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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 01 Aprile 2020

I lavori del Consiglio Nazionale Confederale (Il Sindacato Rosso, 15 luglio 1922)

Il Sindacato Rosso, 15 luglio 1922.

 

La stampa comunista in ispecie e quella proletaria in genere hanno dato ampi resoconti dei lavori del Consiglio Nazionale Confederale tenutosi a Genova nei giorni 3, 4, 5 e 6 luglio corrente. Il nostro settimanale arriverebbe perciò con la famosa “vettura Negri” ove intendessimo di riprodurre sulle nostre colonne la cronaca dei lavori.

Riassumeremo perciò molto brevemente. Il gruppo comunista, assai più numeroso che non lo fosse nel Consiglio di Verona, ha dato un esempio ammirevole di disciplina. La prima affermazione comunista è stata data dalla designazione delle cariche. Indicando il compagno Azzario alla presidenza del Convegno, il gruppo comunista ha inteso non solo di manifestare tutta la propria solidarietà con l’espulso dal Sindacato Ferrovieri, ma anche di saggiare le velleità secessioniste dei mandarini confederali. I quali devono aver chiaramente compreso che la tattica sperimentata da capitan Giulietti e dai capi ferrovieri è alquanto pericolosa e che i comunisti non intendono di subire la cacciata singola o collettiva dei loro migliori militanti dai quadri delle organizzazioni. Ciò deve essere stato compreso se fra i convenuti al Consiglio Confederale, neppure uno abbia sollevata alcuna obiezione alla elezione di Azzario alla presidenza.

Lo schiaffo per i capi ferrovieri, invasi da un sacro terrore dell’Esecutivo comunista non poteva essere più solenne. Appena iniziatasi la prima seduta del convegno, il compagno Repossi, a nome del gruppo comunista ha presentato la mozione seguente:

“Il Consiglio Nazionale della Confederazione del Lavoro, prima di iniziare i suoi lavori, considerata la situazione gravissima della lotta del proletariato italiano contro l’offensiva borghese, decide di convocare telegraficamente perché intervengano nei suoi lavori e per la preparazione di una comune azione di difesa e di riscossa proletaria, il Comitato Nazionale della Alleanza del Lavoro e una delegazione di tutti gli organismi nazionali sindacali ad essa aderenti. Stabilisce anche di invitare ad assistere al Convegno una delegazione dei seguenti partiti politici: socialisti, repubblicani, comunisti, anarchici, perché alle assise del proletariato riunite espongano le loro proposte. Nomina una Commissione perché entro ventiquattr’ore definisca le modalità per l’intervento delle dette rappresentanze, subordinando le questioni di forma e di procedura alla necessità sostanziale che nell’attuale momento tutti gli organismi proletari abbiano ad assumere le loro responsabilità e a recare il loro contributo alla lotta comune della classe lavoratrice”.

Lo scopo di essa era molto chiaro.

Il Consiglio Nazionale si riuniva mentre grandi agitazioni proletarie erano in pieno sviluppo. Lo sciopero generale metallurgico durava ormai da alcuni giorni e nessuna soluzione onorevole si presentava all’orizzonte. Non si poteva e non si doveva perciò por tempo in mezzo. Fin dall’inizio dei lavori e qualunque fossero state le deliberazioni, il Consiglio Nazionale della maggiore organizzazione proletaria italiana avrebbe dovuto – secondo lo spirito e la lettera della mozione pregiudiziale presentata dal gruppo comunista – affermare il proprio desiderio di realizzare seriamente il fronte unico della classe lavoratrice convocando tutte le organizzazioni sindacali ed i partiti politici sul terreno della lotta di classe allo scopo di formare una Costituente proletaria che avrebbe dovuto seriamente e profondamente esaminare la situazione e lanciare alle masse operaie martirizzate dalla reazione capitalistica, una parola d’ordine di lotta che significasse l’inizio della riscossa.

La nostra proposta, battuta una prima volta per la coalizione dei pseudo massimalisti coi social-democratici, è stata inutilmente ripresentata nel corso della discussione. La maggioranza del Consiglio Nazionale ha così chiaramente dimostrato il proprio proposito di sabotare il fronte unico e quella parvenza di esso già in atto nella Alleanza del Lavoro.

Iniziatosi così il torneo oratorio sulla azione da svolgere in difesa del movimento sindacale ha parlato per primo, a nome del gruppo comunista, l’operaio metallurgico milanese Ravazzoli. Il nostro compagno ha stupito tutto il Convegno per una non comune facilità di parola e per la profondità e assennatezza del suo discorso. Esso è stato definito bene a proposito “una lezione di marxismo”.

Nel corso della discussione hanno in seguito parlato i compagni Repossi, Vota e Tasca. Tutti i nostri compagni hanno denunciate le contraddizioni del massimalismo demagogico e parolaio e lo stridente contrasto fra la concezione classista del movimento operaio ed il collaborazionismo dei dirigenti socialdemocratici. Oggi più che mai necessita valorizzare le forze vive del proletariato con un’azione esclusivamente classista. Per cui non si può che seguire la via indicata dai comunisti. Essi non credono, come taluni rivoluzionari da operetta, che sia questo tempo da colpi di testa. La ripresa dell’azione proletaria deve avvenire per gradi.

Lo sciopero generale che sostengono i comunisti non è già un fine ma un mezzo che si deve usare immediatamente per frenare l’arretramento delle masse lavoratrici di fronte all’offensiva borghese e perché in seguito, sia possibile rinsaldare i quadri delle organizzazioni per azioni di offesa contro il privilegio borghese. I comunisti hanno dimostrato, agli avversari di destra e di sinistra, di essere perfettamente coscienti della tragica realtà odierna e di agire esclusivamente entro essa. Al possibilismo collaborazionista ed al miracolismo dei rivoluzionari quarantotteschi, i comunisti oppongono la loro tattica realista ed atta a risollevare dalla depressione attuale le masse lavoratrici. La vittoria numerica è toccata ai riformisti grazie ad inauditi brogli elettorali di cui son divenuti maestri i capi delle organizzazioni sindacali e che noi denunceremo nel prossimo numero.

Ma noi abbiamo vinto moralmente. E di questo sono tanto convinti i nostri avversari, malsicuri di una vittoria che non li lascia tranquilli, da averli ridotti ad accogliere senza alcuna opposizione ciò che da tanto tempo ci era stato negato: la convocazione del Congresso Confederale entro l’anno.

Le compatte forze comuniste sono ormai entrate vivamente e gagliardamente nell’agone della politica proletaria la quale è ormai volta esclusivamente verso la nostra azione. E nessuna forza, e nessun broglio, e nessuna violenza può ormai arrestare la nostra marcia fatale verso la conquista definitiva delle masse proletarie sotto la sfera di influenza del Partito Comunista.

Il nostro è ormai l’unico Partito della classe lavoratrice ed a giusta ragione agogna a divenire il fulcro ed il centro propulsivo di tutta l’azione proletaria.

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