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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 30 Novembre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Storia della Sinistra Comunista (Vol II, Cap IX, Parte I)

 

IX

 

IL II CONGRESSO DELL’INTERNAZIONALE COMUNISTA, UN CULMINE E UN BIVIO.

 

1 - PRELUDIO

 

Quando si riunì a Mosca il II Congresso dell’Internazionale comu­nista (19 luglio - 7 agosto), il quadro della situazione economica e so­ciale e delle lotte di classe nel mondo appariva, malgrado le dure scon­fitte del primo anno di pace, ancora denso di potenzialità rivoluzionarie.

In quei giorni era in corso la controffensiva dell’Armata rossa contro l'estremo baluardo anglo-francese nell’Oriente europeo - la Po­lonia - e si attendeva da un momento all’altro la caduta, che poi non venne, di Varsavia. Contemporaneamente, le truppe dell’ultimo gene­rale bianco foraggiato dall’Intesa, Wrangel, cedevano a poco a poco ter­reno nella Russia meridionale e specialmente in Crimea, fino a vola­tilizzarsi in un crollo verticale, conclusosi con l'imbarco su navi francesi degli ultimi sparuti reparti in novembre.

La puntata al cuore della Polonia faceva dimenticare le gesta be­stiali della controrivoluzione in Finlandia e Ungheria, mentre la com­battività inesausta del proletariato tedesco, i grandi scioperi minerario in Inghilterra e ferroviario in Francia, il fermento che preludeva in Italia all’occupazione delle fabbriche, la stessa ondata di arresti e persecuzioni nei due grandi paesi vincitori della guerra in Occidente (1), per non par­lare della cronica instabilità politica e sociale in Spagna e nei Balcani e dei sintomi di irrequietudine nei paesi neutrali, dalla Svizzera alla Scandinavia, o in ex belligeranti minori come il Belgio e i Paesi Bassi, suffragavano la diagnosi di una crisi acuta del regime capitalistico cui non si sottraevano neppure i grandi beneficiari del macello da poco consu­mato; gli Stati Uniti (sciopero dell’acciaio, settembre 1919 - gennaio 1920), e che - come ricorderà Lenin nel discorso di apértura del Congresso, il 19 luglio - trovava drammatica espressione nei contrasti fra gli stessi alleati alla conferenza di Parigi e nelle grida di allarme di un Keynes sulle conseguenze disastrose di una politica miopemente revanscista e, sul piano economico, particolarmente insensata.

Significativamente, d'altra parte, il peso materiale della crisi postbel­lica spingeva verso l'ago magnetico dell’Ottobre rosso gruppi proletari di origini e tradizioni non marxiste, ma duramente impegnati nelle lotte sociali e pieni di carica rivoluzionaria, aprendoli almeno a un'iniziale comprensione dei problemi del partito, della conquista violenta del po­tere, della dittatura proletaria e del terrore: IWW americani, shop stewards committees inglesi, sindacalisti rivoluzionari francesi, italiani, spagnoli, tedeschi. Dell’incalzare della crisi su scala europea poteva appa­rire un sintomo la stessa circostanza che poderose organizzazioni come l'Independent Labour Party in Inghilterra, l'USPD in Germania, il PSF (già SFIO) in Francia, il Socialist Party of America negli Stati Uniti avessero deciso di abbandonare la II Internazionale e oscillassero fra la dubbia prospettiva di una «ricostruzione» su basi meno apertamente compromissorie (una specie di Internazionale 2 ½ avanti lettera) e i cauti sondaggi diplomatici per un'eventuale adesione alla III - sia che i loro dirigenti fossero spinti ad andare a Canossa dalla pressione della «base» (era l'ipotesi più benigna, ma la più discutibile), sia che, come noi pensavamo fosse nella loro missione storica, sentissero di dover precedere il moto di radicalizzazione della «base», e quindi il distacco di frazioni di avanguardia militante dal vecchio tronco del partito, per contrastarlo nel primo caso, per impedirlo nel secondo.

Mentre gli stessi promotori della crociata antibolscevica nel 1918-1919 cominciavano lentamente a ripiegare su posizioni di «tolleranza» e perfino di «riconoscimento» dello stato di fatto in Russia fino a prospettare la conclusione di trattati di pace e di accordi commerciali (pri­mo della serie, la Gran Bretagna), tutto sembrava di nuovo possibile, sull’arena dello scontro fra le classi, dopo i terribili rovesci del 1919 e i lunghi anni di guerra civile nell’immensa area coperta dalla rossa inse­gna dell’Ottobre. Mai dimenticata o smentita, la prospettiva della rivo­luzione mondiale riprendeva corpo - e le davano nuovo alimento i po­derosi sussulti nelle colonie e semicolonie dell’imperialismo, special­mente britannico, da dove il capitale soprattutto europeo aveva attinto gli extraprofitti necessari per nutrire, oltre a se stesso, l'aristocrazia operaia e quindi l'opportunismo; sussulti che confermavano a distanza di tempo la grandiosa visione di Marx ed Engels - con particolare riguar­do all’India e alla Cina, ma ora anche alla Persia, alla Turchia e alle Indie Olandesi -, di una saldatura fra il movimento proletario nelle metropoli capitalistiche e i conati di liberazione dei popoli d'Oriente trascinati nel vortice dell’economia e del mercato mondiali. Se l'occhio dei delegati al II Congresso - come raccontano i testimoni dell’epoca - era fisso alle bandierine di giorno in giorno spostate in avanti sullo scacchiere polacco, di là da esso la loro mente e il loro cuore vibravano all’unisono con una ciclopica battaglia la cui estensione a tutti i conti­nenti era simboleggiata dal confluire di militanti operai dei più diversi paesi nella sede della prima vera dittatura proletaria della storia - mi­litanti non solo di pelle ma di formazione ideologica differente, tuttavia accomunati da una passione più forte di qualunque attaccamento alle «are e case» del passato.

V'era - e primi fra tutti ad averne coscienza erano i bolscevichi - un sospetto elemento di «moda», in questa grande fiammata; Zinoviev poteva parlare della necessità di «chiudere a chiave l'Internazionale co­munista» e porre al suo ingresso una «guardia giurata»; Trotsky pote­va sentirsi a suo agio più con l'ingenuo fervore di militanti non ancora spogliatisi di preconcetti anti-autoritari ma pieni di slancio e di istinto di classe, che con l'«arroganza» di «comunisti» a sentire i quali le grosse questioni che avevano lacerato il movimento operaio - appunto le questioni del partito, della conquista violenta del potere, della dittatu­ra e del terrore rosso - erano ormai conquiste definitive; Lenin poteva condannare l'estremismo come malattia d'infanzia del comunismo, dun­que come manifestazione di vitalità e «crescenza» del movimento rivo­luzionario, non come abiura di esso, al modo in cui invece copriva di ignominia, insieme alla destra socialdemocratica, il centro, magari preci­pitatosi ad inviare i suoi pellegrini al Creralino. Ma quali scorie non poteva bruciare, se ben diretta nel suo divampare, la fiamma? E questa aveva trovato la sua direzione là dove, proprio allora, gli stessi uomini impegnati in una titanica battaglia su tutti i fronti interni ed esterni andavano forgiando, nelle tesi per il II Congresso, armi ben più dure ed affilate di quanto non potessero supporre al loro arrivo i delegati di partiti da un anno aderenti al Comintern; armi, d'altra parte, desti­nate a rimanere come pietre miliari sul cammino della lotta di emancipa­zione della classe operaia anche se la maggioranza dei suoi esponenti po­litici convenuti a Mosca fosse stata - come era - impreparata non ad accettarle formalmente, ma a farle proprie nella sostanza; non diciamo poi a riconoscerle già proprie. La fiamma poteva indebolirsi o addirittura tem­poraneamente spegnersi (Lenin, nel discorso inaugurale, metterà in guar­dia contro l'errore di credere che alla classe dominante ogni via di uscita dalla crisi postbellica fosse ormai preclusa); ma, con quelle armi e su quell’incudine, la preparazione all’assalto rivoluzionario avrebbe potuto non conoscere soste neppure se (ancora Lenin lo ribadirà in pole­mica con Serrati) (2) la situazione avesse cessato d'essere rivoluzionaria.

Oggi, a distanza di mezzo secolo, è facile dire che gli entusiasmi facevano velo ad una realtà assai meno favorevole di quanto allora non si fosse portati a supporre. Bisogna però aggiungere che se, da un lato, il 1920 si apriva sotto il segno di due grandiose vittorie - il trionfo nella guerra civile in Russia e il fisico ricongiungimento delle falangi pro­letarie mondiali dopo lo smembramento della guerra imperialistica e l'assedio alla cittadella bolscevica, due vittorie che giustificavano non solo l'entusiasmo ma il tripudio, e di cui solo i dotti pedanti e filistei posso­no non sentire il peso materiale, la storica portata -, dall’altro gli ani­matori e dirigenti dell’Internazionale avevano piena coscienza degli aspetti contraddittori e delle «ambiguità» della situazione in cui versava il mo­vimento comunista. Non c'era ombra di retorica, ora che l'accerchia­mento della Russia era finito, nella orgogliosa dichiarazione di Lenin:

 

«Un anno o poco più è trascorso dal primo congresso dell’Internazionale comunista, e oggi già parliamo come vincitori nei confronti della II Internazionale», o in quella di Zinoviev: «Oggi abbiamo il pieno diritto di proclamare che la II Internazionale è stata colpita a morte dalla III [...]. Nel suo crollo si rispecchia il crollo dello stesso ordine borghese [...]. L'abbiamo vinta perché è cominciato il "crepuscolo degli dei" della borghesia [...] e chi cerca di legare ad essa il suo destino, non può che seguirla nell’abisso» (3).

 

Ma i bolscevichi erano troppo buoni marxisti per ignorare che, dal I congresso, in seno al movimento operaio le cose non erano sensibil­mente cambiate, non solo e non tanto perché nessun grande paese eu­ropeo (per non parlare degli Stati Uniti) aveva espresso un partito co­munista, ma perché ben pochi fra quelli che stavano per costituirsi, o pretendevano di esserlo già, offrivano serie garanzie di potersi procla­mare tali. Per Serrati allora, e postumamente per uno storico alla Carr, era ed è spiacevole che Mosca trattasse da scolaretti, con fare e in tono fastidiosamente «pedagogico», i delegati dei partiti aderenti ancor più che i «compagni di strada» ammalati di estremismo infantile, e non di rado li trattasse non molto meglio (a volte peggio, come è di rigore) che i dubbi postulanti dell’USPD o del PSF: la verità è che i bolsce­vichi sapevano di doverlo lare essendo gli unici in grado di farlo con severità e rigore - da parte nostra, avremmo auspicato che lo faces­sero anche più a fondo -, e che il compito di liberarli dal peso di un passato incancrenito di conciliatorismi nella migliore delle ipotesi e di compromissioni nella peggiore, sarebbe stato ben più duro che nelle assemblee russe di operai e contadini «senza partito». Il II Congresso si risolverà per buona parte in una grandiosa assise di proselitismo e pro­paganda nelle file del movimento comunista o sedicente tale, e i suoi protagonisti, che allo stato dei fatti, piacesse o no a Serrati o ad altri, potevano essere una volta di più soltanto gli uomini dell’Ottobre rosso, finirono, ammaestrati dal corso del dibattito, per inasprire (secondo noi, non abbastanza) quelle condizioni di ammissione che in un primo mo­mento erano stati inclini a mitigare, o nel presupposto di avere di fronte partiti teoricamente e praticamente maturi ai quali non occorresse im­partire troppi ordini e divieti perché, avendo fatto tesoro di una lunga e salutare lezione, avrebbero trovato la via giusta senza bisogno della bacchetta del maestro e del colpo di barra del nocchiero, o nella fiducia di poter essere un po' più larghi di manica verso i convertiti della do­dicesima ora di quanto non fossero stati al timone della dittatura so­vietica, perché sicuri di poterli neutralizzare grazie al contrappeso di un duro nocciolo di militanti «alla bolscevica».

A prescindere dai partiti dell’area sovietica, balcanica, germanica, di Polonia, di Finlandia, non si poteva fare serio affidamento né sulle uniche acquisizioni recenti in Europa, i partiti comunisti di Spagna e Belgio, né su un PSI del cui vero volto si cominciava a conoscere almeno una metà, né sui due partiti frettolosamente nati in America e prossimi a fondersi, il Communist Party of America e il Communist Workers' Party of America, né sui quattro raggruppamenti inglesi già uniti in un «Comitato provvisorio per la costituzione del Partito comu­nista di Gran Bretagna» ma divisi tanto sulle questioni parlamentare e sindacale, quanto sulla questione di aderire o no alla struttura «elasti­ca» del Labour Party, e in ogni caso gracili o confusi (il British Socialist Party, il British Labour Party, la South Wales Socialist Society e la Workers' Socialist Federation), mentre il bilancio degli ultimi mesi in Germania, se dava torto sul piano della correttezza teorica al KAPD, non segnava molti punti a favore del KPD quanto a maturità di formazione dottrinale e a sicurezza e ortodossia di decisioni tattiche. Le correnti, i gruppi e le frazioni dichiaratamente comunisti in Francia, Svizzera, Scandinavia, Italia erano ancora entità imponderabili, e solo la prova dei fatti avrebbe potuto dire qualcosa di sicuro sugli stessi partiti uffi­cialmente già formatisi nel resto dell’Europa e in Asia. Quanto all’appor­to dubbio e sempre guardato con sospetto di ali «sinistre» staccatesi o prossime a staccarsi da partiti «di centro», è vero che poteva fargli da contrappeso e in una certa misura da contravveleno l'acquisi­zione di battagliere pattuglie di militanti tipo IWW, shop stewards, sindacalisti francesi e spagnoli in crisi ecc., ma questi avevano bisogno a loro volta di una dura - e di esito incerto - «scuola preparatoria». «La lotta fra noi e la II Internazionale - dirà ancora Zinoviev in apertura di congresso - non è una lotta fra due frazioni di un solo movimento rivoluzionario proletario, non è una lotta tra sfumature, non è una lotta fra correnti nell’ambito di un unico campo di classe: è una lotta fra le classi». Era vero alla scala storica; a livello immediato, la «chiarezza e ancora chiarezza» invocata dal presidente della III In­ternazionale attendeva ancora - e di gran lunga - d'essere raggiunta, e la stessa linea di frattura tra le classi passava attraverso quasi tutti i partiti affiliati. «Ogni passo di movimento reale» è più importante per i marxisti di uno straccio di programma, ma alla sola condizione che non sia compiuto a prezzo di un «commercio dei princìpi». I delegati a Mosca si aspettavano d'essere accolti con manifestazioni di entusiasmo, non anche con piogge di quelle che potremmo chiamare le edizioni 1920 della «Critica al programma di Gotha».

Ai «ricostruttori» si poteva sbattere la porta in faccia: il «peri­colo immenso ed immediato per il trionfo della causa dell’emancipazione del proletariato» rispetto al quale era «assai meno grave» la ten­denza all’«estremismo» - stava nel fatto che «alcuni vecchi partiti della II Internazionale, talora cedendo inconsapevolmente ai desideri e alla pressione delle masse, talora ingannando consapevolmente le mas­se per conservare la loro vecchia funzione di agenti ed ausiliari della borghesia in seno al movimento operaio, danno la loro adesione condizio­nata o addirittura incondizionata alla III Internazionale, mentre in realtà, in tutta la pratica del lavoro politico e di partito, rimangono al livello della II Internazionale», scriveva Lenin nel progetto di Tesi sui compiti fondamentali del II Congresso, datato 14 luglio (4), e ne dedu­ceva la caratteristica tipica dell’«attuale fase di sviluppo del movimento comunista internazionale» per cui, «nella stragrande maggioranza dei paesi capitalistici, la preparazione del proletariato alla realizzazione della sua dittatura non è portata a compimento, e anzi, molto spesso, non è sta­ta ancora intrapresa in modo sistematico» (tesi 5). Urgeva assicurarsi che «la dittatura del proletariato non fosse riconosciuta soltanto a parole», non dimenticando (come dimenticavano i partiti esitanti ad amputarsi della loro ala destra e del loro «centro kautskiano aperto o mascherato») che «ciò che fino alla vittoria del proletariato sembra soltanto un dis­senso teorico sulla democrazia diventerà inevitabilmente, dopo la vitto­ria, una questione da risolvere con la forza delle armi». Altro che stupirsi di un «atteggiamento pedagogico»! Il glorioso stato maggiore bolscevico, che si era svenato in due anni e mezzo di guerra civile sapendo di dover vincere perché la rivoluzione mondiale potesse trion­fare, e, finito il suo isolamento fisico, si ritrovava politicamente e prati­camente quasi solo, aveva non diciamo il diritto (che non rivendicò mai) ma il dovere rivoluzionario di «tener lezione» a quelli che avrebbero dovuto essere i primi della classe, ed erano gli ultimi! Contro Kautsky si avverava la profezia kautskiana del 1902 ricordata nel I capitolo dell 'Estremismo:

 

«La Russia, che ha attinto dall’Occidente tanta energia rivoluzionaria, è forse oggi pronta a diventare essa stessa una fonte di energia rivoluzionaria per l'Occi­dente. Il rinfocolato movimento rivoluzionario russo sarà forse il mezzo più potente per sradicare lo spirito di infrollito filisteismo e superficiale politicantismo che comincia a diffondersi [al 1920, si era altro che diffuso] nelle nostre file e farà nuovamente divampare in vivida fiamma l'ardore della lotta e l'appassionata dedizione ai nostri grandi ideali».

 

Ma non era un processo meccanico, come forse se l'augurava l'Herr Professor in alta teoria: era un compito, un altro pesantissimo compito, che gli eroici militanti ai quali era parso di poter finalmente tirare il fiato, e ricevere dopo aver dato tanto, si accingevano ad espletare con fermezza non meno eroica. Solo degli indipendenti tedeschi o inglesi potevano, per questo, giudicarli intinti di... «spirito nazionalista»!

Nel rievocare la massa imponente di opuscoli, tesi, commenti redatti dai bolscevichi tra la fine di aprile - quando si era deciso di convocare a breve scadenza il II Congresso e, nello stesso tempo, era cominciato il pellegrinaggio di «missioni informative» socialiste a Mosca - e il 19 luglio, quando il Congresso si aprì, i furieri e i public relations men storiografici dell’opportunismo si dilettano invariabilmente di gettarci fra i piedi L’«estremismo», malattia infantile del comunismo, con l'aria di dire, quando non lo dicono chiaro e tondo e fra grida di giubilo: Vi abbiamo presi in castagna, voi della Sinistra: eccola, la vostra bolla di scomunica; eccolo, il nostro attestato di leninismo!

I dotti signori fingono di ignorare due «piccoli» dettagli. Fingono di ignorare, anzitutto, che l'Estremismo si apre con la constatazione che, per quanto

 

«dopo la vittoria della rivoluzione proletaria anche in uno solo dei paesi progrediti [...] la Russia cesserà in breve di essere un paese modello e sarà di nuovo un paese arretrato [...], nel presente momento storico le cose stanno in modo tale che il modello russo indica a tutti i paesi qualcosa di molto essenziale del loro inevitabile e non lontano avvenire»;

 

e questo qualcosa non è la via democratica, parlamentare, nazionale al... socialismo di cui i predetti furieri si pascono, e pascono il loro pub­blico, ma

 

«l'esperienza della dittatura del proletariato», cioè della «guerra [guerra, si badi, non... dialogo,soltanto lotta] più eroica e più implacabile della nuova classe contro un nemico più potente, contro la borghesia [...] la cui potenza non consiste soltanto nella forza del capitale internazionale, nella forza e solidità dei legami internazionali della borghesia, ma anche nella forza dell’abitudine, nella forza della piccola produzione; poiché, per sventura, la piccola produzione sussiste tuttora in misura grandissima ed essa genera incessantemente il capitalismo e la borghesia, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e su scala di massa», tutti motivi per i quali «la dittatura del proletariato è necessaria [dunque; non qua sì e là no], e la vittoria sulla borghesia è impossibile senza una guerra lunga, tenace, disperata, per la vita o per la morte» (5).

 

Fingono di ignorare, in secondo luogo, che la critica dell’infantili­smo è rivolta a coloro i quali, pur avendo accettato il cardine antidemo­cratico, antiparlamentare ed antilegalitario della dittatura (e i furieri di oggi l'hanno trentatré volte rinnegato), ne incrinano poi le necessarie fondamenta facendosi i depositari e portatori di un'ideologia, anch'essa (sia pur inconsciamente) democratica, che nega il partito, la centralizza­zione, il ruolo dirigente della «previa organizzazione», dunque «la co­stituzione del proletariato in classe»e per ciò stesso i presupposti della sua «costituzione in classe dominante»; ovvero credono di tutto risolve­re - altro aspetto della «forza d'inerzia» piccolo-borghese - sostituen­do la «frase rivoluzionaria», l'estremismo parolaio, all’ardua ricerca delle soluzioni tattiche direttamente correlate al princìpio della presa violenta del potere e dell’esercizio dittatoriale di esso. A parte ogni riserva sulla collocazione della nostra Frazione nel campo dell’infanti­lismo (si è già ricordato che lo stesso Lenin parla di noi confessando di saperne troppo poco), l'Estremismo va considerato - e così lo con­siderammo allora noi della Sinistra - come una vigorosa offensiva contro l'altra faccia - antiautoritaria, antipartitica, diciamo genericamen­te «libertaria» - del democratismo piccolo-borghese; un'offensiva lan­ciata dopo la liquidazione della sua faccia parlamentare, legalitaria, riformista, in poche righe da pietra tombale. In entrambi i casi, non noi siamo colpiti: noi eravamo agli antipodi delle due deviazioni.

Diciamo di più: nella misura in cui l'antiautoritarismo ed antipar­titismo non erano, in ragguardevoli settori della classe operaia special­mente anglosassone, una filiazione diretta e proclamata del vecchio tarlo proudhoniano e bakuniniano, ma una reazione immediata ed inconscia alla putredine dei partiti socialisti e all’accomodante lassismo di alcuni degli stessi partiti autoproclamatisi comunisti pur conservando il vec­chio nome sedicentemente glorioso, in quella misura e solo in essa l'«infantilismo» vi era preso a bersaglio come «malattia di crescenza», guaribile - diversamente dal morbo senile del democratismo - con metodi anche soltanto «pedagogici» perché espressivo di quel «nobile odio proletario [...] per i politici di classe borghesi» in cui sta «il princìpio di ogni saggezza» (pag. 69). I furieri dell’opportunismo non cono­scono neppure da lontano un simile odio: è sulle radici della loro tradizione ideologica e «culturale» che si abbatte la scure dell’Estremi­smo!

Non si obietti neppure che qui la vigorosa proclamazione dei princìpi cardinali dei bolscevichi come della Sinistra - partito, dittatura, terrore -, insomma dell’antidemocratismo e dell’antiparlamentarismo, risponde a un giudizio della crisi mondiale che ne prospetta imminente lo sbocco rivoluzionario: per Lenin il riconoscimento di quei princìpi non è una professione di fede generica (anche Kautsky, perfino Turati, potevano riconoscerli «a parole»); è un impegno costante di prepara­zione all’unico snodamento possibile della crisi della società borghese; è la bussola che guida il corso del partito in tutte le sue manife­stazioni - di cui l'attività parlamentare è sempre una delle minori (6) e può, in dati svolti, essere e dover essere sospesa - vicina o lontana che sia l'insurrezione armata. Le già citate Tesi, come tutti i discorsi al II Congresso, lo ribadiscono con forza, e non è un caso che i furieri dell’op­portunismo vi passino sopra, giacché esse dicono per esteso ciò che l'Estre­mismo aveva premesso in brevi pagine lapidarie ad apertura di volume dandolo per definitivamente acquisito; lo dicono e lo ripetono con tanto maggiore insistenza, in quanto, dalla data di completamento dell’opusco­lo di Lenin (12 maggio 1920), i primi contatti coi «pellegrini» in ar­rivo a Mosca avevano fornito l'ennesima riprova che tale acquisizione non solo non era avvenuta in modo totale e definitivo, ma non era avvenuta affatto!

 

(1) Poco prima del II Congresso erano stati arrestati in Francia Loriot, Monatte, Souvarine, in Inghilterra la Pankhurst,

(2) E con Frossard, quando, come quest'ultimo riferisce, lo aggredì dicendo: «Non si chiede di far la rivoluzione subito; ciò che importa è la preparazione rivolu­zionaria».

(3) Le citazioni sono sempre tratte dal Protokoll des II. Weltkongresses der Kom­munistischen Internationale, Hamburg 1921, Feltrinelli Reprint.

(4) Opere, XXXI, pag. 178 ecc.

(5) Opere, XXXI, pag. 14.

(6) É raro che l’...«antidogmatico» Lenin lasci passare un errore teorico. A quegli strani «comunisti di sinistra» che erano i tribunisti olandesi, secondo i quali «quando il sistema capitalistico di produzione è dissestato e la società si trova in stato di rivoluzione, l'attività parlamentare perde a poco a poco d'importanza rispetto alle azioni delle masse», l'Estremismo tanto invocato dai collitorti risponde che questo argomento è «sbagliato sul piano storico e politico» perché «l'azione delle masse - un grande sciopero per esempio - è più importante dell’attività parlamentare in ogni situazione [corsivo di Lenin], e non solo durante la rivolu­zione o in una situazione rivoluzionaria» (corsivo nostro; cit. pag. 50). Per i collitorti, invece, l'attività parlamentare è l'alfa e l'omega al cui rincalzo, quando va bene, devono correre «le azioni delle masse»; il «grande sciopero», poi, chi lo conosce più, sotto il loro felice regno?

 

2 -       PRIMI CONTATTI CON DELEGAZIONI OPERAIE OCCIDENTALI

 

Sotto questo aspetto, assai più dell’arrivo delle delegazioni dell’in­glese Independent Labour Party e del francese PSF, era stato rivelatore quello della delegazione italiana. La decisione di inviarla in Russia ri­saliva al 3 aprile, e il suo scopo originario - conformemente all’idea squisitamente opportunistica di andare a cercare nella «patria dell’Ottobre rosso» non un insegnamento politico e una conferma teorica (che non avrebbero avuto bisogno di viaggi... esplorativi, essendo iscritti nei fatti dello stesso Ottobre e nelle opere dei suoi protagonisti), ma un mo­dello di costruzione «tecnica» della società nuova, un brevetto di... in­gegneria sociale - era di «studiare il funzionamento del regime sovie­tico». Ne facevano parte 13 messi, Serrati e Vacirca per la direzione, Bombacci, Rondani e Graziadei per il gruppo parlamentare, D'Aragona, Bianchi, Marchetti, Colombino, Dugoni, Pavirani, Nofri, Pozzani per la CGL, la Lega nazionale delle cooperative ed altri enti economici locali. Tutti si erano saggiamente premuniti contro il tifo e la fame grazie ad abbondanti scorte di viveri (prima «eccezione nazionale», senza dub­bio, gli spaghetti!) e indumenti speciali, addirittura scafandri; come ricorda (e non è il solo) Rosmer, apparivano degni sotto ogni aspetto di una comitiva alla Cook's.

Era una delegazione in assoluta prevalenza «di destra» e, giunta festeggiatissima a Pietrogrado il 6 giugno e a Mosca il 14, lo stesso giorno che figura in calce alla lettera di convocazione del II Congresso (quando - ricorda Zinoviev - «non sapevamo che fossero arrivati dei riformisti; avevamo la fiducia più completa in Serrati come in tutte le persone che egli aveva condotto seco; li ritenevamo elementi ancora confusionari, ma la cui devozione alla causa proletaria fosse veramente sincera»), il 16 giugno aveva dovuto ascoltare nella sede del Comitato esecutivo dei Soviet la requisitoria di Bukharin contro il partito fran­cese che si rifiutava di amputare la destra (1) e, il 18, leggere nella «Pravda» il «saluto» rivoltole dallo stesso Bukharin all’insegna della parola d'ordine: «É l'ora di cacciar via dal movimento operaio italiano il gruppo dei turatiani riformisti!» (2); che era come dire a tre quarti della comitiva: Fuori dai piedi! Lenin nell’Estremismo si era augurato, almeno in questo dando ragione al «Soviet», che il PSI, da un anno aderente all’Internazionale, si decidesse ad «espellere dalle sue file con ignominia Turati e soci» per «diventare un partito comunista di nome e di fatto»; Trotsky nel già citato brano di Terrorismo e comunismo, al­tro indimenticabile viatico al II Congresso, aveva scritto le parole di cui sarebbe fatica sprecata suggerire l'attenta lettura ai furieri e stono­grafi dell’opportunismo:

 

«Di solito, l'atteggiamento conciliante verso i gruppi kautskiani, longhet­tisti, turatiani si maschera dietro la considerazione che nei rispettivi paesi l'ora delle azioni rivoluzionarie non è ancora suonata. Ma questo modo di porre la questione è completamente sbagliato. Nessuno pretende dai socialisti inclini al comu­nismo che fissino un sovvertimento rivoluzionario per le prossime settimane o per prossimi mesi. Ma quello che la III Internazionale esige dai suoi aderenti è il riconoscimento non a parole ma nei fatti che l'umanità civile è entrata nell’epoca rivoluzionaria, che i più profondi sommovimenti e l'aperta lotta fra le classi atten­dono tutti i paesi capitalistici, e che il compito dei militanti rivoluzionari è di pre­parare le necessarie armi ideologiche e i punti d'appoggio organizzativi per questa prossima e inevitabile guerra. Gli internazionalisti che ritengono possibile collabo­rare oggi con Kautsky, con Longuet, con Turati, di presentarsi alle masse al loro fianco, rinunciano in realtà alla preparazione morale e materiale dell’insurrezione rivoluzionaria del proletariato, a prescindere totalmente dal fatto che questa avvenga un mese o un anno prima, o un mese o un anno dopo. Affinché l'insurrezione delle masse proletarie non si frantumi in una tardiva ricerca della sua via e della sua guida, è necessario che vasti strati proletari imparino sin d'ora a capire tutta l'am­piezza dei compiti che stanno loro innanzi e della loro completa incompatibilità con ogni variante di kautskismo e conciliatorismo. Una vera ala rivoluzionaria, cioè comunista, deve di fronte alle masse contrapporsi a tutti gli schieramenti della indecisione e delle mezze misure, ai docenti, avvocati e cantori del passivismo, e soprattutto rafforzare le proprie posizioni, in primo luogo ideologiche, in secondo luogo organizzative, aperte, semiaperte o rigorosamente segrete. L'ora della separa­zione formale dal kautskismo aperto o mascherato, o l'ora della sua cacciata dalle file del partito operaio, dipende, si capisce, da considerazioni di opportunità pratica, ma l'intera politica dei veri comunisti dev’essere orientata in questo senso» (3).

 

Altri due giorni - lo notiamo unicamente per sottolineare il ritmo incalzante del… corso di pedagogia -, e i delegati italiani ascolteranno da Lenin, nella già citata riunione dell’EKKI, una nuova denunzia della «putredine dell’ala turatiana [...] che impedisce a tutto il partito di se­guire una linea completamente giusta» (come si legge in uno scarno resoconto giornalistico) (4). Non erano parole nuove, per i loro orec­chi: le avevano sentite e risentite mille volte dal «Soviet».

E tale è il peso dell’«inerzia storica» che, in ripetuti colloqui con Lenin e Trotsky, Zinoviev e Bukharin, Serrati restò tetragono a Mosca, come già in Italia, nel difendere il lontano Turati e il lì presente D'Aragona; si stizzì che la direzione delegasse per telegrafo al II Congresso, insieme a lui, i già malsicuri Graziadei e Bombacci; brigò invano per estendere il mandato a Vacirca e, almeno con voto consultivo, agli otto confederali; deplorò l'invito dell’EKKI a Bordiga per la Fra­zione astensionista e a Polano per la Federazione giovanile - in veste consultiva il primo, deliberativa il secondo -; prese sotto le sue ali il barbuto segretario della CGL al punto che questi (come ricorda Ro­smer), quando non riusciva a cavarsi d'impiccio sotto l'incalzare delle ingiunzioni bolsceviche, cercava e trovava invariabilmente rifugio, da buon destro, nel patriarca del centro massimalista. Organizzatori sin­dacali e cooperativi, avendo concluso dalla visita al «modello sovietico» che non avevano nulla da apprendere e tutto da insegnare dall’alto della loro saggezza di sudditi civili di paesi civili, se ne tornarono a casa assai prima che il congresso inaugurasse, tra fulmini e tuoni contro l'op­portunismo, i suoi lavori: Serrati rimase a… difenderli o, quanto me­no, a giustificarne con la loro «innocuità» la presenza nel PSI.

Non si tratta, beninteso, di un «caso personale» (appunto perché non lo era se ne parla qui, dove non si corre dietro al pettegolezzo biografico): chi semmai tendeva ad uscire dal classico solco del massima­lismo (fino a che punto, l'avrebbe detto l'avvenire) erano i suoi due compagni di delegazione al congresso, ed egli non aveva tutti i torti di rivendicarne a sé e solo a sé la vera, genuina rappresentanza. Nel suo ostinato rifiuto di dissolidarizzare da Turati si rispecchiava fedelmente un massimalismo per il quale l'azione parlamentare era al centro della vita di partito - e gruppo parlamentare significava ala destra. Di più, nel suo giudizio sui riformisti. questa considerazione di opportunità pra­tica pesava meno dell’attestato attivo di buona condotta conferito ad uo­mini che, come si legge nel rapporto autentico di Serrati all’Internazionale riprodotto nel nr. 1 anno II di «Comunismo», «obbediscono alla discipli­na del partito [!!!] e si orientano ogni giorno sempre più a sinistra [!!!]». Nella sua insistenza presso D'Aragona perché... salvasse la faccia sottoscrivendo la convenzione costitutiva del Comitato provvisorio dei Sindacati rossi, nucleo della futura Internazionale sindacale rossa, non senza prima avere estorto un compromesso zoppicante e con la riserva mentale che «l'organizzazione sindacale rossa non dovrebbe dipendere dalla Internazionale Comunista, ma essere qualcosa di autonomo, che marci amichevolmente fianco a fianco con essa» (5), si rispecchiava un massimalismo ai cui occhi PSI e CGL - «rossa» per definizione que­sta, comunista per definizione quello - erano come Stato e Chiesa nella tradizione liberale, potenze sovrane ciascuna nell’ambito delle sue funzioni (e fra le quali potevano esistere soltanto rapporti da pari a pari), tut­tavia convergenti nel nobile impegno di sostenersi a vicenda quando il «bene di tutti» fosse in gioco. In Russia, la «separazione dal kautski­smo aperto o mascherato» era stato un problema da risolvere «con la forza delle armi», a costo di immensi sacrifici virilmente sostenuti; nell’Occidente rappresentato dal massimalismo, non aveva neppure raggiun­to lo stadio delle «armi della critica». Diamo almeno atto a Serrati di avere, tenendo duro, reso possibile in seno all’Internazionale, sia pure con ritardo, un giudizio irrevocabile sulla collocazione dei massimalisti nell’area, per eccellenza nemica, del «centro»...

Ma la primavera aveva portato a Mosca un'altra famiglia di ma­ture rondinelle: la famiglia dei delegati dei partiti «ricostruttori» ve­nuti a godersi lo spettacolo di quello che Lenin definirà ironicamente «il sistema sovietico, come piace dire ai sistematici tedeschi, o l'idea so­vietica, come dicono i socialisti gildisti britannici» e, in subordine, a far conoscenza con l'Internazionale per valutare la possibilità e soprattutto la convenienza di aderirvi, e le condizioni a tal fine richieste.

Erano i portatori di un altro pericolo denunziato in tutte le tesi e i discorsi del congresso: quello di partiti ansiosi, dopo le pesanti cor­responsabilità nel massacro imperialistico, di rifarsi una verginità a buon mercato o mediante sottili operazioni di chirurgia plastica al modo del tedesco USPD, o mediante concessioni demagogiche alle generose im­pazienze e ai fremiti di rivolta della «base». Tutti avevano sondato, attraverso il Partito socialista svizzero - specchio fedele, nelle sue attività di intermediazione, della funzione internazionale del proprio paese -, le possibilità e prospettive di ricostituzione di una Internazio­nale non... dogmatica, aperta a «tutti i partiti decisi a rimanere fedeli alle fondamenta del socialismo» - formula tipicamente acchiappa-tutti e non-impegna-nessuno ben degna dei suoi autori, i socialisti francesi riuniti al congresso di Strasburgo (25-29 febbraio) -, mantenendosi tut­tavia le mani libere per trattative in perfetto stile diplomatico con la settaria (orrore!) Internazionale di Mosca. Non c'erano illusioni da farsi, in questo caso, né metodi «pedagogici» da esperire, anche se a Mo­sca era viva la speranza di staccare frazioni proletarie e classiste di base dai vertici ormai «completamente borghesi», perché legati agli inte­ressi di strati esili ma potenti di aristocrazia operaia, che ci si apprestava a mettere con le spalle al muro. Non si trattava, per i dirigenti del Co­mintern, né di accoglierli nelle sue file (6) - se non a condizioni equiva­lenti al suicidio - né di indottrinarne i portavoce in viaggio esplorativo; si trattava di affrettare lo scoppio di un bubbone.

Era giunta per prima, in maggio, la missione dell’Independent La­bour Party, fresco dell’invio a Berna di un progetto d'Internazionale «ri­costruita» abbracciante «tutti i partiti che accettano come basi princi­pali del socialismo la proprietà e l'uso collettivo della terra e dei princi­pali strumenti di lavoro, come dell’industria in generale e di tutto ciò che concerne la questione della ricchezza pubblica» (come arrivarci, at­traverso quale via, con quali atteggiamenti di fronte allo stato borghese e alle sue istituzioni, mistero: e sfidiamo a immaginare un partito, anche il più riformista, che non fosse o non sia pronto a giurare su una simile Bibbia!), nel cui seno le sezioni nazionali godessero della «autonomia più completa per ciò che riguarda la libertà di azione e di tattica in ogni paese» (7). Nel suo lungo soggiorno, tuttavia, la delegazione si era incontrata in «interlocutori» coriacei, per nulla sorpresi di vedervi rispec­chiato - come dirà Lenin a commento del suo incontro del 26 maggio - «il vecchio ascesso», messo ancor più a nudo dalla guerra imperialistica, del «passaggio della maggioranza dei leaders parlamentari e sindacali degli operai dalla parte della borghesia» (8), e aveva dovuto fingere stu­pore per le accuse rivolte alla Gran Bretagna di promuovere e forag­giare l'aggressione polacca, nonché esprimere sdegno e meraviglia per l'assenza di libertà di stampa, associazione e propaganda nella Russia proletaria assediata! Ebbe almeno il pudore di non battersi il petto alla Cachin, e di tornarsene a casa ancor più salda nella sua fede democra­tica. Il suo epicedio lo scrisse subito Lenin: «A ciascuno il suo. Ai co­munisti il compito di lavorare attraverso il loro partito per illuminare la coscienza rivoluzionaria degli operai [Vladimiro Lenin malato di... «illuminismo bordighiano», o storici dei nostri calzari?]. A coloro che hanno sostenuto la difesa della patria nella guerra imperialistica per la spartizione del mondo [...], la stessa sorte dei Kerenski, dei mensce­vichi e dei socialrivoluzionari». Il II Congresso non avrà l'imbarazzan­te «onore» di vedere questa varietà britannica degli indipendenti tede­schi posare a comunista.

Era arrivata buona terza, incaricata di analoghi sondaggi, la missione francese Cachin-Frossard, e qui l'episodio aveva preso una piega tanto cinica quanto melodrammatica. I due pellegrini non erano autorizzati ad esprimere giudizi o prendere impegni, ma solo a chiedere e riferire infor­mazioni: con volubilità pari alla mancanza di princìpi, si erano tuttavia abbandonati a manifestazioni di entusiasmo oratorio per le vittorie bol­sceviche e le conquiste proletarie in Russia; alla già citata riunione del 16 giugno a Mosca, quando Bukharin aveva ricordato non solo l'ignomi­nia del socialsciovinismo francese ma i personali trascorsi di Cachin come paladino dell’union sacrée (in cui i bolscevichi, ricorda Serrati di averlo udito proclamare, vedevano «non uno sbaglio ma un delitto»), e Lenin aveva formulato il verdetto: «Fra la III Internazionale e tutta la poli­tica del Partito socialista francese c'è un abisso», dimostrandolo con ri­ferimenti all’attività di stampa e di gruppo parlamentare, all’equivoca azio­ne di Longuet, all’atteggiamento conciliante verso i capi confederali, alla passività di fronte all’arresto per «complotto» di Loriot, Monatte e Souvarine, Cachin era scoppiato a piangere (l'aveva già fatto a Strasburgo «davanti a Poincaré che celebrava il ritorno dell’Alsazia alla Francia!», aveva commentato Rosmer) (9), e si può immaginare che abbia fatto al­trettanto nelle successive riunioni del 18 e 29 giugno prima e del 23 e 28 luglio poi, cedendo via via alle incalzanti esortazioni dello stato mag­giore del Comintern fino ad impegnarsi (nei limiti che vedremo) a bat­tersi entro il partito per una sua non formale adesione ad esso, a costo - un costo che gli «interlocutori» moscoviti sapevano doversi necessariamente pagare - di spezzarlo in due. Soggettivamente, questo progressivo «allineamento» poteva o no essere sincero; comunque, lo circondavano mille riserve. L'incarico affidato dal Partito francese ai suoi messi il 9 marzo era di «prendere contatto col Partito bolscevico russo e con gli organi qualificati della III Internazionale al fine di studiare i mezzi per giungere al ristabilimento dell’Unità Socialista Internazionale [maiuscole nel testo] e raccogliere i dati e le informazioni più precisi sulla situazione della Russia e la sua organizzazione politica, economica e so­ciale» (10), e nella seduta del 18 giugno Cachin per primo aveva presen­tato all’EKKI un ritratto ditirambico dell’azione «rivoluzionaria» del PSF, mentre Frossard aveva spiegato che quest'ultimo non era affatto alieno dall’aderire all’IC purché fossero chiarite «alcune modalità di tattica» e, riconoscendo la necessità di concedere «una certa libertà» di movimento alle sezioni nazionali in considerazione delle particolari circostanze in cui erano e sarebbero state chiamate ad operare, si am­mettesse per esempio - e soprattutto - che «la conquista del potere ad opera del proletariato è concepibile solo mediante un accordo realizzato su basi di eguaglianza fra CGT e Partito»; e aveva aggiunto, come era nel suo mandato, che non poteva né accettare le «misure di ostraci­smo» chieste dall’Esecutivo a carico di singoli compagni, né ammettere che queste venissero «imposte [al PSF] dall’esterno [l'Internazionale… potenza straniera!]». Nessuno, a Mosca, pensava di convertirli nel giro di brevi anche se radicali «lezioni» di bolscevismo: Longuet, del quale i due pellegrini ripetevano l'apologia, era stato inchiodato al muro dell’ignominia centrista nel famoso articolo di Trotsky (11) del dicembre pre­cedente; e non v'era nessuna probabilità che l'IC considerasse in modo molto diverso i suoi difensori d'ufficio. Restava il problema - sul quale, e sui suoi rischi, non torneremo - di collocare una mina nel partito per demolire i baluardi che vi tenevano rinchiusa una «base» proletaria pur sempre combattiva; e l'EKKI tentò di vincolare i due «messi», mal­grado forse il loro cinismo, all’impegno di trasmettere al partito - fa­cendosene non solo i latori, ma i portavoce - una serie di condizioni draconiane. Per questo tentativo, si sarebbe dovuto pagare il prezzo di esautorare almeno in parte il Comitato per l'adesione alla III Internazio­nale, l'unico gruppo sia pur esile che si fosse da tempo dichiarato per il comunismo; ma non dimentichi il giovane militante che il Comité, vivaio di forze sinceramente rivoluzionarie, era tuttavia nato su basi malferme, per molti riguardi confuse (cfr. il capitolo IV di questo volume), oscil­lanti fra l'ortodossia marxista e una tradizione anarco-sindacalista solo superficialmente nascosta dall’entusiasmo per un Ottobre e un «lenini­smo» visti in chiave di «democrazia operaia» e «sovietismo generico». La delegazione ripartì prima di conoscere il testo definitivo (ed aggra­vato) delle «Condizioni di ammissione», ma portando nella borsa una «lettera a tutti i membri del Partito socialista francese e a tutti i prole­tari coscienti di Francia» che traduceva in precise e dure ingiunzioni quelle già formulate da Trotsky sotto forma di domande allorché, pre­mettendo che «l'adesione all’Internazionale comunista non mira a con­cedere un'etichetta internazionale ma a fissare compiti di lotta rivolu­zionaria; non può dunque fondarsi in nessun caso su reticenze, malintesi od equivoci», poneva al PSF i quesiti ultimativi: è o no pronto a sconfessare senza riserve e attenuazioni la politica di «difesa nazionale»? ad escludere qualunque partecipazione od anche solo appoggio indiretto a governi borghesi? a lottare contro l'aperto crumiraggio degli scioperi da parte dei dirigenti della CGT? a sostenere i popoli coloniali sotto il tallone dell’imperialismo francese in una lotta senza quartiere contro la borghesia metropolitana ed il suo stato? a cacciare dalle proprie file i «profeti della passività» alla Longuet e alla Blum-Renaudel, alla salsa riformista e alla salsa centrista? (12). Vedremo di quali «reticenze», poco prima di partire, essi circonderanno l'impegno assunto a puro tito­lo personale di battersi per l'adesione e le sue clausole, e quali reazioni provocheranno le loro parole nei più giovani delegati francesi e in quelli russi; comunque, la linea ormai prefissata era quella, con tutti i suoi peri­coli di reviviscenza della destra «ricostruttrice» e in realtà demolitrice, e col grande interrogativo ancora aperto se il bieco fantasma sarebbe stato esorcizzato o da uno snodamento positivo della situazione mon­diale o, in caso negativo, da una più stretta vigilanza e da un energico indurimento della centralizzazione e della disciplina ad opera dell’EKKI.

Il quadro delle forze attirate dal campo magnetico russo nell’immi­nenza del Congresso - quadro che siamo costretti a seguire nel detta­glio per fornire una chiave alla giusta valutazione dei fatti - va com­pletato con due testimonianze. L'una riguarda le accanite discussioni svoltesi nelle prime settimane di luglio fra la delegazione confederale italiana e i rappresentanti degli IWW, degli shop stewards, della CNT spagnola diretta da sindacalisti, della minoranza sindacalista della francese CGT, dell’anarco-sindacalista tedesca FAU da un lato, Zinoviev e Lo­sovsky dall’altro, intorno alla questione della costituenda Internazionale Sindacale Rossa. Il resoconto che ne dà Losovsky è rivelatore (13): quan­do - in vista della creazione di un «Consiglio internazionale provviso­rio dei Sindacati di mestiere e di industria» in antitesi alla Federazione sindacale internazionale (PSI) di Amsterdam, risorta in stretto collega­mento col Bureau International du Travail e quindi con la Società delle Nazioni - i bolscevichi posero il problema di conquistare i sin­dacati ai princìpi del comunismo per trasformarli in strumenti della lotta per la dittatura del proletariato, i delegati confederali italiani di­chiararono (con bella faccia tosta) di essere pronti a propagandare quei princìpi, non però a farne oggetto di pubblica professione di fede; gli anar­co-sindacalisti e gli operaisti inglesi e americani sollevarono (più one­stamente, bisogna riconoscerlo) il problema di chi dovesse dirigere la dittatura proletaria - le organizzazioni economiche, di mestiere, d'indu­stria, di fabbrica, come pensavano loro, o il partito, come pensavano i bolscevichi (ovviamente, alcuni delegati di ceppo dichiaratamente anar­chico negavano ogni forma di dittatura); infine, confederali italiani e sindacalisti e operaisti delle più diverse provenienze si ritrovarono uniti nel respingere la stretta dipendenza della futura Internazionale sindacale rossa dall’internazionale politica, mentre nuovi contrasti sorsero quando si trattò di stabilire se procedere alla conquista dei sindacati nazionali esistenti o uscirne per creare organismi ritenuti più consoni alle necessità dell’azione rivoluzionaria su scala mondiale (14). Le discussioni, molto aspre, e indicative dell’enorme varietà di posizioni contrastanti in seno al movimento operaio e più particolarmente sindacale riunitosi a Mosca, si trascinarono a lungo, finché, avendo i delegati degli IWW e degli shop stewards mantenute su entrambi i punti le loro riserve (le mantennero, per la verità, anche in sede di Congresso), i delegati italiani, dopo molto esitare da parte loro e premere da parte di Serrati, ottennero che la «convenzione costitutiva» del Consiglio internazionale provvisorio fosse formulata nei termini di un vago compromesso, in cui da un lato si imponeva alle organizzazioni nazionali aderenti di svolgere un'ampia pro­paganda per le idee della lotta rivoluzionaria di classe, della rivoluzione sociale e della dittatura proletaria «come mezzo transitorio ma deciso [...] per schiacciare la resistenza degli sfruttatori e consolidare le con­quiste del governo operaio», cioè di battersi contro la «peste della col­laborazione con la borghesia e della speranza in un pacifico trapasso al socialismo» chiamando gli elementi rivoluzionari e classisti del movi­mento sindacale mondiale ad una lotta frontale contro Amsterdam e, a tutti questi scopi, non predicando la diserzione e la scissione delle orga­nizzazioni nazionali esistenti; dall’altro si stabiliva che tutto questo in­sieme di attività doveva essere svolto, sotto la direzione del Consiglio, «in stretto accordo e collegamento con il Comitato esecutivo dell’IC», accordo e collegamento realizzati mediante la delega di un membro dello stesso Esecutivo negli organi dirigenti del Consiglio, e viceversa. La ge­nericità delle proclamazioni di princìpio e degli impegni di azione ad esse corrispondenti, e la posizione di quasi parità fra organo mondiale politico e organo mondiale sindacale, davano soddisfazione alle ben... comprensi­bili perplessità dei delegati italiani, che infatti sottoscrissero il documen­to insieme ai Russi, agli Spagnoli, ai Francesi, ai Bulgari, agli Jugoslavi e ai Georgiani; ed è noto che Lenin, quando lo vide, lo giudicò bensì un compromesso sgradevole, ma suggerì di accettarlo: l'importante era aver creato un centro; «la chiarezza verrà poi». (Ciò non impedì ai confederali italiani di esclamare, gongolando: vedete? il patto di allean­za stipulato in Italia fra PSI e CGL è stato elevato a princìpio e dignità internazionali; e, nei mesi successivi, di procedere allegramente sulla via tracciata da tutto il loro passato, che conduceva non a Mosca ma ad Amsterdam - come si rinfaccerà loro un anno dopo, al congresso di fondazione dell’Internazionale sindacale rossa).

La seconda testimonianza riguarda la delegazione del Partito social­democratico indipendente di Germania (15), venuta a «trattare» con l'IC - come voleva l'orientamento generale - e composta (ricorda l'unico testimone oculare della nostra corrente) da «tre ceffi superborghesi, che viaggiavano con l'abito nero e il cilindro diplomatico».

Lo scontro, prima in sede di Comitato esecutivo il giorno stesso del loro arrivo, il 25 luglio, poi in sede di commissione per le condizio­ni di ammissione, con questi mercanti in cerca di uno sbocco alla loro merce stantia, fu particolarmente violento (16), e si ripeté al Congresso dove si era deciso di ammetterli, come i due colleghi francesi, in veste consultiva. Due della destra e due della cosiddetta sinistra dell’USPD, i delegati si dichiararono d'accordo «in generale» di aderire al Comintern; al modo dei massimalisti italiani, difesero però a spada tratta la tradizione... rivoluzionaria del partito minimizzando l'influenza esercitata in esso da Kautsky-Hilferding, quello, era un'altra cosa!); più o meno tutti, scoprirono nelle pieghe delle 19 condizioni originarie migliaia di pericoli: pericoloso il cambio di nome del partito - si rischia la messa al bando; pericoloso rendere nota l'esistenza di una rete illegale accanto a quella legale - si rischia di farsi sopprimere il sacro patrimonio di un centinaio di giornali e chiuderne le preziose redazioni; pericoloso far propaganda nell’esercito - si rischia la corte marziale; pericoloso insi­stere troppo sul centralismo - le masse storcerebbero la bocca (a pro­posito, i brutti ceffi avevano avuto il coraggio di dichiarare che, se non avevano potuto agire con maggiore efficacia durante la guerra, la colpa era stata della «mancanza di coscienza socialista nelle masse»!); controproducente parlare di violenza e di terrore - «certe cose si fanno [bum!], non si dicono»! Nel fuoco incrociato di domande, i quattro vacillavano come esili canne al vento di tramontana (17): appariranno (senza... cilindro) al congresso, e la tramontana si trasformerà in ciclone!

 

(1) La citazione di Zinoviev è da La questione italiana al III Congresso dell’In­ternazionale Comunista, Roma 1921, pag. 1; quella di Bukharin dal nr. 20 del 15-31 luglio 1920 di «Comunismo».

(2) Citato, Iddio ci perdoni, in P. Spriano, Stona del Partito Comunista Italiano, I, Torino 1967, pag. 66.

(3) Appendice in data 17 giugno 1920.

(4) Lenin e l'Italia, Mosca 1971, pag. 293. La seduta era stata così illuminante per Lenin, che due giorni dopo scrisse a Neller-Chiarini di redigere «un elenco dei documenti più importanti e [far] tradurre i documenti importantissimi da cui risulta attestato che i riformisti (e Turati e soci in specie) non accettano né la disciplina né le deliberazioni». (Opere, XLIV, pag. 365).

(5)       Protokoll des 2. Kongresses etc., pag. 524.

(6) Quando, in sede di congresso, Münzenberg si levò contro l'ammissione (che credeva ormai decisa) degli indipendenti, Lenin scattò con sdegno: «Chi parla di ammettere l'USPD?». (Protokoll, pag. 306).

(7) Dalla lettera dell’Ufficio di Amsterdam all’ILP, riprodotta ne «Il Soviet» del 25 aprile 1920.

(8) Lettera agli operai inglesi del 30 maggio 1920, in Opere, XXXI, pagg. 131-132.

(9) A Mosca al tempo di Lenin, cit. pag. 39. Per il resto si veda «Comunismo», 15-31 luglio 1920 e Lenin e l’Italia, cit.

(10)       L.-O. Frossard, Le Parti Socialiste et l'Internationale, 1920.

(11)       Riprodotto nel nostro opuscolo O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale, Milano, 1968.

(12) A proposito del prossimo Congresso Internazionale, in «Kommunistische Internationale», 1/12, pagg. 54 segg. La successiva lettera dell’EKKI del 26 luglio, firmata da Zinoviev, Lenin, Rosmer, Serrati e Levi, entrò in maggiori dettagli pratici: cambiamento di indirizzo della stampa, costituzione di cellule comuniste nei sindacati, subordinazione del gruppo parlamentare alla direzione, propaganda nell’esercito, combinazione del lavoro illegale con quello legate, rottura col riformi­smo, pubblicazione del documento stesso (e dico poco!). Si noti che Serrati tuonò anche a favore dell’espulsione dei massoni, antica piaga dei partiti socialisti; ma che forse il PSI aveva rotto col riformismo, svolto attività illegale, e messo le briglie al gruppo parlamentare?

(13)       A. Losovsky, Der Internationale Rat der Fach und Industrieverbände (Moskau gegen Amsterdam), Hamburg 1921, pagg. 36 e segg.

(14) La questione era scottante soprattutto in America, dove l'AFL era effettiva­mente un'organizzazione gangsteristica, semirazzista, gelosa dei privilegi dell’aristocrazia operaia e, in genere, dei lavoratori di pelle bianca, della quale ai battaglieri «wobblies» (non i soli, del resto) ripugnava di dover far parte.

(15) Come si è già detto (cap. VIII) i due delegati del KAPD, viste le «condizioni d'ammissione», se n'erano già andati.

(16) Un riassunto nei nr. 2 settembre e 10 ottobre della «Rote Fahne» da cui attingiamo.

(17) Il futuro missus dominicus dell’Internazionale decadente lanciato al recupero di centristi e sottocentristi in Francia e in Italia, Humbert-Droz, fu allora uno dei più decisi nel chiedere l'indurimento delle condizioni di ammissione perché, disse pieno di disgusto, «il centro è il vero prosecutore dello spirito della II Internazionale». Grandezza della Mosca di allora; miserie della Mosca di poi!

 

3. -            L'ESSENZIALE E L'ACCESSORIO DEL II CONGRESSO

 

Le brevi note che precedono, e che restano monche nella vana attesa che i verbali delle commissioni e sottocommissioni e delle sedute dell’Esecutivo vengano finalmente resi pubblici (il pomposo Istituto Marx-­Engels-Lenin ha, evidentemente, altro per la zucca!), provano come i bolscevichi si trovassero di fronte a compiti, imposti dalla crisi sociale postbellica, ben più gravi di quelli che probabilmente si attendevano, e come l'assise mondiale comunista di cui stavano per iniziarsi i lavori fosse in realtà l'arena non di un esercito già formato e solo bisognoso di perfezionare i suoi piani di guerra, ma di truppe sparse e scucite da mettere faticosamente in riga per un primo elementare addestramento. L'entusiasmo era grande, la fede ardente, la volontà di battersi sconfina­ta: ma solo una grande spinta dal sottosuolo della società borghese avrebbe potuto compiere il miracolo, non il primo in quegli anni, di allineare sotto una ferrea guida - strategica e tattica - i reparti esteriormente avvicinati di un'avanguardia policroma. Forse il «crogiuolo di un nuovo Ottobre» li avrebbe fusi, imponendo loro di sottoporsi a quel comando unico e centralizzato con sede a Mosca, di fronte al quale, abbandonati a sé stessi, recalcitravano. Solo esili drappelli, di là da secon­darie divergenze tattiche, si muovevano nel solco aperto dal '17 russo: l'enorme maggioranza di quella che avrebbe dovuto costituire l'armata rossa del comunismo e del proletariato mondiale brancolava nel buio. Bisognava disciplinarla - teoricamente, programmaticamente, tatticamente, organizzativamente (1).

Oggi, non è difficile constatare che il tentativo è fallito; ma nes­suno ha il diritto, salendo in cattedra, di proclamare che era condannato a priori. E solo pedanti filistei possono chiudere il libro di quei giorni ardenti come se non avesse più nulla da insegnarci: a quella stregua, an­che il meeting alla Martin's Hall apparterrebbe ai ferri vecchi. Ma se, nel 1920 come nel 1864 o nel 1850, la rivoluzione può essere sembrata più vicina di quanto in realtà non fosse, la grandezza dei «padri» e dei «figli» del comunismo scientifico sta nell’aver lavorato, nel presente, per il futuro; nell’aver costruito, sulle sabbie mobili di un ciclo che sem­brava (e non era) prossimo a concludersi, le fondamenta teoriche dell’edifi­cio di domani. Gli opportunisti gridino pure al paradosso: la forza della nostra dottrina è la sua capacità di scavalcare gli alti e bassi della con­tingenza anche quando i suoi portatori, impegnati nello sforzo di do­minarla, non la dominano.

Commentando nel 1956 il richiamo di Lenin in Stato e rivoluzione alla lettera di Marx a Weydemeyer, 5 marzo 1852, e la sua chiosa: «Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi fino al riconoscimento della dittatura del proletariato», scrivevamo: «É di cristallina evidenza che tutte le vie di preteso passaggio al socialismo che non estendono il riconoscimento della lotta di classe a quello della dittatura, caratterizzano l'opportunismo contro il quale si svolse la battaglia teorica e materiale di Lenin in quegli anni, e che questo è un princìpio base che vale per tutti i tempi e tutte le rivoluzioni. Tale sco­perta originale del marxismo non e una conquista “creativa" dell’espe­rienza storica [...]; Marx la stabilisce quando non si è ancora vista nella storia una dittatura proletaria, e tanto meno una soppressione delle classi. Lenin ne fa inderogabile princìpio [...] poco dopo che la prima dittatura stabile ha clamorosamente trionfato ma si esercita tra violen­tissimi assalti nemici, e sempre molto prima che si veda uno storico esempio, lontano molto oggi ancora, di sparizione delle classi e dello stato» (2). Ebbene, al centro del II Congresso che cos'è se non la questione della dittatura proletaria come ciò il cui riconoscimento - e solo esso - distingue il marxista «dal piccolo (e anche dal grande) borghese da dozzina»? É un gioco da ragazzi, oggi, sentenziare: rivolu­zione e dittatura rosse erano lontane, nel 1920, forse quanto lo erano nel 1852 ai tempi della lettera «dimenticata» di Marx. Ma Lenin che sale alla tribuna per ricordare l'abc del marxismo non offre ai militanti di allora un biglietto d'ingresso con posto prenotato al festival della dit­tatura proletaria: indica una inderogabile via lungo la quale si tratta di «prepararsi» - e duramente prepararsi, giorno per giorno - a quella che sarà, per tutti i tempi e tutte le rivoluzioni, il «princìpio base» affer­mato in teoria e praticato nei fatti. Non parla soltanto per il 1920, più che Marx non parlasse per l'anno diciannove prima della Comune di Parigi: è quello, per chi non si smarrisca nell’accessorio, l'essenziale e il permanente!

É in questa luce che il II Congresso va visto; o non è nulla. É in questa luce che ha la portata di un Ottobre mondiale scolpito nelle sue tesi, nelle sue risoluzioni, nel suo manifesto ai proletari di tutti i continenti, di tutte le razze, di tutte le generazioni. Il movimento rivolu­zionario comunista riannoda oggi il filo che allora non poteva non spez­zarsi prima ancora che si riuscisse a unirne faticosamente i capi, disgiunti dalla tempesta di una guerra di fronte alla quale erano esplose le con­traddizioni latenti in una lunga pace di conquiste fittizie. E l'esile pattu­glia erede della Sinistra di allora ha il diritto e il dovere di dire ai gio­vani militanti: Cercate, sotto il velo delle speranze o, se preferite, delle illusioni di quei mesi, il tesoro dell’«impossibile comunismo»; non quel­lo che si credeva a portata di mano, ma quello di cui si videro e defi­nirono nettamente, vicino o lontano che fosse, le condizioni necessarie. Lasciate agli storici la paccottiglia di espedienti tattici e di risorse orga­nizzative in cui si prolungarono le insufficienze, le immaturità, le pesanti inerzie del passato, e che, per essi, sono l'alfa e l'omega proprio perché non hanno potuto impedire al movimento comunista di precipitare più in­dietro del '48; riprendete la via additata dai princìpi che vennero allora vigorosamente ribaditi, e ai quali noi cercammo, insieme ai bolscevichi, di dar corpo ed anima - essi tentando disperatamente di salvarli nel presente, noi sforzandoci di salvarli nel domani. In questo (ma è l'es­senziale!) eravamo, anche nel dissenso, l'unica voce concorde.

 

(1) Non si dimentichi che la lettera di convocazione del congresso per il 15 (poi 19) luglio era rivolta a «tutti i partiti, gruppi e sindacati che hanno uffi­cialmente aderito all’IC», ai «gruppi e Organizzazioni che sono sul terreno dell’IC, ma in opposizione ai partiti comunisti ufficialmente ammèssi», a tutti «i gruppi dei sindacalisti rivoluzionari, degli IWW e di altre organizzazioni con cui il Comitato esecutivo dell’IC è entrato in rapporto», nonché alle rispettive federazioni giovanili e femminili: un mosaico assai più che un unico corpo. (Protokoll, pag. 2).

(2) Dialogato coi Morti, ed. il programma comunista, Milano 1956, pag. 33.

4. -      UN DURO BANCO DI PROVA

 

Non si possono leggere senza emozione i due resoconti della riu­nione inaugurale del II Congresso, il 19 luglio a Pietrogrado, in quello stesso Palazzo di Tauride nel quale la voce di un marinaio aveva som­merso le voci tediose dei delegati alla Costituente proclamando: «É tar­di, abbiamo sonno, l'assemblea è sciolta»; e della seduta congiunta dei congressisti, del Comitato esecutivo centrale panrusso, del Soviet locale, del Plenum dei sindacati e dei consigli di fabbrica, con la quale il 7 agosto a Mosca si concluse la grande assise del movimento operaio co­munista mondiale.

L'emozione, la stessa che provarono allora i delegati al Congresso, non nasce soltanto dal fatto che in quei giorni il filo spezzato dalla guer­ra e dalla capitolazione dell’opportunismo di fronte agli altari sangui­nosi delle patrie in armi si riannodava davvero per la prima volta, né solo dal fatto che a riannodarlo, mentre ardeva e sembrava ormai vitto­riosa la guerra contro la Polonia, penultimo capitolo della guerra civile e forse prologo di un generale incendio di classe, fossero i delegati di 37 paesi, tra i quali figuravano - ancora per la prima volta - militanti comunisti delle Indie britanniche e olandesi, preziosi gioielli nella corona dello sfruttamento imperialistico, della Turchia e della Persia rinascenti, della Cina e della Corea alla vigilia di poderosi moti rivoluzionari; nasce dall’atmosfera vibrante, ma aliena da qualunque retorica, in cui quei mi­litanti accorsi dai più lontani continenti si sentirono e non potevano non sentirsi avvolti - qualunque passato avessero alle spalle, qualunque parola stessero per pronunciare o avessero già pronunciato sotto il suo peso, qualunque remora impedisse loro di aderire totalmente e senza riserve al Comintern - nella terra che aveva visto non solo la fiamma­ta dell’Ottobre, ma l'epopea della guerra civile e di un interminabile ciclo di battaglie senza respiro, su tutti i fronti, contro tutti i nemici.

Non c'era, a Mosca o a Pietrogrado, il clima della vittoria conse­guita e del suo meritato godimento, bensì quello di una guerra tuttora in corso, della quale l'«immensa Russia» era e si sentiva soltanto uno dei teatri, dissanguandosi non solo per sopravvivere ma perché i proletari di tutto il mondo potessero affermare la propria volontà di vita, e offrendo ad essi, nella coscienza di averlo a sua volta ricevuto per le vie non appariscenti e non bottegaie della storia della classe lavoratrice, lo stesso dono generoso di sacrifici sopportati a viso aperto in un comune assalto al cielo. Laggiù le parole avevano il peso di fatti materiali; il Lenin alla tribuna disadorna del Congresso aveva lo stesso significato e valore delle due guardie rosse che le fotografie dell’epoca ri­producono ai lati del podio; le tesi e le risoluzioni avevano lo stesso timbro dei bollettini di guerra, e il canto dell’Internazionale suonava co­me la voce prorompente da un sottosuolo intriso di ben altro sangue, su­dore e lacrime che nella retorica frusta dei «signori della guerra» bor­ghesi. Forse nessuno meglio di Trotsky nel discorso finale (ed è materia­listicamente logico che così sia stato: in lui parlava l'Armata rossa di leggendarie battaglie) ha reso palpabile per le generazioni venture il senso di quei giorni di confluenza - nel ricevere e nell’offrire fuori da ogni spirito di contabilità a partita doppia, con lo slancio incomparabile di cui può solo dar prova la classe di coloro che non hanno nulla da perdere se non le proprie catene - di militanti dei più diversi paesi.

Nel ricevere:

 

«Noi sappiamo quali sono stati i nostri sforzi e i nostri sacrifici, e di essi i delegati della classe operaia del mondo intero hanno ora avuto una conoscenza più diretta. Ma dobbiamo dire che, se abbiamo tenuto duro, è essenzialmente perché sentivamo e conoscevamo l'aiuto crescente che ci veniva dall’Europa, dall’America, da tutti i continenti. Ogni sciopero del proletariato scozzese nella regione del Clyde, ogni sussulto nelle città e nei villaggi d'Irlanda, dove non sventola sol­tanto la bandiera verde del nazionalismo irlandese, ma la rossa bandiera della lotta proletaria, ogni sciopero, ogni protesta, ogni insurrezione in una qualsiasi città d'Europa, d'America, d'Asia, il poderoso moto degli schiavi coloniali dell’Inghilterra, la diffusione crescente della parola d'ordine centrale - "Federazione mondiale dei Soviet -, e questo che ci ha dato la certezza d'essere sulla via giusta, è questo che ci ha permesso, nelle ore più buie, quando eravamo accerchiati da tutte le parti, quando sembrava che ci si sarebbe strangolati, di risollevarci e dire: «Non siamo soli; con noi è il proletariato d'Europa e d'Asia e del mondo intero, noi non ci arrenderemo, noi resisteremo. E abbiamo resistito».

 

Nell’offrire:

 

«Nella nostra fucina moscovita abbiamo acceso con le vostre mani, compagni, un grande fuoco. In questo fuoco abbiamo temprato l'acciaio proletario, l'abbiamo lavorato col maglio della nostra rivoluzione proletaria sovietica, l'abbiamo indurito con l'esperienza della guerra civile, e abbiamo forgiato per il proletariato mondiale una splendida, ineguagliabile spada. Con questa spada ci armiamo, con essa armiamo gli altri. Diciamo agli operai di tutto il mondo: Nel fuoco di Mosca abbiamo battuto e ribattuto un'inflessibile spada: impugnatela, e immergetela nel cuore del capitale mondiale!».

 

In quella fiamma gli uomini si trasformavano: un Serrati cresciuto nell’atmosfera ovattata di un partito di parlamentari e di organizzatori sindacali poteva in apertura di congresso augurare come prossimo «il giorno in cui l'Armata Rossa proletaria non consisterà più sol­tanto di proletari russi ma di proletari del mondo intero, in cui tutti i lavoratori uniti dalla coscienza del nobile ideale del socialismo formeran­no un unico, grande, invincibile esercito»; un Levi formatosi alla scuola di un cauto «possibilismo comunista» poteva indicare nella pro­va delle armi in Polonia il banco di prova della solidarietà internazionale fra proletari, il terreno sul quale la classe operaia tedesca e non sol­tanto tedesca avrebbe espiato l'onta di aver contribuito al tentativo di strangolare la rivoluzione in Ucraina e nel sud della Russia; uno Stein­hardt venuto dalla tiepida culla viennese dell’«austro-marxismo» po­teva chiamare gli operai dell’Europa benedetta dalla Società delle Na­zioni, con il suo corteo di «eroi della II Internazionale», a battersi in difesa dell’Ungheria proletaria contro la quale si erano unite tutte le forze dell’ancien régime, «gli assassini di mestiere in veste di generali e i preti cristiani, i banchieri londinesi e l'aristocratica canaglia rumena, gli usurai francesi e i socialtraditori di tutto il pianeta, i mercenari ne­ri e gli esponenti "civilizzati" della cultura»; un Gallacher armatosi alla milizia rivoluzionaria nel geloso localismo degli shop stewards com­mittees poteva levare un inno ai reparti centralizzati dell’esercito mon­diale comunista; e farlo tutti con la stessa sincerità, con lo stesso ardore di un Marchlevsky o di un Raja induritisi al fuoco di lunghi anni di lotta clandestina e di terrore bianco in Polonia e Finlandia, e di un Roy o un Maring usi alle delizie della civiltà importata nell’Asia colo­niale sulla bocca del cannone dalle più antiche potenze capitalistiche. Sorridano, gli «esponenti "civilizzati" della cultura» borghese, di quel­lo che oggi appare un sogno privo di sostanza; non sorridevano allora il quacchero Wilson, il protestante Churchill, il cattolico Poincaré, il massone Giolitti, il boia Noske, il macellaio Horty. Sorridano: allora, nelle cancellerie, ci si faceva ogni giorno il segno della croce!

Ed è vero che, richiamati al lavoro dalla voce calma e per eccel­lenza antiretorica di Lenin, le antiche perplessità, i decennali timori, le secolari forze d'inerzia, risorgevano negli stessi militanti; ma nella «fucina moscovita» non si lavorava solo per trasformare loro; si lavo­rava, in nome e sulla traccia dei morti, per i nascituri, con la stessa tenacia indomita con cui, piegate le forze politiche e militari della con­trorivoluzione, ci si accingeva ad affrontare le ancor più testarde forze economiche nel sottosuolo della Russia sovietica. Lo storico «obiettivo» può spigolare nelle pagine del gigantesco protocollo del II Congresso le finezze tattiche e le schermaglie polemiche di una contingenza fug­gevole: non è lì il fuoco - ed egli lo sa, perché vi si brucerebbe le dita. Tocca a noi trarre linfa vitale da ciò che il II Congresso ha dato ben al di là del 1920!

218 delegati di una ventina di partiti comunisti, di almeno altret­tante frazioni (1) o correnti non ancora costituitesi in partito, di orga­nizzazioni parasindacali o sindacali (2), rappresentanti privi di voto deli­berativo di partiti di centro lacerati dal contrasto fra vertici opportunisti e basi oscuramente rivoluzionarie; e, torreggianti su tutti, protagonisti di ogni fase del dibattito, autori e presentatori di tutte le tesi e risolu­zioni fondamentali, i ben più numerosi delegati del PCR: che scan­dalo, per la democrazia! Ebbene,, scandalo. Come, per la demo­crazia, è scandalo la dittatura esercitata in nome della classe dalla sua piccola minoranza cosciente; come è scandalo la stessa rivoluzione; com'era ed è scandalo un Ottobre rosso scoppiato, senza... conta dei voti, in an­ticipo sugli auspicati Ottobre di un Occidente immerso appunto nel son­no, anzi letargo; democratico - quasi che le borghesie inglese e fran­cese avessero mai chiesto alla Pizia dell’urna il responso al quesito se attendere che il resto dell’Europa le seguisse prima di compiere la loro rivoluzione industriale o politica e di dettare urbi et orbi gli eterni princìpi del lavoro salariato e dei diritti dell’uomo e del cittadino, ponendosi non per legittimità giuridica ma per forza materiale e determinazione storica all’avanguardia di un mondo ancora tuffato nelle «tene­bre» del precapitalismo! E quasi che i rappresentanti di partiti e gruppi attratti dal polo di Mosca non vi fossero accorsi per sentirsi dettare come «primo compito la lotta contro la democrazia e lo smascheramento delle sue imposture» (3)! Quasi che, al loro arrivo, non avessero trovato nelle prime pagine dell’Estremismo, e, dalla prima all’ultima riga, in Terrori­smo e comunismo, la denegazione delle stesse fondamenta di quell’ideolo­gia democratica, parlamentare, anticentralistica, nella quale la classe dominante culla la classe dominata! Il resto era materia di controversia; le deduzioni tattiche potevano essere affinate e acuminate grazie al con­corso dei militanti comunisti in lotta contro una democrazia mille volte più influente, agguerrita, capillarmente e centralmente dominante con tutte le armi della seduzione e dell’inganno; ma chi se non il partito che aveva completato il ciclo di un duro armamento ideologico prolungatosi per oltre tre lustri passando alla critica delle armi e sbaragliando il nemico, chi se non lo stupendo vivaio di teorici e polemisti, di agitatori e guer­rieri, che era il partito di Lenin, poteva e doveva scolpire le fondamenta di princìpio sulle quali il comunismo mondiale sarebbe risorto in tutta la sua statura, o avrebbe gettato al mondo putrescente del capitalismo non il guanto di sfida, ma la spugna? E non solo scolpirli, ma affermarli fuori da ogni possibilità di discussione?

Non è soltanto nell’interesse di una maggiore organicità ed efficien­za dei lavori del II Congresso, che la nostra Frazione aveva auspicato una ripartizione dei grandiosi temi nel senso di «procedere innanzi tutto a un dibattito generale sui princìpi programmatici del comunismo, fissandoli in una ben precisa enunciazione, e quindi, su tali basi, passare alla discussione dei vari problemi d'azione e di tattica che dal Congresso attendevano la loro soluzione» (4). Le questioni tattiche, se così fosse avvenuto, si sarebbero presentate in un ordine più naturale, meno vinco­late a questioni locali, più libere da sovrapposizioni e interferenze reci­proche, e avrebbero raggiunto un grado ben superiore di omogeneità; soprattutto, la loro approvazione non avrebbe concentrato su di sé quell’at­tenzione che prima e pregiudizialmente avrebbe dovuto essere riservata all’accettazione incondizionata dei princìpi e del programma. Giacché la discriminante era lì, ed era su quella pietra di paragone che doveva sag­giarsi il diritto non solo di chiamarsi (che poco conta), ma d'essere co­munisti. Se per noi doveva essere vincolante la tattica, a maggior ragio­ne lo dovevano essere quei princìpi generali e quel programma, da cui essa non può che discendere: a quella barriera era necessario che fos­sero, fin dall’inizio, inchiodati i portavoce di partiti oscillanti, con un piede ben saldo in un passato democratico e un altro spinto timidamente in direzione del futuro rivoluzionario, internazionalisti nel linguaggio e nell’aspirazione ma ancora uniti da un solido cordone ombelicale all’oriz­zonte della nazione con tutto il suo armamentario di tradizioni e il suo paludamento di «cultura».

Così non fu né forse poteva essere allora; e la tragedia è che, passato il momento in cui un metodo diverso era o sembrava imposto dalla du­ra e pressante materialità dei fatti, non lo fu mai più. Ma solo i collitorti dell’intellighenzia al servizio degli sgherri della controrivoluzione possono raffigurare i quattordici giorni fitti di sedute intrecciate a riunio­ni di commissioni e sottocommissioni come una sola e squallida «torna­ta» parlamentare in cui si sarebbero cucinati, con dosi sempre più pic­canti di molteplici spezie, gli ingegnosi hors-d’œuvre e le civettuole entrées di una tattica slegata dai princìpi, di una manovra lasciata in balìa di contingenze temporali e locali, di espedienti ispirati al pragmati­smo del caso per caso. Il II Congresso ha un solido filo conduttore che ne fa una tappa storica nel cammino della lotta di emancipazione del proletariato: un filo di teoria, di finalità, di princìpi, di programma, e solo in ultimo, mai però a parte, di tattica. Pochi sentirono che a quel filo bisognava allacciarsi, troppi si persero in considerazioni di dettaglio o si irretirono in quisquilie locali e temporali; come stupirsi che ancor meno lo sentano e più vi si perdano oggi?

 

(1) Il delegato della nostra Frazione giunse a Pietrogrado alla vigilia dell’apertura del Congresso su invito dell’EKKI, come Polano per la Federazione giovanile.

 (2) Armando Borghi, dell’USI, non poté arrivare a Mosca prima della chiusura del congresso.

 (3) Primo comma delle Tesi sulla questione nazionale e coloniale.

(4) Cfr. Intorno al Congresso Internazionale Comunista, da «Il Soviet» del 3.X.1920, qui riprodotto a pag. 676.

 

 

 

 

 

5. -      LUNGO IL FILO ROSSO: PRINCÌPI, COMPITI, PROSPETTIVE

 

19 luglio: nel ricordo dei militanti comunisti caduti sotto il piom­bo nemico, o arrestati dalla sbirraglia all’ordine del capitale, Zinoviev inaugura il Congresso additando il pilastro dell’Internazionale nelle tesi redatte un anno prima da Lenin sul ruolo storico della «cosiddetta democrazia» e confermate dall’infuriare del terrore bianco in tutto il mondo, e riassume i compiti posti alla grande assise del comunismo (non a caso essa si riunisce nella sede del Soviet di Pietrogrado!):

 

«Come, per vincere la borghesia, i comunisti hanno bisogno nel loro paese, prima di tutto, di un partito forte, possente, centralizzato, un partito fuso in un solo pezzo, così è tempo di adoperarsi per creare una simile organizzazione su scala internazionale. Noi lottiamo contro la borghesia internazionale, contro un mondo di nemici armati fino ai denti, e dobbiamo possedere un'organizzazione proletaria internazionale di ferro, che sappia battere dovunque il nemico, che sappia garantire in ogni momento ad uno qualunque dei suoi distaccamenti l'aiuto più grande possibile, che possa affrontare il nemico contro il quale deve battersi, dotata di tutti i mezzi organizzativi di offesa e di difesa».

 

Prendendo la parola subito dopo, Lenin traccia un vasto quadro della situazione mondiale e dei contrasti imperialistici che, per ammis­sione degli ideologi ed economisti borghesi, in particolare di Keynes, la fine della guerra, lungi dall’aver attenuato, tende irresistibilmente ad inasprire, e che spingono le masse dei proletari delle metropoli imperia­listiche e dei popoli oppressi delle colonie a scendere in lotta con le armi in pugno. In «queste radici economiche della crisi» è «la ragione fondamentale delle brillanti vittorie dell’Internazionale comunista» (1). Si tratta di «dimostrare» non più soltanto in teoria che da una simile crisi non c'è via d'uscita per il capitalismo mondiale, ma, attraverso «la pratica dei partiti rivoluzionari, che questi partiti sono tanto co­scienti, organizzati, collegati con le masse sfruttate, risoluti e agguer­riti, da sfruttare la crisi ai fini di una rivoluzione vittoriosa». La preparazione delle avanguardie comuniste del proletariato al grande com­pito è appena agli inizi; è necessario indicarle il bersaglio diretto:

 

«É l'opportunismo il nostro principale nemico. L'opportunismo degli strati superiori della classe operaia non è socialismo proletario ma socialismo borghese. La pratica ha dimostrato che i militanti del movimento operaio appartenenti alla corrente opportunistica, difendono la borghesia meglio degli stessi borghesi. Se non fossero loro a dirigere gli operai, la borghesia non potrebbe sopravvivere. Lo attesta non solo la storia del regime Kerenski in Russia, ma anche quella della repubblica democratica di Germania, guidata da un governo socialdemocratico; lo dimostra l'atteggia­mento di Albert Thomas verso il suo governo borghese; lo dimostra l'analoga esperienza degli Stati Uniti e dell’Inghilterra. Questo è il nostro nemico principale e su di esso dobbiamo riportare vittoria. Dobbiamo uscire dal presente congresso con la salda decisione di condurre fino in fondo questa lotta in tutti i partiti. Ecco il compito principale».

 

Rispetto ad esso, «la correzione degli errori della corrente "di sini­stra" in seno al comunismo» sarà relativamente facile, «mille volte più facile - comunque - della lotta contro quella borghesia che, attraverso il riformismo, opera nei vecchi partiti della II Internazionale e orienta tutta la loro azione in senso non proletario ma borghese»; ne sarà il coronamento «l'unione dei proletari rivoluzionari dei paesi capitalistici progrediti con le masse rivoluzionarie dove il proletariato non esiste o quasi, con le masse oppresse delle colonie, dei paesi orientali»; giacché l'imperialismo non potrà non cadere «quando l'assalto rivoluzionario degli operai sfruttati e oppressi di ogni paese, vincendo la resistenza de­gli elementi piccolo-borghesi e l'influenza di un esile strato di aristo­crazia operaia, si unirà all’assalto rivoluzionario di centinaia di milioni di uomini finora rimasti fuori della storia».

In questa prospettiva,

 

«Possiamo dire con orgoglio che, se al primo congresso eravamo in sostanza solo dei propagandisti, che cominciavamo appena a lanciare al proletariato del mondo intero le idee fondamentali, il nostro appello alla lotta, e ci domandavamo: dove sono gli uomini capaci di percorrere questa strada?, oggi abbiamo dappertutto un proletariato d'avanguardia. Oggi abbiamo dappertutto un esercito proletario, pur se talvolta male organizzato e bisognoso di riorganizzazione. E, se i nostri compagni di tutti i paesi ci aiuteranno a organizzare un esercito unico, nessuna deficienza potrà impedirci di portare a termine la nostra opera. Quest'opera è la rivoluzione proletaria, la creazione della repubblica mondiale dei soviet»,

 

Il filo rosso comincia imperiosamente a snodarsi. Il discorso di Lenin è stato breve e tagliente: le sue Tesi sui compiti fondamentali dell’Internazionale comunista martellano nei paragrafi I e II i princìpi e il programma che costituiscono i presupposti di esistenza di un «unico esercito proletario» in marcia verso il suo obiettivo storico. Eccone uno stralcio a scorno dei filistei di ieri, di oggi e di domani (2):

 

I

 

L'essenza della dittatura del proletariato e del potere sovietico

 

2. La vittoria del socialismo (come prima fase del comunismo) sul capitalismo esige che il proletariato, in quanto unica classe effettivamente rivoluzionaria, assolva i tre compiti seguenti. Il primo consiste nel rovesciare gli sfruttatori, e anzitutto la borghesia, quale loro principale rappresentante economico e politico; nell’infliggere agli sfruttatori una sconfitta definitiva; nello schiacciare la loro resistenza; nel ren­dere impossibile qualsiasi loro tentativo di restaurare il giogo del capitale e la schiavitù salariata. Il secondo compito consiste nel conquistare e nel condurre al seguito dell’avanguardia rivoluzionaria del proletariato, del suo partito comunista, non soltanto tutto il proletariato, o la sua stragrande, schiacciante maggioranza, ma anche tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati dal capitale; nell’istruirli, organizzarli, educarli, disciplinarli nel corso stesso di una lotta audace, risoluta, implacabile e condotta con abnegazione contro gli sfruttatori; nello strappare questa schiacciante maggioranza della popolazione di tutti i paesi capitalistici alla sua soggezione nei confronti della borghesia e nell’ispirarle, attraverso l'esperienza pra­tica, fiducia nella funzione dirigente del proletariato e della sua avanguardia rivolu­zionaria. Il terzo compito consiste nel neutralizzare o nel rendere inoffensive le ine­vitabili oscillazioni tra il proletariato e la borghesia, tra la democrazia borghese e il potere sovietico, da parte della classe dei piccoli proprietari rurali e dei piccoli industriali e commercianti, che, pur costituendo una minoranza della popolazione, sono ancora abbastanza numerosi in quasi tutti i paesi progrediti, e da parte dello strato degli intellettuali, degli impiegati, ecc., corrispondente a questa classe [...].

3. Nella situazione concreta, creata in tutto il mondo, e soprattutto nei paesi capitalistici più progrediti, più potenti, più colti e più liberi, dal militarismo, dall’imperialismo, dall’oppressione delle colonie e dei paesi deboli, dalla carneficina imperialistica mondiale, dalla «pace» di Versailles, qualsiasi concessione all’idea di una pacifica sottomissione dei capitalisti alla volontà della maggioranza degli sfruttati e di un passaggio pacifico, riformistico, al socialismo non è soltanto una manifesta­zione di estrema ottusità piccolo-borghese, ma è anche un vero e proprio inganno nei confronti degli operai, un abbellimento della schiavitù salariata capitalistica, un occultamento della verità. Questa verità è che, fin da ora, la borghesia più illuminata e democratica non arretra davanti a nessun inganno, a nessun delitto, non arretra dinanzi al massacro di milioni di operai e di contadini, per salvare la proprietà privata dei mezzi di produzione. Solo il rovesciamento violento della borghesia, la confisca delle sue proprietà, la completa distruzione del suo apparato statale, dal basso in alto, degli organi parlamentari, giudiziari, militari, burocratici, ammini­strativi, comunali, ecc., fino all’esilio e all’internamento degli sfruttatori più pericolosi e ostinati, la più severa sorveglianza sugli sfruttatori per combattere i loro inevi­tabili tentativi di resistere e restaurare la schiavitù capitalistica, solo questi provve­dimenti possono assicurare l'effettiva subordinazione dell’intera classe degli sfruttatori.

D'altra parte, rappresenta un analogo abbellimento del capitalismo e della democrazia borghese e un inganno nei confronti degli operai l'idea, comunemente ammessa dai vecchi partiti e dai vecchi capi della II Internazionale, che nelle con­dizioni create dalla schiavitù capitalistica e sotto il giogo della borghesia (il quale riveste forme infinitamente varie e tanto più raffinate e al tempo stesso crudeli e implacabili quanto più è civile il paese capitalistico in questione) la maggioranza dei lavoratori e degli sfruttati possa acquisire una chiara coscienza socialista, dei convincimenti e un carattere saldamente socialisti. In realtà, solo quando l'avan­guardia del proletariato, sostenuta da tutta la classe, che è l’unica classe rivoluzionaria, o dalla sua maggioranza, avrà rovesciato gli sfruttatori, spezzato la loro resistenza, liberato gli sfruttati dal loro stato di schiavitù, migliorato le loro condizioni di vita a spese dei capitalisti espropriati, solo allora e nel corso stesso di un'aspra lotta di classe sarà possibile istruire, educare, organizzare attorno al pro­letariato, sotto la sua influenza e direzione, le grandi masse dei lavoratori e degli sfruttati, vincere il loro egoismo, la loro dispersione, le loro debolezze, i loro difetti, generati dalla proprietà privata, e trasformare queste masse in una libera associazione di liberi lavoratori.

4. La vittoria sul capitalismo esige giusti rapporti tra il partito comunista dirigente, la classe rivoluzionaria, il proletariato, e la massa, cioè tutto il com­plesso dei lavoratori e degli sfruttati. Soltanto il partito comunista, se è real­mente l'avanguardia della classe rivoluzionaria, se conta nelle sue file i migliori rappresentanti di questa classe, se è composto di comunisti pienamente coscienti e devoti, educati e temprati dall’esperienza di una tenace lotta rivoluzionaria, se ha saputo legarsi indissolubilmente a tutta la vita della sua classe e, attraverso di essa, a tutta la massa degli sfruttati, se ha saputo ispirare a questa classe e a questa massa una fiducia completa, soltanto questo partito è capace di guidare il proleta­riato nella lotta più risoluta e implacabile, nella lotta finale contro tutte le forze del capitalismo. D'altra parte, soltanto sotto la direzione di un tale partito il proletariato può dispiegare tutta la potenza del proprio impeto rivoluzionario, annien­tando l'inevitabile apatia e la parziale resistenza opposta dall’esigua minoranza dell’aristocrazia operaia corrotta dal capitalismo, dei vecchi dirigenti dei sindacati, delle cooperative, ecc., può sviluppare tutta la sua forza, che, in virtù della struttura economica della società capitalistica, è infinitamente più grande della sua entità numerica in rapporto alla popolazione. Infine, solo dopo essersi effettivamente libe­rata dall’oppressione della borghesia e dell’apparato statale borghese, solo dopo aver conquistato la possibilità effettiva di organizzarsi liberamente (dagli sfruttatori) nei suoi soviet, la massa, cioè l'insieme dei lavoratori e degli sfruttati, potrà spiegare, per la prima volta nella storia, tutta l'iniziativa e l'energia delle decine di milioni di uomini oppressi dal capitalismo. Solo quando i soviet saranno diventati l'unico apparato statale, sarà possibile realizzare la partecipazione effettiva di tutte le masse sfruttate alla gestione dello Stato, dalla quale, anche nella democrazia borghese più progredita e più libera, restano sempre escluse [...].

 

II

 

Che cosa si deve fare per prepararsi subito e dappertutto alla dittatura del proletariato?

 

5. L'attuale fase di sviluppo del movimento comunista internazionale è carat­terizzata dal fatto che, nella stragrande maggioranza dei paesi capitalistici, la prepa­razione del proletariato alla realizzazione della sua dittatura non è portata a com­pimento e anzi, molto spesso, non è stata ancora intrapresa in modo sistematico. Da questo non deriva che la rivoluzione proletaria sia impossibile nell’immediato avvenire. La rivoluzione è pienamente possibile, perché la situazione economica e politica è eccezionalmente carica di sostanze infiammabili, e sono assai numerosi i motivi che possono accenderle d'improvviso. Esiste poi l'altra condizione per la rivoluzione, oltre alla preparazione del proletariato, cioè la crisi generale di tutti i partiti di governo e di tutti i partiti borghesi. Da quanto si è detto deriva che i partiti comunisti non hanno oggi il compito di accelerare la rivoluzione, ma di intensificare la preparazione del proletariato. D'altra parte, gli episodi indicati più sopra della storia di numerosi partiti socialisti ci costringono a vigilate perché la dittatura del proletariato non venga «riconosciuta» soltanto a parole.

Nel momento attuale, dal punto di vista del movimento proletario interna­zionale, il compito principale dei partiti comunisti consiste pertanto nel raggruppare tutte le forze comuniste disperse, nel costituire in ogni paese un partito comunista unico (o nel rafforzare e rinnovare i partiti già esistenti) al fine di decu­plicare il lavoro di preparazione del proletariato alla conquista del potere statale e precisamente alla conquista del potere nella forma della dittatura del prole­tariato [...].

6. La conquista del potere politico non mette fine alla lotta di classe del proletariato contro la borghesia, anzi la rende particolarmente ampia, acuta e im­placabile. Tutti i gruppi, partiti e militanti del movimento operaio che accettano in tutto o in parte le tesi del riformismo, del «centro», ecc. si schierano inevita­bilmente, con l'estremo acuirsi della lotta, o dalla parte della borghesia o tra gli esitanti, o vanno a finire (il che è soprattutto pericoloso) tra gli amici malsicuri del proletariato vittorioso. Perciò la preparazione della dittatura del proletariato non esige soltanto l'intensificazione della lotta contro le tendenze riformistiche e «centristiche», ma anche una trasformazione del carattere di questa lotta. La lotta non può limitarsi a mettere in chiaro gli errori di queste tendenze, ma deve smascherare inflessibilmente, implacabilmente ogni militante del movimento operaio che manifesti tali tendenze, perché in caso contrario il proletariato non può sapere con quali uomini affronta la lotta decisiva contro la borghesia. Questa lotta è tale che ad ogni istante può sostituire - e, come l'esperienza ha già dimostrato, sostituisce - all’arma della critica la critica delle armi. Ogni incoerenza o debolezza nel denunciare coloro che si rivelano come riformisti o «centristi» rende subito più forte il rischio che il potere del proletariato venga rovesciato dalla bor­ghesia, la quale domani utilizzerà per la controrivoluzione ciò che oggi sembra ai miopi soltanto un «dissenso teorico».

7. In particolare, non ci si può limitare alla consueta negazione di princìpio di ogni collaborazione del proletariato con la borghesia, di ogni «collaborazioni­smo». Ciò che in regime di proprietà privata dei mezzi di produzione è una semplice difesa della «libertà» e dell’«uguaglianza», in regime di dittatura del proletariato, che non potrà mai eliminare completamente d'un sol tratto la proprietà privata, si trasforma in una «collaborazione» con la borghesia che mina diret­tamente il potere della classe operaia. Dittatura del proletariato significa infatti con­solidamento e difesa, ad opera di tutto l'apparato del poteTe statale, della «non libertà» per gli sfruttatori di perpetuare la loro oppressione e il loro sfruttamento, della «non uguaglianza» tra il proprietario (cioè tra colui che si impadronisce personalmente di determinati mezzi di produzione creati dal lavoro sociale) e il nullatenente. Ciò che fino alla vittoria del proletariato sembra soltanto un dissenso teorico sulla «democrazia» diventerà inevitabilmente, domani, dopo la vittoria, una questione che si risolverà con la forza delle armi. Pertanto, senza una trasfor­mazione radicale di tutto il carattere della lotta contro i «centristi» e contro i «difensori della democrazia» è impossibile anche la preventiva preparazione delle masse alla realizzazione della dittatura del proletariato.

8. La dittatura del proletariato è la forma più energica e rivoluzionaria della lotta di classe del proletariato contro la borghesia. Questa lotta può risultare vittoriosa solo quando l'avanguardia più rivoluzionaria guida la stragrande maggioranza del proletariato. La preparazione della dittatura del proletariato esige quindi non soltanto la denuncia del carattere borghese di ogni riformismo e di ogni difesa della democrazia in regime di conservazione della proprietà privata dei mezzi di produ­zione, non soltanto lo smascheramento di simili tendenze, che significano in pratica una difesa della borghesia nelle file del movimento operaio, ma anche la sostitu­zione dei vecchi capi con comunisti in tutte le organizzazioni proletarie senza eccezioni, non solo nelle organizzazioni politiche, ma anche in quelle sindacali, cooperative, educative, ecc. Quanto più lungo, completo e solido è stato in un paese determinato il dominio della democrazia borghese, tanto più la borghesia è riuscita a collocare nei posti di direzione dei capi e dei militanti che essa ha educato, imbe­vuto di idee e pregiudizi borghesi e molto spesso comprato direttamente o indiret­tamente. É necessario eliminare con audacia centuplicata i rappresentanti dell’ari­stocrazia operaia o degli operai imborghesiti da tutti i posti che occupano, sosti­tuendoli con operai anche più inesperti, purché siano legati alla massa degli sfrut­tati e godano della sua fiducia nella lotta contro gli sfruttatori. La dittatura del proletariato imporrà la designazione di questi operai inesperti alle funzioni gover­native di maggiore responsabilità, altrimenti il potere del governo operaio sarà debole e non sarà appoggiato dalle masse [...].

Da questi princìpi generali si deducono i compiti pratici che ver­ranno poi ulteriormente specificati nelle «Condizioni di ammissione» e in altre «Tesi» specifiche: azione rivoluzionaria in parlamento, azione rivoluzionaria nei sindacati, appoggio ai moti rivoluzionari nelle colonie, propaganda rivoluzionaria nell’esercito, combinazione del lavoro legale ed illegale, potenziamento della stampa rivoluzionaria ecc.

Era, doveva essere, il minimo comun denominatore del movimento comunista. Il seguito del congresso, e i suoi postumi, mostrarono quali resistenze (e come tenaci!) si opponessero in tutti i paesi alla sua integrale, incondizionata accettazione. Un minimo esso era, senza ri­serve, per noi cosiddetti «astensionisti», non solo come base program­matica generale ma come sua applicazione pratica: che peso avevano, al confronto, le divergenze in materia di astensione o partecipazione elet­torale? Molti di coloro che votarono quelle Tesi si astennero dal voto sul loro coronamento logico, già chiaro nel paragrafo III e reso ancor più esplicito nelle Condizioni di ammissione: chi era con Lenin e chi contro? La piena concordanza sui princìpi e sul programma - dimostrata da tutti i capitoli che precedono - poteva imporre a noi di piegarci alla disciplina internazionale anche sui punti della tattica che non ci sem­bravano organicamente collegati ad essi; il massimalismo in tutte le sue sfumature doveva respingere insieme i princìpi e il programma, in quanto escludevano ogni attenuazione dei limiti, pur generosamente «allargati», oltre i quali è vietato alla tattica di spingersi! Il massimalismo preferì il salvataggio di coloro che «talora cedendo inconsapevolmente ai desi­deri e alla pressione delle masse, talora ingannando consapevolmente le masse per conservare la loro vecchia funzione di agenti e ausiliari della borghesia in seno al movimento operaio, danno la loro adesione condi­zionata, o addirittura incondizionata, alla III Internazionale, mentre in realtà, in tutta la pratica del loro lavoro politico e di partito, rimangono al livello della II Internazionale» perpetuando uno stato di cose che le Tesi definiscono «assolutamente inammissibile, perché immette fra le masse un elemento di corruzione, compromette il prestigio della III In­ternazionale e fa correre il rischio di nuovi tradimenti simili a quelli dei socialdemocratici ungheresi, che si erano precipitosamente ribattezzati comunisti»; ne volle il salvataggio a costo di respingere l'abe del comunismo riassunto nelle Tesi di Lenin. Potevano bastare per fargli cambiar parere le invettive dell’EKKI nella pausa concessa alla medi­tazione fra il 19 e il 23 luglio 1920, da Pietrogrado a Mosca, se non basteranno né il semestre né gli anni seguenti? Un anno dopo, quando l'Internazionale comunista rinnovò il vano tentativo di recuperare almeno un'ala di peccatori sedicentemente pentiti del Partito socialista ita­liano, la Sinistra scrisse:

 

«Ogni meccanismo ha una sua legge funzionale che non ammette violazioni. Una tesi somigliante a quella che dimostra l'impossibilità di prendere l'apparato dello Stato borghese e volgerlo ai fini della classe proletaria e della costruzione socialista, prova, tra le conferme molteplici della realtà, che la struttura dei partiti socialdemocratici dell’anteguerra, con le sue funzionalità parlamentaristiche e sindacali, non può trasformarsi in struttura del partito rivoluzionario di classe, organo della conquista della dittatura» (3).

 

(1) Opere, XXXI, pagg. 205-223.

(2) Del paragrafo III si parlerà più innanzi. I corsivi qui sono nostri. Da Lenin, Opere, XXXI, pagg. 179-185.

(3) Mosca e la questione italiana, in «Rassegna comunista», anno 1/5, 30 giugno 1921, pag. 214.

 

 

6. - LUNGO IL FILO ROSSO: PARTITO E INTERNAZIONALE

 

Quando, il 23 luglio, il congresso riprese le sedute a Mosca, un altro caposaldo della dottrina comunista venne posto di fronte ai dele­gati perché non essi soltanto, né il proletariato che essi rappresentavano, ma i militanti comunisti di tutto il mondo ne facessero tesoro: la natura e il compito del partito nella preparazione dell’assalto rivoluzionario, nella conquista del potere, nel suo dittatoriale esercizio.

La questione era scottante non solo perché l'Internazionale aveva convocato a Mosca gli esponenti di organizzazioni operaie e perfino di partiti che notoriamente sottovalutavano o addirittura negavano il ruolo dirigente, se non determinante, dell’organo politico nella rivoluzione proletaria, negando per ciò stesso, a meno di svuotarla di ogni contenuto, la dittatura di classe; ma anche - e non meno - perché, come risulta dalle pagine precedenti, si aveva ragione di credere che il concetto non fosse affatto chiaro nemmeno in coloro che, per essersi dichiarati comu­nisti aderendo al Comintern, non avrebbero dovuto avere né esitazioni né riserve nel sentirlo vigorosamente ribadito.

Poiché le tesi redatte da Zinoviev vennero approvate con varianti secondarie, le riproduciamo nella loro versione definitiva facendole se­guire via via da un breve commento per sottolineare come, punto per punto, esse svolgano i temi di princìpio sui quali ogni pagina di ogni numero del «Soviet» aveva, fin dall’inizio delle pubblicazioni nel dicembre 1918, instancabilmente martellato:

 

Tesi sul ruolo del partito comunista nella rivoluzione proletaria

 

Il proletariato mondiale è alla vigilia di lotte decisive. L'epoca nella quale viviamo è un'epoca di dirette guerre civili. L'ora decisiva si avvicina. In quasi tutti i paesi in cui esiste un importante movimento operaio, una serie di aspre lotte armate attende la classe operaia. Essa ha più che mai bisogno di una rigida e severa organizzazione. La classe operaia deve instancabilmente prepararsi a queste lotte senza perdere un'ora sola del tempo prezioso.

Se durante la Comune di Parigi (1871), la classe operaia avesse avuto un Partito comunista rigidamente organizzato, anche se piccolo, la prima eroica insurrezione del proletariato francese sarebbe stata molto più forte, e si sarebbero potuti evitare mille errori e debolezze. Le battaglie che attendono ora il proletariato, in una diversa situazione storica, saranno molto più gravide di conseguenze avvenire di quelle del 1871.

Il II Congresso mondiale dell’Internazionale comunista richiama perciò t'attenzione degli operai rivoluzionari del mondo intero su quanto segue:

1) Il Partito comunista è una parte della classe operaia, e precisamente la sua parte più avanzata, dotata di maggior coscienza di classe e quindi più rivolu­zionaria. Esso si forma attraverso la selezione spontanea dei lavoratori migliori, più coscienti, con maggior spirito di abnegazione, più perspicaci. Il Partito comunista non ha interessi divergenti da quelli dell’intera classe operaia. Esso si distingue dalla massa complessiva dei lavoratori per il fatto di possedere una visione generale dell’intero cammino storico della classe operaia e di sforzarsi di difendere, in tutti gli svolti di questo cammino, gli interessi non di singoli gruppi o categorie, ma della classe operaia nel suo insieme. Il Partito comunista è la leva organizzativo-politica, mediante la quale la parte più avanzata della classe operaia dirige sulla giusta via le masse proletarie e semi-proletarie.

2) Finché il potere statale non sarà conquistato dal proletariato e questo non avrà per sempre consolidato il suo dominio salvaguardandolo da una restau­razione borghese, il Partito comunista non comprenderà nelle sue file organizzate che una minoranza degli operai. Fino alla conquista del potere e nel periodo di transizione, il Partito comunista può, in circostanze favorevoli, esercitare una influenza morale e politica incontrastata su tutti gli strati proletari e semi-proletari della popolazione, ma non può riunirli organizzativamente nelle proprie file. Solo dopo che la dittatura proletaria avrà strappato dalle mani della borghesia potenti mezzi di influenza come la stampa, la scuola, il parlamento, la chiesa, l'apparato amministrativo ecc., solo dopo che il definitivo crollo del regime borghese sarà apparso chiaro a tutti; solo allora la totalità o la quasi totalità degli operai comincerà ad entrare nelle file del Partito comunista.

3) Le nozioni di partito e classe devono essere tenute distinte col massimo rigore. I membri dei sindacati «cristiani» e liberali di Germania, Inghilterra ed altri paesi, appartengono indubbiamente alla classe operaia. I circoli operai più o meno considerevoli che ancora seguono Scheidemann, Gompers e consorti, fanno indubbiamente parte della classe operaia. In date circostanze storiche, è anzi possibilissimo che in seno alla classe operaia sussistano numerosi gruppi e strati reazionari. Il compito del comunismo non sta nell’adattarsi a questi elementi arretrati della classe operaia, ma nell’elevare l'intera classe al livello della sua avanguardia comunista. Lo scambio fra questi due concetti - partito e classe - può indurre ai più gravi errori e alla peggiore confusione. Per esempio, è chiaro che malgrado gli umori e i pregiudizi di una parte della classe operaia durante la guerra imperialistica, il partito operaio aveva il dovere di reagire ad ogni costo a questi umori e pregiudizi difendendo gli interessi storici del prole­tariato che imponevano al partito proletario di dichiarare guerra alla guerra.

Parimenti, all’inizio della guerra imperialistica nel 1914, i partiti dei social­traditori di tutti i paesi, nel sostenere la borghesia del «proprio» paese, si sono sempre e coerentemente appellati alla volontà, orientata nello stesso senso, della classe operaia, dimenticando che, se anche così fosse stato, compito del partito proletario in tale situazione avrebbe dovuto essere di opporsi agli umori della maggioranza degli operai e difendere malgrado tutto gli interessi storici del proletariato. Così pure alla fine del XIX secolo, i menscevichi russi di allora (i cosiddetti economisti) respingevano la lotta politica aperta contro lo zarismo con l'argomento che la classe operaia nel suo insieme non era ancora matura per comprendere la lotta politica. Allo stesso modo, gli indipendenti di destra in Germania hanno sempre giustificato le loro debolezze ed esitazioni col pretesto che «così vogliono le masse» - senza comprendere che il partito esiste appunto per precedere le masse e indicare loro la via.

Nella loro possente chiarezza e vigoria, già questi primi accapi se­gnano una pietra miliare nella battaglia sostenuta dal comunismo, senza esclusione di colpi e sull’arco di lunghi decenni, contro ogni mistificazione democratica e per l'esplicita proclamazione dei caratteri autoritari e centralistici, quindi anti-autonomistici e antipopolareschi, della dittatura proletaria, e perciò, innanzitutto, del suo organo-guida, il partito. Intesi a delimitare senza possibilità di equivoci la posizione dei comunisti marxi­sti sia da quella dei revisionisti di destra (riformisti, socialdemocratici, laburisti), sia da quella dei revisionisti di sinistra (sindacalisti-rivoluziona­ri, anarchici), e collimanti punto per punto con quelle della nostra Fra­zione (1), essi rimangono storicamente fondamentali, tanto più oggi che ovunque dilaga il peggiore opportunismo piccolo-borghese.

É vero che le nostre Tesi, in quanto definiscono il Partito come «organo» della classe, ne precisano la natura e la funzione - ma sulla traccia della stessa concezione di fondo - meglio di quanto non risulti dalla formula zinovieviana del partito come parte della classe, evitando così il malinteso (e, come si vedrà in anni più tardi, il perico­lo) da un lato di cercare l'essenza rivoluzionaria del partito nella sua composizione sociologica e quindi di mettere sullo stesso piano gli operai militanti nelle sue file e quelli estranei ad esse attribuendo loro egual peso, dall’altro (ma è la faccia opposta della stessa medaglia) di at­tenuare la distinzione qualitativa tra il partito in quanto depositano di una dottrina e di un programma abbraccianti le finalità ultime e l'intero percorso storico dell’emancipazione proletaria, e la classe nella sua immediatezza statistica - e statica. Non era questo il pensiero né dell’estensore delle tesi né in generale dei bolscevichi, come si vede in tutti gli accapi del testo, ma la falsa «bolscevizzazione» di anni venturi, con la sua pretesa di assicurare e mantenere al partito un volto rivoluzionario e marxista poggiandone le basi su cellule di fabbrica e nu­clei di soli salariati puri, mostrerà come sia facile cedere alla tentazione di sostituire alla potente visione organica e sintetica del partito una sua interpretazione slavata e tendenzialmente «laburista» giustifican­dola con la «lettera» di questa o quella frase del testo 1920; interpre­tazione foriera di un completo snaturamento del concetto proprio del marxismo, giacché l'affermazione che il partito incarna l'avanguardia della classe non lo pone soltanto, rispetto a questa, in una collocazione spaziale più avanzata, ma gli attribuisce una funzione di guida, ben espressa nelle nostre Tesi per cui la classe è in verità classe solo a condizione di esprimere dal proprio seno il partito politico, che ne sintetizza le spinte elementari coordinandole nella direzione di fina­lità delle quali i suoi componenti o strati singoli non possono avere coscienza.

Il concetto, d'altronde, è svolto con sufficiente chiarezza nella Tesi II, là dove si afferma che il partito può organizzare nelle pro­prie file solo una minoranza della classe (nonché, osserva non a caso il Manifesto del '48, transfughi di altre classi): perché tutti gli operai aderiscano al partito abbracciandone i postulati programmatici, occor­re che la rivoluzione vittoriosa li abbia sollevati dal peso abbrutente del bisogno e abbia distrutto fino all’ultima le cancrene borghesi della stampa, della scuola, del parlamento, della chiesa, dell’amministrazione statale, in un processo non breve né esente da ritorni indietro e rica­dute in prevedibili «vandee» proletarie.

Non diversamente la Tesi III, respingendo ogni confusione dei concetti di partito e classe, demolisce l'idea condivisa in pari grado da menscevichi, riformisti, operaisti, spontaneisti ecc., che il partito debba adagiarsi sulla tendenza di volta in volta prevalente tra i lavo­ratori, e gli assegna vigorosamente il compito di difendere in ogni circostanza e contro tutti - anche contro strati operai di retroguardia o comunque soggetti ad influenze estranee e distruttive (come, in date situazioni, può accadere alla quasi totalità della «classe statisti­ca») - gli interessi generali e permanenti, non locali o momentanei, del proletariato: il partito rappresenta la classe - diremmo più inci­sivamente noi - quali che siano le vicissitudini alterne del conflitto sociale (2).

4) L'Internazionale comunista ha la ferma convinzione che il fallimento dei vecchi partiti «socialdemocratici» della lI Internazionale non può in alcun caso essere rappresentato come un fallimento del partito proletario in generale. L'epoca della lotta diretta per la dittatura proletaria dà alla luce un nuovo partito del proletariato - il partito comunista.

5) L'internazionale comunista respinge nel modo più categorico l'idea che il proletariato possa compiere la sua rivoluzione senza avere un partito politico autonomo. Ogni lotta di classe è una lotta politica. L'obiettivo di questa lotta, che si trasforma inevitabilmente in una guerra civile, è la conquista del potere politico. Ma il potere politico non può essere afferrato, organizzato e diretto se non da un partito politico. Solo se il proletariato ha alla sua testa un partito organizzato e temprato, con finalità nettamente definite e un programma ben preciso sui più immediati provvedimenti nel campo sia della politica interna che della politica estera, solo allora la conquista del potere politico non sarà un episodio fortuito e temporaneo, ma servirà da punto di partenza per un'opera duratura di edificazione comunista della società da parte del proletariato.

La stessa lotta di classe esige parimenti l'affasciamento centrale e la direzione unitaria delle varie forme del movimento proletario (sindacati, cooperative, consigli di fabbrica, attività educative, elezioni, ecc.). Un simile centro unificatore e dirigente può essere solo un partito politico. La rinunzia a creare e rafforzare un simile partito, e a subordinarvisi, equivale alla rinunzia all’unitarietà nella direzione dei singoli distaccamenti del proletariato che avanzano sui diversi campi di battaglia. La lotta di classe del proletariato esige un'agitazione concentrata che illumini le diverse tappe della lotta da un punto di vista unitario e diriga l'attenzione dei proletari, in ogni momento, su determinati compiti comuni alla intera classe; cosa che non può realizzarsi senza un apparato politico centra­lizzato, cioè all’infuori di un partito politico.

La propaganda dei sindacalisti rivoluzionari e degli aderenti agli «Industrial Workers of the World» (IWW) contro la necessità di un partito operaio autonomo, non ha perciò servito e non serve che di appoggio alla borghesia e ai «socialdemocratici» controrivoluzionari. Nella loro propaganda contro il Partito comunista, che essi pretendono di sostituite esclusivamente con sindacati o con informi unioni operaie «generali», i sindacalisti e gli industrialisti si avvicinano, fino a fiancheggiarli, agli opportunisti dichiarati.

Dopo la sconfitta della rivoluzione 1905, i menscevichi russi hanno predicato per alcuni anni l'idea del cosiddetto congresso operaio, che avrebbe dovuto sostituire il partito rivoluzionario della classe lavoratrice. Gli «operaisti [o laburisti] gialli» di ogni specie in Inghilterra e America predicano agli operai la creazione di informi unioni operaie o di vaghe associazioni meramente parlamentari in luogo del partito politico, nell’atto stesso in cui svolgono una politica in tutto e per tutto borghese. I sindacalisti rivoluzionari e gli indu­strialisti vogliono combattere contro la dittatura della borghesia, ma non sanno come. Non vedono che la classe operaia senza partito politico autonomo è un tronco senza testa.

Il sindacalismo rivoluzionario e l'industrialismo rappresentano un passo avanti solo in confronto alla vecchia, bolsa, controrivoluzionaria ideologia della II Internazionale, ma in confronto al marxismo rivoluzionario, cioè al comunismo, significano un passo indietro. La dichiarazione del Partito comunista operaio di Germania (KAPD) cosiddetto di sinistra, al suo congresso costitutivo dello scorso aprile, di creare bensì un partito, ma «non un partito nel senso tradizionale del termine», significa una capitolazione intellettuale e morale di fronte alle concezioni reazionarie del sindacalismo e dell’industrialismo.

Con il solo sciopero generale, con la sola tattica delle braccia incrociate, la classe operaia non può ottenere vittoria sulla borghesia. Il proletariato deve ricorrere all’insurrezione armata. Chi ha compreso ciò, deve anche capire che a tal fine occorre un partito politico organizzato e non bastano informi unioni operaie.

I sindacalisti rivoluzionari parlano spesso del grande ruolo di una minoranza rivoluzionaria decisa. Ora, una minoranza veramente decisa della classe operaia, una minoranza che sia comunista, che voglia agire, che abbia un programma, che si proponga di organizzare la lotta delle masse, è appunto il Partito comunista.

6) Il compito più importante di un partito veramente comunista è di rimanere sempre in strettissimo contatto con le più larghe masse proletarie. Per raggiungere questo scopo, i comunisti possono e debbono lavorare anche in associazioni non di partito, ma abbraccianti vasti strati di proletari, come per esempio le organizzazioni di invalidi di guerra in diversi paesi, i comitati «Giù le mani dalla Russia» in Inghilterra, le leghe proletarie di inquilini, ecc. Particolarmente importante è l'esempio russo delle cosiddette conferenze di operai e contadini «senza partito». Tali conferenze vengono organizzate in quasi ogni città, in ogni quartiere operaio e anche nelle campagne. Alle loro elezioni partecipano le più vaste masse anche dei lavoratori arretrati, e nel loro seno si discutono le questioni più scottanti: dell’approvvigionamento, della casa, della organizzazione militare, della scuola, dei compiti politici del giorno, ecc. I comunisti cercano in tutti i modi di influire su queste conferenze «apartitiche» - e con enorme vantaggio per il partito.

I comunisti considerano come uno dei loro compiti fondamentali il lavoro organizzativo-educativo sistematico in seno a queste organizzazioni operaie a largo raggio. Ma, per impostare con successo un simile lavoro, per impedire ai nemici del proletariato rivoluzionario di impadronirsi di tali organizzazioni operaie di massa, gli operai comunisti di avanguardia debbono possedere il loro Partito comunista autonomo, un partito compatto che agisca sempre in modo organizzato e che, ad ogni svolto della situazione e qualunque forma assuma il movimento, sia in grado di discernere gli interessi generali del comunismo.

7) I comunisti non rifuggono da organizzazioni operaie di massa non partitiche e, in date circostanze, non temono di parteciparvi e di utilizzarle ai loro scopi neppure se rivestono un carattere apertamente reazionario (sindacati gialli, sindacati cristiani, ecc.). Il Partito comunista svolge incessantemente il suo lavoro in seno a queste organizzazioni e non si stanca di convincere gli operai che l'idea della apartiticità come princìpio è coltivata di proposito nelle loro file dalla borghesia e dai suoi lacchè, al fine di distrarre i proletari dalla lotta organizzata per il socialismo.

8) La vecchia e «classica» ripartizione del movimento operaio in tre forme - partito, sindacati, cooperative - è chiaramente superata. La rivoluzione proletaria in Russia ha creato la forma storica fondamentale della dittatura proletaria, i soviet o consigli operai. La nuova ripartizione verso la quale ci avviamo dovunque, è: 1) il partito, 2) i soviet, 3) i sindacati. Ma anche i soviet, come pure i sindacati rivoluzionari, devono essere costantemente e sistema­ticamente diretti dal partito del proletariato, cioè dal Partito comunista. L'avan­guardia organizzata della classe operaia, il Partito comunista, deve dirigere le lotte dell’intera classe tanto sul terreno economico quanto sul terreno politico ed anche culturale; deve essere l'anima sia dei sindacati che dei soviet, come di tutte le altre forme di organizzazione proletaria.

La nascita dei Soviet come forma storica fondamentale della dittatura del proletariato non sminuisce in alcun modo il ruolo dirigente del Partito comunista nella rivoluzione proletaria. Quando i comunisti tedeschi «di sinistra» (si veda il loro manifesto al proletariato tedesco del 14 aprile 1920, firmato «Partito operaio comunista di Germania») dichiarano che «anche il partito si adatta sempre più all’idea dei consigli e assume un carattere proletario» (Kommunistische Arbeiterzeitung, nr. 54), essi esprimono confusamente l'idea che il Partito comunista debba dissolversi nei soviet; che i soviet possano sostituire il Partito comunista.

Quest'idea è radicalmente falsa e reazionaria.

Nella storia della rivoluzione russa, abbiamo attraversato un'intera fase in cui i soviet marciavano contro il partito proletario e appoggiavano la politica degli agenti della borghesia. La stessa cosa si è potuta osservare in Germania. La stessa cosa è possibile anche in altri paesi.

Perché i soviet possano assolvere i loro compiti storici, è invece necessaria l'esistenza di un forte partito comunista che non si «adatti» semplicemente ai soviet, ma sia in grado di spingerli a ripudiare ogni «adattamento» alla borghesia e alla guardia bianca socialdemocratica e, attraverso le frazioni comuniste nei soviet, possa prendere i soviet stessi a rimorchio del Partito comunista,

Chi propone al Partito comunista di «adattarsi» ai Soviet, chi vede in tale adattamento un rafforzamento del «carattere proletario del partito», costui rende sia al partito che ai soviet un servizio quanto mai discutibile; costui non capisce il significato né del partito né dei soviet. L'«idea sovietica» vincerà tanto più rapidamente, quanto più forte sarà il partito da noi creato in ogni paese. Anche molti «indipendenti» e perfino socialisti di destra riconoscono oggi a parole la «idea sovietica». Noi potremo impedire a questi elementi di deformare l'idea del soviet alla sola condizione di possedere un forte partito comunista, che sia in grado di influire in modo determinante sulla politica dei soviet, di trascinare i soviet dietro di sé.

9) La classe operaia ha bisogno del Partito comunista non solo fino alla conquista del potere, non solo durante tale conquista, ma anche dopo il passaggio del potere nelle mani della classe operaia. La storia del Partito comunista di Russia, che da quasi tre anni è al potere, mostra che l'importanza del partito comunista dopo la presa del potere da parte della classe operaia non solo non dimi­nuisce, ma al contrario aumenta enormemente.

10) All’atto della presa del potere da parte del proletariato, il suo partito resta tuttavia, come prima, soltanto una parte della classe operaia. Ma è appunto quella parte della classe operaia che ha organizzato la vittoria: da due decenni come in Russia, da tutta una serie di anni come in Germania, il Partito comunista conduce la sua lotta non solo contro la borghesia, ma anche contro quei «socialisti» che sono gli agenti dell’influenza borghese sul proletariato; esso ha accolto nelle sue file i combattenti più tenaci, più lungimi­ranti, più evoluti della classe operaia. Solo grazie alla presenza di una così compatta organizzazione della élite della classe operaia, è possibile superare tutte le difficoltà che la dittatura proletaria trova sulla propria strada all’indomani della vittoria. Nell’organizzazione di una nuova armata rossa proletaria, nell’ef­fettiva distruzione dell’apparato statale borghese e nella sua sostituzione con i primi germi di un nuovo apparato statale proletario, nella lotta contro il «patriottismo» locale e regionale, nell’apertura di vie verso la creazione di una nuova disciplina del lavoro - in tutti questi campi la parola decisiva spetta al Partito comunista. I suoi membri devono spronare e dirigere con il loro esempio la maggioranza della classe lavoratrice.

11) La necessità di un partito politico del proletariato cessa solo con l'eliminazione completa delle classi. Sul cammino verso la definitiva vittoria del comunismo, è possibile che l'importanza storica delle tre forme fondamentali dell’odierna organizzazione proletaria (partito, soviet, sindacati) si modifichi, e che a poco a poco si venga creando un tipo unitario di organizzazione operaia. Ma il Partito comunista si risolverà completamente nella classe operaia solo quando il comunismo cesserà di essere un obiettivo della lotta e l'intera classe lavoratrice sarà diventata comunista.

Sono qui condannati, come già nelle nostre Tesi, l’errore di stampo anarcoide di identificare il fallimento della II Internazionale con una bancarotta della forma-partito, e quello, comune a kaapedisti, con­siglisti e ordinovisti, di pretendere di sostituire quest'ultima con orga­ni immediati, strettamente aderenti al tessuto produttivo e rispecchian­ti le divisioni per azienda, località e mestiere proprie della società ca­pitalistica; che è un altro modo di ribadire la natura sintetica e il com­pito centralizzatore del partito, strumento e guida non solo della pre­parazione rivoluzionaria, ma di quella insurrezione armata alla quale è vano e controrivoluzionario contrapporre come atto risolutivo dello scontro fra le classi lo sciopero generale o, come nella versione insie­me sindacalista e massimalista, il cosiddetto «sciopero espropriatore». É per contro riaffermato come compito permanente del partito quello di svolgere un intenso e sistematico lavoro di propaganda e agitazione in seno ad organismi a base più larga come i sindacati e altre forme anche contingenti quali gli allora esistenti comitati per la difesa della Russia, non propugnando (salvo in date condizioni che le Tesi sulla questione sindacale preciseranno) il boicottaggio e la diserzione delle organizzazioni dirette da riformisti, che si tratta invece di conquistare alla direzione comunista; lavoro ovviamente controllato in modo diretto dal partito ed espletato dai suoi gruppi sindacali, mai subordinando la propria organizzazione a organizzazioni estranee.

Ciò vale, del resto, anche per i soviet, che - come le Tesi riba­discono a complemento di quelle già da noi riprodotte sulle condizioni di costituzione dei Consigli operai - rappresentano senza dubbio una nuova forma storica per lo Stato di transizione dal capitalismo al so­cialismo, ma non scavalcano il partito né lo surrogano nei suoi com­piti direttivi e, in sua assenza, sono accessibili non solo all’influsso ma al dominio di partiti e correnti borghesi e piccolo-borghesi, cosicché non è esclusa la possibilità (divenuta un fatto reale nell’Ottobre rosso) che il partito tenda al potere e lo conquisti contro le loro resistenze o titubanze. Poiché comunque i soviet, diversamente dai sindacati, sono organi politici e non soltanto economici, l'antica ripartizione in parti­to, sindacati e cooperative dev'essere sostituita con la piramide: partito, soviet, sindacati, in ordine di discendenza gerarchica.

Per l'Internazionale, come da sempre per noi, la funzione centrale del partito non cessa infatti con la conquista del potere, anzi è resa più che mai indispensabile da tutto il ciclo ad essa successivo di guerra civile e terrore rosso contro la classe sconfitta e i suoi conati di rivin­cita all’interno o dall’esterno, e dalla necessità di reagire alle tenden­ze corporative, centrifughe e autonomistiche che sempre minacciano di spezzare l'unità proletaria, e al patriottismo regionale e locale che insi­dia la compattezza della dittatura di classe. Il partito in realtà non può sparire, come organo politico, prima che il comunismo abbia cessato d'essere un fine, e il proletariato, grazie al complesso sviluppo della nuova società, abbia abolito, insieme alle altre classi, anche e soprattutto se stesso.

 

12) Il II Congresso dell’Internazionale comunista non si limita a con­fermare i compiti storici del Partito comunista in generale, ma dice al proletariato internazionale, sia pure nelle grandi linee, di quale partito comunista abbia bisogno.

13) L'internazionale comunista è dell’avviso che soprattutto nel periodo della dittatura del proletariato il Partito comunista debba essere costruito sulla base di un ferreo centralismo proletario. Per dirigere con successo la classe operaia nella lunga ed aspra guerra civile necessariamente scoppiata, il Partito comunista deve instaurare nelle proprie file una disciplina di ferro, una disciplina militare. Le esperienze del Partito comunista che per anni ed anni, nella guerra civile russa, ha diretto la classe operaia, hanno mostrato che senza la più severa disciplina, senza un completo centralismo e senza la piena e cameratesca fiducia di tutte le organizzazioni di partito negli organi dirigenti del partito stesso, la vittoria degli operai è impossibile.

14) Il Partito comunista deve essere costruito sulla base del centralismo democratico. Il princìpio fondamentale del centralismo democratico è l'eleggibilità degli organi superiori da parte degli inferiori, il carattere incondizionatamente vincolante di tutte le direttive delle istanze superiori per le inferiori, e la presenza di un forte centro del partito la cui autorità sia riconosciuta univer­salmente, per tutti i compagni dirigenti, nell’intervallo fra un congresso del partito e l'altro.

15) Tutta una serie di partiti comunisti in Europa e in America è stata costretta dallo stato d'assedio proclamato dalla borghesia contro i comunisti a condurre un'esistenza illegale. Bisogna aver ben chiaro che, in tali circostanze, ci si trova nella necessità di prescindere dalla rigorosa attuazione del princìpio elettivo e di conferire agli organi direttivi del partito un diritto di cooptazione, come è avvenuto a suo tempo in Russia. Sotto lo stato d'assedio, il partito comunista non può servirsi in ogni grave questione del referendum democratico (come proposto da una parte dei comunisti americani); è invece costretto ad accordare al suo centro dirigente il diritto di prendere, quando necessario, decisioni importanti per tutti gli iscritti al partito.

16) La rivendicazione di un'ampia «autonomia» per le singole organiz­zazioni locali di partito indebolisce soltanto le file del Partito comunista, mina la sua capacità d'azione e favorisce le tendenze disgregatrici piccolo-borghesi e anarchiche.

17) Nei paesi in cui la borghesia o la socialdemocrazia controrivoluzionaria è ancora al potere, i partiti comunisti debbono imparare a collegare sistematica­mente l'attività legale con quella illegale. A tal fine il lavoro legale deve essere sempre sottoposto all’effettivo controllo del partito illegale. I gruppi parlamentari comunisti, nelle istituzioni statali sia centrali che locali, devono soggiacere completamente al controllo dell’intero partito a prescindere totalmente dal fatto che tutto il partito sia, nel momento dato, legale o illegale. I deputati che in qualunque forma si rifiutano di subordinarsi al partito debbono essere espulsi dalle file dei comunisti. La stampa legale (giornali, case editrici), deve essere sottoposta senza limitazioni e condizioni all’intero partito e al suo comitato centrale.

18) Base dell’intera attività organizzativa del Partito comunista deve essere la costituzione dovunque di un nucleo comunista, per piccolo che sia al momento il numero di proletari e semi-proletari. In ogni soviet, in ogni sindacato, in ogni cooperativa, in ogni azienda, in ogni comitato di inquilini, dovunque si trovino anche tre persone che si schierano per il comunismo, deve essere immediatamente costituito un nucleo comunista. É solo la compattezza dei comunisti che dà all’avanguardia della classe operaia la possibilità di dirigere al suo seguito l'intera classe lavoratrice. Tutti i nuclei comunisti che lavorano in organizzazioni apartitiche devono essere assolutamente subordinati all’organizzazione generale del partito, a prescindere completamente dal fatto che il partito nel momento dato lavori legalmente o illegalmente. Tutti i nuclei comunisti devono essere subordinati l'uno all’altro in base al più rigoroso ordinamento gerarchico, secondo un sistema il più possibile preciso.

19) Il Partito comunista nasce quasi dovunque come partito urbano, come partito di operai di industria abitanti prevalentemente nelle città. Per la vittoria il più possibile facile e rapida della classe lavoratrice, è necessario che il Partito comunista diventi non soltanto il partito delle città, ma anche il partito delle campagne. Il Partito comunista deve svolgere la sua propaganda e la sua attività organizzativa fra i salariati agricoli e i contadini piccoli e medi, e lavorare con particolare cura alla organizzazione di nuclei comunisti nelle campagne.

L'organizzazione internazionale del proletariato può essere forte alla sola condizione che, in tutti i paesi in cui vivono e lottano dei comunisti, si rafforzino le concezioni sopra formulate sul ruolo del Partito comunista. L'Inter­nazionale comunista ha invitato al suo congresso ogni sindacato che riconosca i princìpi della III Internazionale e sia pronto a rompere con l'Internazionale gialla. L'Internazionale comunista organizzerà una sezione internazionale dei sindacati rossi che stanno sul terreno del comunismo. L'Internazionale comu­nista non esiterà a collaborare con ogni organizzazione operaia non di partito disposta a condurre una seria lotta rivoluzionaria contro la borghesia. Ma l'Internazionale comunista, nel far ciò, addita ai proletari di tutto il mondo i seguenti princìpi:

1) Il Partito comunista è l'arma essenziale e fondamentale per l'emanci­pazione della classe operaia. In ogni paese dobbiamo avere oggi non gruppi o correnti, ma un partito comunista.

2) In ogni paese deve esistere soltanto un unico ed unitario partito comunista.

3) Il Partito comunista deve essere costruito sul princìpio della più rigorosa centralizzazione e, nell’epoca della guerra civile, instaurare nelle proprie file una disciplina militare.

4) Dovunque esista anche soltanto una dozzina di proletari o semi-proletari, il Partito comunista deve avere un suo nucleo organizzato.

5) In ogni istituzione non di partito, deve esistere un nucleo comunista severamente subordinato all’insieme del partito.

6) Nel difendere tenacemente ed energicamente il programma e la tattica rivoluzionaria del comunismo, il Partito comunista dev'essere sempre collegato nel modo più stretto alle organizzazioni operaie di massa ed evitare nella stessa misura il settarismo da un lato e la mancanza di princìpi dall’altro.

 

Non occorrono lunghi commenti alla parte di applicazione pratico-organizzativa delle Tesi, in cui sono energicamente ribaditi i princìpi di centralizzazione e disciplina, esclusione di ogni autonomia di sezioni o gruppi e integrazione fra attività legale ed illegale, identità di struttu­ra nelle città e nelle campagne e unità del partito in ogni singolo paese (quindi con esclusione dell’aberrante formula di «partito simpa­tizzante» e di organi politici paralleli aderenti all’Internazionale), rifiu­to del noyautage in altri partiti (i «nuclei» o cellule comunisti devono essere costituiti in organizzazioni operaie apartitiche; non sono la base del partito, che resta la sezione territoriale, ma le sue «lunghe mani» in organismi operai esterni ad esso - proprio l'opposto di quello che si pretese nel 1925 ai tempi della cosiddetta «bolscevizzazione»!) e, infine, condan­na sia del settarismo inteso come rifiuto di collegarsi con le masse, sia della mancanza di princìpi - i due estremi di una concezione de­forme da noi sempre denunziata e combattuta. Mette pure conto di notare come la formula organizzativa del «centralismo democratico» non abbia nulla in comune con una rivendicazione demo-elettorale: essa si applica ad un partito i cui princìpi non sono né possono essere materia di consultazione o dibattito, perché costituiscono la sua ra­gione di esistenza e la base della sua funzione storica.

Nulla più di queste Tesi, che l'Esecutivo volle mettere al centro del II Congresso non solo per motivi contingenti quali la polemica anti-sindacalista ed anti-immediatista in generale, ma come questione di princìpio, convince per sempre di falso quei partiti i quali pretendo­no di riallacciarsi al filo della tradizione bolscevica mentre ne distrug­gono le fondamenta antidemocratiche, antilibertarie, antinazionali. Co­me osserverà uno dei portavoce del Comintern nel corso della discus­sione, la necessità del partito e della sua centralizzazione può essere riconosciuta anche da un Noske; il partito la cui struttura centraliz­zata e la cui funzione sintetizzatrice il comunismo marxista rivendica, è il partito non della conservazione ma della rivoluzione, non del lega­litarismo riformista ma della presa violenta del potere, non della demo­crazia e del parlamentarismo ma della dittatura proletaria apertamente proclamata come parte integrante della dottrina, dei princìpi e del programma, e non come vago e remoto obiettivo (sia pure «transitorio») ma come fattore determinante di tutta la complessa azione pre­paratoria, sia in fase di avanzata che in fase di riflusso del movimento operaio; il partito non di un singolo paese, meno che mai dei suoi interessi nazionali, ma della classe lavoratrice di tutto il mondo e della sua lotta per definizione internazionale; il partito, infine, non della clas­se sfruttata nel momento x della sua storia, ma della classe nella dire­zione storica del suo cammino; anche in questo, dittatoriale e autorita­rio, dunque antidemocratico. Accettare questo corpo di princìpi e pre­tendere di poterlo conciliare con una prassi poggiante sulla democra­zia, il blocco popolare di più classi, il gradualismo delle cosiddette rifor­me di struttura, la rivendicazione di particolarità ed interessi nazionali, significa distruggere la potente costruzione rispetto alla quale il partito centralizzato e centralizzatore è un'arma primaria indispensabile; signi­fica porlo al servizio (come già i Noske di tutti i paesi «civili» di fronte alla guerra o alla crisi postbellica) della controrivoluzione.

Alla formulazione di princìpi e postulati invarianti mira anche la parte introduttiva dello Statuto dell’Internazionale Comunista (ma ab­biamo già osservato, e lo vedremo ancora, che ognuna delle Tesi «tat­tiche» non solo li contiene, bensì li ribadisce come fondamenta neces­sarie delle direttive d'azione in campo parlamentare, agrario, sindacale, non meno che nella importantissima questione nazionale e coloniale), che qui riproduciamo:

Statuti dell’internazionale comunista

 

Nel 1864 venne fondata a Londra l'Associazione Internazionale dei Lavoratori, la I Internazionale. Negli Statuti generali di questa Associazione internazionale dei Lavoratori si legge:

«che l'emancipazione della classe operaia deve essere l'opera della classe operaia stessa, che la lotta per l'emancipazione della classe operaia non è una lotta per privilegi di classe e monopoli, ma per stabilire eguali diritti e doveri e per abolire ogni dominio di classe;

«che la soggezione economica del lavoratore a colui che gode del monopolio dei mezzi di lavoro, cioè delle fonti della vita, forma la base della servitù in tutte le sue forme, la base di ogni miseria sociale, di ogni degradazione spirituale e dipendenza politica;

«che di conseguenza l'emancipazione economica della classe operaia è il grande fine cui deve essere subordinato, come mezzo, ogni movimento politico;

«che tutti gli sforzi per raggiungere questo grande fine sono finora falliti per la mancanza di solidarietà tra le molteplici categorie di operai in ogni paese e per l'inesistenza di una unione fraterna tra le classi operaie dei diversi paesi;

«che l'emancipazione degli operai non è un problema locale né nazionale, ma un problema sociale che abbraccia tutti i paesi in cui esiste la società moderna, e la cui soluzione dipende dalla collaborazione pratica e teorica dei paesi più progrediti;

«che il presente risveglio della classe operaia nei paesi industrialmente più progrediti d'Europa, mentre ridesta nuove speranze ed è in pari tempo un serio ammonimento a non ricadere nei vecchi errori, esige la unione immediata dei movi­menti ancora disuniti».

La II Internazionale, fondata nel 1889 a Parigi, si impegnò a continuare l'opera della I. Ma nel 1914, all’inizio del massacro mondiale, essa fece bancarotta completa. Minata dall’opportunismo e distrutta dal tradimento dei capi, che pas­sarono dalla parte della borghesia, la II Internazionale crollò dalle sue fondamenta.

L'Internazionale comunista, fondata nel marzo 1919 nella capitale della Re­pubblica Sovietica Federale Russa, dichiara solennemente di fronte al mondo intero che si assume di proseguire e condurre a termine la grande opera iniziata dalla I Associazione internazionale dei lavoratori.

L'Internazionale comunista si è costituita alla fine della guerra imperialista 1914-1918, nella quale la borghesia imperialistica dei diversi paesi ha sacrificato 20 milioni di uomini.

«Ricordati della guerra imperialistica!» è il primo monito con cui l'Interna­zionale comunista si rivolge ad ogni lavoratore, dovunque egli viva, in qualunque lingua parli. Ricordati che grazie all’esistenza del regime capitalista un pugno di imperialisti ha avuto la possibilità, nel corso di quattro lunghi anni, di costringere gli operai dei diversi paesi a sgozzarsi a vicenda! Ricordati che la guerra della bor­ghesia ha scatenato nell’Europa e in tutto il mondo la più spaventosa carestia e la più orribile miseria! Ricordati che senza l'abbattimento del capitalismo la ripeti­zione di simili guerre è non soltanto possibile, ma inevitabile!

L'Internazionale comunista si prefigge come scopo di combattere con tutti i mezzi, anche con le armi in pugno, per l'abbattimento della borghesia internazionale e la creazione della Repubblica internazionale dei Soviet come stadio di trapasso alla completa soppressione dello Stato. L'Internazionale comunista considera la dittatura del proletariato come l'unico mezzo che permetta di liberare l'umanità dagli orrori del capitalismo. E l'Internazionale comunista vede nel potere sovietico la forma storicamente data di questa dittatura.

La guerra imperialistica ha strettamente legato le sorti dei proletari di un paese alle sorti dei proletari di tutti gli altri. La guerra imperialistica ha riconfer­mato quanto era detto negli Statuti generali della I Internazionale: l'emancipazione dei lavoratori è un problema non locale né nazionale, ma internazionale!

L'Internazionale comunista rompe per sempre con la tradizione della II Internazionale, per cui in realtà esistevano soltanto uomini di pelle bianca. L'Interna­zionale comunista si pone il compito di liberare i lavoratori di tutta la terra. Nelle file dell’Internazionale comunista si riuniscono fraternamente uomini di pelle bianca, gialla, nera - lavoratori del mondo intero.

L'Internazionale comunista appoggia incondizionatamente le conquiste della grande rivoluzione proletaria in Russia, la prima rivoluzione socialista vittoriosa nella storia mondiale, e chiama i proletari di tutto il mondo a procedere sullo stesso cammino. L'Internazionale comunista si impegna ad appoggiare ogni repub­blica sovietica, dovunque essa venga costituita.

L'Internazionale comunista sa che, per ottenere più rapidamente la vittoria, l'associazione dei lavoratori, nella sua lotta per la soppressione del capitalismo e la creazione del comunismo, deve possedere un'organizzazione rigidamente centralizzata. L'Internazionale comunista deve rappresentare veramente, e nei fatti, un partito comunista unitario del mondo intero. I partiti operanti in ogni paese figurano soltanto come sue sezioni. L’apparato organizzativo dell’Internazionale comunista deve assicurare agli operai di ogni paese la possibilità di ricevere in ogni momento il maggior aiuto possibile dai proletari organizzati degli altri paesi.

A questo scopo, l'internazionale comunista conferma i seguenti punti degli Statuti:

1) La nuova Associazione Internazionale dei Lavoratori è costituita per la organizzazione di azioni comuni dei proletari dei diversi paesi tendenti all’unico fine dell’abbattimento del capitalismo, dell’instaurazione della dittatura del proleta­riato e di una repubblica internazionale dei Soviet per la completa soppressione delle classi e la realizzazione del socialismo, questo primo stadio della società comunista.

2) La nuova associazione internazionale dei lavoratori si chiama «Internazionale comunista».

3) Tutti i partiti appartenenti all’Internazionale comunista portano i nomi di: «Partito comunista di questo o quel Paese (Sezione dell’Internazionale comuni­sta)...».

 

Occorre altro, a riprova che la massima centralizzazione in partito comunista mondiale unico è inseparabile dall’unicità del princìpio della ditta­tura del proletariato come stadio di passaggio al socialismo; e che questo da solo la giustifica e la impone?

Gli articoli successivi degli Statuti svolgono e ribadiscono nella pratica gli stessi princìpi: istanza suprema dell’IC, il Congresso mon­diale «che discute e delibera sulle più importanti questioni del programma e della tattica» connesse alla sua attività; organo dirigente negli intervalli fra i congressi mondiali (che si riuniscono regolarmen­te ogni anno), e di fronte ad essi responsabile, il Comitato esecutivo, la cui sede sarà di volta in volta stabilita dal Congresso, e l'onere princi­pale del cui lavoro peserà sul «partito del paese dove, per decisione del Congresso mondiale, l'Esecutivo stesso risiede»; compito di que­st'ultimo, emanare direttive vincolanti per tutti i partiti e le organizza­zioni appartenenti all’IC, compreso il diritto di escludere gruppi o persone dei partiti-membri «che violino la disciplina del Congresso»; obbligo per tutti i partiti e le organizzazioni aderenti o simpatizzanti di pubblicare tutti i deliberati ufficiali dell’Esecutivo; costituzione di una sezione sindacale dell’IC, composta dei «sindacati che stanno sul ter­reno del comunismo e sono riuniti su scala internazionale sotto la dire­zione dell’IC»; ammissione di rapporti politici fra i singoli partiti solo tramite il Comitato esecutivo, e soltanto in casi eccezionali in via diret­ta; subordinazione dell’Internazionale giovanile comunista all’IC (che comprende pure una sezione femminile) e al suo Comitato esecutivo; appoggio fraterno da parte dei membri locali dell’IC ad ogni membro della stessa che si trasferisca da un paese a un altro. La discussione sugli Statuti darà ulteriore conferma della difficoltà di assimilarne non tanto i princìpi generali in sé e per sé, quanto le necessarie deduzioni pratiche, che per noi (e per i bolscevichi) erano inseparabili da essi così come quelli non sarebbero princìpi ove non si traducessero nelle corrispondenti norme d'azione, per tutti vincolanti. Che cosa resta, oggi, anche solo di un lembo di quel corpo di statuti?

É chiaro che, nella stessa prospettiva, hanno valore di princìpio anche le Condizioni di ammissione, i celebri 21 punti fissati dal con­gresso al termine di accesi dibattiti in sede di assemblea plenaria e, più ancora, di commissione, mentre è altrettanto manifesto che nella stessa impostazione generale dei fini e dei princìpi e già inclusa e spesso già formulata in paragrafi appositi la soluzione dei problemi tattici, per non dire delle basi programmatiche dell’organizzazione internazionale e delle sezioni nazionali ad essa rigorosamente subordinate. Era evidente­mente troppo presto, nella situazione generale dell’epoca se non nei voti comuni nostri e dei compagni russi, per codificare i punti di questa gigantesca costruzione sotto i loro diversi ma altrettanto correlati aspetti di dottrina, finalità, princìpi e programma, e non fu sempre felice, perché non abbastanza approfondito, il collegamento a questi anelli primari di tutto l'insieme degli anelli tattici; ma solo una grossolana mistifica­zione può pretendere e cercar di far credere che un filo conduttore unico non passi attraverso tutte le tesi di princìpio, e che quelle tattiche non ne siano severamente disciplinate.

La lacuna rappresentata dall’assenza di un corpus organico e com­pleto, di cui noi ci rammaricammo già nel corso del II Congresso, rispecchiava lo stato imperfetto di maturazione del movimento interna­zionale, non mai una concezione empirica, eclettica e contingentista che elevasse a paradigma quell’assenza di princìpi, quell’affidarsi al caso per caso, quella «libertà di innovazione», quell’agnosticismo di fronte ai dettami imprevisti e imprevedibili della cosiddetta esperienza, in cui Lenin per primo aveva indicato il tratto distintivo dell’opportunismo. Si rilegga il preambolo degli Statuti, e si osi sostenere che una mistifi­cazione del genere, bene espressa dalla formula togliattiana del policen­trismo, o da quella (comune a tutte le filiazioni variopinte dello stali­nismo) dell’antidogmatismo (nonché di quello strano internazionalismo che si concilierebbe con la ... sovranità nazionale di ogni partito o, peggio, paese «socialista», e sarebbe anzi garantito dalla loro reciproca «non-ingerenza» negli affari altrui), trovi anche solo una remota giustificazione nelle Tesi costitutive del 1920!

 

(1) Cfr. l'appendice al cap. VII del presente volume.

(2) Cfr. il volumetto Partito e classe, cit.


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