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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 01 Aprile 2020

I traditori e i loro complici (Il Comunista, 11 luglio 1922)

Il Comunista, 11 luglio 1922

Siamo convinti che tutti coloro i quali serbano almeno un ricordo di ciò che dovrebbe essere un’azione di classe, saranno unanimi nel giudizio sull’accordo con il quale il signor Bruno Buozzi ha creduto bene chiudere l’agitazione e lo sciopero degli operai metallurgici. Tutti saranno unanimi nel dire che coloro i quali hanno condotto a simile esito una lotta iniziatasi tra il fervore entusiastico di tutte le masse italiane, e quindi sotto il migliore degli auspici, non sono degni più di essere detto di “capi” di una organizzazione operaia.

Il sig. Bruno Buozzi ed i suoi colleghi dirigenti della Fiom debbono essere perciò additati agli operai di tutta Italia, ed agli operai e ai contadini bisognerà sottoporre le vicende del movimento metallurgico perché traggano da esse la convinzione che non si potrà più parlare di lotta di classe fino a che da simile gente non siano state liberate tutte le organizzazioni operaie. Nell’interno dei Sindacati, dunque, continua la battaglia.

Nell’interno dei Sindacati deve formarsi il fronte unico rivoluzionaria degli operai coscienti contro i dirigenti traditori e vili.

Ma vi è un aspetto più strettamente politico della questione che deve pure essere esaminato subito.

Lo sciopero metallurgico è stata la prima grande azione di masse che si sia compiuta da quando si sono avuti i primi segni di un riaccendersi di spirito combattivo nelle file dei lavoratori d’Italia. In questa azione sono venuti a sboccare l’impeto di riscossa manifestatosi nella giornata del primo di maggio, e la volontà di rivincita alimentata dalla costituzione dell’Alleanza del Lavoro.

Il fondo di questo movimento era dunque politico. Poteva sorgere da esso l’ondata prima dell’azione generale liberatrice, e ad ogni modo esso doveva riportare in prima linea, accanto alle altre forze politiche, la forza degli operai e dei contadini organizzati e combattenti la lotta di classe.

Hanno inteso ciò tutti partiti politici del proletariato? Lo hanno inteso quelli che ai principi della lotta di classe amano richiamarsi, proclamando di volere sulla linea da essi indicata riordinare le forze operaie?

Queste domande è necessario siano poste davanti alle menti dei lavoratori italiani, contemporaneamente a quella che si riferisce alla responsabilità dei capi sindacali.

Per ogni movimento proletari esiste, infatti, accanto alla responsabilità dei Sindacati, un responsabilità dei partiti politici. Quale dei partiti che amano ancora chiamarsi “proletari” ha sentito questa responsabilità?

Rivolgiamo la domanda ai signori della destra socialista, la rivolgiamo ai massimalisti e a tutti quanti. La rivolgiamo a tutti perché il problema della forza operaia è un problema che tutti interessa in egual modo. Interessa la destra che non potrà mai cessare dall’essere un’accolta di mendicanti della politica fino a che la risolta offensiva proletaria la faccia almeno apparire come rappresentante di un potere reale. E interessa la sinistra – quella sinistra massimalista, che da quando ha visto in pericolo i posti che i suoi capi occupano nel Partito ha risfoderata la demagogia parolaia di due o tre anni fa.

Non discutiamo, in teoria, la buona fede di questi signori: mettiamola invece alla prova dei fatti. I fatti sono le agitazioni ed i movimenti che sorgono sopra il terreno concreto delle lotte economiche per la difesa contro l’attacco dei padroni. Qui si deve inserire, qui deve dar prova di sé la volontà di quei partiti che proclamano la lotta di classe, qui è il terreno dell’azione loro: per dirigere, per sostenere, per smascherare, per aprire le vie per le quali i movimenti economici debbono diventare travolgente azione politica di riscossa.

Su questo terreno concreto e determinato è la pietra di paragone dei partiti proletari.

Che cosa hanno fatto i riformisti? Hanno tradito e hanno lasciato che i colleghi loro tradissero, forse per procurarsi in tal modo un argomento polemico contro i loro avversari. Ma di fronte al tradimento i massimalisti, che hanno nelle loro mani un “vecchio e glorioso” partito, che cosa hanno fatto? Nulla, meno di nulla. Non un monito, non una parola d’ordine, non un giudizio che servisse a fare accorte le masse, a rendere più difficile l’azione dei capi.

I massimalisti sono acerrimi concorrenti dei riformisti fino a che si tratta di disputarsi i posti che il Partito mette a disposizione della frazione che comanda; ma quando si tratta di impedire un tradimento essi non ci sono, anzi sono i complici necessari.

Occorre mettere tutti i politicanti di fronte alle loro responsabilità.

Noi, e con noi la miglior parte del proletariato italiano, speravamo dallo sciopero metallurgico l’inizio della riscossa contro i padroni. Facciamo sì che esso sia almeno inizio di un’altra riscossa: contro i dirigenti che sono d’accordo con i padroni per fare andare disperse le forze operaie.

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