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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 15 Luglio 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

Serenità mistificatrice (Il comunista, del 17 Marzo 1921)

(Storia della Sinistra III, 1986, pag. 472)

Col titolo "Una parola serena", l'organo magno dei socialisti si decide a parare le nostre botte dirette contro il disfattismo dei nostri ex-compagni[1]. Si tenderebbe dunque ad una elevata e serena discussione?

Noi non crediamo ciò molto più possibile della civile forma di lotta che gli ex tendono a realizzare nei rapporti delle guardie bianche borghesi.

Si ricordi che, nelle discussioni che precedettero il Congresso, da noi comunisti la discussione fu impostata molto alto, sul terreno appunto della critica obbiettiva delle idee. Ci si rispose con ogni sorta di insinuazioni e falsificazioni ingiuriose e cattive, che oltre le nostre persone giungevano a colpire quelle dei compagni che occupavano i primi ranghi tra i benemeriti del nostro ideale, da chi ostentava di voler restare con noi e con l'Internazionale. Dimostrammo di saper rispondere a misura di carbone. Avvenuta la separazione, la polemica è continuata, e continuerà nelle forme che quei signori meritano, nelle sole, anzi, che meritano, dato il loro contegno.

Ad ogni modo è divertente che gli unitari abbiano quasi completamente taciuto dinanzi ai nostri decisi attacchi, e prendano la parola quasi implorando che si torni sul terreno da loro volutamente abbandonato.

Uno sforzo di buona volontà lo potremmo anche fare, se la richiesta di serenità non dimostrasse a prima vista di contenere e di coprire altre mistificazioni sleali.

L'articolo dell'Avanti! infatti imposta la discussione su di una premessa totalmente falsa. Esso prende le mosse dalla nostra accusa di disfattismo, ma la formula in un modo che mai ci siamo sognati di enunciare. Noi vorremmo, secondo il nostro contraddittore, affibbiare ai socialisti la responsabilità di avere scatenato il fascismo con la loro propaganda di violenza.

Ci trovino i socialisti uno di noi che abbia scritta una così grossa bestialità e noi ci impegniamo a sbatterlo fuori dal Partito Comunista, e, per maggior vergogna, ove essi consentano, a regalarlo al Partito Socialista.

La lezione marxista che l'Avanti! tira fuori per smantellare quell'immaginario punto di vista, è dunque completamente oziosa. Le cause della violenza fascista non consistono per noi nel verbalismo di certi rivoluzionari, sono molto più in là, anche più in là della guerra. La violenza proletaria è una indeprecabile necessità storica, contro la inevitabile violenza reazionaria borghese; entrambe sorgono parallelamente dalla natura dei rapporti sociali capitalistici; anche senza l'accelerazione della crisi rivoluzionaria derivata dalla guerra, il ricorrere del proletariato alla violenza, come una sua iniziativa, per una azione offensiva (e non soltanto per difendersi quando eventualmente la borghesia passasse ad attacchi diretti violando le stesse sue leggi e concessioni) era cardine fondamentale del metodo marxista. Non ci saremmo né ci siamo sognati di rivolgere ai massimalisti rientrati l'accusa di avere scatenata l'odierna violenza dei bianchi.

Come, dunque, discutere serenamente con chi cambia le carte in tavola?

Tuttavia chiariremo ancora la questione, per dimostrare all'evidenza quale sia la inoppugnabile responsabilità contro-rivoluzionaria dei nostri compagni di ieri, quale sia l'abisso che oggi separa il nostro metodo dal loro.

Essi hanno la colpa gravissima, dopo aver parlato alle masse della necessità della violenza e della dittatura proletaria (predicazione che si deve fare con serietà e coscienza) di non avere nulla fatto per prepararle ed organizzarle per l'azione rivoluzionaria, in quanto hanno tollerato che la minoranza di destra del Partito svolgesse contemporaneamente la propaganda della non violenza e della non dittatura; hanno lasciato che in tutti gli episodi della lotta di classe nei quali, anche mancando la possibilità della finale azione rivoluzionaria, si può e si deve esercitare e rafforzare la capacità di azione delle masse, le decisioni da prendere fossero influenzate dai capi parlamentari e sindacali appartenenti a scuole che, per partito preso, rifuggono da quelle finalità.

Finalmente oggi quelli che furono i massimalisti si sono senz'altro portati sul terreno dei loro avversari, che avevano battuti a Bologna con grande sfoggio di superficialità e di leggerezza declamatrice rivoluzionaria. I documenti di questa conversione sono da noi stati dati con abbondanza e non occorre ripeterli.

Ma noi sappiamo che il capo della compagnia è anche il più furbo di tutti, ed anche il miglior demagogo. Noi vediamo che egli vorrebbe frenare un po' la marcia verso destra. All'estrema destra egli vuole arrivarci, ma senza un'eccessiva fretta che potrebbe tutto guastare. Ed escogita formule intermedie.

L'articolo che discutiamo non è una elucubrazione teoretica. Mai più. Alcuni compagni esteri hanno avuto la ingenuità di mettersi a discutere certe affermazioni del Serrati come se fossero il risultato di un organico atteggiamento dottrinale. Così per la famosa tesi: la violenza si, ma come atto finale risolutivo; che corrispondeva invece ad un ripiego polemico del momento e come tale andava trattato.

Così avviene oggi con un altro argomento che sfodera il Serrati: quello dell'individualismo (?) che avrebbe contrapposto le azioni frammentarie e sporadiche che susseguono << ad ogni colpo di rivoltella >> all'azione metodica e preparata voluta dal comunismo.

Il Serrati dà del volontarista agli altri e non si accorge di fare - per puro incidente polemico - il più volontarista di tutti. Se vi è una affermazione non marxista né determinista, essa sta in questo suo umoristico modo di intendere la preparazione rivoluzionaria; la cui mancata realizzazione egli attribuisce, in modo spassoso, ai difetti speciali del popolo italiano. Il partito di classe dovrebbe rinviare la violenza proletaria al momento in cui si crederà in grado di dare il segnale dell'azione generale e coordinata, ma fino a quel momento dovrebbe avversare, condannare, sconfessare, ogni conflitto tra le forze proletarie e quelle borghesi, sotto pretesto che si tratti di violenza << individuale >>; dovrebbe, anzi, impedire che ciò avvenisse!

Invece il nostro concetto si differenzia assai da tutto ciò. Il partito di classe rivoluzionario lavora in base alla esistenza delle condizioni e degli inizi, nell'attuale periodo storico, dello scontro finale tra le classi. Esso si prefigge di aggiungere a questa guerriglia determinata dalle situazioni storiche l'influenza organatrice della sua opera, che deve dare migliore utilizzazione ed efficacia alla ribellione proletaria. Esso non adopera la sua possibilità di prendere iniziative e disporre azioni per assalti isolati, prima che la coordinazione generale dell'attacco sia valutata attuabile con probabilità di successo. Esso si preoccupa, nei conflitti locali ed occasionali che avvengano, di non essere trascinato ad impegnare tutte le forze in condizioni sfavorevoli, ma anche di non perdere terreno nell'opera di preparazione già svolta, e che deve tenere conto dei coefficienti psicologici collettivi. Esso tende a dare alle masse l'impressione che la sua rinunzia ad iniziative di azione rivoluzionaria contiene elementi di forza e non di debolezza, a ribadire la convinzione che si giungerà all'impiego dei mezzi rivoluzionari, e perciò non getta il discredito su di essi. Qui si stabilisce la differenza tra il nostro criterio e quello socialista, anche nella gesuitica forma di pseudo teorizzazione datagli da Serrati.

Nella situazione di questi giorni i socialisti hanno detto alle masse non quello che dice Serrati; cioè: prepariamoci meglio, ma evitiamo gli scontri in questo momento; essi hanno chiaramente detto, rinnegando ogni loro precedente dichiarazione: vedete che cosa terribile è l'uso della violenza, la guerriglia civile? Bisogna che per altre vie si affermi l'avanzata proletaria. L'offensiva fascista non l'hanno scatenata essi: ma la loro colpa è di disarmare la massa credendo di fermarla, appunto perché scioccamente pensano di averla scatenata loro. Ma anche la insidiosa formula dell'Avanti! è disfattista. Essa equivale a disporre una ritirata illimitata, che non potrebbe che rompere la compagine morale e materiale delle forze rivoluzionarie, facendo sì che nella preparazione rivoluzionaria che si voleva garantire sia per sempre compromessa e spezzata, poiché preparazione vuol dire esercizio ed abitudine, collegare alla reale esplicazione degli eventi, correggendoli in misura sempre maggiore ed esatta, non negazione passiva di essi ed attesa nirvanica, che non si può realizzare, o si può a solo vantaggio dell'avversario borghese. E questo è volontarismo negativo, ma non antivolontarismo. Questo vuol dire adoperare quel tanto di influenza positiva di cui si dispone per la causa dell'avversario.

E sul terreno dei fatti la nostra attitudine si è nettamente differenziata da quello che Serrati sostiene, e da quello che in pratica i suoi hanno fatto. Se anche nulla di più avessimo fatto dei socialisti che astenerci dal loro vile linguaggio, questo basterebbe a stabilire, contro il loro metodo la bontà del nostro. Ma la differenziazione ci è stata anche nei fatti. Noi abbiamo detto chiaramente che, pur non prendendo l'iniziativa di una azione generale rivoluzionaria, per la preparazione ideale e materiale del proletariato, e proprio per non essere trascinati verso l'ignoto, o verso il certo tradimento socialista, era indispensabile rispondere alle manifestazioni della violenza bianca coi medesimi mezzi. Anche se noi avessimo solo moralmente proclamata la nostra solidarietà con gli spontanei atti di risposta proletaria, già si sarebbe incisa nei fatti la differenza tra noi ed i socialisti che vilmente li ripudiavano. Ma noi abbiamo data la parola d'ordine ai comunisti di tenersi preventivamente preparati a rispondere in caso di prevedibili attacchi fascisti in certe zone. Noi continuiamo su questa linea d'azione. I fatti ne dimostrano la bontà agli effetti dell'elevamento del morale della massa e del suo inquadramento da parte del Partito, per cui occorre la fiducia in esso, primo aspetto della preparazione ad azioni generali.

I socialisti ed i nostri avrebbero tenuto egual contegno nella partecipazione pratica e nella direzione delle masse in questi fatti? Non è molto comodo discutere certe cose con contraddittori poco scrupolosi. Vuole l'Avanti! i nomi dei socialisti che hanno disertato i posti di responsabilità? Badi bene, noi non ci mettiamo sul terreno idiota di contare... quanti ne abbia ammazzati Tizio e con quanta velocità sia fuggito Sempronio. Questo è l'aspetto esteriore e personale della cosa. Noi parliamo di influenza generale sulle masse della tattica dei partiti e delle disposizioni emanate e attuate. Potremmo agli innumeri esempi di rinnegamento da parte dei socialisti dell'azione proletaria aggiungere la citazione dei nomi di iscritti al PSI che dopo aver partecipato all'azione - non erano dunque dei vili nel senso materiale - hanno detto alle autorità borghesi: da quelli che fanno queste cose ormai noi ci siamo divisi! Potremmo dire altre cose che il tacere è bello.

Resta così più che mai dimostrato che i socialisti del vecchio partito hanno fatto, come autentici socialdemocratici, il gioco della borghesia ripetendo alle masse che si devono ostracizzare i mezzi violenti; resta dimostrato che è un tentativo sballato quello di giustificare la cosa col ripiego che si tratta solo di rinviare l'azione rivoluzionaria al momento opportuno. Simili dichiarazioni sono sempre fatte da tutti i contro-rivoluzionari: esse sono ormai caratteristiche del "centro" che in tutti i paesi tiene bordone al riformismo mentre questo tiene bordone alla borghesia, in quanto questa politica é proprio quella che accortamente disarma le masse e le consegna un giorno smarrite e impotenti alle orge della controrivoluzione.

[1] "Avanti!" del 13 marzo 1921

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