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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Giovedì, 28 Maggio 2020
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

 

La collaborazione socialista (Il Comunista, 2 Giugno 1921)

(Storia della Sinistra III, 1986, pag. 493)

 

Prima di occuparci delle eventualità vicine o lontane della collaborazione del partito socialista al ministero borghese, è bene tornare a mettere in chiaro una pregiudiziale che agli opportunisti italiani farebbe comodo lasciare nell'ombra. È certo che essi collaboreranno nel senso governamentale con la classe dominante, ma finché non faranno questo passo fatale bisogna evitare che si creino il comodo alibi di dire: Siamo andati al ministero? No. E quindi siamo rivoluzionari, comunisti, quanto voi.

È una questione vecchia, ma bisogna sempre tenerla presente. Il nostro dissenso coi socialisti italiani, che è quello stesso che separa in tutto il mondo i comunisti dai socialdemocratici, non verte sulla compatibilità o meno della partecipazione al potere borghese, ma su un altro punto rispetto al quale la questione dell'andata al ministero è superatissima.

Se i socialisti italiani andranno al governo con Giolitti, con Nitti, con De Nicola o col diavolo che se li porti, vorrà dire che avranno sceso un altro gradino e confermato la verità del dilemma: o con la rivoluzione o con la controrivoluzione. Essi sono molto furbi e, grazie ai vari Serrati, staranno ancora parecchio tempo a mezz'acqua, e procederanno lentamente e “cum juicio” al rinnegamento supremo, ponendolo sotto aspetti tendenziosi allo scopo di conservare il loro grado di influenza demagogica sulle masse per quanto più sarà loro possibile. In questo sta il lato più velenoso della loro funzione antirivoluzionaria. Ma noi dobbiamo ripetere fino alla sazietà come la stessa loro politica attuale e passata sia anticomunista e contenga tutti gli elementi della loro differenziazione, anzi mostri l'abisso aperto tra essi e noi, tra essi e l'Internazionale comunista.

*****

Non occorre certo che io ripeta qui l'esposizione contenuta in tutti i testi fondamentali della propaganda comunista, e tra l'altro in una serie di articoli che nei primi numeri di questo giornale dedicai al problema del potere, ponendo i chiari interrogativi a cui i centristi non risponderanno mai. La questione fondamentale non è per noi se il proletariato possa condividere il potere politico, la direzione dello Stato, con la borghesia. Chi questo sostiene è sceso all'ultimo girone del cerchio dei traditori del proletariato, ma al disopra di quello vi sono altri gironi, e il meno schifoso dei traditori è sempre quello che più enorme e quindi visibile consuma il tradimento.

Il problema centrale è questo: dato che il proletariato per il processo della sua emancipazione deve impadronirsi del potere politico, di tutto il potere politico, per quale via giungerà esso a conquistarlo? Ed in quale forma potrà esercitarlo? La risposta comunista è quanto mai chiara: né la via della conquista del potere, né la forma del suo esercizio possono essere date dal meccanismo della democrazia parlamentare. Né la conquista del potere né il suo esercizio da parte del proletariato possono aversi senza l'urto violento delle classi, senza rovesciare con la violenza il potere borghese, senza infrangere la macchina statale attuale.

I socialdemocratici sono coloro che negano queste fondamentali verità acquisite dalla massima organizzazione di battaglia rivoluzionaria del proletariato mondiale con l'esempio grandioso della rivoluzione russa ed il ritorno alle basi granitiche della dottrina marxista, e sostengono invece che il meccanismo democratico attuale offre al proletariato il mezzo di giungere al potere per via pacifica ed evitando l'uso della violenza; che la forma del governo proletario potrà e dovrà essere democratica, ossia non privare dei diritti politici i componenti la minoranza sociale borghese. Coloro che sostengono questi metodi, e coloro che lasciano sussistere l'equivoco tra questi metodi e quelli comunisti, non possono far parte delle file dell'Internazionale rivoluzionaria, e sono i nemici di essa.

La storia si sta incaricando di dimostrare che, appunto perché queste tesi democratiche sono irreali e sballate, su di esse non si sta fermi, e i loro fautori nei momenti decisivi le abbandonano, passando così alla collaborazione di governo con la borghesia e alla complicità con essa nell'uso della violenza contro il proletariato rivoluzionario. Noi siamo ben certi che la socialdemocrazia italiana darà questo spettacolo edificante; ma non è solo su questa eventualità che si basa la nostra condanna dei socialisti italiani e la nostra acerba polemica con essi. Quando essi saranno "a quella eventualità", noi ci auguriamo con tutta l'anima di essere di faccia a loro con argomenti più adatti a combattere i nemici della causa rivoluzionaria.

In ogni modo all'Internazionale comunista, per liquidare gli opportunisti che la insidiano, basta assodare che si tratta di fautori delle tesi socialdemocratiche, o di gente che, non sentendo la necessità di tagliare i ponti coi primi, dimostra di essere della loro stessa specie (costituendone per noi la varietà più pericolosa).

In tali condizioni si trovano “ad abundantiam” tutti i socialisti italiani (si intende che eccettuiamo sempre i proletari turlupinati). Il socialdemocratico-tipo, prima del congresso di Livorno ed al congresso stesso, si identificava non nella frazione "di concentrazione", apertamente collaborazionista nel senso suddetto, ma nella famosa frazione "intransigente rivoluzionaria", costituita da quelli che non avevano inteso come il restare fermi sulla formula antebellica: intransigenza, lotta di classe, senza condurla al suo logico sviluppo: lotta rivoluzionaria, dittatura del proletariato, era a sua volta una forma di collaborazione con la borghesia. Nel voto, i seguaci di tale corrente si univano ai “comunisti unitari” (il saggio più interessante di opportunismo che ci abbia offerto la complessa storia dell’Internazionale). In realtà, erano i comunisti unitari che si ponevano sul terreno del nostro vecchio Lazzari, ripiegando dal mal digerito massimalismo bolognese. La dimostrazione di ciò si ritrova non soltanto nei loro discorsi al Congresso, dove chi ci capisce qualcosa è bravo, tra le filosofesserie baratoniane e le documentazioni serratiane e le lavativerie abbiane, ma nella posteriore attitudine del partito diretto dai “comunisti unitari”.

Il partito socialista ha rinnegato, non solo per considerazioni contingenti, ma in linea generale e di principio, l’uso della violenza rivoluzionaria. Il partito socialista nelle elezioni ha prospettato l’azione elettorale e parlamentare come la forma decisiva e centrale di azione proletaria che offre il mezzo non solo di realizzare i fini della classe operaia, ma perfino di respingere quelle controffensive borghesi che vengono a dimostrare in modo tangibile la fatalità dell’urto violento tra le classi.

Il partito socialista in tutte le sue proclamazioni si richiama ai suoi precedenti, non della ubriacatura massimalista, ma della “intransigenza classista antebellica”. La massimalista sezione di Milano, nel discutere delle elezioni in cui i riformistissimi hanno dato così elegante sgambetto ai rivoluzionari rammolliti tipo Agostini e C., risolveva la spinosa questione con un ordine del giorno del… teorico Bastiani che ha messo tutti d’accordo sulla “intransigenza classista”.

Questa è la formula attuale del partito socialista nella sua opera di coglionamento del proletariato, al quale abilmente cosi dissimula i veri termini del suo dissenso dalla Internazionale comunista, continuando la sua opera nefasta di disfattismo della preparazione rivoluzionaria.

Adunque per le sue stesse attuali dichiarazioni il partito socialista è su un terreno di metodi che corrisponde all’incirca al rivoluzionarismo intransigente antebellico, che aveva allora un valore rivoluzionario (ma oggi rappresenta il metodo opposto a quelli della Internazionale comunista) che è un metodo oggi impossibile e, non avendo saputo svilupparsi fino alle posizioni a cui noi lo abbiamo condotto, sulla sua linea storica d’incontro con le esperienze grandiose della rivoluzione russa, è destinato ad involversi nella complicità col trionfo di quel riformismo di cui dieci anni addietro fu il benemerito sconfiggitore.

*****

Stabilito così che, se anche l'eventualità della partecipazione ministeriale tarderà a verificarsi, restano sufficienti elementi per dimostrare che il partito socialista italiano è tutto – tutto, o filosofo Baratono! – controrivoluzionario e sabotatore della causa proletaria, diciamone due parole, di quella sollazzevole "eventualità" serratiana.

Il partito socialista, dopo aver ripiegato dal massimalismo sulla superata intransigenza alla Lazzari, si avvia rapidamente a ripiegare dall'intransigenza "classista" sul riformismo collaborazionista, apparentemente liquidato attraverso Reggio Emilia, Ancona, Bologna e... Livorno.

Avremo subito un ministero a cui parteciperanno gli uomini del partitone? Oh dio, no! Sarebbe uno scoprire troppo il viscido gioco della controrivoluzione. Sarebbe un compromettere gli stessi obiettivi della politica di transazioni con la borghesia.

Ma se ottime ragioni ci inducono a ritenere come canone fondamentale del comunismo che nella odierna situazione storica è politica di collaborazione anche il semplice riconoscimento dell'utilità del mezzo parlamentare per gli scopi dell'emancipazione proletaria, a più forte ragione può dirsi che per collaborare non occorre proprio arrivare alla situazione sfacciata e sputtanata della partecipazione ministeriale, ma basta appoggiare un ministero nei voti del Parlamento, basta astenersi da un voto, basta squagliarsi al momento buono, basta in certi casi fare una opposizione intelligente che spinga altri fattori politici all'appoggio ministeriale. I socialdemocratici italiani sono profondi in materia.

Di tutte queste forme larvate di appoggio a un governo borghese, tanto più insidiose, quanto meno accessibili alla generosa e semplicistica valutazione delle masse proletarie, il partito socialista ci ha dato esempi anche prima della scissione. Oggi è indubitato che esso si muoverà fin dal primo momento della nuova fase di attività parlamentare su questo terreno. Basta riferirsi alle molteplici dichiarazioni circa l'azione decisiva che la rappresentanza parlamentare eletta dal proletariato che ancora segue i socialisti dovrà esplicare, reclamando la cessazione delle gesta fasciste l'indennizzo dei danni, ponendo – finalmente – le famose questioni "concrete" che interessano le masse, e così via. Tutto questo è collaborazione perché è deviamento della pressione rivoluzionaria delle masse, perché è l'eterna complicità riformista rammendatrice degli strappi nelle istituzioni borghesi.

Ma avremo anche l'estrema dedizione. Subito? Forse no. Si lascerà il tempo a mutamenti che non muteranno l'essenza della cosa, ma che, abilmente sfruttati dagli accorti demagoghi del PSI, serviranno a rendere meno evidente il voltafaccia, la rinunzia definitiva alle gloriose tradizioni del partito, la dedizione suprema e supremamente vergognosa.

Si aspetterà dunque che lo svolgersi del gioco parlamentare consenta di piazzar bene la carta collaborazionista, carta giocata per fregare la causa del proletariato che ingenuamente ancora riversa suoi voti sui socialisti, tanto che si arriva fino al punto di reclamare la ripetizione delle elezioni in certe circoscrizioni per avere una più larga base parlamentare nel contrattare le forme e le proporzioni della partecipazione ministeriale. Cosicché non si può dire ancora in quale combinazione ministeriale, tra quelle che si succederanno sulla scena di questa nuova legislatura, si presenterà la partecipazione socialista. Con Giolitti? Con Nitti? Con... Mussolini? Non si può dire.

Ma gli indizi che la turpe eventualità si profila ormai certissima sono abbondantissimi e sicuri.

Lasciamo andare le interviste dei "destri" del partito, le dichiarazioni dei Treves e dei Modigliani. Per costoro la questione di principio è risolta da anni, e ad essi conviene considerare solo le prospettive contingenti; possono fare i difficili e gli schizzinosi, tanto si capisce subito come ciò miri solo a ottenere condizioni più convenienti nel contratto di società. Perciò essi diranno sempre che non è il momento, forse insisteranno nell'avanzare la pregiudiziale di rifare certe elezioni per arrivare al contratto con maggiori forze parlamentari.

Vediamo piuttosto quello che dicono i "sinistri". L'Avanti! di questi giorni fa pietà. Quando si scrive l'articolo "Con chi? E come?" vuoi dire che si è superata l'opposizione di principio alla collaborazione[1], e si mostra di avanzare assolute pregiudiziali negative contingenti solo per "abituare" la massa a vedere sotto questo nuovo aspetto – squisitamente "possibilista" – la questione, e a subire il voltafaccia di domani senza accoglierlo con uno scatto troppo brusco. È poi ridicolo citare come prova di decisa avversione alla collaborazione un articolo di "Battaglie sindacali"[2] che non è che l'enunciazione, in faccia alla borghesia, delle condizioni che si pongono per collaborare.

Si pensi che Vella, l'elemento di sinistra della corrente comunista unitaria, discutendo di collaborazione, ne fa anch'egli questione di circostanze e di uomini[3], e arrischia la considerazione ruffiana: con De Nicola... Ma con Giolitti no! Per Iddio! Siamo intransigenti rivoluzionari!

L'unico che resta esterrefatto e scandalizzato è proprio il vecchio Lazzari. Vella stesso definisce già la tendenza di sinistra del gruppo parlamentare socialista come tendenza "Lazzari-Baratono". Il Baratono si è tratto in disparte a meditare sull'impotenza della filosofia. Il vecchio Lazzari potrebbe protestare. Perciò i "massimalisti", che lo compativano quando parlava a Bologna, che lo applaudivano a Livorno, lo mandano oggi a Mosca... per levarselo dai Baratoni!

Questi custodi della tradizione sono Vestali da lupanare!

[1] L’articolo discute della possibilità o meno di collaborare con i diversi partiti presenti in parlamento, solo per concludere l’analisi particolareggiata di ciascuno con la frase: “in tali condizioni” parlare di alleanza, per i socialisti, è assurdo; il che, come è ovvio, non esclude che, in altre condizioni, ci si possa alleare. L’articolo dell’ “Avanti!” è del 27 maggio.

[2] A proposito di collaborazione, in “Battaglie sindacali” del 28 maggio 1921.

[3] Cfr. nell’”Avanti!” del 31 giugno l’articolo Il programma.

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