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DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

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Mercoledì, 21 Ottobre 2020

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco. 

Il «fatto compiuto» (Avanti! del 23-05-1915)

Era inevitabile. Nel tragico svolto della storia, che dalla neutralità ci porta nella guerra, le mezze coscienze si sono già confezionato l’alibi, per coonestare la defezione. Dopo aver fatto tutto il proprio dovere per evitare la guerra, sarebbe dovere dei socialisti di «accettare il fatto compiuto» e raccogliere l'invito alla cooperazione nazionale dei partiti per la vittoria delle armi d'Italia!

Tutto il proprio dovere?

Cominciamo col dire che quelli - speriamo resteranno in pochissi­mi - che si gettano ora con tanta fretta dall’altra parte, senza neppure attendere che la guerra vera sia iniziata, sono quei tiepidi neutralisti che il proprio dovere non l’hanno fatto ed hanno sempre covata una segreta, ma trasparente nostalgia per le comode ideologie antisocialiste dei guer­rafondai.

E lasciamo andare, per ora, nomi e fatti. Discutiamo, piuttosto, questa equivoca ed ipocrita tesi del fatto compiuto, che, se fosse accettata, diso­norerebbe il Partito socialista e ci metterebbe in condizioni di riconoscere come giuste e meritate tutte le affermazioni di Mussolini e dei suoi com­pagni sulla nostra incoscienza e la nostra viltà.

Dopo aver assistito, tra la compiacenza del mondo borghese, allo stu­pefacente aggiogamento dei socialisti dei principali Stati d'Europa alla causa della guerra, il Partito Socialista Italiano proclamò che l’Internazio­nale non era ancor morta, e si schierò contro l’intervento dell’Italia nel conflitto a favore dell’uno o dell’altro gruppo di belligeranti.

Si disse che facevamo la propaganda della viltà, dell’inerzia, dell’as­senteismo dalla decisiva tragedia storica, ci si denunciò come complici dei cattolici, degli austriacanti, ed ultimamente di Giolitti e di von Bülow. Rispondemmo ai nostri detrattori, più e meno mantenuti dai Consolati dell’Intesa, che la guerra non aveva distrutto il socialismo, ma confer­mata la necessità che questo seguitasse a svolgere la sua azione storica con la lotta di classe, anziché annullarla cancellando i propri connotati nel­la solidarietà patriottica con lo Stato e la borghesia.

Dicemmo che la nostra campagna per la neutralità era motivata da ragioni di principio e da interessi di classe, che la distinguevano netta­mente dalla neutralità borghese e dal suo torbido retroscena.

Molti di noi - giova riconoscerlo - errarono forse nel dare il primo posto a considerazioni d’ordine contingente e nazionale, che militavano contro la tesi dell’intervento e che per pura incidenza potevano essere condivise da nostri avversari; ma tutti proclamammo che il nostro Partito, attraverso la sua propaganda antiguerresca, e difendendo la sua indipen­denza di classe da ogni seduzione, come da ogni attentato, mirava all’alto compito storico di riscattare la dignità del socialismo e preparare il ter­reno alla nuova Internazionale proletaria, compito assai più grande - e più reale - di quelli che si potevano assolvere all’ombra del vessillo na­zionale ed in combutta coi tristi farisei del patriottismo mercantile.

Questa nostra limpida e sicura linea d'azione si spezza forse oggi in limine belli, sulle soglie della guerra borghese? No. Per quanto riguarda le ragioni nazionali, le motivazioni borghesi della neutralità che per noi non erano che subordinate, sta di fatto che esse sono cadute nel vuoto, poiché il dado é tratto e non resta altro interesse per lo Stato italiano che la vittoria contro il nemico, che a sua volta minaccia in armi. E ri­saltano oggi luminosamente il pericolo e l’insidia in cui cadono quei socia­listi che ammettono come indiscutibile il dovere di difendere la patria. L’Italia non é oggi, pur avendo presa l'iniziativa di una guerra non inelut­tabile, in condizioni di difesa nazionale? Senza dubbio, dal momento che i suoi dirigenti l’hanno gettata nell’incendio dal quale ora ci invitano a trarla. Ma noi dividemmo clamorosamente le responsabilità nostre dalla folle politica militarista, e sarebbe illogico e stupido renderci prigionieri dell’arbitrio che i nostri eterni avversari hanno commesso, avvalendosi di privilegi che noi combattemmo sempre e sprezzando l’opinione delle classi lavoratrici che noi rappresentiamo.

Arrenderci quindi al crimine consumato, diventandone complici nella esecuzione, seppure ne sconsigliammo la fredda premeditazione, sarebbe assurdo, e ci condurrebbe a confessare che tutte le guerre borghesi ci a­vranno solidali dopo una platonica propaganda di pace: che al grido di guerra della borghesia noi scimmiotteremo la spudorata capriola di quei patriottoni che avranno avversata la guerra per i motivi più inconfessa­bili, salvo ad esaltarla dopo la sua proclamazione.

Anche i socialisti degli altri paesi, su cui da tanto tempo andiamo trinciando giudizi e promulgando condanne, hanno separate le loro respon­sabilità e fatto il loro dovere... fino al momento della guerra. E se noi non sapremo fare nulla più di loro, dopo aver avuto tutto il tempo di stu­diare le cause che li indussero in errore, ci copriremo di ridicolo e di ignominia.

Noi non potemmo evitare la guerra. Dovremmo perciò subirla asso­ciandoci ai suoi fautori! Così dicono quelli che nella guerra vedono una coincidenza di interessi tra tutte le classi sociali.

Ammettiamo ci sia una coincidenza forzata nell’evitare il peggio, la sconfitta; ma c'é, sotto il bandierone della tregua dei partiti, un'equa ri­partizione dei sacrifici e degli eventuali vantaggi?

Mai Più. La lotta di classe borghese contro il proletariato non solo non si sospende, ma si intensifica al parossismo, poiché lo sfruttamento econo­mico continua e culmina nel sacrificio di sangue che si chiede ai lavo­ratori in nome della patria, a cui però i capitalisti non sacrificano il frutto delle proprie speculazioni.

Si reclama la cessazione della discordia civile, pretendendo dai lavo­ratori che desistano dalla santa difesa contro un sistema di oppressione che i suoi beneficiari non sono disposti a raddolcire.

E chi riconosce giusto che il proletariato protesti contro la miseria e la fame, può osare di soffocarne l’indignazione quando addirittura si at­tenta alla sua vita? È un attentato che noi non potemmo impedire, così come non possiamo ancora impedire lo sfruttamento capitalistico per la immaturità delle forze proletarie.

Ma non per questo noi desistiamo dalla nostra incrollabile avversione al mondo presente ed alla triste realtà che permette la servitù economica e la più infame servitù militare a danno della grande maggioranza degli uomini.

Quelli che oggi non vedono altro che il comune denominatore del pa­triottismo, e perciò tacciono la propria opposizione, sono dei vinti. Meglio per essi se fossero passati in tempo all’interventismo lealmente professato. Cedendo oggi, sotto l'impeto della marea guerresca, essi dimostrano la in­certezza e la inconsistenza del loro pensiero e l’elasticità della loro coscienza.

Oggi il neutralismo, questo infelice vocabolo, che ci attirò tante calunnie, è morto. Ed appunto perciò é il momento di mostrare l'ingiustizia delle dif­famazioni di cui fummo oggetto. È oggi che, magnificamente soli contro tutta la borghesia di ogni partito, possiamo e dobbiamo mostrare che l’anti­militarismo e l'internazionalismo non sono concetti vuoti di contenuto e non sono il paravento della pusillanimità panciafichista.

Ora bisogna tener fermo contro la pressione morale di tutti i sentimen­talismi e le suggestioni, contro la pressione materiale delle persecuzioni fer­caiole. Oggi bisogna dar la prova che era giusta la nostra aspirazione all’In­ternazionale, malgrado la sua pretesa disfatta, e che il nostro neutralismo non era privo di senso storico come blateravano i guerrafondai. L’interru­zione dell’opera socialista dinanzi alle scoppio della guerra ne svaluterebbe anche i precedenti, mettendola nella luce più equivoca e disonorante.

Ancora una volta, o trepidi servitori del fatto compiuto, che vorreste farci leccare la mano che ci ha abbattuti ma non fiaccati, le due vie opposte si tracciano nette e precise.

O fuori o dentro dal preconcette nazionale e dagli scrupoli patriottici. O verso uno pseudo-socialismo nazionalista o verso una nuova Internazionale.

La posizione di chi nell’avversare la guerra non nascondeva una doppiez­za miserabile non può essere che una, oggi che la guerra é un «fatto com­piuto»: contro la guerra, per il socialismo antimilitarista ed internazionale!

 

Avanti! del 23-05-1915

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