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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 12 Agosto 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

Per il programma di lotta del proletariato (Il Sindacato Rosso, 19 agosto 1922)

Lavoratori italiani!

All’indomani dello sciopero generale nazionale e delle lotte che lo hanno accompagnato, il Partito comunista d’Italia ha il dovere di fare il bilancio dell’azione e di indicare la via che rimane a percorrere alle masse lavoratrici.

Il nostro Partito ha proposto e lungamente sostenuto lo sciopero generale nazionale come mezzo di lotta contro l’offensiva borghese e la reazione che imperversa, e ha chiarito nelle sue proposte quale ne doveva essere lo strumento, quali i metodi, quali gli obbiettivi.

Lo sciopero che si è svolto, e a cui le nostre forze hanno partecipato in primissima linea, non è stato ancora la realizzazione di quanto il nostro partito aveva proposto.

L’Alleanza del Lavoro, così come era costituita, non rappresentava quella piattaforma di azione generale del proletariato che l’opera dei comunisti tendeva a formare. Le nostre proposte per poggiarla estesamente sulle masse e sottrarla all’influenza di pochi alti funzionari del movimento sindacale, furono sistematicamente respinte da tutti gli altri organismi proletari.

Anziché rispondere all’incitamento delle masse, alimentato dalla nostra propaganda, per l’intervento di tutte le forze proletarie in un momento decisivo della lotta proletaria contro la reazione, l’Alleanza, dopo avere sempre ufficialmente tergiversato innanzi alla parola di sciopero nazionale, e avere attraverso gli organismi che in essa predominano, svalutata quest’arma di azione proletaria con una propaganda di sfiducia, ha organizzato con ordini segreti uno sciopero generale per una data che non aveva significato alcuno, senza voler fare alcuna preparazione e alcuna propaganda tra le masse della imminente azione. Il proletariato non poteva non restare per un momento incerto, vedendo l’ordine di sciopero venire dai negatori accaniti della proposta comunista. D’altra parte non pochi capi sindacali impegnati alla disciplina della Alleanza hanno in modo indegno sabotato l’ordine di sciopero o negata la sua esistenza, nota agli stessi Prefetti del Regno.

Non si diceva al proletariato quale fosse il programma della battaglia, l’obiettivo da raggiungere, la causa da rivendicare. In un manifesto apparso solo per caso, o per altre cause ignote, prima del movimento si parlava vagamente di rivendicazione delle libertà legali. Al Partito comunista si dichiarò che l’Alleanza non conduceva il movimento per agevolare la politica collaborazionista del Gruppo parlamentare socialista durante la crisi: intanto gli emissari dell’Alleanza, che giorni addietro avevano stroncato gli scioperi delle Marche, Lombardia, Piemonte, Romagna, avevano sparse voci equivoche su di una azione tendente a non si sa quale rivoluzione da operetta in cui i soliti personaggi, da Nitti a D’Annunzio, erano annunziati come protagonisti, con la sostituzione del più criminoso dilettantismo politico alla dura ragione e pratica della lotta di classe.

Mentre si spargevano queste voci di azione insurrezionale ed armata, si sconfessava nel manifesto l’impiego della violenza, e si lasciava cadere ogni utile intesa per l’impiego delle forze di tutti i partiti proletari nelle azioni combattute che prevedibilmente avrebbero accompagnato il movimento, come accompagneranno ogni movimento delle masse, anche se non tenda e non sbocchi in uno spostamento delle forme politiche e statali.

Sotto le voci sparse da sedicenti rivoluzionari, in buona o mala fede, ma in ogni caso ridicolamente incapaci di dirigere la guerra della classe lavoratrice sulle difficili vie della vittoria, si svolgeva intanto la tresca del collaborazionismo parlamentare, che anch’esso, impotente a percorrere una via sicura, si illudeva idiotamente di mercanteggiare con la borghesia lo jugolamento dello iniziato sciopero contro alcuni portafogli del nuovo Ministero.

L’inafferrabile organismo che dirigeva il movimento, che ancora non ha detto una parola sulle sue intenzioni e le sue responsabilità, mancata, per la formazione del Gabinetto Facta la pressione dei collaborazionisti, disarmava il movimento quando il proletariato si era ripreso ed entrava in azione, quando il fascismo sosteneva le sue rappresaglie, che ebbero vantaggio incalcolabile dalla acquistata possibilità di spostamenti e concentramenti.

I responsabili di tanto disfattismo non parlano alle masse tradite. Il Partito comunista assolve a un suo dovere denunziando questi, che più che errori sono colpe gravissime, dopo che in tempo

utile, come si può documentare, indicò i pericoli e i mezzi per evitarli, ma inutilmente.

Compagni lavoratori!

Malgrado tutto questo la lotta non è stata inutile. Il proletariato ha saputo combattere. Le vittorie militari del fascismo sarebbero state tramutate in sconfitte forse dappertutto, senza l’intervento contro i lavoratori delle armi ufficiali dello Stato.

Il nostro Partito ha dimostrato di avere una organizzazione adatta al combattimento, alla resistenza e alla controffensiva, mentre i nostri compagni hanno tutti compiuto tra le masse in lotta il proprio dovere, e meravigliose sono state le forze giovanili del nostro partito. Mandiamo il nostro saluto ai caduti proletari, comunisti e non comunisti, e promettiamo di raccoglierne l’esempio.

Quale la situazione lasciata dallo sciopero nazionale? La borghesia e il fascismo vantano una vittoria definitiva: ma questo non è che menzogna: tutte le notizie che noi seguiteremo a raccogliere, mostrano che il proletariato è sempre in piedi e che aveva risposto all’appello.

La lotta di classe, lungi dall’essere spenta, andrà sempre più trasformandosi in una guerra guerreggiata. Il proletariato ha percorso un’altra tappa verso la sua preparazione a quei metodi di lotta rivoluzionaria che sono imposti dalla situazione odierna e che sono tanto diversi da quelli tradizionali. Il Partito socialista intanto, più che andare verso una divisione chiarificatrice, si demoralizza e si decompone, dimostrandosi inadatto ad essere l’organo politico della classe operaia.

I capi sconfitti su tutta la linea del collaborazionismo, sembrano voler fare ben altre rinunzie, e abbandonare quella difesa della organizzazione proletaria che è possibile solo con la trasformazione dei Sindacati, imposta dalla situazione; da organi che profittano delle solite possibilità legali, in formazione per la lotta rivoluzionaria, guidata dal partito di classe, contro il potere borghese e la proprietà privata. Si parla già di togliere ai Sindacati ogni carattere rivoluzionario, e di una fusione della organizzazione rossa con altre organizzazioni professionali, anche con quelle create con la violenza dagli strumenti diretti del padronato.

I comunisti sono per la più vasta base possibile della organizzazione professionale, perché sono convinti che da questa condizione non può che accelerarsi il sorgere delle singole lotte economiche, dell’azione politica e rivoluzionaria. Ma il Sindacato deve restare aperto a tutti i lavoratori, e libero da ogni influenza limitatrice e snaturatrice del potere centrale borghese e di partiti che non sono che la organizzazione politica degli interessi capitalistici.

Il Partito Comunista seguita quindi a sostenere con tutte le sue forze: l’unità sindacale del proletariato italiano al di fuori di ogni influenza padronale e statale.

Compagni lavoratori!

Dinanzi alle esperienze dell’ultima lotta, il Partito comunista mantiene il suo atteggiamento per il fronte unico proletario e l’azione generale contro l’offensiva borghese, ed invita ancora una volta ad una azione comune tutte le forze organizzate del proletariato, anche rispondenti ad altre scuole politiche.

Ma l’organizzazione e la esplicazione della nuova lotta devono tener conto delle esperienze di quella che ora si è chiusa.

L’Alleanza del Lavoro deve sopravvivere malgrado e contro quelli che l’hanno snaturata. Essa deve poggiarsi localmente sulle masse, con elezione diretta dei rappresentanti, con Comitati locali proporzionali alle tendenze politiche, e con un organo supremo eletto da un Congresso Nazionale dell’Alleanza, in modo rispondente alle necessità dell’azione.

L’intesa di tutte le forze proletarie non deve avere per obiettivo l’assurdo di Governo borghese che restituisca le libertà e i diritti proletari, ma l’affermazione della forza indipendente delle masse.

Il proletariato deve prepararsi ad adoperare ancora l’arma della simultanea mobilitazione di tutte le sue forze, nell’affasciamento di tutte le vertenze che l’offensiva borghese seguiterà implacabile a suscitare, nel campo delle lotte sindacali, come nella quotidiana guerriglia con il fascismo. Il proletariato deve difendere le ragioni della sua vita, il salario, l’orario di lavoro, deve lottare contro la disoccupazione, deve difendere i suoi Sindacati: o cadrà nella schiavitù peggiore.

L’arma per le battaglie che questa guerra comporta, è lo sciopero generale, che non ha in sé un valore miracoloso, ma che è efficace in ragione della sua impostazione e del modo col quale lo si dirige. Eliminato da esso ogni pacifistico intralcio e ogni utilizzazione per manovre parlamentari, anche se non si tratterà nel prossimo scontro generale di realizzare la massima rivoluzione politica, si dovrà tendere ad arrestare l’avanzata economica e militare dell’offensiva avversaria, a conquistare delle salde posizioni di forza.

Quindi i comunisti, indicando al proletariato tutti i pericoli della tattica ieri applicata dai capi rivelatasi indegni, sostengono ancora la parola della azione generale proletaria contro la reazione, come impiego diretto di forza classista, e non per cercare la difesa delle masse nell’azione dello Stato.

Il problema del Governo sarà risoluto dalle masse solo col Governo operaio. E il Governo operaio si conquista con la mobilitazione rivoluzionaria della classe lavoratrice, con la guerra di classe, che ha le sue battaglie e le sue tappe, ma alla quale non si può rinunziare, se non si vuole che il proletariato pieghi per sempre la testa sotto il giogo che vuole imporgli la prepotenza bestiale dello schiavismo, feroce pretoriano del capitale.

Viva la riscossa del proletariato!

Viva il Comunismo!

Il Partito Comunista

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