazionale è un'illusione». Nel settembre successivo vennero gettate le basi di una nuova Internazionale, la KAI (Internazionale Operaia Comunista), le cui tesi, approvate nell’agosto 1922, proclamano che, «creazione russa» e come tale solo a metà proletaria, la III Internazionale era stata «fin dall’origine in parte controrivolu­zionaria» e quindi aveva «condotto anche nei paesi europei non alla vittoria ma alla sconfitta del proletariato», ripetendo poi tutti i concetti già svolti in riferimento alla Germania. Che gli esponenti del KAPD siano poi finiti, per diverse strade, o nel più puro democratismo o nell’anarchismo, è più che naturale: non si tratta di «scelte» ma di determinazioni inesorabili...

(21) Basti ricordare agli «storici» che una delle prime pubblicazioni del PCd'I diretto dalla Sinistra sarà l'opuscoletto La questione agraria di A. Bordiga, dove l'analisi delle diverse stratificazioni sociali del contadiname, e delle differenti tattiche che il partito deve usare per guadagnarsene l'appoggio o almeno la neutralità (ove non si tratti, viceversa, di escluderli entrambi), è condotta a fondo.

13. - A GUISA DI PRIMA CONCLUSIONE

 

Che la polemica contro i non-marxisti autodefinitisi «comunisti di sinistra» si muovesse anzitutto sul piano della teoria, e solo subordinatamente sul piano tattico, sarebbe stato augurabile e avrebbe evitato perniciosi equivoci in futuro; come vedremo, al II Congresso la nostra Frazione si batté anche per questo risultato capitale, del resto riguardante ogni gruppo o partito aspirante ad aderire alla III Internazionale. La risposta di Lenin nell’Estremismo si inquadra comunque nello sforzo (di cui abbiamo già detto ripetutamente) di forgiare l’Interna­zionale, nella drammatica stretta della situazione mondiale, partendo dal materiale «disponibile», anche se deludente o immaturo, e riplasmandolo sotto una ferrea guida e nel corso di potenti lotte di classe il cui esito poteva ancora non risultare negativo. Nel 1918 Lenin aveva scritto:

 

«La storia [...] ha preso un corso così particolare, che ha generato, verso il 1918, due metà spaiate di socialismo, l'una accanto all’altra, esattamente come due futuri pulcini sotto il guscio unico dell’imperialismo mondiale. La Germania e la Russia incarnano nel 1918, in modo evidentissimo, la realizzazione materiale delle condizioni economiche, produttive, economico-sociali del socialismo da una parte, e delle sue condizioni politiche dall’altra. La vittoria della rivoluzione prole­taria in Germania spezzerebbe subito con enorme facilità ogni guscio dell’impe­rialismo (fatto, per disgrazia, dei migliore acciaio e perciò capace di resistere agli sforzi di un qualsiasi... pulcino) e realizzerebbe di sicuro la vittoria del socialismo mondiale senza difficoltà o con difficoltà trascurabili, naturalmente se si considera "la difficoltà" sulla scala mondiale e non su quella piccolo-borghese filistea» (1).

 

Le due «metà di socialismo» erano purtroppo rimaste spaiate, e solo ora, nella primavera del 1920, sembrava profilarsi una congiuntura tale da permettere alla dittatura bolscevica di attingere dall’Europa centrale e in particolare dalla Germania non «l'insegnamento del capitalismo» per «lottare, se occorre con mezzi barbari, la barbarie russa», ma il vitale ossigeno di una poderosa spinta rivoluzionaria. Da quanto abbiamo cercato di illustrare nelle pagine precedenti, è però chiaro che alle potenzialità oggettive della situazione su scala mondiale non corrispondevano le condizioni soggettive indispensabili per uno snodamento vittorioso della crisi.

Il diverso grado di maturità delle «condizioni materiali» e delle «condizioni politiche» (prima fra tutte, quella dell’organo-partito) si rifletteva in una sfasatura fra le esigenze di guida organizzata della spinta istintiva delle masse operaie e l'inquadramento teorico, program­matico e conseguentemente organizzativo, delle loro avanguardie. La situazione incalzava nel mondo e in Russia, in questo senso, come movimento organizzato (diciamo: come partito formale) si era nati tardi; urgeva l'assimilazione non della teoria in astratto, ma della teoria scolpita con vigore impareggiabile dai fatti dell’Ottobre rosso e della guerra civile, e nel loro fuoco divenuta prassi e milizia - in questo senso, si era nati in anticipo. Per far sì che le due braccia della forbice coincidessero occorreva tempo - e il tempo scarseggiava. Questa realtà oggettiva condizionava allo stesso modo i bolscevichi nel loro sforzo di «guidare per mano» un movimento immaturo alle cui sorti si sapevano indissolubilmente legati, e - fatte le debite propor­zioni sul piano pratico - noi che, vedendo sfuggire le possibilità rivoluzionarie a breve termine, ci preoccupavamo di salvarne i presup­posti soggettivi a scadenza ulteriore, ma non potevamo chiudere gli occhi sul terribile dilemma rappresentato da questa sfasatura soprattutto là dove la rivoluzione era avvenuta e aveva vinto. Il tentativo dei bolscevichi era deterministicamente fondato e noi, pur avverten­done i pericoli e non sottacendoli, non potevamo non assecondarlo sforzandoci per quanto era in noi di ridurne al minimo i terribili rischi (2).

In questo è già racchiusa una prima risposta al quesito degli storici che, cedendo all’eterna tentazione dei se e dei ma, si rammaricano che non ci siamo fatti allora (né sei anni dopo) promotori di una oppo­sizione internazionale di sinistra. La seconda risposta è tanto semplice da sembrare banale: per un tentativo del genere, se anche l'avessimo voluto, mancavano tutte le condizioni e specialmente quella essenziale di una completa omogeneità teorica. Scartati per ragioni di principio il KAPD, i tribunisti olandesi, gli operaisti inglesi, i deleonisti ameri­cani, tutti vaganti fuori del marxismo, di convergente con le nostre tesi non restava nulla: e non bastavano a colmare il vuoto partiti la cui consistenza teorica era per noi dubbia e ai quali ci avvicinava soltanto un generico astensionismo - come i partiti belga e svizzero, che rimasero astensionisti non più a lungo dell’... anno domini 1920 (non si dimentichi che noi non avevamo mai ritenuto aspetto «caratte­rizzante» della sinistra comunista l'astensionismo preso a sé; figurarsi poi un astensionismo legato a vicende occasionali di anni o semestri, di capi o sottocapi!), o il gruppo prevalentemente ungherese riunito a Vienna intorno alla rivista Kommunismus, da un lato favorevole al boicottaggio delle elezioni e del parlamento ma soltanto in periodo rivoluzionario (a tanto arrivava perfino un... Levi!), dall’altro eclettico sul piano teorico alla maniera di Lukacs e sul piano politico alla maniera di Bela Kun (3). Decisi ad imporre nella nostra cerchia la stessa saracinesca che invocavamo per tutta l'Internazionale, al II Congresso chiedemmo che le nostre tesi astensioniste fossero votate soltanto da chi condivideva l'impostazione generale marxista sulla quale esse si fonda­vano: i pochi che le votarono, dettero prova a breve scadenza di diver­gere da noi su questioni non già secondarie ma primarie. Critici del metodo seguito dal Comintern nell’aggregare partiti (o schegge di partiti) eterogenei, avremmo dovuto proprio noi dare l'esempio contrario nel gettare le basi di un'opposizione interna di sinistra? Nel 1926, appunto per questa considerazione di fondo, dicemmo di no a Korsch; nel 1920 avremmo detto di no a chiunque altro ci avesse proposto - e nessuno ce lo propose - il solito blocco.

Nel bolscevismo il movimento comunista aveva allora toccato lo zenit: le grandi questioni di teoria, di fini, di principi e di programma erano state rigorosamente sistemate e, se restava da completare l'analoga sistemazione dei problemi di tattica e di organizzazione dei partiti nascenti, bisognava farlo lavorando su quel grandioso patrimonio, recandogli l'apporto di un bilancio di lotte di classe e di battaglie rivoluzionarie secolari nell’Europa pienamente capitalistica. Bisognava farlo mantenendo integro quel patrimonio comune, non alterandolo o addirittura deformandolo al modo degli immediatisti e spontaneisti alla Pannekoek-Gorter, e scolpendone più nettamente le implicazioni tattiche e organizzative - proiettate nell’area del capitalismo sviluppato - nella coscienza che gli sbandamenti in questo settore rischiano prima o poi di convertirsi in deviazioni di principio. Lo stesso corso storico che aveva generato due metà spaiate di socialismo aveva voluto che, nella metà occidentale, i partiti dichiaratisi comunisti, o comunque aderenti al Comintern, avessero fatto proprio il corpo di dottrina e di programma dei bolscevichi non spogliandosi però completamente delle tradizioni parlamentari e legalitarie (come nel caso del partito tedesco nel 1920, ben illustrato dai testi che riproduciamo qui di seguito) o nuotassero in questa tradizione senza nemmeno aver assimi­lato dottrina e programma (come nel caso del partito socialista in Italia), e che, d'altra parte, lo slancio classista del proletariato, il suo antiparlamentarismo e il suo anticonformismo istintivi, fossero spesso incarnati - più che dai partiti «comunisti» - da raggruppamenti impermeabili alla teoria marxista ristabilita nelle sue fondamenta dai compagni russi. Era una dura per quanto paradossale realtà. Il pericolo era che del bolscevismo si accettasse l'«accessorio» e si buttasse a mare «l'essenziale» - che si plaudisse all’Estremismo di Lenin per la sua polemica anti-astensionista (diretta in realtà contro le reviviscenze anarchiche o sindacaliste) e se ne dimenticasse il nocciolo, cioè la riven­dicazione dell’antiparlamentarismo, dell’antidemocratismo, dell’antifede­ralismo, la sua sostanza rivoluzionaria, dittatoriale, centralistica; ovvero che, per odio dell’antiastensionismo, si rifiutassero i principi del partito come organo della classe, della rivoluzione da esso guidata, della ditta­tura da esso diretta, dello Stato proletario come arma della trasforma­zione economica su scala mondiale. Lo sforzo di disciplinare i partiti o i gruppi avvicinatisi all’Internazionale per affrettarne la maturazione ideologica attraverso un'azione centralmente diretta da Mosca come organo esecutivo mondiale del movimento non aveva ancora nulla di volontaristico: era una risposta da militanti alle necessità del ciclo storico obiettivo, scevra dai «praticismi» ed «empirismi» venuti poi di moda - scevra da essi al punto che, come abbiamo dimostrato, furono proprio Lenin e i suoi compagni a redigere in vista del II Congresso un corpo di tesi in cui nessuna questione tattica è posta senza il più stretto riferimento alle questioni di principio, e al quale il movi­mento comunista rivoluzionario deve oggi rifarsi come ad una conquista teorica perenne. Noi l'avremmo voluto più completo e, soprattutto, più rigido nelle sue applicazioni tattiche: ma questa era una differenza di grado, non di sostanza.

Solo l'avvenire avrebbe detto se, come temevamo noi, le insuffi­cienze tattiche si sarebbero convertite in sbandamenti teorici, e infine nell’abbandono di tutto - teoria, fini, principi, programma. Dovevamo batterci perché ciò non avvenisse, mai facendo di necessità virtù e pro­curando che, se non fossimo riusciti ad imporci in un corso storico forse irreversibile, almeno restasse per l'avvenire un saldo punto di appoggio per la ripresa del movimento nella sua pienezza integrale. I «praticoni» possono sorridere di questa «cocciutaggine» nel non capitolare: rispondiamo che ce l'avevano insegnata i bolscevichi (sentire­mo anche al II Congresso ripetere più volte proprio dalle loro lab­bra quella lezione), e che in essa era stata la loro forza. Non aspira­vamo a trofei di vittoria per noi; avevamo il dovere di lottare perché il movimento comunista mondiale uscisse vittorioso dall’ardua contesa. Di qui - ma solo in questa prospettiva - i nostri ripetuti gridi di allarme.

Quando furono rese note in Italia la lettera di Lenin agli «Operai italiani, francesi e tedeschi» e la circolare Zinoviev su «Il parlamento e la lotta per i soviet» (che riproduciamo in appendice al capitolo perché il lettore possa confrontarle con i nostri commenti), replicammo con argomenti che si adagiavano sullo stesso patrimonio dottrinario e programmatico dei bolscevichi, respingendo ogni possibile avvicinamento alle posizioni degli immediatisti di falsa sinistra, questi eredi del democratismo in veste anarco-sindacalista. Mettemmo in guardia contro i pericoli di un eccessivo «lassismo» in campo tattico e organizzativo in nome di quei principi che l'Occidente proletario stentava tanto a far propri, ammalato com'era (senza saperlo, concediamolo pure) di indivi­dualismo, democratismo, legalitarismo; mettemmo in guardia contro la sopravalutazione di partiti e gruppi spuri ai quali un atteggiamento soltanto «decoroso» in guerra aveva assicurato un credito eccessivo, e che non si sarebbero mai spogliati del loro vecchio Adamo anche se si piegavano alla nostra disciplina, soprattutto se i problemi tattici non fossero stati definiti internazionalmente ma lasciati risolvere dalle sezioni nazionali; osammo mettere in guardia i bolscevichi contro il rischio materiale che le esigenze di conservazione dello Stato russo prevalessero sulle imperiose necessità del movimento comunista mondiale (si legga a questo proposito, in appendice al capitolo, Il pensiero del Partito indipendente tedesco). Soprattutto, mettemmo in guardia contro la grave minaccia implicita nella separazione fra il programma e le sue applicazioni tattiche, già adombrata nella circolare Zinoviev. Provino a dimostrare, i dotti servitori storiografici dell’opportunismo - se mai si degnano di rileggere gli articoli qui riprodotti -, che il nostro astensionismo aveva radici nell’orrore anarchico per la «politica», per i «capi», per il «potere», o che significava abbandono della lotta economica o (salvo i casi previsti dalle stesse Tesi del II Congresso) dei sindacati esistenti; dimostrino che, nel difendere la non partecipazione al parlamento, noi buttavamo fuori bordo le posizioni di principio che Mosca ribadirà nel luglio-agosto di fronte ai delegati di 37 paesi, e che i partiti cosiddetti «comunisti» di oggi hanno trenta­sette volte calpestate! Ai massimalisti si poteva rimproverare di prendere l'«accessorio» del «parlamentarismo rivoluzionario» e ignorare l'«essenziale» dell’antiparlamentarismo e antidemocratismo di principio; co­storo hanno seppellito insieme «essenziale» ed «accessorio» perché il loro parlamentarismo è parlamentarismo tout court, parlamentarismo della più bell’acqua democratica. Ci battemmo per un rigore all’enne­sima potenza nell’accogliere partiti o gruppi di partiti di dubbia o fin troppo chiara provenienza eterogenea: costoro navigano da trent'anni nel policentrismo, nelle vie nazionali, nel «ciascuno per sé».

Quando si seppe che dal 22 al 26 novembre 1919, in una riunione segreta nell’arroventata Berlino, si era costituita l'Internazionale Giovanile Comunista sulla base del programma della III Internazionale, noi esultammo per quella che giustamente ci appariva un'altra grande conquista in un anno di terribili sconfitte ogni volta superate. La gioventù comunista avrebbe avuto finalmente, come mai quella socialista, un'organizzazione internazionale militante, non malinconicamente rin­chiusa in gretti compiti «educativi» ma estesa a tutto l'arco delle attività politiche, in stretta coerenza con la dottrina e il programma marxisti. Era un enorme balzo avanti, la liquidazione di tutto un pas­sato; noi auspicammo che non fosse l'ultimo balzo e che, coi ferri vecchi dell’antica concezione socialista, fosse buttata al macero anche quella formula «per noi equivoca ed anticomunista» del «non rinun­ciare ad ogni mezzo» (4) che, usata per giustificare l'impiego del «mezzo» parlamentare, per giunta lasciato al giudizio caso per caso delle organizzazioni nazionali, poteva domani essere invocata - e come lo fu! - per avallare ogni possibile manovra divergente e perfino aberrante dalle basi programmatiche dell’Internazionale risorta.

Quando, il 15 maggio 1920, il Comitato esecutivo del Comintern decise di sciogliere il Sub-bureau per l'Europa occidentale e l'America, costituito ad Amsterdam nel novembre dell’anno prima per espresso incarico di Lenin all’olandese Rutgers, la nostra reazione non fu meno caratteristica. Esso era sorto perché fungesse da centro di propaganda comunista (aveva infatti cominciato a pubblicare un bollettino trilingue), prendesse contatti con gruppi e partiti comunisti europeo-occidentali e americani e provvedesse all’organizzazione di una conferenza interna­zionale, in vista della quale aveva redatto un corpo di tesi con particolare riferimento alla questione parlamentare e sindacale. La conferenza si era poi svolta in modo confuso e assai discusso il 3-8 febbraio ad Amsterdam, con la partecipazione di delegati americani, inglesi, olan­desi, belgi (i delegati tedeschi giunsero con grave ritardo), e si era conclusa con l'approvazione di risoluzioni, di cui le più importanti concernevano i sindacati e la questione dell’«unità», alquanto diverse dalle tesi che il Sub-bureau aveva in precedenza redatte (5). Pubblicate in Italia dall’«Ordine Nuovo», anno I, nr. 43, esse furono giudicate dal «Soviet» contraddittorie, forse a causa di una redazione affrettata, nella prima parte, ma sostanzialmente accettabili nella seconda: se in quella si diceva che le associazioni economiche e sindacali «possono diventare mezzi attivi di lotta rivoluzionaria ed elementi ricostruttivi della società comunista», si affermava poi che «lo sviluppo dell’impe­rialismo» le «affonda definitivamente nel capitalismo» trasformandole in organizzazioni dell’aristocrazia operaia (quasi che, nell’Occidente, non raggruppassero l'enorme maggioranza e a volte la quasi totalità dei salariati industriali e agricoli), e si proponeva sia di continuare a svolgere un'agitazione rivoluzionaria nel loro seno, sia di incoraggiarne la trasformazione in sindacati di industria anziché di mestiere (i primi avendo il doppio vantaggio di «seguire le forme capitalistiche attuali» e di essere «animati nello spirito dalla lotta per il potere politico ed economico»; concezione del tutto contrastante con la nostra e vicina a quella degli IWW americani da un lato e degli ordinovisti italiani dall’altro) e di affiancare ad esse organizzazioni dì tipo aziendale come i commissari di reparto, i comitati operai, i consigli economici degli operai e i gruppi comunisti di fabbrica, «che non solo sono mezzi per spingere le masse e i sindacati ad un'azione più rivoluzionaria, ma al momento della crisi possono dar vita ai soviet» (idem come sopra); nella seconda parte (punti 12-15) si riconosceva invece giustamente che «l'organizzazione per industria non basta per rovesciare il capita­lismo» e si respingeva altrettanto giustamente la concezione - del tutto analoga su un altro piano a quella del «socialismo parlamentare» e come essa negante il «problema fondamentale della conquista rivolu­zionaria del potere politico» - secondo cui i lavoratori dovrebbero, «mediante le loro organizzazioni sulla base dell’industria», acquistare «la capacità della direzione tecnica dell’industria stessa, sviluppando la nuova società in seno alla vecchia con l'acquisizione graduale del controllo»; dove è chiaro che tutta l'ideologia consiglista (e anche ordinovista) andava a farsi benedire, giustificando l'ipotesi che non tanto la redazione fosse stata frettolosa, quanto che in essa si riflettes­sero contrasti di fondo specialmente fra i dirigenti olandesi del Sub-­bureau) (6).

Ora, il 15 maggio l'EKKI decise di sciogliere l'Ufficio di Amsterdam trasmettendone le funzioni al già esistente Bureau per l'Europa occi­dentale di Berlino - le cui Tesi rispecchiavano a loro volta il «possi­bilismo» del KPD nel trarre da un giudizio pessimistico sulle prospet­tive rivoluzionarie immediate in Europa conclusioni tattiche quanto meno quietistiche e legalitarie e di cauto avvicinamento all’ USPD in considerazione della posizione di assoluta minoranza dei partiti comunisti europei fra le masse lavoratrici -, sia per aver organizzato la conferenza del febbraio senza aver preso preventivi accordi con l'IC, sia per aver votato risoluzioni divergenti - sulla questione dei sindacati e, per quanto di sfuggita, sull’azione parlamentare dei partiti comunisti - da quelle in corso di preparazione per il II Congresso, ma già adombrate in documenti, lettere e tesi redatti dagli esponenti maggiori del Comintern (in seguito, anche per aver salutato la nascita del KAPD in aprile). Di fronte a questo deliberato, il «Soviet» (7) ribadì esplicitamente che

 

«il criterio fondamentale della centralizzazione dell’azione rivoluzionaria autorizza l'organo dell’Internazionale a rendersi interprete - nell’intervallo fra i regolari Congressi mondiali - dell’indirizzo che deve essere seguito nell’azione»

 

confermò la nostra piena adesione alla condanna bolscevica del boicot­taggio dei sindacati esistenti nella falsa prospettiva di dar vita a nuovi organismi economici in sé rivoluzionari, per giunta contrabbandati come sostitutivi del partito politico; espresse completo disaccordo con la richiesta «olandese» di ammettere nella III Internazionale i consigli di azienda, secondo la nostra tesi costante che la nuova organizzazione mondiale doveva comprendere soltanto partiti politici, e partiti soltanto comunisti; si differenziò ancora una volta dall’astensionismo a sfondo anarchico basato sull’eterno orrore dei «capi». Ma non tacque neppure il suo allarme che l'ufficio di Amsterdam fosse stato sconfessato non tanto per le sue risoluzioni, quanto «per il suo giusto atteggiamento battagliero e intransigente verso gli opportunisti, gli indipendenti, i ricostruttori» ai quali andavano proprio in quel torno di tempo le nostalgie del martoriato Partito comunista tedesco. Pur nella contrad­dittorietà di alcune formule, la conferenza aveva almeno proclamato che «i socialpatrioti e gli opportunisti, specialmente quando si dichia­rano della tendenza di sinistra, sono i nemici più pericolosi della rivo­luzione proletaria»; che collaborare con essi significa «ostacolare seriamente lo sviluppo del movimento comunista», e tollerarli col pretesto dell’unità significa violare quella unità rivoluzionaria che con­siste «non tanto nell’accettazione formale di principi generali quanto nell’accordo nell’azione fondamentale» (formula, tuttavia, per noi insoddisfacente: «Noi crediamo - commentava il «Soviet» del 23 aprile - che l'unità debba essere di principi e di azione» (8)); era stata in questo senso, e nell’invocare una rapida scissione, più fedele alla genuina tradizione bolscevica. Il Sub-bureau poteva essere in mani non del tutto sicure; lo sarebbe stato di meno, date le circostanze, un Ufficio operante a Berlino? Cacciato dalla porta, il pericolo di destra stava forse per rientrare nell’Internazionale dalla finestra, e proprio per la via della gloriosa Germania proletaria?

In uno stato d'animo di entusiastica adesione all’opera compiuta dai bolscevichi nell’integrale restaurazione del marxismo, e di decisa volontà di difenderla, se occorre in polemica con essi, contro i subdoli attacchi degli «affini», dei «cugini», dei convertiti sulla via di Damasco, o meglio dei seguaci della «moda del giorno», la Sinistra si preparò a dire la sua parola dalla tribuna - tutt'altro che parla­mentare! - del II Congresso.

Valgano i testi dell’epoca, che qui di seguito riproduciamo, come preludio a quei giorni di luminose speranze.

(1)       In un «opuscolo del 1918» citato da Lenin nelle prime pagine del discorso su L'imposta in natura, 1921.

(2) Si veda nel capitolo successivo la nostra fortunata battaglia al II Congresso per indurire le «Condizioni di ammissione».

(3) Il programma astensionista del partito belga si legge neI numero del 28 marzo deI «Soviet»; una breve nota di consenso alle critiche mosse agli indipendenti tedeschi dallo svizzero «Le Phare», nel numero del 15 febbraio; quanto agli asten­sionisti inglesi, si veda la già citata nota redazionale nel «Soviet» del 20 ottobre 1919. Per queI che concerne gli IWW e i deleonisti, la loro critica rientra, per la parte essenziale, in quella rivolta dalla nostra Frazione all’ordinovismo. Si è infine già visto come, a proposito di uno scritto appunto di Lukacs, il «Soviet» avvertisse che la sua pubblicazione non significava adesione completa alle tesi in esso svolte: lo si riproduceva a puro scopo di documentazione e discussione.

(4) Cfr. Il Congresso giovanile internazionale, ne «Il Soviet» del 15.II.1920. Si ricordi peraltro che, come si è visto nel cap. VII, «Il Soviet» diede poi del congresso un giudizio ancor più severo, basato su una più esatta conoscenza delle sue decisioni.

(5) Tutti i testi si leggono ora nello studio citato di P. Conti.

(6) L'esistenza di contrasti in seno al partito olandese, nei confronti soprattutto di Pannekoek e Gorter e delle loro posizioni teoriche e tattiche, è confermata dalla lettera 30 giugno di D.I. Wijnkoop a Lenin riprodotta in fondo all’Estremismo e da dichiarazioni dello stesso delegato al II Congresso.

(7) Cfr. Le tendenze nella III Internazionale, nel “Soviet» del 23.V.1920, riprodotto a pagg. 534 e segg.

(8) Già il 5 ottobre 1919 «Il Soviet», nell’articolo Il compito di un congresso di partito, denunziava l'equivoco, «nel quale cascano spesso anche i non riformisti», di «ritenere che la politica del partito debba desumersi dalle situazioni contingenti e momentanee, salvo a rettificarne l'indirizzo secondo i continui mutamenti di queste situazioni. Secondo invece il metodo massimalista [leggi: comunista] l'esame degli aspetti della situazione politica va fatto subordinatamente alle finalità direttive contenute nel programma massimo del partito, e che non devono mai essere contraddette dall’azione di esso».

Serva questa citazione di finale commento a quanto si è scritto in questo capitolo a proposito della tattica, e della sua necessaria correlazione e subordinazione ai principi.

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