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Mercoledì, 01 Aprile 2020

La pianificazione capitalista alla luce dell'esperienza inglese I ( n° 14, 1949)

 

La pianificazione capitalistica alla luce dell'esperienza inglese (II)

 

L'assunto della prima parte di questo studio era di documentare come la tendenza all'accentramento, caratteristica della fase di sviluppo massimo e, nello stesso tempo, di crisi dell'economia capitalistica, postuli di necessità una tendenza alla pianificazione statale nel quadro di un'esigenza generale di difesa del regime del profitto. Assodare questo punto significava dimostrare, a complemento di quanto già si era fatto per la nazionalizzazione, che la parola d'ordine della pianificazione economica, agitata con particolare insistenza - in Italia come altrove - dai partiti della sinistra democratica, non soltanto non contrasta ma coincide con le tendenze generali del capitalismo, ed è “progressista”, per usare un termine che corre sulle bocche di tutto il politicantume di oggi ma non ha mai trovato cittadinanza nel pensiero marxista, solo nel senso che traduce in sintesi l'ideologia della punta più avanzata della classe dominante, degli strati più sensibili alle sue difficoltà interne e alle sue esigenze di conservazione; significa nel contempo dimostrare che la contrapposizione fra pianificazione, elevata a sinonimo di socialismo, ad anarchia della produzione, fatta sinonimo di capitalismo, è in realtà la contrapposizione di due tappe e di due modi d'essere nella stessa economia capitalistica.

 

 

In tutti i Paesi (e l'abbiamo documentato a proposito dell'Inghilterra, mia ciò vale anche per i paesi a “democrazia popolare”), la pianificazione ha per obiettivo dichiarato la “piena occupazione” e l'“aumento del reddito nazionale”. Ma, per l'analisi marxista, nessuno di questi obiettivi ha un contenuto ideologico astratto: entrambi hanno un contenuto materiale concreto. Quando la società capitalista persegue la piena occupazione, essa ha di mira non il benessere della collettività e la soddisfazione dei bisogni dei singoli che la compongono, mia la pienezza e continuità dell'estorsione del profitto: se tende ad ottenere che il più gran numero di forze-lavoro producano, è perché è suo interesse che il lavoro generi il massimo di plusvalore. Quando persegue l'obiettivo dell'aumento del “reddito nazionale”, ha di mira in realtà l'aumento della produzione, e quindi la massima valorizzazione del capitale. Chi perciò ascrive a merito della pianificazione in Inghilterra o in Russia o in altri paesi di aver “dato lavoro a tutti”, di aver aumentato il “reddito nazionale”, di aver dato impulso alla produzione, allo smercio, alle correnti di esportazione ecc., in realtà afferma che l'economia capitalista pianificata riesce a raggiungere (temporaneamente, per l'analisi marxista) quello stesso obiettivo che, a parità di condizioni, l'economia capitalistica non pianificata non era più in grado di raggiungere: lo sfruttamento più intensivo delle forze di produzione, col doppio risultato di scongiurare il pericolo sociale di una disoccupazione generalizzata e di un ristagno dell'attività produttiva, e di contrastare la tendenza generale alla caduta del saggio del profitto. Nel caso specifico dell'Inghilterra, la pianificazione, proponendosi il pieno impiego dei fattori produttivi per ristabilire l'equilibrio prima e l'attivo poi della bilancia dei pagamenti, ha realizzato le condizioni dello sfruttamento massimo della forza-lavoro non soltanto nazionale ma imperiale e del riassestamento della posizione finanziaria internazionale del capitalismo britannico.

 

 

 

La pianificazione si articola nelle seguenti facce: disciplina degli investimenti sia nel senso di incoraggiare i settori economicamente interessanti ai fini generali della solidità economica nazionale, sia in quello di rivendicare allo Stato il compito e l'autorità di investire; controllo del mercato del lavoro nel senso dell'orientamento delle forze lavorative verso i settori preferiti della produzione come in quello della determinazione del salario e delle condizioni di lavoro in genere; manovra dello strumento monetario per consentire sia la stabilità degli elementi di calcolo del piano, sia l'intervento diretto nel gioco dei prezzi e dei costi; politica fiscale diretta a comprimere i consumi in regime di alta produzione, e a pompare il massimo di reddito nazionale per reimmetterlo nel ciclo produttivo alle condizioni di rendimento massimo; politica doganale e valutaria di controllo delle importazioni, di stimolo e indirizzo alle esportazioni, di disciplina dei cambi; incremento della produzione di beni capitali a scapito dei beni di consumo.

 

 

 

La pianificazione è inscindibile dal raggiungimento del massimo sfruttamento del lavoro; implica perciò l'incremento massimo della produttività operaia e la contrazione dei consumi ai fini della disponibilità massima di mezzi di investimento e del massimo potenziamento della dotazione in beni capitali della “nazione”. Il raggiungimento di questi due obiettivi postula a sua volta il controllo degli organismi sindacali da parte dello Stato e, se possibile, il loro inserimento nel meccanismo produttivo. In Inghilterra come nelle “democrazie popolari” e, in altra forma, in quelle “parlamentari”, il sindacato è perciò condannato a fungere da strumento in mano allo Stato per assicurare le stabilità di una politica salariale conforme agli obiettivi del piano, per impedire lo scoppio di agitazioni sociali che non rientrino nel gioco normale della schermaglia democratica, e per avallare la pratica di “produrre di più consumando di meno “.

 

 

 

Quando queste condizioni siano realizzate, la pianificazione capitalistica “riesce”, e il suo riuscire significa lo sfruttamento massimo della forza-lavoro, la compressione del tenore di vita relativo della grande massa della popolazione produttrice, il consolidamento del regime del profitto. Non ingannino gli effetti “livellatori” della pianificazione, specie nei suoi riflessi fiscali: il sacrificio che la pianificazione chiede anche al capitalista individuale è il premio di assicurazione che questi deve pagare nell'interesse generale della classe, e quindi anche suo. Non inganni la limitazione dell'iniziativa personale e periferica degli imprenditori che ogni pianificazione importa: è la premessa della massima libertà generale e centrale della classe, soprattutto sul piano dell'imperialismo. Non inganni neppure la trasformazione fisica che in parte subisce la classe dominante, il declino del vecchio ceto imprenditoriale e l'ascesa dei “managers”: l'analisi marxista del regime del capitale non ha per oggetto persone fisiche, ma il sistema di produzione che li sorregge. 

 

 

                                                                

                                                              *  *  *

 

Assodati e documentati questi punti, si era concluso che il limite al quale la pianificazione tende è di creare delle “economie nazionali chiuse”, una forma esasperata di nazionalismo economico. Il paradosso dell'Inghilterra pianificatrice, come delle “democrazie popolari”, è in altre parole di raggiungere per altre vicende storiche il punto di approdo del fascismo e del nazismo avendo al timone della direzione politica ed economica dello Stato forze che si richiamano alla tradizione operaia; di essere coordinatrici all'interno, e ribelli ad ogni coordinazione economica esterna; di aggiungere un nuovo potenziale esplosivo, nazionalistico ed imperialistico, alla situazione mondiale.

 

 

 

È in questo destino storico della pianificazione, di trasferire ingigantiti sul piani internazionale i contrasti che è riuscita ad attutire sul piano interno, uno dei punti dolenti dell'“economia controllata”. Le armi ch'essa ha forgiate si rivolgono contro di lei. La pianificazione implica il controllo di tutti i fattori della produzione; ma c'è qualcosa che sfugge al suo controllo, ed è il mercato internazionale cui ogni economia, anche la più chiusa, non può sfuggire, verso il quale è anzi necessariamente protesa. Di più: ogni pianificazione nazionale è destinata ad interferire con gli sforzi di pianificazione internazionale che i centri mondiali del capitalismo vanno sempre più tenacemente e conseguentemente sviluppando. L'incrocio di queste due correnti esterne nel meccanismo interno della pianificazione realizzata su scala nazionale è destinato a sconvolgere periodicamente i regimi a “economia controllata”; la crisi inglese di alcuni mesi fa è parente stretta delle ricorrenti crisi dei paesi a “democrazia popolare”, almeno per quel che attiene ai rapporti fra centri economici dominanti (America, Russia) ed economie satelliti.

 

 

 

Gli avvenimenti che si sono succeduti dopo la pubblicazione della prima parte di questo studio hanno confermato in pieno quest'analisi. La “crisi inglese” dell'estate scorsa non è stata una crisi interna della pianificazione, checché abbiano voluto allora sostenere e sostengano oggi i corifei dell'economia scolastica (pienamente solidali con gli economisti della “sinistra democratica” nell'identificare pianificazione e socialismo). Quando scoppiò la bomba dei primi allarmistici discorsi di Cripps, l'economia britannica lavorava a pieno ritmo e le statistiche della produzione da una parte e del commercio estero dall'altra segnavano bensì un rallentamento rispetto al ritmo dell'anno precedente, non però un ristagno: lo stesso saldo della bilancia dei pagamenti recava alla fine del primo semestre 1949 un passivo alquanto inferiore al corrispondente periodo del 1948. Ma c'era da un lato la minaccia che, di fronte ad un mercato internazionale caratterizzato dalla diminuzione della domanda e dall'aumento dell'offerta di beni, e i cui prezzi tendevano a scendere, il ritiro delle esportazioni inglesi (legate ad un meccanismo rigido di costi) rallentasse, e dall'altro la realtà del permanere dello sbilancio nei confronti dell'area del dollaro, in seguito al quale le riserve in moneta dura e oro dell'area della sterlina si riducevano verso la metà dell'anno al limite minimo di 350 (e al 18 settembre, data della svalutazione, a 330) milioni di sterline, cioè alla metà della cifra raggiunta agli inizi del 1946. Il deficit dell'area della sterlina verso l'area del dollaro era sopportato quasi interamente dalla Gran Bretagna, ed era l'espressione del generale squilibrio nei rapporti fra la produttività (sia assoluta che relativa) degli Stati Uniti e quella degli altri paesi del mondo, ma soprattutto di un Paese a tassi di cambio sopraelevati e rigidi come l'Inghilterra pianificatrice, bisognosa d'altra parte per il suo gigantesco sforzo ricostruttivo di beni e servizi di ogni genere provenienti da oltre Oceano.

 

 

 

 

Ed è suggestivo rilevare - come risulta del resto dalla stessa pubblicazione ufficiale inglese (“United Kingdom Balance of Payments 1946-1949”) - come il deficit dell'Inghilterra verso gli Stati Uniti corrispondesse quasi esattamente al totale dei versamenti che la prima aveva dovuto fare ad altri Paesi della propria area a parziale copertura dei debiti contratti durante la guerra (le Sterling-balances), e degli investimenti compiuti, sotto l'egida del governo “socialista”, nelle colonie, due aspetti della spinta imperialistica inglese che si traducono, il primo, nello sforzo di tenere unite in un solo organismo finanziario ed economico accentrato a Londra il Commonwealth e, il secondo, in un'intensificazione degli investimenti nei territori colonizzati a compenso dei molti disinvestimenti dovuti effettuare in altri Paesi.

 

 

 

In altre parole, la crisi dell'estate 1949 rappresentava lo scotto del mantenimento o del rafforzamento delle posizioni imperialistiche di dominio della Gran Bretagna: questo a conferma del carattere… socialista della pianificazione laburista. Ad una situazione di questo genere l'Inghilterra avrebbe teoricamente potuto rispondere con un irrigidimento della bardatura autarchica dell'intera area della sterlina, o, quanto meno, della propria bardatura autarchica che ha già i suoi pilastri nella drastica riduzione delle importazioni e perciò dei consumi, e nella inconvertibilità della sterlina. Diciamo teoricamente, anzitutto, perché l'intera struttura produttiva inglese è legata ad insopprimibili correnti di importazione; in secondo luogo, perché i Paesi del Commonwealth, per quanto uniti da rapporti strettissimi alla “madrepatria”, tendono sempre più, soprattutto in alcuni settori, ad orientarsi verso l'economia americana (Canada, Australia, Nuova Zelanda); in terzo luogo, perché, come avevamo accennato prima, la pianificazione inglese doveva necessariamente incrociarsi e scontrarsi con quell'autentica pianificazione internazionale, così sfacciatamente contrastante (nella formulazione se non nei fatti della storia dell'imperialismo) con la rivendicazione della libertà dei rapporti commerciali internazionali, che è la forza dell'America postbellica. Non rimaneva altra via che la svalutazione, e in questo senso premevano sia il centro dirigente inglese, sia il centro internazionale americano, interessata a spezzare il cerchio chiuso di una possibile e paventata “terza area,” tra quella del dollaro e quella del rublo e a gettar le basi, in tempi successivi, di una “liberalizzazione” degli scambi commerciali e dei tassi di cambio delle monete di tutto il mondo.

 

 

 

 

Svalutare significava per la classe dominante inglese offrire un premio agli esportatori e realizzare una riduzione del salario relativo della forza-lavoro nazionale (che era un altro modo di reagire alla caduta tendenziale del saggio del profitto); svalutare la sterlina significava per l'America, a parte le ragioni generali di classe che portano ogni governo borghese a solidarizzare con gli altri in tema di sfruttamento intensificato del lavoro, aprire la via ad un più stretto collegamento, se non ancora integrazione, dell'economia britannica nella propria, all'ingresso della Gran Bretagna e della gigantesca area del Commonwealth nella propria orbita, sotto il suo diretto controllo

 

 

 

 

Scivolata sulla buccia dei rapporti economici e commerciali internazionali, la pianificazione inglese si è salvata in virtù di forze e ragioni economiche e politiche internazionali. La svalutazione non avrebbe raggiunto i suoi effetti se non fosse stata corredata da una serie di accordi grazie ai quali l'America si impegnava a collaborare con l'Inghilterra alla soluzione dei suoi specifici problemi, le consentiva una riduzione dell'esborso di dollari fuori della propria area valutaria mediante acquisto con dollari ECA di grano canadese anziché statunitense, le assicurava nuovi aiuti di carattere finanziario, s'impegnava all'acquisto di maggiori quantità di stagno e caucciù, e infine prospettava la possibilità di sollevare il “partner” da una notevole aliquota degli oneri impostigli dal mantenimento della sua rete imperiale. Fra Inghilterra (e vogliamo dire Commonwealth britannico) ed Europa, l'America preferiva l'Inghilterra; il costo della svalutazione lo pagheranno infatti per larga parte i paesi europei, esposti al gioco di una penetrazione dei prodotti britannici nel permanere di un regime di inconvertibilità della sterlina e di limitazione delle proprie esportazioni nell'area di questa.

 

 

 

Val la pena frattanto di osservare come la svalutazione sia rientrata nella logica della pianificazione e l'abbia completata. Essa rafforza quella politica di riduzione dei consumi e del salario relativo delle masse lavoratrici (e perciò di corrispondente aumento del plusvalore), ch'era già una delle premesse dell'economia pianificata; rappresenta una nuova sferza all'incremento della produttività del lavoro, per la quale mobilita in un nuovo sforzo gli organismi sindacali; esige la stabilità dei salari in presenza di un inevitabile aumento dei prezzi; ha per conseguenza (vedi programma Attlee di fine novembre) una riduzione del programma di costruzioni, delle spese relative all'educazione, delle sovvenzioni per il mantenimento di alcuni prezzi politici; fa pagare ai proletari inglesi da un lato, ai proletari europei dall'altro (per non parlare degli americani), l'onere del mantenimento delle posizioni imperiali della classe dominante: altrettante facce, come s'è visto, della lotta per “l'aumento del reddito nazionale” e per “la piena occupazione dei fattori produttivi”...

 

 

 

Il bilancio di fine d'anno si salda, dopo la “crisi” di estate, in attivo. Aumentata la media mensile della produzione del carbone, della ghisa, dell'acciaio, dell'elettricità, rispetto al 1948; aumentate le importazioni ma, in misura parallela, le esportazioni; perfino quello che sembrava essere il punto debole dell'economia britannica, l'industria carboniera, chiude la partita con un sensibile aumento della produzione di fronte a una notevole riduzione del numero di operai occupati, cioè con un forte aumento della produttività media del lavoro; le organizzazioni sindacali solidali col governo nella politica del blocco delle mercedi e della repressione degli scioperi “selvaggi”; riduzione dello sbilancio verso l'area del dollaro; infine (dichiarazioni di Cripps in gennaio) aumento delle riserve di dollari e di oro dell'area della sterlina e, sul piano politico oltre che economico, più stretta collaborazione con l'America. Gli obiettivi di classe della pianificazione sono insomma raggiunti nei confronti e del proletariato nazionale, e di quello imperiale, e di quello europeo. Quanto alla subordinazione nei rapporti con l'America, non c'è classe dominante che non abbia trovato nel “vassallaggio” verso un più potente padrone la sua periodica tavola di salvezza. La pianificazione internazionale americana ha avuto pieno interesse a salvare la pianificazione nazionale britannica: questa ad appoggiarsi a quella. 

 

 

                                                           

                                                                    *  *  *

 

 

 

Ma è, anche questa, una soluzione temporanea. Il fenomeno della “fame di dollari” è ormai un fenomeno permanente dell'economia mondiale capitalistica, né la svalutazione, se anche potrà aprire qualche fessura alle esportazioni britanniche nella barriera doganale statunitense, non sanerà, anzi aggraverà domani lo squilibrio; la svalutazione può avere l'effetto di una frustata alla produzione nazionale, ma notoriamente genera controreazioni che ne annullano a breve scadenza i beneficii sul piano strettamente commerciale; la rinnovata spinta alla esportazione delle merci inglesi provoca contraccolpi in tutto il mercato mondiale; a sua volta, l'America sarà portata a premere, nel quadro della conclamata “collaborazione”, sull'Inghilterra perché i vincoli di dipendenza di recente ribaditi non si allentino e perché la salvezza delle posizioni imperiali inglesi non pregiudichi l'ulteriore integrazione europea; il processo di polarizzazione del Commonwealth verso gli Stati Uniti è un fatto di portata storica che nessun espediente monetario può interrompere. L'Inghilterra, dopo di aver realizzato attraverso la svalutazione, cioè con una manovra monetaria, gli effetti “risanatori” delle correnti crisi economiche, col notorio vantaggio di poterli controllare e disciplinare, si ritroverà, presto o tardi, di fronte agli stessi problemi, complicati per giunta dal gigantesco riassestamento e rivoluzionamento dei rapporti di forza economici e politici in Asia e dall'evoluzione dell'economia statunitense: si ritroverà cioè in un mondo di rapporti economici internazionali le cui leve le sfuggono, e che rientrano nel gioco o di una pianificazione internazionale riuscita o di una crisi disintegratrice del mercato. Nella misura in cui, con la svalutazione, si è ancor più legata alla dinamica di fattori economici esterni, la pianificazione inglese è oggi sospesa, come e forse maggiormente che prima della crisi, a decisioni che escono dalla sua orbita e che del resto la sua spinta all'espansione ha affrettato. È al traguardo di questi sviluppi internazionali che la critica marxista e il proletariato internazionale attendono.   

 

Note

1.      “Prometeo”, n. 12, p. 546-7

 

 

 

2.      Le cifre citate, quando non sia indicata altra fonte, provengono dall'“Economic Survey for 1949” e dai nr. 108, 112, 114, 116 e 118 di quest'anno dei “Records and Statistics”, suppl. all'“Economist”.

 

 

 

3.      In Inghilterra, il contribuente paga Lst. 39 per imposte dirette e 30 per indirette a testa: negli S. U. 52 e 14. Al fiscalismo “socialista” di Attlee fa riscontro del resto quello di Stalin: è noto che la voce più importante delle entrate del bilancio russo sono costituite da imposte indirette, una forma delle quali è pur sempre l'imposta sulla cifra degli affari.

 

 

 

4.      Il battage pubblicitario alla formula “pianificazione = socialismo” è, in Italia, appannaggio della rivista “Critica Economica”, nel n. 4 1948 della quale si può tranquillamente leggere un art. di A. Arakelian dove, esaltandosi la pianificazione sovietica, si legge:
Fra i principii essenziali e più importanti della direzione dell'industria bisogna annoverare quello del calcolo economico, o della redditibilità. S'intende con ciò un mezzo di gestire l'impresa sovietica grazie al quale gli incassi provenienti dalla vendita della produzione consegnata coprono le spese e permettono il guadagno... La lotta per l'aumento dei guadagni dell'impresa, per la sua redditibilità, è uno dei principali compiti del metodo di direzione secondo il calcolo economico. Quest'ultimo deve assicurare all'impresa un'eccedenza di incassi in moneta sul prezzo di costo degli articoli fabbricati, che devono essere venduti secondo i prezzi fissati dal piano e dallo Stato
” (p. 55).
Stakhanovismo da una parte, contabilità aziendale a partita doppia: ecco, per questi luminari del marxismo riveduto e corretto, i fondamenti di un'economia pianificata socialista!

 

 

 

5.      È chiaro che quanto sopra prescinde dai tentativi e dai dati acquisiti di pianificazione supernazionale. È questo un problema che merita di essere ulteriormente approfondito, e riassorbe in sé l'altro, quello da noi tratteggiato, delle contraddizioni inevitabilmente scaturienti su scala mondiale dalla tendenza generale alla pianificazione. Premeva a noi, qui, sottolineare il gioco di azioni e reazioni che in questo quadro si produce, indipendentemente da ogni considerazione sulla prospettiva finale che le economie pianificate si pieghino, o siano piegate, all'impero di una pianificazione supernazionale.

 

In un articolo del n. 1 di quest'anno di “Critica Economica”, palladio dell'inarrivabile scienza economica “progressista”, polemizzandosi col Financial Times che lamentava la mancata pianificazione dell'area del rublo, si giunge alla conclusione che il socialismo è non già coordinamento economico internazionale ma esaltazione delle pianificazioni nazionali:

I limiti politici degli Stati dell'Europa orientale, la loro indipendenza e le loro particolari necessità hanno fatto sì che i piani di ricostruzione e di trasformazione strutturale abbiano preso un indirizzo specifico e squisitamente nazionale. Anzi, a ben considerare la cosa, un vero piano non può essere che nazionale in quanto si nutre di problemi nazionali che avvia alla soluzione... Lo sviluppo socialista ha il suo “liberalismo” non meno di quanto lo ha avuto lo sviluppo economico liberale”.
Per costoro, la società socialista è un mosaico di “socialismi in un solo paese”, salvo a gridare allo scandalo se le singole economie nazionali pianificate resistono al loro inquadramento nei programmi supernazionali dettati da Mosca, allo stesso modo che l'Inghilterra morde il freno quando Washington pretende che le regole del suo gioco siano

 

 

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