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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Lunedì, 26 Ottobre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Per chi hanno votato i proletari (Il Comunista, 26 maggio 1921)

(Storia della Sinistra III, 1986, pag. 485)

I voti raccolti dal partito socialista sono stati in numero assai superiore a quelli del partito comunista, rappresentante della Terza Internazionale. Abbiamo già detto che non piangiamo per questo (naturalmente piangiamo meno ancora perché ci hanno sopravanzati i partiti borghesi) ma ciò non toglie che le cause di questo fatto vadano esaminate e discusse allo scopo di trarne conclusioni utili per la tattica di classe del proletariato.

Lo stesso nostro partito nei suoi manifesti ed appelli elettorali aveva attribuito alle indicazioni delle risultanze elettorali il valore di un indice, aveva detto che il quindici maggio si sarebbero contati i lavoratori che sono per il comunismo, attraverso la dittatura del proletariato e la repubblica sovietista, sul terreno del programma della Internazionale di Mosca. Ma nel parlare di questa consultazione, noi non davamo ad essa un senso maggioritario, come gliene danno i socialdemocratici. Come i comunisti organizzati nelle file del partito non saranno mai che una minoranza dei lavoratori, così anche gli elettori comunisti non potranno essere una maggioranza finché vi sarà il regime borghese: constatazione tanto poco sospetta, che essa, con il corredo di argomenti teorici e storici ben noti ai lettori della stampa nostra, forma la base della nostra critica al metodo, alla illusione socialdemocratica. Fino a quando le elezioni si faranno nel quadro della democrazia borghese, anche la schiera di proletari che daranno la manifestazione politica di votare per il partito comunista, ossia contro lo stesso sistema democratico borghese, non potrà che essere una schiera di avanguardia.

Appunto perché noi diamo a questa consultazione non il valore di una azione positiva in cui si compendii tutto il contributo che la massa deve portare alla lotta politica, ma il valore di un indizio indiretto della entità delle forze pronte per agire domani su altro terreno; noi non tenteremo mai nella nostra tattica elettorale di aumentare il numero degli elettori a scapito della loro qualità, ossia della loro coscienza di aver abbracciato il programma comunista, nella sua preponderante parte extra elettorale. Per le stesse ragioni per cui gli effettivi del partito comunista in cui si bada alla qualità degli aderenti molto più che nei partiti socialdemocratici e laburisti, saranno sempre inferiori a quelli di questi altri partiti; il numero degli elettori comunisti difficilmente supererà quello degli elettori socialdemocratici. Deve anzi ritenersi che il numero dei simpatizzanti non organizzati nel partito sia molto minore proporzionalmente per i comunisti che per i socialdemocratici: di qui una doppia ragione di diminuzione.

Quindi mentre il numero degli elettori comunisti, così come quello degli iscritti al partito, aumentando indicano senza dubbio un incremento della forza rivoluzionaria del partito, a condizione che non si consegua l’aumento attraverso opportunistiche attenuazioni e concessioni, quando si pone la questione come un confronto tra i voti comunisti e quelli socialdemocratici bisogna fare considerazioni molto più complete, tenendo conto che il nucleo dei comunisti iscritti al partito, e il più largo campo degli elettori comunisti, nel momento di azioni non parlamentari, ma direttamente rivoluzionarie, vedranno venire attorno ad essi gran parte delle masse immature che nell’agone elettorale si lasciano irreggimentare dai socialdemocratici.

Premesse queste considerazioni generali, vediamo quale grado di sviluppo rivoluzionario delle masse italiane possa desumersi dal fatto che, non nella lotta politica in generale, ma certo in quella elettorale, una parte preponderante di esse si lascia dirigere dal partito socialista.

* * * * *

I - Si tende a far apparire questo dato sconfortante per il comunismo partendo dal confronto colle elezioni del 1919 e valutando l’enorme messe di voti allora mietuta dal partito socialista, non ancora scisso, ed aderente alla Terza Internazionale. Non abbiamo bisogno di ripetere le ragioni che dimostrano come solo in apparenza quella lotta fosse impostata su di un programma massimalista; come il partito non fosse divenuto comunista che nell’etichetta, comprendendo esso una notevole corrente apertamente avversa al comunismo, ed una maggioranza che intendeva il comunismo in modo così insufficiente da mostrare all’evidenza che era destinata a chiudere quella breve parentesi demagogica per rivelarsi, come oggi ha fatto, intimamente socialdemocratica.

La lotta dette una gran parte di deputati riformisti e pseudo-massimalisti; magna pars di essa fu la riformista Confederazione del Lavoro, il partito vi lavorò con tutto il tradizionale metodo e le tradizionali risorse socialdemocratiche, senza esigere che la propaganda fosse impostata su di un programma preciso e costante; soprattutto esso fece gravitare la lotta sulla questione della guerra sfruttando, anche presso elementi, non solo non massimalisti, ma perfino non proletari, il suo passato di opposizione ad essa. Il partito socialista riuscì allora abilmente a sommare i voti dei proletari tendenzialmente rivoluzionari – ma la cui tendenza meritava di essere coltivata seriamente anziché imbastardita in quell’orgia di demagogia – con quelli di tutti gli elementi indecisi di classi intermedie, tendenti per logica di cose alla politica socialdemocratica. I fatti posteriori, gli stessi che hanno condannato l’azione del partito dimostrandola non rivoluzionaria, hanno dato un’idea del significato delle elezioni del 1919, hanno provato come esse, e in esse il trionfo socialista, furono una via di salvezza per la borghesia italiana; lungi dal poter essere accolte, non solo come un assalto rivoluzionario, ma nemmeno come un indice di forze rivoluzionarie in via di sicura preparazione a maggiori e più decisive lotte.

II - Nelle elezioni del 1919 e in tutta la sua azione il partito socialista paralizzò la formazione nelle masse di una coscienza comunista, suggestionandole del democratico concetto “maggioritario” – mettendo nell’ombra tutte le esigenze della preparazione come valori individuali e collettivi di allenamento teorico e pratico dinanzi alla necessità di “essere in molti”; molti nel partito, nei “fortilizi proletari”, nelle elezioni, con la formula dell’unità a qualunque costo che non era unione per raggiungere con sforzi veramente concordi uno scopo comune. Le elezioni stesse col loro risultato e le successive amare delusioni del proletariato avrebbero dovuto disonorare questo concetto “maggioritario”; ma questi processi tra le masse avvengono lentamente: e perciò il movimento socialdemocratico è dovunque il più efficace espediente controrivoluzionario. I 156 deputati, e poi comuni e province a bizzeffe, che recavano invece dell’accelerazione rivoluzionaria il raffreddamento ed il rinculo: Quale lezione della storia! Ma se il partito, se i bollenti massimalisti di Bologna non l’hanno capita che nella loro minoranza, era assurdo pretendere che, prima di altri intrinseci sconvolgimenti e ripercussioni sulla reale situazione delle masse - che non mancheranno - la potessero intendere vasti strati del proletariato.

Il fenomeno fascista, sanamente inteso, non è che una conferma evidente dell’illusionismo contenuto in quel concetto “maggioritario”, o, mi si perdoni la parola, “numeritario”. Basti pensare che esso ha maggiormente infierito dove più sono stati gli allori numeritari (contate i deputati, i consiglieri provinciali, i comuni socialisti nel ferrarese!) e arretra là dove, come nel mezzogiorno, credeva di essere senza alcuno sforzo il padrone. Ma invece l’appello del partito socialista italiano a debellare il fascismo a colpi di schede, di numeri, ha avuto ancora fortuna, dopo la scissione di Livorno. Logicamente, se il partito nulla aveva fatto per seriamente estirpare dai suoi seguaci il miraggio tradizionalmente legalitario, e se le sue declamazioni estremiste non avevano nemmeno intaccato l’allevamento del microbo parlamentarista che è la sua funzione essenziale, esso ha potuto, senza perdere tutti i suoi seguaci, fare questa mirabolante conversione nei suoi atteggiamenti esteriori (che nella sostanza nulla è mutato) passando da una falsa maldigerita predicazione antidemocratica alla esaltazione dei metodi legali di azione.

Indubbiamente il proletariato italiano ha creduto ancora che il numero delle schede e dei deputati fosse un presidio e un’arma di classe contro il prepotere dell’avversario. La propaganda comunista non aveva avuto né il tempo né la possibilità di disonorare questo concetto ignominioso e cretino: troppo si è permesso che l’opportunismo del massimalismo schedaiolo avvelenasse le coscienze e sciupasse le situazioni, prima di gridare apertamente a coloro l’epiteto che meritano: traditori! Ed allora si spiega come molti proletari dovendo scegliere tra l’efficacia del loro voto dato ai comunisti e quello del voto dato ai socialdemocratici abbiano ragionato così: da una parte si chiede il voto ma gli si nega ogni valore intrinseco; dall’altra gli si attribuisce, nel gran numero, un valore decisivo; e si è sulla via di accumularne molti di più: votiamo per la seconda, per i socialisti.

Certo questi proletari non sono comunisti, e non è male che non abbiano votato per noi. Se appena noi avessimo nelle evidenti e palpabili previsioni (in qualche punto è avvenuto) raggiunto una certa forza “numeritaria”, la valanga sarebbe piovuta sulle nostre liste, concorrendo con la convinzione istintivamente rivoluzionaria dell’elettore la mania “numeritaria” di contarsi in molti, di battere, sull’innocuo terreno dei verbali e dei computi, “la borghesia”. Auguriamoci che questa disgrazia non ci capiti mai. Tutti questi elettori proletari hanno voluto così fare l’esperimento di un metodo che sufficienti elementi hanno di già sfatato. Può essere deplorevole che occorresse ancora una prova ma così è. Quello che la convinzione antidemocratica perderà in prontezza, lo guadagnerà in profondità e potenza. Chi scrive non ha mai creduto che il migliaio di buffoni che sbraitavano nel congresso bolognese e in tante altre adunate le divertenti formule di un rivoluzionarismo anarcoide e scomposto avessero in tasca, anziché la medaglietta, il “babau” della rivoluzione in quindici giorni.

III - Occorre appena ricordare le ragioni per le quali il partito comunista non ha potuto spiegare tutte le sue forze contro questo miraggio. Anzitutto questo lavoro di propaganda critica non si fa durante la campagna elettorale. Durante la campagna elettorale si rubacchiano voti, e non si fa null’altro di buono o di utile, se non preesiste una salda preparazione antecedente di partito nel campo della propaganda e del disciplinamento delle proprie forze. È un risultato enorme aver fatto le elezioni, prendendo i voti che decentemente si potevano e dovevano prendere, senza avere imbastardito tutto l’apparato del lavoro in corso e la chiarezza dei nostri orientamenti teorici e tattici, senza renderci prigionieri di illogiche situazioni.

Ricordiamo appena che avevamo un partito in costituzione, fatto di astensionisti tanto convinti quanto disciplinati e di elezionisti... che si cominciavano a pentire di aver disciplinato i primi. L’inquadramento delle masse da parte del partito è un lavoro formidabile, che si fa in moltissimi campi, dall’azione sindacale agli scontri di piazza, che nelle elezioni si constata, ma non si sviluppa. Soprattutto siamo sicuri, per la stima che abbiamo del partito, che esso non intravede il suo compito avvenire nella facile prospettiva di un ascendere di statistiche elettorali; ma si augura di esser lasciato svolgere la sua opera di preparazione, così aspra e difficile, prima che una nuova elezione sopravvenga a ripetere il rischio di sviare in essa tutte le energie. Se sopravvenisse, faremmo lo stesso il nostro dovere, lasceremmo lo stesso senza sollecitazioni il morboso prurito “numeritario”.

IV - Le dettagliate comunicazioni che farà l’Esecutivo mostreranno che l’esito della lotta ha corrisposto alle previsioni, tenendo conto di varie circostanze che vi hanno influito. I deputati comunisti sono su per giù nel numero di prima. Non si può tenere a base del numero degli eletti – nel confronto col partito socialista – il numero degli aderenti al partito quale risultava al congresso di Livorno. Noi avemmo i voti di un terzo del partito; mentre i nostri deputati furono, giusta un’antica regola, che dà sempre meno deputati alle tendenze di sinistra, un settimo (18 contro 132) di quelli unitari; proporzione che le elezioni hanno conservata quasi esattamente. Ed è logico che il partito socialista abbia più larga schiera di simpatizzanti, per le ragioni accennate. Inoltre, come molti unitari riconoscono apertamente (vedi intervista Casalini sull’Ordine Nuovo)[1] la secessione comunista ha fatto guadagnare al partito socialista molti voti a destra. Se si tiene conto dell’astensione di moltissimi operai rivoluzionari, si vede che il rapporto dei voti proletari, e di seguito proletario soprattutto, tra noi e i socialdemocratici, anche per questa considerazione non può essere desunto da cifre elettorali.

Si aggiunga che la nostra politica è stata di non cercare i voti delle masse operaie sindacaliste ed anarchiche, molti dei quali con accorte manovre si sono attirati proprio i socialdemocratici. Per essi è buono il voto di un borghese che attende da Turati la salvezza dell’Italia, come quello di un operaio anarchico il cui astensionismo cade dinanzi al miraggio piccolo borghese della candidatura-protesta. Noi abbiamo chiesto ed avuto il voto di coloro che sono sulla precisa linea del programma comunista.

V - Non poco hanno influito le abili risorse dei socialdemocratici. La loro ipocrita condotta è stata già da noi denunziata: tutti i giornali del nostro partito ne pubblicano particolari ripugnanti. Anziché battersi lealmente nei contraddittori di idee e di metodi, i signori socialisti hanno ostentato di non volere la lotta fratricida per mettersi in buona luce dinnanzi alle masse e celare sempre più i termini della loro defezione dalle direttive rivoluzionarie; ma nell’ombra hanno sparso le voci più sfrontatamente false e diffamatrici, hanno diffuso false notizie di ritiro delle liste comuniste all’ultima ora: hanno influito sulle masse ignare dicendo loro che votando per i comunisti “il voto andava perduto” ecc. ecc. Da parte nostra si è risposto con metodi molto più sani, se pure meno adatti all’immediato successo di popolarità, con attacchi diretti ed aperti, anche violenti, ma a visiera alzata.

Ecco alla luce di quali considerazioni va giudicata la enorme differenza di voti tra socialisti e comunisti. È una indagine che ci preme solo perché ci preme seguire lo sviluppo della coscienza politica del proletariato verso il comunismo, non già per sciocche recriminazioni o dispiacere di non aver avuto maggiore successo elettorale.

Che anzi il nostro obiettivo resta quello di misurarci con i socialdemocratici su altro terreno, e siamo ben certi che le situazioni che si preparano staccheranno da loro completamente le masse rivoluzionarie, malgrado tutte le loro menzognere risorse e tutte le speculazioni sul passato colle quali cercano di ottenebrare la chiara impostazione dei problemi d’oggi. Il gran numero di voti avuti dal partito socialista italiano è per noi, alla stregua della critica marxista, un nuovo indizio che comprova come esso sia un apparecchio pericolosamente antirivoluzionario. Se dei comunisti credono che la nostra sconfitta numerica sia una cosa di cui occorra consolarsi, e se per consolarsi si compiacciono delle larghe votazioni dei socialisti, ad essi – previa l’osservazione che dei fatti è poco compiacersi o dolersi, che bisogna intenderli per servirsene nell’azione ulteriore – le nostre sentite condoglianze.

Ma abbiam ragione di credere che sono assai pochi.

[1] Nell’intervista riportata nell’ “Ordine Nuovo” del 22/5/1921, l’On. Casalini ammise che, a causa della “secessione comunista”, si erano avvicinati ai socialisti << uomini e gruppi a cui non piaceva la tattica violenta, e che invece simpatizzavano per l’antico carattere tradizionale >> del PSI.

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