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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Venerdì, 30 Ottobre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Il problema del potere (Il comunista, 13 febbraio 1921)

(Storia della Sinistra III, 1986, pag. 315)

Il processo attraverso il quale si è svolta in Italia la conversione del movimento politico proletario verso le posizioni di principio e di tattica del comunismo, con i noti episodi che lo hanno caratterizzato fino alla recente scissione in minoranza dei comunisti da un partito che già aderiva alla Terza Internazionale e quei principi e metodi dichiarava di aver abbracciato nella sua grande maggioranza, questo processo colle sue discontinuità ha offerto il destro agli avversari del comunismo di insidiare la formazione di una vera coscienza e preparazione rivoluzionaria, prima che colla loro abile tattica politica, colla semplice critica teorica tendente a battere in breccia le affermazioni comuniste troppo leggermente formulate e difese in un primo tempo. E' compito, lo abbiamo detto altre volte, del Partito Comunista, che in modo organico continua oggi l'opera proficua delle correnti propriamente comuniste sorte nel vecchio partito, ristabilire anzitutto le chiare posizioni di principio che nettamente differenziano i comunisti dalle altre e tradizionali scuole socialiste, creando quella incompatibilità e quel contrasto di pensiero e di azione che ovunque hanno schierato i partiti comunisti contro gli avanzi dei vecchi partiti della Seconda Internazionale.

Su questo abisso, che oggi appare ancora prevalentemente sotto l'aspetto teorico, ma che ogni giorno di più diviene antitesi violenta ed implacabile nell'azione, si sarà invano tentato di gettare la insidiosa passerella unitaria, fragile ed ingannevole ponte su cui il proletariato, ove si inoltrasse, si avvierebbe a precipitare nel baratro della controrivoluzione.

Le conseguenze della guerra e gli avvenimenti di quei paesi ove prima esse hanno determinato convulsioni rivoluzionarie, hanno posto in tutta la sua chiarezza il problema della emancipazione della classe proletaria, rimettendo in piena evidenza la soluzione geniale datale dal marxismo, e provocando una violenta polemica, preludio dovunque di una lotta senza quartiere, anche colle armi in pugno, tra i seguaci di quel metodo rivoluzionario divenuto patrimonio della Internazionale Comunista, ed i vecchi socialisti rimasti sul terreno delle degenerazioni riformistiche dei concetti marxisti.

Il punto centrale del contrasto tra questi due metodi sta nel modo di considerare il problema del potere nei rapporti tra le classi, nello sviluppo che dall'attuale dominio della classe borghese deve condurre alla vittoria definitiva del proletariato.

I socialdemocratici, che si sforzano di rivendicare il loro legame al ceppo marxista, mostrano di accettarne alcune posizioni fondamentali, quando affermano di essere socialisti e spiegano che per aver diritto a questo aggettivo basta, secondo essi, accettare i criteri della collettivizzazione economica, e della necessità che per raggiungere questa il proletariato pervenga ad impossessarsi del potere politico, oggi detenuto dalla classe capitalistica. Di qui comincerebbe una secondaria divergenza di scuole e di tendenze. Invece è importantissimo mostrare che dalla posizione che si assume dinanzi a questioni che sembrano presentarsi logicamente dopo, dinanzi cioè al modo preciso e concreto di intendere il trapasso del potere politico dalla borghesia al proletariato, emergono così profondi contrasti che rilevano l'antitesi di principio tra coloro che il pensiero marxista seguono senza arrestarsi dinanzi alle sue estreme conseguenze, e coloro che lo contorcono fino al punto di trarne tali conclusioni, che dimostrano in chi le sostiene una mentalità perfettamente antirivoluzionaria e borghese, preludio di una alleanza di fatto colla borghesia quando il comunismo dal campo della critica volga a quello della preparazione e della azione decisiva.

Stato borghese e stato proletario

È pacifico che l'attuale Stato borghese è il protettore degli interessi e dei privilegi capitalistici, e che lo Stato proletario di domani dovrà essere invece l'artefice della demolizione dei privilegi economici del capitalismo ed il costruttore della economia collettiva, ossia delle basi di una società senza divisioni di classe e senza Stato. Ma ottenuta l'adesione formale a queste tesi teoriche del marxismo a cui si riattaccava nel suo discorso di Livorno lo stesso Turati, occorre chiedersi e chiedere quali caratteri avrà lo Stato proletario che lo differenzino dallo Stato attuale, per poter risolvere il problema concreto degli aspetti della crisi che condurrà dal primo al secondo, problema da cui dipendono le vitali conclusioni di ordine tattico che devono guidare l'azione del proletariato.

Su questo punto l'Internazionale Comunista, forte di decisive esperienze e conferme della storia che vive, pone delle tesi che, giusta la decisiva e geniale documentazione e disamina di Nicola Lenin nella poderosa sua critica dello Stato nel trapasso rivoluzionario, riconfermano luminosamente l'attitudine che presero in materia Carlo Marx e Federico Engels. Lo Stato proletario non potrà conservare né l'attuale sistema di rappresentanze elettive dello Stato borghese, ne tanto meno il suo apparato, la sua organizzazione esecutiva e funzionale, burocratica, giuridica, poliziesca e militare. Ciò – diciamo subito - non vuol dire che lo Stato proletario non avrà le sue rappresentanze elettive, e il suo meccanismo esecutivo con funzionari, tribunali, polizia ed esercito; ciò vuol dire che questo nuovo apparato sarà totalmente diverso da quello attuale, anche perché non avrà bisogno della distinzione esistente nello Stato borghese tra l'apparato rappresentativo e quello esecutivo, ma soprattutto per fondamentali differenze di struttura, derivanti dalla opposizione dei compiti storici da svolgere, che le rivoluzioni proletarie, dal glorioso tentativo della Comune di Parigi al trionfo della Repubblica russa dei Soviet, hanno messo in luce decisiva.

Quei cosiddetti socialisti che non intendono come le istituzioni rappresentative dello stato borghese: parlamenti, consigli comunali e provinciali, non possono essere le rappresentanze di uno Stato proletario, non intendono nulla del contenuto centrale del marxismo: la critica della democrazia. Non intendono come il principio fondamentale democratico di dare eguale diritto elettorale politico a cittadini di tutte le classi sia nato colla borghesia e debba morire con essa, in quanto il suo funzionamento equivale alla garanzia che il potere resti nelle mani della classe capitalistica. Non vogliamo ripetere gli argomenti teorici di questa dimostrazione, ma solo ricordare che l'attuale convulsionario periodo nel quale sono germinati governi di ogni specie, non solo non v'è esempio di un governo socialista su base democratica parlamentare che assolva la funzione di demolizione dei privilegi borghesi, ma quei governi di tal natura che esistono in alcuni paesi sono i più feroci complici della borghesia interna ed estera ed esercitano la reazione antirivoluzionaria peggiore.

Lo Stato proletario, appunto in quanto tende non a conservare stabilmente i rapporti di oppressione e di sfruttamento di una classe su di un'altra, ma fa pesare sulla borghesia la volontà organizzata del proletariato allo scopo di sopprimerla col più rapido processo possibile e dar luogo alla società senza classi, deve fin dal primo momento negare alla borghesia, le cui funzioni economiche non può istantaneamente sopprimere, ogni forma di diritto e attività politica.

La storia ha dimostrato che l'unica forma possibile di potere proletario è quella che ha per organi di rappresentanza non i parlamenti ed altri istituti democratici, ma i consigli eletti solo dai membri della classe proletaria. A una simile forma di potere, alla dittatura proletaria, non si arriva attraverso la democrazia, ma attraverso la demolizione di essa.

Ecco un punto fondamentale di dissenso tra i comunisti e i socialdemocratici, che pensano di andare al potere nei parlamenti e coi parlamenti. La diversità, l'antitesi, è strettissimamente connessa col modo di considerare la macchina esecutiva dello Stato borghese. Infatti qualunque trapasso parlamentare di potere, anche se fosse accompagnato da esteriori mutamenti di certe forme costituzionali, si risolverebbe nel cambiare i ministri, cioè in fondo coloro che meno influiscono sulla “routine” del funzionamento di tutto l'apparato statale. Mentre i comunisti si propongono di costituire una nuova macchina di potere le cui funzioni, rispetto a quella borghese, siano perfettamente capovolte, i socialdemocratici presentano al proletariato la possibilità di prendere la macchina attuale con procedimento parlamentare, ossia pacifico e legalitario, e servirsene per i fini rivoluzionari della espropriazione della borghesia.

Vi sono quindi due concezioni diametralmente opposte della presa del potere da parte del proletariato. Anche i D'Aragona, i Baldesi, dicono di essere per la presa del potere, e di aver abbandonata la vecchia tesi riformistica di accettare parte del potere sotto forma di alcuni rappresentanti socialisti in un ministero borghese. Ed i comunisti unitari avanzano ciò come una accettazione della tesi comunista, appunto dimostrando con questo che neppure essi sono sul terreno vero e proprio del comunismo. Il problema infatti non sta nella proposta formale di andare al potere, ma nel riconoscere o non riconoscere la fondamentale affermazione comunista che IL POTERE DELLO STATO RESTA DI FATTO NELLE MANI DELLA BORGHESIA FIN QUANDO SONO IN PIEDI GLI ISTITUTI PARLAMENTARI ED ESECUTIVI DELLO STATO ATTUALE. Poiché una maggioranza parlamentare ed un ministero socialista non potranno mai sopprimere il Parlamento con cui saranno ascesi alla direzione dello Stato: poiché, anche se questo assurdo non fosse evidente, è evidentissimo che essi non potranno né imprimere alla macchina esecutiva un moto e una funzione diversa da quelle che sono nella sua natura, e tanto meno abbatterla, poiché è proprio essa che costituisce la forza organizzata dello Stato che dovrebbe essere a loro disposizione per l'attuazione dei loro propositi; questa andata al potere non si risolverebbe che in una illusione di cui vedremo altra volta le conseguenze per il proletariato. Tra un simile programma e quello comunista vi è tale contraddizione, che ogni mezzo termine è inconcepibile. Certi che il proletariato nel suo cammino, o costruirà gli istituti suoi propri di governo, o ricadrà sotto la dominazione borghese, certi che in questo cammino il proletariato si incontrerà nell'ostacolo dell'apparato di forze organizzate ed armate dello Stato borghese, che non ha per suo fine la difesa di una legalità convenzionale che possa dar ragione oggi alla conservazione borghese, domani alla rivoluzione proletaria, ma ha per suo fine la protezione anche con la forza e con le stragi del regime capitalistico; i comunisti dicono al proletariato che sulla via della sua emancipazione vi è la necessità della lotta armata contro il sistema statale borghese, che la presa del potere da parte della classe lavoratrice non è effettiva se non con la distruzione dei parlamenti, della burocrazia, della polizia, dell'esercito borghese, e che quindi la lotta deve essere intrapresa ponendo bene in evidenza che sarà la forza armata il mezzo risolutivo indispensabile per trionfare.

All'uso di essa il proletariato deve dunque essere preparato: idealmente, distruggendo i pregiudizi borghesi così cari ai socialdemocratici dell'avvento al trionfo proletario per vie legalitarie; materialmente, organizzando l'azione violenta proletaria che spontanea prorompe nel periodo attuale, e non condannandola e deplorandola come fanno ad ogni passo i socialdemocratici e i semi-socialdemocratici.

La distinzione è dunque chiarissima, ed ogni confusione tra i due metodi è impossibile, malgrado tutti gli sforzi del centrismo italiano che affetta di essere la sinistra del partito socialista ed è per la causa rivoluzionaria più pericoloso della destra stessa. Andare al potere, prendere il potere, conquistare il potere politico, ma come? Non col mezzo parlamentare, non con azioni pacifiche, capaci solo di condurre al cambiamento l'etichetta dell'attuale apparato statale di oppressione borghese; ma col fine di demolire il sistema di rappresentanza democratica e l'apparecchio di governo presente, col mezzo unico a ciò adeguato, dell'azione violenta rivoluzionaria delle masse. Sono solo comunisti, sono solo con la Internazionale di Mosca, quelli che affermano un tale programma e dimostrano di lavorare per esso. Gli altri dal più sinistro al più destro, non sono che i complici e i servitori della classe dominante.

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