Chi siamo

DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco

Sedi di partito e punti di contatto

MILANO, via dei Cinquecento, 25, citofono: Ist. Prog. Com. (zona Corvetto; MM3; Bus 95) — lunedì ore 21,00 
MESSINA (nuovo punto di contatto), Piazza Cairoli - l’ultimo sabato del mese, dalle 16,30 alle 18,30)
ROMA, presso "Libreria Anomalia", via dei Campani, 73 — primo martedì del mese dalle 17,30 
TORINO,  Prossimo incontro pubblico a Torino sabato 14 gennaio 2017, ore 15,30, c/o Circolo ARCI CAP, corso Palestro 3/3bis
BOLOGNA, c/o Circolo Iqbal Masih, via dei Lapidari 13/L (Bus 11C) - secondo e ultimo martedì del mese, dalle 21,30 (Gli incontri di Bologna, sono momentaneamente sospesi. Non appena sarà possibile riprenderli, lo comunicheremo)
BENEVENTO, presso Centro sociale Asilo Lap31, Via Bari 1 - il primo Venerdì del mese, dalle ore 19.00.

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Venerdì, 13 Dicembre 2019

Quaderno n°2 - Che cos'è il partito comunista internazionale

 Quaderno n°2

 

 

Sommario
  • Il nostro nome è il nostro programma
  • Da dove veniamo
  • Partito storico e partito formale
  • Perchè la classe operaia
  • Che cosa vuol dire comunismo
  • ... e che cosa vuol dire essere comunisti
  • Che fare ?
  • Per concludere

 

Il nostro nome è il nostro programma

"Partito Comunista Internazionale?", dirà qualcuno con un misto d'incredulità e ironia. "Ma che? I partiti han fatto bancarotta, il comunismo è morto, s'è riaperta l'era dei nazionalismi, e questi si chiamano Partito Comunista Internazionale! Ma dove vivono?!" Stia tranquillo il nostro interlocutore: sappiamo benissimo dove e in che epoca viviamo, e proprio per questo ci chiamiamo così. Prima d'ogni altra cosa, proviamo allora a sgombrare il campo da questi equivoci.

Partito? Sì, ci proclamiamo "partito", ribadiamo con forza la necessità del partito. L'ideologia dominante (quella del capitale e di chi lo tiene in piedi: politici, economisti, intellettuali, sindacalisti, poliziotti d'ogni tipo) vorrebbe ridurci a tanti individui isolati e incapaci di guardare oltre i confini del loro io, paralizzati dagli incubi di cui è pieno il mondo contemporaneo, istupiditi da mass media che non vedono il fondo quanto a oscenità e vuotezza, rassegnati e pronti alla resa (oppure letteralmente drogati dal mito che l'individuo può tutto, sol che voglia, sappia, legga, s'informi", mentre l'individuo nel regno del capitale è appunto quanto di più indifeso e vulnerabile ci si possa immaginare, autentica preda di meccanismi di cui gli sfugge il funzionamento).


D'altra parte, la classe dominante i suoi partiti li ha, ciascuno rispondente ai tanti interessi in competizione che caratterizzano il capitalismo. E quando ne ha davvero bisogno, è ben capace di arrivare al "partito unico", strumento esplicito e diretto del suo dominio di classe, e di irreggimentare in esso gli individui abbandonati a se stessi e ridotti a tante molecole impotenti. Perché mai, allora, il proletariato non dovrebbe avere il suo partito? Perché mai dovremmo dare una mano alla classe dominante in quest'opera di disgregazione, abbandono e assoggettamento, accettando di buon grado l'idea che "i partiti hanno fatto il loro tempo Saremmo imbecilli criminali.
Noi diciamo invece che la classe operaia ha bisogno del partito proprio per reagire all'opera di frantumazione condotta dalla classe dominante, proprio per rispondere ai partiti dell'ordine, della patria, della normalizzazione, della guerra. Ha bisogno, però, di un partito che rappresenti i suoi interessi storici, che l'aiuti a riconquistare quell'unità e identità necessarie oggi per difendersi e domani per contrattaccare, che costituisca un punto di riferimento stabile e riconoscibile, che si fondi su un solido bagaglio teorico, su un programma chiaro a tutti, su un'esperienza storica pluridecennale, su una disciplina interna dettata non da uno stupido caporalismo o da un cieco fideismo ma dalla consapevolezza da parte di tutti i militanti di contribuire a una causa comune, senza miraggi di medaglie e celebrità, privilegi e posti da onorevole.
É vero: di questi tempi, i partiti non godono di buona salute. C'è quello che scompare dalla scena e quello che si ribattezza, quello che affonda con il suo capo e quello che cambia camicia e pantaloni. Ma non è la "forma-partito" che ha fatto bancarotta, come vorrebbero tutti i sostenitori di non meglio definite "alleanze, movimenti, club, leghe" (che poi o finiscono tutti per agire ugualmente da partiti nel senso tradizionale o, non volendo farlo, dimostrano la propria totale incapacità di agire). A far bancarotta sono stati i programmi politici di partiti che guardavano all'uno o all'altro blocco imperialista come ad altrettanti modelli cui i spirarsi: quello occidentale sotto l'ombrello USA, quello orientale sotto l'ombrello URSS (con i vari ombrellini cinesi, albanesi, cubani, etc.). E che a quei modelli hanno subordinato in tutto e per tutto la propria politica, la propria strategia, la propria tattica.

La crisi economica apertasi nel 1975 (con la sua tragica coda di eventi recenti: instabilità sociale, disoccupazione, razzismo, guerre) ha macinato sicurezze, garanzie, posti di lavoro, serenità nel presente, fiducia nel futuro. Il mondo intero è in convulsione, i punti di riferimento si sono dissolti nel nulla, le abitudini che hanno retto e condizionato il modo di vivere di almeno due generazioni sono state scosse fin nelle fondamenta, e tutti i commentatori sono concordi nel riconoscere che a regnare oggi è la più grande incertezza. In questa situazione sempre più drammatica, c'è chi vorrebbe ancor più affondare (e far affondare) nella palude del disorientamento proclamando che "il tempo dei partiti è finito"!

Comunista? Sì. ci dichiariamo "comunisti", e ribadiamo con forza la necessità del comunismo. E un cardine della teoria marxista il concetto che tutti i sistemi sociali divisi in classi raggiungono a un certo punto uno stadio in cui lo sviluppo delle forze produttive entra in violenta contraddizione con le forme della vita associata prodotte da quel sistema: la conseguenza è una perenne instabilità, una degenerazione acuta della vita sociale in tutti i suoi aspetti (delinquenza, droga, infelicità, distruzione dell'ambiente, violenza tra gli individui e i gruppi sociali), cicli di crisi economiche sempre più ravvicinate, estese e profonde, guerre che dalla periferia convergono verso il centro fino a sfociare in devastanti conflitti mondiali. Il sistema gira a vuoto, è intasato da merci che non riesce a smaltire, non ce la fa a riassorbire i milioni di disoccupati che ha prodotto, e cerca di uscire dall'impasse nell'unico modo che conosce: distruggendo a più non posso tutto quanto esiste in sovrappiù. Dopodiché, il girone infernale potrà riprendere con rinnovata aggressività, con accresciute potenzialità distruttive.

Da tempo, ormai, il sistema capitalistico ha toccato lo stadio in cui dal punto di vista del progresso dell'umanità - la sua storia è destinata a essere solo negativa. Da tempo, dunque, è attuale la necessità (oggettiva, non soggettiva; materiale, non morale) che a esso subentri un sistema economico e sociale diverso - un sistema che, fondandosi sull'elevatissimo livello raggiunto dalle forze produttive, le liberi però da quei vincoli che le rendono distruttive, le indirizzi verso finalità che non siano quelle della corsa al profitto, della competizione di tutti contro tutti, di un mercato che è strutturalmente (geneticamente!) pazzo.

"Già, bei risultati, quelli del comunismo sovietico!", commenterà il nostro interlocutore. L'obiezione non ci fa né caldo né freddo, per la semplice ragione che non abbiamo mai considerato "comunismo" quello che vigeva in URSS (come in Cina, in Albania, in Jugoslavia, a Cuba: insomma, il cosiddetto "socialismo reale"). "Facile dirlo adesso!", interromperà l'interlocutore. No: non da adesso lo sosteniamo, ma dalla metà degli anni '20, quando la nostra corrente si è apertamente scontrata con il nascente stalinismo, individuando in esso non una variante del comunismo, ma la sua negazione: vale a dire, la forma moderna della controrivoluzione. In URSS e in tutti i paesi a cosiddetto "socialismo reale", non c'era un grammo di socialismo o comunismo. In tutti vigevano forme più o meno sviluppate, più o meno complete, di capitalismo di Stato. Di capitalismo, dunque, e non di socialismo o comunismo - il che si rifletteva poi internazionalmente nei programmi dei partiti pseudo-comunisti di matrice, staliniana: tutti intonati al mito della democrazia "popolare" e più o meno progressista, tutti con gli occhi fissi alle riforme, al parlamento, su su fino alla collaborazione governativa. Ed è intorno a questa analisi (un lavoro enorme di decenni, fatto di studi e di lotta, in solitudine e controcorrente, quando affermare cose del genere significava essere bollati come "fascisti", "agenti della Gestapo", "pagati dalla CIA"!) che la nostra corrente si è stretta e ha saputo resistere: contro l'inganno stalinista e contro le terrificanti conseguenze di quell'inganno, di cui oggi, in tutto il mondo (Jugoslavia, in primis!), vediamo gli effetti tragici e disastrosi.

Per questo, non abbiamo alcuna difficoltà (anzi, proviamo un grande orgoglio) a definirci comunisti, oggi come ieri come domani. Chi non capisce questo, chi è convinto che si sia "chiusa l'era del comunismo", è, volente o nolente, l'ultimo... stalinista sulla faccia della terra, perché si ostina a considerare comunismo il capitalismo in larga misura di Stato che vigeva nei paesi dell'Est e che, esaurito il proprio compito di accumulazione originaria, sta cercando di travasarsi in forme e strutture economiche più elastiche, anche per far fronte alla devastante crisi economica mondiale iniziata a metà anni '70. La necessità del comunismo, invece, si fa sentire in Jugoslavia come in Rwanda, a Los Angeles come a Mosca o Parigi, in Afghanistan come in Italia; nelle metropoli intrise di miseria, inquinamento e violenza, come nelle campagne avvelenate da scarichi e pesticidi; nei centri di ricerca medica, fisica, chimica dominati dall'imperativo categorico del profitto, come nelle fabbriche del Primo, Secondo, Terzo Mondo in cui si spreme pluslavoro in maniera sempre più feroce; nelle foreste amazzoniche divorate dall'avanzare della macchina capitalistica come nelle lande africane prosciugate dalla ricerca del petrolio o dalle esigenze della monocoltura che rende al momento di più...

Internazionale? Sì, ci dichiariamo "internazionalisti", e ribadiamo con forza la necessità dell'internazionalismo e di un'organizzazione e strategia internazionali. Non solo perché, fin dalla nascita, il comunismo è internazionale e internazionalista (e non può essere altro). Ma anche perché, ancora una volta, è la realtà stessa a indicare la via. Nel corso d'un secolo, si è assistito all'impressionante diffusione del sistema capitalistico in ogni angolo della terra. Come Marx aveva perfettamente previsto, il capitale ha sottomesso a sé anche le più lontane aree del pianeta, avvolgendolo in una trama strettissima ed efficientissima di relazioni economiche, politiche, culturali, informatiche. Il processo, così splendidamente descritto nel Manifesto del partito comunista del 1848, ha valicato i confini dell'Europa e dell'America e ha travolto Asia, America Latina, Africa, sottoponendole alle proprie leggi ferree e spietate. Quello del capitale è un sistema economico mondiale: è esso stesso ad aver creato le basi di un organizzazione mondiale della vita e delle collettività umane.

Al contempo, la competizione tra le borghesie nazionali ha raggiunto livelli acutissimi, che già prefigurano gli schieramenti di una futura guerra mondiale: la guerra commerciale tra Stati Uniti da una parte e Germania e Giappone dall'altra è da anni all'ordine del giorno, con gli altri paesi altamente industrializzati impegnati a trovare una propria collocazione all'interno di questo scontro; la guerra guerreggiata per il controllo delle materie prime e delle grandi vie commerciali è già in corso nelle periferie ormai vicine del capitalismo altamente sviluppato (e questo spiega la Guerra del Golfo, la Somalia, il Rwanda, la totale instabilità dell'Africa e del Medio Oriente, la tragedia jugoslava: altro che guerre di etnie e religione!) - una situazione resa ancor più caotica e drammatica dal crollo del blocco dell'Est con l'esplodere di conflitti locali d'inaudita violenza. Il mondo borghese oscilla dunque sempre più tra la dimensione mondiale del mercato come espressione della fase imperialistica del capitalismo e l'esplodere di localismi e nazionalismi come riflesso della competizione e della corsa al profitto, specie in un'epoca di crisi acuta quale è quella che si trascina ormai da più di quindici anni tra alti e bassi, fasi di crollo verticale e momenti di timida ma ingannevole ripresa.

É evidente allora che l'unica via d'uscita dalla retorica patriottarda, dall'ottusità localista, dalla barbarie nazionalista, dal vicolo cieco etnico,
dal tunnel di conflitti sempre più allargati, sta nella riconquista di una vigorosa prospettiva internazionalista: che cioè riconosca come punto di partenza positivo a scala storica la dimensione mondiale raggiunta dallo stesso sviluppo delle forze produttive, base irrinunciabile del comunismo; che superi le miserie e le gelosie, le paure irrazionali e le teorizzazioni idiote alimentate dall'ideologia borghese e democratica anche quando sparge a piene mani la retorica della "libertà eguaglianza, fratellanza"; che resista e risponda al ricatto di ogni patriottismo comunque mascherato, lottando contro la propria borghesia nazionale nella consapevolezza che di una lotta internazionale si tratta; che affronti il problema dei grandi flussi migratori, della distruzione di intere aree del pianeta, della miseria crescente alla periferia delle nazioni capitalistiche avanzate, non con ipocrite e imbelli iniziative di beneficenza, ma abbracciando in un unico esercito mondiale i lavoratori di tutti i paesi, costretti dall'espansione capitalistica a una tragedia quotidiana, alla morte per fame ed epidemie, al nomadismo perenne.

Un internazionalismo che è insomma la necessaria anticipazione (non nel regno delle idee, ma in quello dei fatti) di quel concetto di specie su cui si fonda il comunismo: ben oltre, dunque, i limiti angusti cui ci ha abituato la società del capitale, dello sfruttamento, della concorrenza e del profitto, e dichiaratamente contro l'armamentario ideologico dell`individuo sovrano", del "popolo eletto", della "nazione trionfante" che per l'appunto caratterizza quella società.

Partito Comunista Internazionale, dunque: cioè un programma, una strategia, una tattica, un'organizzazione, che siano in grado di superare le contingenze di tempo e di spazio, di assicurare la continuità tra le generazioni, di integrare ed esaltare in un unico organismo le migliori energie rivoluzionarie annullando egoismi e gelosie, di unire al di sopra delle barriere politiche, ideologiche e geografiche i lavoratori di tutto il mondo, per organizzarli, condurli e guidarli nella lotta contro il sistema del capitale, nella lotta per il comunismo, per la società finalmente senza classi.


 

Da dove veniamo

A questo punto, il nostro immaginario interlocutore si chiederà (ci chiederà) se non siamo per caso uno di quei gruppetti e gruppettini nati nel '68 e dintorni e a stento sopravvissuti all'epoca dei movimenti studenteschi, della contestazione, del terrorismo. E di nuovo dobbiamo deluderlo.

Il fatto è che il Partito Comunista Internazionale viene da molto lontano e non ha proprio nulla a che vedere con il '68, la contestazione, i movimenti giovanili, e in genere con quella reazione infantile allo stalinismo che si chiama estremismo, spontaneismo, movimentismo, operaismo, ecc. ecc. È una questione di diversità radicale, diciamo pure "genetica". Il nostro partito - per quanto oggi piccolo, poco influente, di scarso peso numerico - è la continuazione ininterrotta, al di sopra degli alti e bassi di una vicenda tremenda di controrivoluzione, della grande tradizione del movimento comunista internazionale degli inizi del secolo. Esso è (e il nostro immaginario interlocutore ci perdoni un po' di orgogliosa retorica) come un fiume carsico che ha dovuto (e saputo) scorrere al di sotto dell'aridità e dello sgretolamento, della melma e delle frane. Proviamo a ripercorrere questo lungo cammino, in maniera anche molto schematica ed elementare.

1892 - Nasce il Partito Socialista Italiano. Frutto della confluenza di posizioni diverse, e non tutte chiaramente rivoluzionarie e internazionaliste, il PSI è diretto da riformisti (che, a confronto di quelli che li hanno seguiti specie dopo la seconda guerra mondiale nella cosiddetta "sinistra", risultavano se non altro... dignitosi). Gli anni tra fine '800 e inizi '900 sono un periodo di grandi lotte operaie, sia in Italia che nel resto d'Europa e in America, e la dirigenza riformista del PSI e delle grandi centrali sindacali si scontra spesso con la combattività delle masse.

1910 - Al Congresso di Milano del PSI, emerge con nettezza una Sinistra decisa a combattere la dirigenza riformista del partito e dei sindacati, nel vivo di lotte operaie che la vedono da tempo all'avanguardia. La Sinistra proclama subito, nei fatti, il proprio internazionalismo battendosi con vigore contro la guerra di Libia (1911) e, al Congresso di Reggio Emilia del PSI (1912), si organizza in Frazione Intransigente Rivoluzionaria. Proprio di quegli anni è anche la sua lotta all'interno della Frazione Giovanile Socialista per contrastare le posizioni di chi vorrebbe farne un organismo puramente culturale. Per la Sinistra, invece, la Frazione Giovanile (e il partito tutto) deve essere un'organizzazione di lotta: l'ossigeno rivoluzionario deve cioè venire ai singoli giovani militanti dall'insieme della vita del partito in quanto guida del proletariato lungo la strada che porta alla rivoluzione, e non da una banale "scuoletta di partito". Un ruolo decisivo, all'interno della Frazione Intransigente Rivoluzionaria, viene ormai sempre più svolto, a Napoli, da Amadeo Bordiga (1 889-1970) e dal "Circolo socialista rivoluzionario Carlo Marx", veri punti di riferimento dell'intera Sinistra del PSI.

1914 - Scoppia la prima guerra mondiale, e la Sinistra del PSI proclama la necessità del "disfattismo rivoluzionario" in pieno accordo con le tesi leniniste allora praticamente sconosciute in Italia. Di fronte al fallimento di tutti i partiti socialisti europei (che appoggiano lo sforzo bellico delle rispettive borghesie, votandone i crediti di guerra), e nonostante gli sforzi della Sinistra, il PSI adotta la formula ambigua "né aderire né sabotare". Gli "interventisti", Mussolini in testa, escono dal partito.

1917 - Allo scoppio della Rivoluzione d'Ottobre, la Sinistra si schiera senza esitazione al fianco di Lenin e Trotsky, salutando l'evento come l'aprirsi di una fase rivoluzionaria internazionale: Il bolscevismo, pianta d'ogni clima è il titolo dell'articolo di Bordiga che commenta a caldo la Rivoluzione. Gramsci e Togliatti, rappresentanti del gruppo torinese riunito intorno al giornale "L'Ordine Nuovo" (con grosse influenze idealiste e dunque non-marxiste), sono invece confusi e ambigui: nell'articolo La rivoluzione contro il Capitale, per esempio, Gramsci sostiene che la Rivoluzione d'Ottobre smentisce la prospettiva marxista! In Italia, la Sinistra è l'unica formazione interna al PSI ad avere una rete organizzata su scala nazionale: alla sua iniziativa si deve la convocazione del Convegno di Firenze nel 1917, in cui si ribadisce l'assoluta intransigenza del Partito nell'opposizione alla guerra. A partire dal 1918, mentre nel paese sale la tensione sociale, si moltiplicano gli scioperi, cresce il malcontento per le conseguenze della guerra, la Sinistra (che dal dicembre possiede un proprio organo centrale di stampa, "Il Soviet") si batte perché il PSI appoggi senza esitazioni la Russia rivoluzionaria riconoscendo apertamente il significato internazionale della strategia leninista.

1919 - È l'anno cruciale in tutt'Europa: l'anno dei grandi scioperi in Italia e dei tentativi rivoluzionari in Germania e Ungheria, l'anno in cui vengono massacrati Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, l'anno della costituzione della Terza Internazionale come partito della rivoluzione mondiale. In Italia, scoppia la polemica tra la Sinistra (che preme per la creazione di un autentico partito comunista in grado di applicare l'esperienza della rivoluzione russa all'Occidente avanzato e ribadisce il carattere di rottura sociale e politica dei soviet come organi del dualismo di potere in un processo rivoluzionario in corso) e "L'Ordine Nuovo" (che pretende di individuare nei consigli di fabbrica l'equivalente dei soviet, dando a essi organismi locali e del tutto interni all'organizzazione sociale e politica capitalistica - una patente di "prefigurazione della società futura"). Sempre nel 1919, proprio grazie all'azione teorica e pratica della Sinistra, si forma all'interno del PSI la Frazione Comunista Astensionista, nucleo del futuro Partito Comunista d'Italia. Uno degli elementi che la caratterizzano è l'affermazione che, nei paesi di vecchia democrazia (l'Europa Centro-occidentale, gli Stati Uniti), il parlamento, oltre a non essere il luogo dove vengono prese le reali decisioni economico-politiche (come i classici del marxismo hanno sempre insegnato), non è nemmeno più una tribuna utile a far sentire la voce dei comunisti: da tempo è diventato uno strumento per sviare e disperdere le energie rivoluzionarie. Non solo dunque il parlamentarismo va combattuto, ma non si deve prendere parte alle elezioni politiche per dare il massimo rilievo all'opposizione a esso e allo Stato borghese, sia pure "democratico". Un altro elemento caratterizzante la strategia della Sinistra è la concezione del "Fronte unico dal basso": non dunque l'ambigua e confusa convergenza di partiti od organizzazioni dotati di programmi politici diversi, ma lo schierarsi dei lavoratori di qualunque fede politica o religiosa su un fronte comune di lotta, intorno a concreti obiettivi economici e sociali, di difesa delle condizioni di vita e di lavoro.

1920 - Al Secondo Congresso della Terza Internazionale, la presenza della Sinistra è di fondamentale importanza. Il suo contributo è decisivo per rendere più severe le "condizioni di ammissione" all'Internazionale stessa, per evitare che vi entrino gruppi e partiti che a parole, e sull'onda di una fase ancora di lotte vigorose, ne accettano sì la disciplina e il programma rivoluzionari, ma poi, nei fatti, ne sabotano (soprattutto se l'onda rivoluzionaria internazionale dovesse calare) l'operato. La Sinistra è la formazione comunista europea che con maggior chiarezza si schiera su una prospettiva internazionalista, concependo l'Internazionale come il vero, autentico partito mondiale, e non come somma formale, aritmetica, di partiti nazionali, lasciati poi liberi di seguire la via che credono. Nell'Internazionale, la Sinistra (che lotta in Italia per arrivare alla creazione di un vero Partito Comunista) si schiera per la riaffermazione integrale del marxismo, per una prospettiva programmatica, strategica e tattica internazionalista che affasci proletari dell'Occidente avanzato e popoli dell'Oriente, per la necessità del partito rivoluzionario, della rottura violenta dell'ordine borghese e dell'instaurazione della dittatura di classe come ponte di passaggio verso la società senza classi, per una disciplina interna agli organismi internazionali e nazionali fatta non di vuoto caporalismo ma di piena accettazione e comprensione del programma rivoluzionario da parte dei militanti tutti.

1921 - Al Congresso di Livorno del PSI, la Sinistra Comunista rompe con il vecchio partito riformista e fonda il Partito Comunista d'Italia, Sezione dell'Internazionale Comunista. Nonostante le affermazioni in contrario della successiva storiografia stalinista, il ruolo dirigente è totalmente della Sinistra e di Bordiga: Gramsci, Togliatti & Co. sono in questa fase totalmente allineati con essa. Per due anni, nell'Europa occidentale che cerca di imboccare la via della rivoluzione e di offrire così l'aiuto decisivo all'Unione Sovietica, il PCd'l guidato dalla Sinistra rappresenta la punta avanzata del "bolscevismo pianta di ogni clima". Opera sul piano sindacale per costituire un reale fronte di lotta (e non di partiti) delle masse operaie indipendentemente dalla loro affiliazione politica; conduce una lotta strenua contro il riformismo socialdemocratico che inganna gli operai con illusioni pacifiste e legalitarie; combatte a viso aperto il fascismo, che considera non una reazione feudale (come teorizzerà in seguito lo stalinismo!), ma l'espressione politica del grande capitale (industriale e agrario) posto di fronte a una crisi economica mondiale e a un proletariato militante; si crea un proprio apparato militare di difesa contro la reazione evitando di confondersi con raggruppamenti spuri ed equivoci come gli "Arditi del Popolo"; e, in tutte le questioni tattiche e strategiche affrontate in anni di progressivo riflusso del movimento rivoluzionario, si pone costantemente in una prospettiva internazionale e internazionalista, denunciando fin dal loro comparire le tendenze localiste e autonomiste e soprattutto la spinta verso la subordinazione dell'Internazionale stessa alle esigenze nazionali russe.

1923-24 - Approfittando dell'arresto di Bordiga e di buona parte dei dirigenti del PCd'l (nel tardo '23, il processo si concluderà con una celebre autodifesa degli imputati e la loro assoluzione), la direzione passa a uomini più arrendevoli alle direttive sempre più "elastiche" dell'Internazionale, e nel corso del '24, pur avendo ottenuto la maggioranza alla Conferenza nazionale di Corno (maggio), la Sinistra viene estromessa dalla direzione, affidata per iniziativa di Mosca alla corrente di Centro guidata da Gramsci e Togliatti. Nei due anni che seguono, il processo di smantellamento dell'influenza della Sinistra nel partito assume sempre più i toni e adotta i metodi che saranno propri della politica staliniana: il suo organo Prometeo" viene dopo pochi numeri soppresso, le sezioni in cui la Sinistra è dominante vengono sciolte, i compagni della Sinistra vengono allontanati dagli incarichi direttivi, i loro articoli e documenti censurati o non pubblicati, e si afferma un regime interno di sospetto e intimidazione, di disciplina caporalesca e burocratica.

1926 - Al III Congresso del Partito, tenutosi fuori d'Italia, a Lione, le manovre del nuovo Centro (storicamente ben documentate: per esempio, il voto dei delegati assenti della Sinistra viene attribuito automaticamente al Centro!) si traducono nella completa emarginazione della Sinistra, che viene messa nell'impossibilità di agire e far sentire la propria voce ed è definitivamente emarginata all'interno del partito. Nello stesso anno, al VI Esecutivo Allargato dell'Internazionale comunista (Mosca, febbraio-marzo), Bordiga si batte contro la "bolscevizzazione", vale a dire la riorganizzazione del partito sulla base delle cellule di fabbrica, che - con il pretesto demagogico di incrementare il carattere "operaio" del partito - finisce invece per rinchiuderne la base nell'orizzonte angusto della singola fabbrica e officina e per rendere indispensabile la figura del "Funizionario-burocrate" che "dà la linea" stabilendo un legame fittizio e caporalesco fra Centro e periferia. Nella stessa arroventata riunione moscovita, Bordiga prende - solo fra tutti gli intervenuti - l'iniziativa di chiedere che la grave crisi interna del Partito bolscevico (preludio della teoria falsa e bugiarda del "socialismo in un solo paese") sia posta all'ordine del giorno di un prossimo Congresso mondiale, poiché "la rivoluzione russa è anche la nostra rivoluzione, i suoi problemi sono i nostri problemi e ogni membro dell'Internazionale rivoluzionaria ha non solo il diritto ma il dovere di collaborare alla loro soluzione". Penserà il fascismo ad arrestare Bordiga (insieme a tutti i dirigenti del PCd'I) prima che il nuovo congresso si riunisca; penserà Stalin a isolarvi l'Opposizione russa. Tra il 1926 e il 1930, i compagni della Sinistra vengono via via espulsi dal partito e dunque o consegnati alla repressione fascista o costretti all'emigrazione. La campagna contro la Sinistra in Italia è parallela a quella contro Trotsky in URSS, anche se fra le due correnti esistono punti di dissenso, che non impediscono tuttavia alla Sinistra di difendere l'Opposizione russa nei cruciali anni 1927-28. Bordiga stesso viene espulso nel 1930 con l'accusa di "trotskismo". Intanto, prima con il tradimento dello sciopero generale inglese del 1926, poi con la subordinazione del partito comunista ai nazionalisti del Kuomintang durante la rivoluzione cinese del 1927 (l'esito finale sarà il massacro della Comune di Canton a opera dei nazionalisti!), lo stalinismo, espressione delle forze borghesi in ascesa in un'URSS isolata dopo il fallimento della rivoluzione in Occidente, completa il rovesciamento dei principi e del programma comunisti.

1930-1940 - Con Bordiga isolato a Napoli e sottoposto a continua sorveglianza poliziesca, e la Sinistra perseguitata da fascismo e stalinismo, dispersa nell'emigrazione, soffocata dalla democrazia, inizia una fase della nostra storia che si può ben definire eroica. La Sinistra si riorganizza in Francia e in Belgio come Frazione all'Estero e pubblica le riviste "Prometeo" e "Bilan", con le quali continua la propria battaglia politica. La situazione è estremamente difficile, perché i compagni - pochi e dispersi - debbono combattere su tre fronti: contro il fascismo, contro lo stalinismo, contro la democrazia. E tuttavia denunciano la politica di Mosca (i "fronti popolari", la mano tesa alla democrazia, le continue capriole politiche sulla pelle dei proletari più combattivi, il patto Hitler-Stalin, gli appelli "ai fratelli in camicia nera" da parte di Togliatti), cercano vanamente di operare affinché, durante la guerra di Spagna, le incerte formazioni di sinistra si orientino in senso classista, lottano contro il fascismo e il nazismo (nella Francia occupata, riescono addirittura a svolgere propaganda disfattista tra i soldati tedeschi), sottopongono a critica tutti i miti democratici che sempre più inquinano il movimento operaio internazionale (allo scoppio della guerra e negli anni successivi, gli operai internazionalisti ne denunciano il carattere imperialista).É ormai evidente che, con lo stalinismo, ci si trova di fronte alla più grave ondata controrivoluzionaria, e i compagni iniziano, sia pure con insufficienze dovute all'estremo isolamento in cui si trovano, ad analizzare "che cosa è successo in URSS".É questa loro tenace resistenza, questa volontà ostinata di non lasciare che il "filo rosso" si spezzi, a permettere la rinascita del partito nel 1943.

1943-1952 - Grazie anche al rientro di alcuni compagni dall'emigrazione, comincia in Italia il lavoro di ritessitura di una vera e propria organizzazione. Esce clandestinamente - dalla fine del 1943 - il periodico "Prometeo". Successivamente, si riprendono i contatti con Bordiga, si svolge un'agitazione rivoluzionaria tra i proletari combattivi delusi dal movimento resistenziale, si opera per dare un indirizzo classista al moto di scioperi che scoppia negli ultimi anni di guerra, si lavora a stretto contatto con il proletariato ottenendo anche significativi risultati (in vari casi, specie nelle fabbriche del nord, sono gli internazionalisti a venire scelti come delegati alle Commissioni Interne). Nasce infine il Partito comunista internazionalista, con il periodico "Battaglia comunista". Lo scontro con gli stalinisti è aperto. Proprio mentre Togliatti, nella sua funzione di Ministro di Grazia e Giustizia, decreta un'amnistia generale e mette in libertà i caporioni e la manovalanza fascista inneggiando all'"uomo nuovo" e alla "rinata democrazia", il suo partito denuncia come "fascisti" gli internazionalisti e incita alla loro eliminazione fisica. Così, al culmine di un'autentica campagna di diffamazione e incitamento all'assassinio, i compagni Mario Acquaviva e Fausto Atti (e altri anonimi militanti di cui non siamo riusciti a sapere più nulla) vengono massacrati dagli stalinisti. Questa prima fase di vita del partito è ancora segnata dalle incertezze teoriche proprie della Frazione all'Estero, e i nodi verranno al pettine nel 1952, quando l'esigenza di ristabilire in maniera chiara e monolitica (e contro ogni fretta attivistica e superficiale) l'intero corpus marxista snaturato e distrutto dallo stalinismo porta a una prima frattura. In quello stesso anno, inizia dunque le pubblicazioni "Il programma comunista": sulle sue pagine, fino alla morte nel 1970, Bordiga svilupperà l'enorme lavoro di ricostruzione teorico-politica del Partito, che a metà anni '60 diventerà Internazionale " di fatto e non solo di nome. Le Tesi caratteristiche del Partito (1951), le Considerazioni sull'organica attività del Partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole (1965), le Tesi sul compito storico, l'azione e la struttura del Partito comunista mondiale- (1965) e le Tesi supplementari (1966) daranno poi al Partito il suo definitivo inquadramento teorico, politico e organizzativo.


 

Partito storico e partito formale

"D'accordo", dirà a questo punto il nostro interlocutore un po' disorientato, "avete una storia lunga e gloriosa. Però siete pur sempre quattro gatti".

Certo, siamo pochi e la nostra influenza reale è oggi pressoché nulla. La cosa non ci stupisce e non ci spaventa. Un'obiezione del genere non prende in considerazione il fatto che, come s'è detto, lo stalinismo è stato la più feroce controrivoluzione sofferta dal movimento comunista internazionale. I suoi effetti sono stati devastanti, si sono fatti sentire per più di sessant'anni, si fanno sentire ancor oggi. In tutto questo periodo, grazie alla distruzione del partito comunista mondiale e al disarmo teorico-pratico a opera della controrivoluzione, la classe operaia dell'Occidente capitalistico sviluppato è stata aggiogata al carro della democrazia, definita per principio un mondo idilliaco in cui tutti i contrasti potevano finalmente essere superati e annullati. Ha partecipato a un altro massacro mondiale. Ha collaborato alla ricostruzione post-bellica, producendo una quantità impressionante di plusvalore (il boom degli anni '50) grazie alle cui briciole è stata convinta che questo è "il migliore dei mondi possibili". Ha abbandonato al proprio destino i popoli di colore che si ribellavano contro il giogo dell'imperialismo e cominciavano ad assaggiare le delizie della penetrazione capitalistica. E, tutte le volte che ha provato a imboccare una via di difesa dei propri interessi come classe, s'è sentita rispondere che... "il bene superiore dell'economia nazionale non lo permette", "c'è il rischio di fare il gioco della destra", ecc. ecc.

E' ovvio che, in condizioni come queste, che hanno caratterizzato l'ultimo mezzo secolo euro-americano, il comunismo rivoluzionario fatichi a diffondersi. Esiste una barriera materiale che vi si oppone: modi di pensare, abitudini, influenze ideologiche, tradizione, apatia, illusioni, il fatto stesso che, per un lungo periodo, posto di lavoro e salario appaiano come realtà garantite... Tutto ciò, per noi materialisti, è più che comprensibile. Non solo: i comunisti l'hanno già sperimentato. Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848, la Lega dei Comunisti contava pochi elementi sparsi in giro per l'Europa: ma questa "solitudine" fu la pre-condizione per la nascita della Prima Internazionale nel 1864. Dopo la Comune di Parigi del 1871, Marx ed Engels rimasero sostanzialmente soli a trarre le lezioni di quel tentativo rivoluzionario soffocato nel sangue: ma furono quelle "lezioni" tratte in solitudine a permettere la rinascita del movimento comunista su basi più solide di lì a pochi anni. Lo stesso accadde a Lenin e ai marxisti russi dopo la fallita rivoluzione del 1905 in Russia, premessa per l'affermarsi del bolscevismo, per la vittoria della rivoluzione del 1917 e per la nascita della Terza Internazionale. E lo stesso accadde dopo il 1926 alla Sinistra e al nostro partito, che di quell'esperienza è l'erede diretto.

Che, nel mezzo di queste ondate controrivoluzionarie (e l'ultima, s'è detto, è stata la più tremenda di tutte, arrivando a ribaltare l'ABC stesso del marxismo), il partito sia piccolo, si riduca a pochi elementi, resti ignorato ai più, è perfettamente comprensibile: è addirittura connaturato al divenire storico. Il partito non ribalta le situazioni sfavorevoli con la bacchetta magica, non suscita le rivoluzioni con un atto di volontà. É il processo rivoluzionario che matura nei decenni, di pari passo con l'accumularsi delle contraddizioni che il sistema capitalistico genera inevitabilmente. Il partito deve favorire questo processo, organizzarlo e indirizzarlo, guidarlo teoricamente e praticamente. Può sembrare un paradosso, ma la storia lo dimostra: è proprio nelle fasi controrivoluzionarie (quelle in cui la rivoluzione non è minimamente all'ordine del giorno) che la rivoluzione va maturando. E vi ci si prepara ricostruendo il partito, difendendo il suo patrimonio di teoria ed esperienza, riannodando il filo rosso che tutti vorrebbero spezzare, lottando per diffondere controcorrente il suo programma. Se non ci si prepara allora e in questo modo, la rivoluzione non verrà mai: perché, quando si ripresenteranno le condizioni materiali a essa favorevoli, mancherà appunto l'organo-guida, lo strumento necessario, il partito.

Questa è una prima considerazione vitale. Ma non basta. Esiste un partito storico ed esiste un partito formale, e anche questo è un concetto-chiave marxista. Il partito storico è l'insieme dell'elaborazione teorica, del programma, delle tesi, dell'esperienza storica del comunismo. Esso data ormai dal 1848, quando venne pubblicato il Manifesto del partito comunista, e comprende (in un tutto monolitico le cui parti si integrano organicamente le une alle altre) le opere di Marx, Engels e Lenin, le battaglie politiche della Prima, della Seconda, della Terza Internazionale, gli insegnamenti della Comune di Parigi del 1871, della Rivoluzione russa del 1905, della Rivoluzione dell'ottobre 1917, l'esperienza delle grandi lotte nell'Occidente capitalistico e nell'Oriente di colore tra 1917 e 1927, l'elaborazione teorico-politica prodotta dalla Sinistra Comunista sull'arco di più di mezzo secolo, le lezioni che essa ha saputo trarre dalle controrivoluzioni. E dunque un metodo di interpretazione dei fatti storico-sociali, una dottrina politica e un'esperienza di lotta: una teoria, un programma, una strategia, una tattica, che costituiscono i fondamenti del comunismo, cui generazioni diverse devono necessariamente far riferimento.

Ed esiste poi un partito formale. Vale a dire, la traduzione di quell'insieme - teoria, programma, strategia, tattica - in una struttura organizzata, in un organismo vivente, fatto di militanti in carne e ossa, operanti in situazioni specifiche e impegnati ad allargare il raggio d'influenza del comunismo. E questa struttura organizzata che, riannodando materialmente il filo rosso del comunismo, permette la fusione di generazioni diverse in un'unica prospettiva di lotta. Ma è anche essa che risente in maniera inevitabile degli alti e bassi della lotta di classe, dei momenti favorevoli come di quelli sfavorevoli, delle vittorie come delle sconfitte.

Non c'è, si badi bene, una frattura tra partito storico e partito formale. Non si tratta di due momenti separati e successivi. Il partito storico deve tendere a tradursi in partito formale, perché altrimenti il comunismo rimarrebbe lettera morta; il partito formale deve identificarsi con il partito storico, perché altrimenti sarebbe privo di teoria, programma, strategia e tattica comunisti che soli possono caratterizzarlo. Tutta la storia del movimento comunista internazionale è in fondo la storia del processo difficile e appassionante attraverso cui il partito storico diviene partito formale, la teoria diviene prassi, organizzazione vivente e combattente. In date fasi, il partito formale può ridursi anche a pochi elementi privi o quasi di reale influenza sulla scena storica. Ma è vitale che questi pochi elementi difendano con tutte le loro forze il partito storico, cerchino di farlo vivere nella realtà non importa quanto derisi o inascoltati dalla grande maggioranza, operino per allargare quanto più è possibile il proprio raggio d'influenza a livello internazionale. E questo il presupposto perché, al ripresentarsi di condizioni oggettive più favorevoli (e il ciclo dell'economia capitalista non può fare altro che crearle di continuo, per le contraddizioni interne che sono connaturate a essa), il comunismo possa trovare, allora sì, un seguito più numeroso.

Nel corso del secondo dopoguerra, il nostro Partito s'è trovato a lottare per difendere il partito storico, senza cessare mai di operare per far vivere nella società del capitale il partito formale: non importa quanto piccolo, non importa quanto isolato. Sappiamo che questa nostra lotta (che implica un ribaltamento totale del modo corrente di concepire i fenomeni della società) è stata fondamentale, perché, domani, i quattro gatti di oggi diventino otto, sedici, trentadue, eccetera. L'ha fatto nel periodo sicuramente più sfavorevole e difficile, ed è questo il motivo per cui la sua storia è stata anche così travagliata. Il periodo controrivoluzionario è privo dell'ossigeno della lotta di classe e dunque pesa come una cappa di piombo sullo stesso partito, alimentando di volta in volta illusioni o disillusioni. E così il piccolo partito deve guardarsi sia dalla tentazione disastrosa di ridursi a una piccola setta di accademici intenti a dibattere al proprio interno, sia dalla facile illusione che basti, in qualunque fase storica, moltiplicare per mille l'attività per ampliare l'influenza tra la classe operaia.


 

Perché la classe operaia

"Tutto questo parlare della classe operaia! Ma la classe operaia non esiste più... con la rivoluzione telematica è scomparsa! Possibile che non ve ne rendiate conto?"

Preghiamo il nostro interlocutore di studiare meglio la realtà prima di aprir bocca, per evitare di trasformarsi in uno di quei pappagalli che ripetono a memoria le quattro frasette dell'ultimo "esperto", lette sull'ultimo numero del giornale.

Quest'autentica bufala della "scomparsa della classe operaia" (o della sua "integrazione") non è un'invenzione di oggi. La sostenevano già negli anni '40 certi sociologi americani, l'hanno ripresa "pensatori" alla moda negli anni '60 come Marcuse & Co., è stata pane quotidiano (ma raffermo!) di certe impostazioni "ultra-sinistre " degli anni '70. E in fondo è alla base stessa dell'ideologia borghese, che fin dagli inizi ha sostenuto di aver eliminato le divisioni di classe, considerate come tipiche ed esclusive del feudalesimo. Non è dunque una sorpresa ritrovarcela tra i piedi anche oggi. Vediamo un po' meglio come stanno le cose.

Se diciamo che quella della "scomparsa della classe operaia" è una bufala, lo facciamo sia in base alla teoria sia in base a considerazioni attuali. Teoria (in maniera molto sintetica, ovviamente): al cuore del meccanismo economico capitalistico c'è la produzioneper il profitto - senza profitto, l'economia capitalistica s'accartoccerebbe su se stessa (e infatti, con la scoperta della caduta tendenziale del saggio di profitto, Marx ha colto il tallone d'Achille del capitalismo: quello che, inevitabilmente, ne detta la morte).

Ora, questo profitto si crea attraverso l'estrazione di plusvalore dal lavoro vivo: vale a dire, facendo lavorare l'operaio per un certo numero di ore, ma pagandogliene solo una parte (di nuovo: le questioni sono molto complesse, e l'interlocutore deciso a capire può approfondirle su testi come Lavoro salariato e capitale o Salario, prezzo e profitto, oltre che, naturalmente, sul Capitale). Ciò vuol dire che il capitale non potrà mai rinunciare al lavoro umano, appunto perché il plusvalore non può estrarsi da una macchina. Proprio qui sta l'altra grande contraddizione del capitale: esso deve introdurre macchine al fine di aumentare la produzione, ma non può introdurle oltre un certo limite perché altrimenti si ridurrebbe in maniera drastica la fonte del profitto.

Quindi, la tendenza al macchinismo è costante nella storia del capitale (vedi appunto il Capitale, Libro I, Sezione IV, Cap. XIII), ma non modifica (non può sostituire) il meccanismo centrale del suo funzionamento: l'estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, lo sfruttamento di una classe operaia che resta comunque necessaria al capitale. E questo vale sia per la classe operaia "tradizionale" (le "tute blu", per intenderci) sia per quegli strati più recenti di tecnici (le "tute bianche"), che sono anch'essi produttori di plusvalore attraverso lavoro non pagato. Che dunque un individuo lavori tra i bagliori rossastri e gli schianti infernali di una fonderia o nel candore asettico di un laboratorio di produzione di chips e fibre ottiche, non cambia nulla al suo rapporto con il capitale. E, da parte sua, il capitale non potrà mai eliminare la classe operaia, perché a essa è legato come l'impiccato alla corda.

Questo per quanto riguarda la teoria. Se poi passiamo alle considerazioni attuali non abbiamo altro che conferme. Basta infatti volgere uno sguardo intorno per rendersi conto dell'impressionante aumento, in tutto il mondo, della classe operaia. Si parla tanto di "globalizzazione del mercato": e che cos'è, questa "globalizzazione", se non la penetrazione e affermazione del sistema capitalistico in ogni angolo del pianeta, e di conseguenza la nascita e crescita di una classe operaia, ultrasfruttata e ultradiseredata, in Asia, Africa, America Latina? Continuano a giungere notizie di tragici incendi di fabbriche in Cina, a Taiwan, a Hongkong, di scioperi repressi nel sangue in Corea, Zaire, Sud Africa: che cos'è questo se non la prova drammatica che la classe operaia, ben lungi dallo scomparire, è invece nata e s'è moltiplicata, anche in aree fino a pochi decenni fa non toccate dall'irresistibile avanzata delle merci e del capitale? E che cosa sono gli enormi flussi migratori, che tanti grattacapi danno ai bravi borghesi e piccolo-borghesi, se non la dimostrazione a livello mondiale del gonfiarsi d'una popolazione di proletari puri, cioè di braccia che possono contare solo sul lavoro futuro dei figli, della prole, per sperare di sopravvivere alla meno peggio (e si potrebbe qui aprire una parentesi a proposito della sovrappopolazione, altro incubo per i bravi borghesi e piccoloborghesi, altra dimostrazione per noi della contraddizione insuperabile d'un capitalismo che deve far nascere a ritmo sostenuto una forza-lavoro destinata, storicamente, a sconfiggerlo).

Ancora: che cos'è il dramma della disoccupazione, non solo stagnante ma crescente, se non la prova, in negativo, dell'esistenza, ben reale, ben concreta, della classe operaia nelle stesse metropoli di vecchio capitalismo, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, l'Italia, il Giappone - là dove, cioè, l'ideologia borghese strombazza ai quattro venti (e i gonzi si bevono a occhi chiusi) la lieta novella della "scomparsa della classe operaia"?

In realtà, negli ultimi cinquant'anni, abbiamo assistito, da un lato, a una crescita complessiva impressionante di una classe di senza riserve assoluti, di autentici proletari, e, dall'altro, a un processo acuto di proletarizzazione, specie nelle cittadelle capitalistiche avanzate (i ghetti, le banlieus, le bidonville). Invece di assottigliarsi, le file di questa classe operaia mondiale non hanno fatto dunque altro che ingrossarsi.

"Però non potete negare che è in corso un processo di deindustrializzazione! " Certo, ma attenzione: la deindustrializzazione di alcune aree (si badi bene: alcune!) non ha niente a che vedere con le teorie balzane del post-industriale o del post-capitalismo. Si tratta d'un fenomeno che può solo essere analizzato nella sua dinamica: vale a dire, comprendendo che si tratta molto semplicemente della necessità da parte del capitale di andarsi a cercare le condizioni di migliore sfruttamento della manodopera e dunque di più vantaggiosa estrazione di plusvalore. Insomma: se le fabbriche scompaiono da Detroit, è solo perché ricompaiono nelle zone di frontiera con il Messico; se la "grande fabbrica" viene smantellata, è solo perché decine di fabbriche più piccole nascono nelle aree periferiche... Di fronte alla crisi economica, il capitale si ristruttura in modo a) da evitare situazioni di grande conflittualità dovute alla concentrazione di manodopera combattiva, b) da avere a disposizione una manodopera più giovane, più inesperta, più affamata, più ricattabile. Ma si tratta pur sempre d'un fenomeno ciclico: la dispersione si trasformerà in seguito in concentrazione, perché il capitale è "geneticamente" orientato verso di essa.

Ora, non c'è dubbio (e così dicendo anticipiamo subito l'obiezione del nostro interlocutore) che, a fronte di questa diffusione macroscopica del proletariato mondiale, manca in esso la consapevolezza d'essere una classe, di avere interessi - sia immediati che storici - comuni. Ma attenzione! il fatto che il marxismo indichi nel proletariato la classe rivoluzionaria destinata a seppellire il capitalismo e ad aprire le porte alla società senza classi non significa che il proletariato. sia automaticamente, sempre e comunque, rivoluzionario. Questa è un'altra bufala che lasciamo volentieri agli stalinisti e agli operaisti, demagoghi entrambi.

Il carattere di "classe rivoluzionaria" del proletariato gli è conferito dalla collocazione all'interno del processo produttivo. Esso è al cuore del meccanismo di estrazione di plusvalore e dietro di sé non ha altre classi da sfruttare. Ribellandosi, mette in discussione l'impalcatura stessa della società del capitale. Liberando se stesso, libera l'umanità intera. In tutte le rivoluzioni precedenti che hanno segnato il passaggio da un modo di produzione all'altro (quella antischiavista, quella antifeudale), la classe protagonista della rivoluzione aveva dietro di sé altre classi - destinate, una volta attuati la rottura rivoluzionaria e il passaggio al nuovo modo di produzione, a divenire le "classi oppresse", le "classi sfruttate". Con la borghesia e il proletariato, siamo giunti alla fine del lungo arco di tempo contrassegnato dalla divisione della società in classi: il proletariato, attuale classe sfruttata, non ha dietro di sé nessun'altra classe su cui poter esercitare (in futuro, una volta vittorioso) il proprio sfruttamento. La società nuova che dovrà nascere (che è già matura per nascere e il cui ritardo nella nascita produce un travaglio che tanto somiglia a un'agonia) non conoscerà divisioni di classe e dunque non conoscerà classi sfruttate.

Certo, esiste un problema soggettivo. Nella stragrande maggioranza, la classe operaia odierna (sia quella relativamente garantita delle grandi metropoli capitalistiche, sia quella drammaticamente sfruttata dei giovani paesi capitalistici) non si percepisce come classe, non si muove in direzione di quelli che sono i suoi compiti storici. Anzi, si può dire che, per lo più, non si muove affatto: subisce lo sfruttamento senza ribellarsi. Ma questo non ci sconcerta. É un problema politico che ha precisamente a che fare con la democrazia e con lo stalinismo - vale a dire, con gli effetti della più grave controrivoluzione della storia del movimento operaio e comunista. E un problema politico che ha a che fare con la distruzione a livello mondiale del partito rivoluzionario: cioè, di quel fattore di coscienza e volontà, di teoria e azione, che fin dagli inizi il marxismo ha indicato come condizione irrinunciabile per lo sviluppo del processo rivoluzionario e che tutte le classi rivoluzionarie del passato hanno necessariamente avuto come guida.

Senza il suo partito rivoluzionario (e ciò vuol dire: senza il suo programma politico rivoluzionario, senza la sua "coscienza di sé come classe"), la classe non è nulla: solo un insieme statistico di individui incapaci, nella grande maggioranza, di sollevarsi all'altezza della propria missione storica. Ed è proprio la situazione storica attuale a dimostrarcelo in maniera drammatica.

E per questo che la strada che porta al comunismo passa necessariamente attraverso la ricostruzione del partito rivoluzionario.


 

 Che cosa vuol dire comunismo...


"Certo però che, dopo l'esperienza dei paesi dell'Est, oggi è difficile parlare di comunismo", commenterà un po' sconsolato il nostro interlocutore.

Possiamo capirlo. Parlare di "comunismo" oggi significa innanzitutto rivoltare come un guanto l'idea che ci se n'è fatta per più di mezzo secolo, sotto l'influsso della propaganda staliniana, del gracidare opportunista-riformista-socialdemocratico, della stessa ideologia borghese. Significa smascherare la menzogna del "socialismo in un solo paese", del "socialismo reale". Proviamo a ricapitolare alcuni concetti basilari.

Il comunismo non è morto in URSS (e altrove), per la semplice ragione che in URSS (e altrove) economicamente non è mai nato. Comunismo significa abolizione del lavoro salariato, delle merci, del denaro, del profitto, della competizione economica, delle classi sociali, dello Stato. Mentre in URSS & Co. esistevano il lavoro salariato (gli operai ricevevano una paga), il denaro (come merce di scambio), il profitto (aziende e cooperative dovevano chiudere i bilanci in attivo), la competizione economica (c'erano un mercato interno e una progressiva apertura al mercato mondiale), classi sociali ben distinte, uno Stato agguerrito sia all'interno che all'esterno.

Se, prima del 1989 (prima, cioè, del crollo del "muro di Berlino", con tutte le sue drammatiche conseguenze), si fosse guardato alle cosiddette "due fette del mondo moderno" con occhi marxisti (dunque senza lasciarsi ingannare da quella tragica menzogna), ci si sarebbe accorti di una fondamentale somiglianza tra il modo di funzionamento e i risultati raggiunti da quelli che venivano definiti due sistemi diversi. Da entrambe le parti, le città crescevano a dismisura trasformando in deserto le campagne, la produzione di missili nucleari e carri armati avveniva a scapito dell'alimentazione di enormi masse umane, si sviluppavano la concorrenza tra operai, il lavoro salariato, l'alienazione e il dispotismo di fabbrica. Da entrambe le parti, imperversavano l'anarchia del mercato, le crisi periodiche, le giungle degli appetiti statali e le guerre di saccheggio e oppressione, si aveva accumulazione di ricchezza a un polo della società e miseria all'altro, si scontravano gli interessi di classi opposte, si gonfiava smisuratamente la macchina dello Stato, si tendeva sempre più a considerare burocrazia e polizia come i rappresentanti esclusivi degli interessi collettivi. Comunismo tutto ciò? Ma fateci il piacere!

Che cos'era dunque l'URSS? Per i comunisti internazionalisti, la risposta è sempre stata chiara. In URSS, sotto Stalin e successori, non vigeva il comunismo ma il capitalismo, un capitalismo in larga misura di Stato, gestito, in tutta una serie di settori, centralmente (mentre in altri settori, soprattutto nell'agricoltura, esistevano ancora forme diverse di piccola produzione, addirittura anche precapitalistiche). In URSS si stava cioè facendo quello che ogni regime borghese ha sempre fatto al tempo della sua "accumulazione originaria" e poi via via "allargata": creare le condizioni economiche di uno sviluppo capitalistico su larga scala grazie all'intervento centrale dello Stato. A Lenin e ai comunisti, tutto ciò era chiarissimo: dopo la rivoluzione del 1917, il potere politico dittatoriale proletario doveva assumersi il compito storico gigantesco di far uscire il paese dall'arretratezza economica ponendo le basi del comunismo (vale a dire, un'economia capitalistica pienamente sviluppata: espansione della grande industria, sviluppo della rete ferroviaria, incentivi alla cooperazione agricola su vasta scala, elettrificazione, ecc.), in attesa che la rivoluzione comunista scoppiasse e vincesse nell'Occidente economicamente avanzato. Queste erano le condizioni della vittoria del comunismo su una scala internazionale.

Ma la rivoluzione in Occidente non venne per l'incapacità di tutta una serie di partiti (e, a partire da un certo punto, della stessa Internazionale Comunista) di schierarsi su un fronte veramente rivoluzionario, e la Rivoluzione d'ottobre (schiacciata fra il ritardo dell'Occidente e l'emergere necessario delle forme economiche capitalistiche i Russia) si accartocciò su se stessa. La controrivoluzione staliniana, espressione proprio del giovane capitalismo russo, ribaltò infine quella possente visione strategica: distrusse il partito di Lenin sia fisicamente che teoricamente, proclamò "socialismo" quello che era "accumulazione capitalistica", teorizzò la possibilità di "costruire il socialismo in un paese solo". Questo fu il grande, tragico inganno: e dentro fino al collo in quell'inganno, che volle dire il sangue di milioni e milioni di persone, ci stanno non solo gli stalinisti convinti, ma anche tutti coloro, democratici e fascisti, che allo stalinismo hanno dato e danno la loro benedizione definendolo "comunismo".

"Ma, allora, che cosa è successo tra il 1989 e oggi?".É successo che quella forma capitalistica, che ha dominato la scena sovietica e i paesi satelliti, a un certo punto della sua storia ha esaurito la propria funzione. Anzi: è diventata un ostacolo, specie in presenza della crisi economica mondiale che s'è aperta a metà anni '70 e che già verso la fine di quel decennio aveva cominciato a toccare l'URSS. Era necessario dar libero sfogo alle energie accumulate sotto la protezione dello Stato, ai soggetti economici coltivati fin allora come in una serra e ora bisognosi di svilupparsi autonomamente, senza più vincoli o condizionamenti centrali. Ecco allora la "rottura" con la fase e la forma precedenti - una "rottura" che, ancora una volta. tutti i paesi borghesi hanno compiuto nella loro storia: da una gestione centralizzata statale a una di cosiddetto libero mercato (per poi tornare al dirigismo statale quando la situazione economico-sociale lo richieda: si pensi al fascismo).

Ma, allora, che cosa vuol dire davvero "comunismo"? Non è stato il marxismo a scoprire i caratteri della società comunista. Già prima del suo avvento, "comunismo" significava "comunione dei beni": cioè, messa in comune delle ricchezze sociali e razionale amministrazione di una società che non conoscesse né mercato, lavoro salariato, capitale, né classi sociali. Inoltre, tutta una fase dell'esperienza umana s'era andata svolgendo nel segno d'un "comunismo primitivo" (e dunque limitato e condizionato da un bassissimo livello di sviluppo delle forze produttive): lavoro in comune su terre comuni e godimento in comune dei prodotti di questo lavoro, come era successo agli albori della preistoria umana, prima dell'apparire delle classi, della divisione del lavoro. della proprietà privata.

Il marxismo ha liberato il comunismo dalle scorie utopistiche per presentarlo come il prodotto, non più della volontà e dei sogni (i famosi "piani" degli utopisti Fourier, Saint Simon, Owen), ma come conquista necessaria del movimento reale della società. Il capitalismo infatti spinge a fondo la divisione del lavoro e separa completamente il lavoratore dai mezzi di lavoro (attrezzi, macchine) e dai mezzi di sussistenza (alimentazione, alloggio). L'operaio, diventato un senza-riserve (pensate, oggi, alle masse enormi di senza-riserve africani e asiatici, presi nel vortice del processo di capitalistizzazione di quelle aree!), deve ormai passare attraverso il mercato per comprare i mezzi di sussistenza. Per far ciò, deve vendere la propria forza-lavoro al capitalista che si è accaparrato i mezzi di produzione (e che può anche non esistere come persona fisica: può essere una società anonima, o lo Stato) e che, possedendo il prodotto del lavoro, intasca il grosso della ricchezza creata dai lavoratori, ricchezza di cui questi ultimi sono dunque legalmente spossessati. Di più, il proletario può far vivere i suoi familiari solo nella misura in cui le sue braccia continuano a essere utili al capitale (pensate ad autentiche piaghe sociali come il lavoro minorile, l'emigrazione, la prostituzione).

Questo rapporto sociale sprofonda le grandi masse in una miseria sempre più nera. Ma, aumentando fortemente la produttività del lavoro e collegando tutte le unità produttive in vaste concentrazioni alla scala mondiale, esso crea anche la condizione (ma solo la condizione) per soddisfare i bisogni umani e gestire unitariamente e internazionalmente le ricchezze prodotte. Non vi è dunque da "costruire" il socialismo (come se fosse un giocattolo Lego), ma da far corrispondere il modo di appropriazione delle ricchezze (che oggi è privato) al carattere già sociale (cioè collettivo, comune) della loro produzione.

Soprattutto, ed è la cosa più importante, mentre gli utopisti volevano "introdurre" il comunismo predicando la buona novella e si rivolgevano per questo ai governi o agli imprenditori illuminati, il marxismo dimostra che il capitalismo produce esso stesso i suoi becchini. Crea, con il proletariato moderno, una classe che il capitale stesso tende a concentrare e a unificare e che condanna a lottare per vivere; la sola classe che, da quando è comparsa la società divisa in classi, non abbia sotto di sé altre classi da sfruttare e che dunque, liberando se stessa, non può far altro che liberare l'intera umanità. La forza, insomma, che è in grado di assicurare il parto, doloroso e traumatico come tutti i parti, della nuova società.

Per arrivare a ciò, la lotta della moderna classe operaia, condotta sotto la guida del partito comunista (dotato di un programma e di una strategia mondiali), deve spingersi fino alla conquista del potere politico. Il proletariato instaurerà allora la sua dittatura di classe per il tempo necessario a schiacciare con il terrore qualunque tentativo di opposizione delle classi vinte e ormai inutili, a concentrare nelle proprie mani i mezzi di produzione e di scambio, a spezzare i rapporti di produzione esistenti, a cancellare inerzie e abitudini secolari.

Naturalmente, la trasformazione comunista della società potrà attuarsi in grande solo quando il potere internazionale del proletariato sarà consolidato da una vittoria decisiva nelle grandi fortezze imperialiste, veri e propri centri dell'economia mondiale e gendarmi del pianeta. E, altrettanto naturalmente, sarà necessario un certo periodo di tempo perché dalle macerie della vecchia società una nuova generazione, umana, nasca nelle condizioni del comunismo.

E questo il fine del movimento di lotta che si chiama "comunismo" e che non si fonda su un"'opinione fra le tante", su un "progetto culturale", su uno "slancio etico". In gioco non sono le banalità filistee di "una maggiore giustizia sociale", di "una migliore qualità della vita", di una "diversa distribuzione della ricchezza": tutte frasi retoriche che lasciano le cose esattamente come stanno perché non toccano mai la natura profonda del sistema capitalistico. In gioco è il trapasso storico da un modo di produzione a un altro, come avvenne quando si passò dallo schiavismo al feudalesimo, dal feudalesimo al capitalismo: ma con la differenza sostanziale che, abolendo la divisione in classi, il comunismo farà davvero uscire l'umanità dalla preistoria dello sfruttamento, dell'oppressione, della distruzione.

Nella società che si evolverà da questa trasformazione (trasformazione che - ripetiamolo - è radicale, totale, e non una fotocopia ingiallita del sistema precedente!), sarà ormai inutile qualunque forma di dittatura, qualunque potere politico statale, poiché le basi economiche della differenziazione in classi sociali saranno scomparse. Ma, mentre la crisi rivoluzionaria, la presa del potere, la dittatura proletaria sono tagli netti e verticali, i cambiamenti di tipo economico-sociale sono necessariamente più lenti e devono tener conto di tutta una serie di situazioni particolari (per esempio, la disparità dello stadio di sviluppo delle forze produttive). Dunque, nel comunismo inferiore o socialismo, esisterà ancora un certo grado di costrizione sociale che si manifesterà soprattutto nella regola: "A ciascuno secondo il suo lavoro". Il falso "socialismo reale" di ieri pretendeva di veder realizzata questa regola nel... lavoro salariato (quindi, in uno scambio "merce contro merce"). Il "comunismo inferiore" prevede invece l'introduzione del buono di lavoro, uno scontrino che rappresenta un diritto sui beni prodotti proporzionale al lavoro effettivamente prestato da ogni produttore (dedotte le risorse destinate a soddisfare bisogni sociali generali), e che non è denaro perché non può essere né risparmiato né accumulato, "non circola" (come invece fa il denaro).

Solo quando si produrrà in quantità sufficiente potrà scomparire ogni costrizione sociale e la società, entrando nel comunismo superiore, potrà inscrivere sulla sua bandiera: "Da ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni". Non più sottomessa alle cieche leggi economiche nascenti dall'anarchia del mercato, l'umanità non la farà soltanto finita con le crisi, le guerre sterminatrici, gli odii nazionali. Liberata dall'oppressione del produrre per il profitto, della competizione per i mercati, della produzione per la produzione, essa potrà organizzare la produzione mondiale in maniera cosciente, secondo un piano razionale che regolerà i rapporti finalmente armoniosi tra produzione, consumo e popolazione, oggi sempre più squilibrati dal gonfiarsi senza limite del capitalismo.

Potrà, in particolare, dedicare efficacemente i suoi sforzi a risolvere il problema cruciale dell'agricoltura e dell'alimentazione, settori crudelmente trascurati dal capitalismo per la semplice ragione che in essi il profitto è troppo esiguo. Per riuscirvi, l'industria dei paesi "avanzati", costruita con il sudore e il sangue di generazioni e generazioni di tutti i continenti, sarà posta senza indugio al servizio della modernizzazione dell'agricoltura dei paesi "arretrati", senza contropartita (cosa impensabile sotto il capitalismo!). Ciò contribuirà potentemente a colmare l'abisso scavato dall'imperialismo tra le diverse razze e nazionalità e ne favorirà la libera unione internazionale: il crogiolo dal quale uscirà la società dell'umanità finalmente unificata.

Non più dominata dalle forze esterne e nemiche del capitale, ormai padrona del proprio destino, la società comunista da un lato sarà in grado di dominare anche le formidabili forze che la scienza moderna ha saputo strappare alla natura (ma che, nelle mani del capitale, diventano spesso tremendi pericoli), e dall'altro potrà superare definitivamente la paura, l'oscurantismo, la religione.

Diventando razionale la produzione, cesseranno il saccheggio e la distruzione della natura oggi perpetrati, e la divisione tra città e campagna potrà essere via via superata attraverso un'equilibrata ripartizione dell'attività produttiva su tutta la crosta terrestre, eliminando così, grazie a questi due fattori, la minaccia dell'inquinamento di ogni genere. Si cesserà inoltre di dilapidare selvaggiamente le risorse umane, perché l'umanità non sarà più forza-lavoro per il capitale e la produzione potrà essere messa al servizio dei bisogni dell'umanità. Con la fine del capitale e del sistema salariato, e dunque con la fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, non sarà solo l'alternativa fra abbrutimento del lavoro e disoccupazione crescente a essere distrutta. Il comunismo, infatti, farà partecipare tutta la popolazione al lavoro sociale nella misura delle capacità di ciascuno, il che suppone uno sforzo diverso a seconda dell'età e quindi a esclusione dei bambini e dei malati. La società potrà allora - grazie alla diffusione dei procedimenti più moderni strappati al monopolio della proprietà privata e all'eliminazione di tutte le attività pericolose e inutili (dalla fabbricazione delle armi alla polizia e alla contabilità in partita doppia) - diminuire radicalmente il tempo di lavoro, fino a limitarlo allo stretto necessario: forse meno di due ore al giorno a scala mondiale, in base alla tecnologia attuale.

A questa misura, che già la dittatura proletaria mette al centro del suo programma, si accompagnerà l'eliminazione dell'antitesi tra scuola e produzione e si porrà così fine agli stupidi vaniloqui che passano oggi per il non plus ultra della cultura. Allo stesso modo, si introdurrà la completa
socializzazione dei lavori domestici, dalle pulizie all'educazione dei bambini, strappando definitivamente la donna alla millenaria schiavitù e all'inferiorità sociale di cui è oggi vittima.

Questi rivoluzionamenti delle condizioni di lavoro e di vita sopprimeranno le basi dell'antagonismo fra i sessi e fra le generazioni, particolarmente insopportabile sotto il capitalismo; e, a loro volta, trasformeranno completamente i rapporti fra vita collettiva e vita "privata" (la quale ultima oggi esiste ormai solo per essere calpestata quotidianamente o per venire spesso trasformata nella più abominevole solitudine e miseria individuale). Anche i rapporti fra svago e lavoro, e le stesse condizioni ambientali, saranno radicalmente trasformati, e le generazioni che nasceranno libere dal giogo del capitalismo potranno dedicarsi a ben altre questioni importanti, avendo questa volta i mezzi per risolverle. La drastica riduzione del tempo di lavoro, in particolare, non si limiterà a sollevare l'umanità dalla fatica e dalle malattie provocate dalla corsa sfrenata al profitto, ma permetterà a tutti i produttori di partecipare all'attività intellettuale, si tratti delle scienze naturali, della vita sociale, della letteratura e dell'arte, che torneranno ad acquistare la dimensione collettiva che avevano all'alba della preistoria umana. Saranno allora realizzate le condizioni per superare definitivamente la divisione fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, sulla quale si sono sviluppate le classi sociali, e per farla finita con l'abbrutente condanna a lavori ripetitivi e a specializzazioni esclusive, il "mestiere" e la "carriera" tanto incensati dall'ideologia borghese. Ogni membro della società avrà a cuore la partecipazione anche ai compiti ingrati ma necessari e potrà esercitare le proprie capacità a favore della collettività nei più diversi campi dell'attività sociale.

Con la fine della divisione del lavoro, i compiti amministrativi, anch'essi ormai ridotti e del tutto semplificati dall'eliminazione del mercato e del valore di scambio propri del sistema capitalistico, potranno essere ripartiti fra tutti i membri della società e la sopravvivenza della macchina amministrativa separata dalla popolazione (che è oggi uno dei fondamenti dello Stato) avrà perduto ogni giustificazione. In una società così fatta, da cui sarà definitivamente scomparsa la guerra di tutti contro tutti e ogni forma di individualismo, sarà pure scomparsa qualunque duratura opposizione tra individuo e società. Nella società della specie unita, la partecipazione allo sforzo collettivo sarà divenuta il primo bisogno vitale, e il libero sviluppo di ciascuno "la condizione del libero sviluppo di tutti".
E questo l'avvenire per il quale hanno combattuto intere generazioni, per il quale milioni di proletari anonimi hanno già versato il loro sangue, in una lotta che ha ormai toccato tutti i continenti. È questo il comunismo.

"No, questa è utopia!", esclamerà il nostro interlocutore. Alt! Utopia è disegnare una società ideale senza tener conto delle condizioni materiali perché essa possa nascere e senza indicare la strada che le stesse condizioni materiali tracciano per giungervi. È voler raggiungere la Luna con l'aereo a pedali. Storicamente, ogni problema si pone in maniera reale quando ci sono le possibilità e le condizioni di una sua soluzione. Le possibilità e le condizioni oggettive del comunismo sono già dentro la società capitalista stessa: l'alto (fin troppo alto!) livello raggiunto dai mezzi di produzione, la globalizzazione del sistema economico, la presenza a livello mondiale d'una classe di senza riserve. Bisogna lavorare alla costruzione delle condizioni soggettive: il partito in grado di guidare il processo rivoluzionario. Ma sia le condizioni oggettive sia quelle soggettive sono ormai ben chiare ai comunisti, non sono un mistero inestricabile o un articolo di fede!

D'altra parte, è forse utopia la nostra che indica con chiarezza l'obiettivo e i mezzi per raggiungerlo (organizzazione del partito rivoluzionario, suo radicamento tra le masse a livello internazionale, aumento delle contraddizioni economico-sociali, ripresa generale della lotta di classe, scoppio della rivoluzione diretta dal partito, presa del potere e instaurazione della dittatura proletaria, interventi dispotici nell'economia per introdurre un sistema economico radicalmente diverso)? 0 non è piuttosto utopia quella di tutti coloro che, lasciando immutato il sistema del capitale, del mercato, del profitto, della merce, della competizione, si trastullano con progetti di "sviluppo sostenibile" o di "commercio equo e solidale", s'appellano alla coscienza degli uomini di buona volontà per fermare guerre sempre più frequenti e sanguinose, spediscono medicinali per risolvere il dramma di carestie ed epidemie incessanti in regioni sconfinate della terra, propongono di incrementare lo sviluppo dei paesi arretrati per eliminare la tragica piaga dell'emigrazione (mentre proprio l'impianto travolgente del sistema capitalistico in quelle regioni, le sue necessità internazionali e le sue tipiche crisi ricorrenti, sono all'origine di questo tragico fenomeno)? Questa sì che è utopia, e della peggior specie perché non è innocua: illude milioni di persone e così contribuisce alla sopravvivenza e al rafforzamento del sistema stesso che produce i malanni di cui sopra.

"Già, però questo 'comunismo' di cui parlate non c'è da nessuna parte, lo dite voi stessi!". Davvero triste il modo di pensare di chi ritiene possibile solo ciò che già esiste e si rifiuta di lottare per qualcosa che ancora non è, ma è possibile e anzi necessario. E un po' come se i fratelli Wright non si fossero messi all'opera per creare una macchina capace di volare, visto che... macchine simili non esistevano da nessuna parte! Ciò che deve ancora nascere non esiste ancora: è elementare. Anche la società borghese non esisteva ancora, quando i primi rivoluzionari borghesi si sono messi a combattere la società feudale. E allora? Un'obiezione simile è proprio caratteristica dell'assoluta passività, dell'ottundimento delle facoltà mentali, indotti da un'ideologia che sbandiera a ogni secondo che questo è "Il migliore dei mondi possibili".

Ed è poi, come abbiamo già detto, un'osservazione falsa. C'è stato un "comunismo primitivo" che per il basso livello delle forze produttive ha dovuto lasciare il posto alla società divisa in classi. C'è stata l'esperienza della Comune parigina del 1871, che ha mostrato come sia possibile riorganizzare in altro modo la vita associata (e quali errori vadano evitati nel fare ciò). C'è stata l'esperienza dei primi anni della Rivoluzione d'Ottobre che ha mostrato la via lungo la quale bisogna incamminarsi (e, di nuovo, in quali errori di strategia internazionale non si deve cadere).

"Sì, però, son centocinquant'anni di fallimenti" E con ciò? Per arrivare a instaurare il proprio potere su scala mondiale sconfiggendo il feudalesimo, la borghesia ha impiegato circa cinquecento anni: dai primi tentativi dei Comuni italiani fino alla Rivoluzione Francese del 1789 (e, in certe aree del pianeta, anche fino a molto dopo!). Cinquecento anni di gloriose battaglie, di sanguinose sconfitte, di lunghi periodi di oscurità, di orgogliose impennate, e infine di vittoria totale. Chi ci fa quell'obiezione farebbe meglio ad abbandonare quella fretta immediatista che è tipica dell'ideologia borghese del concludere al più presto l'affare, ricordando che i comunisti lavorano per il futuro della specie. Si legge in un nostro testo del 1965: "è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l'anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso in tutto l'arco millenario che lega l'ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell'armonia gioiosa dell'uomo sociale" (Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole).


 

...e che cosa vuol dire essere comunisti

Naturalmente, questo è un discorso che, trattato per esteso, occuperebbe pagine e pagine. Si tratterebbe infatti, in pratica, di riassumere il "programma" del comunismo e dunque dovremmo rinviare a tutti i nostri testi e alla nostra tradizione, esperienza e attività di partito il lettore sinceramente interessato a capire e desideroso di ritrovare la via della rivoluzione. E qui, per motivi evidenti, non si può fare. Esistono però alcuni punti-fissi che contraddistinguono nettamente i comunisti rivoluzionari. Proviamo a vederli.

Essere comunisti significa essere antidemocratici. La democrazia è la forma della rivoluzione e del dominio borghesi. Rivendicare l'uguaglianza di tutti gli individui è stata un'arma potente per combattere la chiusura, rigidità e gerarchia tipiche della società feudale. Ma la nuova società uscita dalla rivoluzione borghese non ha mai conosciuto l'uguaglianza, per il semplice motivo che si trattava ancora di una società divisa in classi e dominata dall'imperativo delle leggi economiche capitalistiche. L'uguaglianza era per i borghesi, i proletari conoscevano solo la necessità.

Le cose non sono cambiate con il passare dei secoli. La democrazia resta anzi il miglior involucro per il dominio borghese: quello che meglio illude i singoli individui d'essere liberi e padroni del proprio destino, mentre forze materiali enormi li schiacciano nell'obbedienza a leggi, ritmi, sviluppi e imprevisti che sfuggono loro totalmente. Inoltre, da quando il capitalismo mondiale ha raggiunto la fase imperialista (dominata dal capitale finanziario e dai grandi blocchi di paesi dominanti), questa democrazia si è sempre più svuotata - è diventata una figura retorica che nasconde un'evoluzione sostanziale di stampo sempre più centralizzato, autoritario, fascista.

Democrazia e fascismo non sono infatti in reciproca opposizione, ma dialogano fra loro con l'unica finalità di mantenere saldo il dominio del capitale. È evidente che i comunisti non sanno che cosa farsene d'un concetto come quello di democrazia, che d'altra parte, fin nell'origine del termine, dimostra la propria fondamentale ipocrisia. In greco, "democrazia" significa infatti "potere del popolo, potere di tutti": ma, proprio nella classica democrazia greca, da questo "potere di tutti" erano poi esclusi gli schiavi, gli iloti, gli stranieri. La democrazia non ha dunque nulla a che vedere con il comunismo che, abolendo le classi, sarà la prima vera attuazione dell'uguaglianza: non più per alcuni, ma per l'intera specie umana.
La democrazia non serve ai comunisti né come prassi interna di partito né come strumento di cui servirsi per accrescere l'influenza del partito, né come strumento del proprio Potere una volta sconfitta la borghesia. Il partito comunista è un partito disciplinato, fondato sul centralismo organico: vale a dire, il processo attraverso cui, esattamente come in un organismo vivente, centro e periferia, organi direttivi e organi esecutivi, sono strettamente e dialetticamente collegati, perché agiscono tutti sulla base della conoscenza integrale della teoria, del programma, della strategia, della tattica di partito. E non hanno bisogno di accidenti democratici interni per definire la propria gerarchia, che è frutto della selezione naturale di compagni che lavorano tutti a un comune obiettivo finale, senza privilegi, senza mire carrieristiche, senza riconoscimenti formali o materiali.

D'altra parte, i comunisti dichiarano apertamente i propri fini. Non nascondono a nessuno che, un volta conquistato il potere, essi lo eserciteranno in maniera dittatoriale, perché questo è l'unico modo per compiere quell'operazione chirurgica consistente nel farla finita con la vecchia società - un'operazione chirurgica che sarà lunga, dolorosa e complessa, perché secoli e secoli di dominio di classe non scompaiono in un batter d'occhio. La resistenza della classe vinta sarà feroce e le stesse abitudini e mentalità alimentate da tutta la storia dell'individualismo e localismo borghesi, della competizione e sopraffazione capitalistica, eserciteranno un'inerzia tremenda. Solo quindi un partito fondato su un sicuro programma e strettamente collegato alle grandi masse operaie e di senza-riserve che per la prima volta si risvegliano realmente alla politica potrà realizzare in pieno la dittatura del proletariato - questa fase storica di trapasso senza la quale per il comunismo (come nuova storia della specie, e non di una classe privilegiata o di un manipolo di sfruttatori) non c'è possibilità di vittoria.

Il discorso sulla democrazia porta con sé una conseguenza inevitabile. Essere comunisti significa essere antiparlamentari. Per tutta una prima fase d'esistenza della società borghese, il parlamento ha costituito una delle arene di lotta per i comunisti. Di certo, non la più importante: fin dagli inizi, ai comunisti era chiaro (si vedano le Tesi sul Parlamentarismo della III Internazionale, 1920) che il parlamento era soprattutto il luogo dell'illusione democratica, mentre le vere, sostanziali decisioni relative alla vita economica-sociale venivano prese fuori del parlamento. E credere che la classe dominante (pronta a reprimere con la forza qualunque espressione di classe organizzata dei lavoratori) fosse tanto ingenua da affidare la propria sopravvivenza al responso dell'urna era non solo un'ingenuità, ma un vero suicidio politico.

Ciò non toglie che per tutta una prima fase i comunisti abbiano giudicato utile usare il parlamento, esclusivamente come tribuna da cui far sentire la propria voce e dimostrando nei fatti l'antitesi tra lotta di classe e forme del potere borghese, non importa quanto democratiche. Era una tattica che poteva servire, non dimenticando che la reale arena di scontro fra borghesia e lavoratori era fuori del parlamento: nelle fabbriche, nelle strade, nelle piazze.

Utile per i paesi di giovanissima democrazia o per quei paesi in cui stava verificandosi il trapasso da feudalesimo a capitalismo, questa tattica diventava però del tutto inutile e anzi dannosa in quei paesi abituati da secoli alla democrazia, in cui il parlamentarismo era ormai solo una droga potentissima per addormentare la volontà di lotta delle grandi masse. Nella fase imperialistica, si è poi completato il processo per cui le vere decisioni economico-sociali vengono discusse e decise da organismi del tutto separati da quelli della politica rappresentativa: le banche, la Confindustria, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. - sono questi i veli organi del dominio borghese, che rappresentano gli interessi generali e internazionali del capitale, assoggettando a sé i singoli Stati e, via via, i singoli governi e parlamenti nazionali e parlamentini locali.

A questo punto, la parola d'ordine dei comunisti può solo essere, ancor più nettamente, antiparlamentarista e antielezionista. D'altra parte, le modalità stesse delle elezioni (la loro frequenza ormai ossessiva. il costo mostruoso di ogni tornata elettorale, il polverone televisivo che sollevano, la paralisi di ogni attività rivendicativa e politica che esse impongono) sono la dimostrazione migliore della loro funzione: ingabbiare le energie proletarie, sviarle dal terreno della lotta di classe, illuderle di poter contare una volta ogni tanto. Noi diciamo invece: fuori da queste illusioni, per tornare a una visione ampia della lotta politica, fuori dalle secche frustranti di appuntamenti inutili per i lavoratori, ma utilissimi per la classe che li sfrutta!

Essere comunisti significa essere antilocalisti e antifederalisti. Localismo e federalismo sono due concetti squisitamente borghesi (se non addirittura pre-borghesi, feudali). Appartengono a una fase storica circoscritta nel tempo, in cui la struttura economica era ancora organizzata a isole, con soggetti economici separati e indipendenti, ancora in grado - visto il limitato sviluppo delle forze produttive - di interagire entro cerchie ristrette. Ma, da quando il capitalismo s'è affermato su larga scala (e in particolare da quando ha imboccato la via senza ritorno dell'imperialismo), questa fase è stata definitivamente superata. E localismo e federalismo sono diventati altre tremende illusioni, autentici miti paralizzanti.

In economia e in politica, la scena mondiale è dominata dai grandi colossi, spinti tendenzialmente a divorare i piccoli e a invadere ogni angolo del pianeta. Il capitale è penetrato ovunque e la globalizzazione del mercato è ormai una realtà decennale. Pensare di tornare ad aprire sentieri di indipendenza e autonomia appartiene alla cecità del piccolo borghese terrorizzato da quanto gli succede intorno, che non capisce e preferisce non capire e lasciarsi cullare dall'illusione di poter condurre, in gelosa autonomia, la propria bottega, i propri affari. Significa credere di poter far girare all'indietro la ruota della storia, con l'accordo passivo di tutte quelle mostruose forze economiche che spingono invece verso la globalizzazione e la centralizzazione. Significa credere, per esempio, che un Meridione fiscalmente ed economicamente autonomo (ma come?) dal Settentrione non sia destinato inevitabilmente a dipendere, fiscalmente ed economicamente, dal Settentrione. Significa immaginare, per esempio, che quella del "piccolo è bello" possa essere una situazione statica, mentre è il continuo movimento e sommovimento a caratterizzare il capitale, la cui legge fondamentale è quella di crescere, non di rimanere piccolo. Siamo, qui davvero, nel campo della totale utopia!

Essere comunisti significa essere antinazionali. La sistemazione in nazioni ha costituito la forma storica dell'avvento al potere della classe borghese. Entro confini disegnati da lunghe e complesse vicende, la classe dominante nazionale poteva svolgere il proprio ruolo economico-politico, in un rapporto dialettico (di volta in volta, pacifico commercio o scontro armato) con altre classi dominanti nazionali. Facendo leva sul mito della "nazione una e indivisibile", la classe dominante ha alimentato l'inganno che missione storica dei proletari fosse quella di identificarsi con la nazione (il suo Stato, la sua economia), difendendola a spada tratta ogni volta che fosse minacciata.

Fin dal 1848, i comunisti hanno messo a nudo quest'inganno. La sistemazione nazionale era un importante passo avanti rispetto allo spezzettamento feudale, ma aveva tutte le stimmate del dominio borghese. Una volta esaurita la fase delle lotte rivoluzionarie nazionali contro i vecchi regimi, i proletari non avevano più nulla da spartire con essa. Essi erano (e a maggior ragione sono nell'epoca dell'imperialismo, dell'ormai completa penetrazione del capitalismo in ogni area del pianeta, dell'emigrazione di massa) senza patria.

D'altra parte, non solo il comunismo come sistema economico-sociale è per sua essenza (l'abbiamo già dimostrato) internazionale, insofferente di ogni limitazione geografica; ma lo stesso capitalismo come sistema economico-sociale, pur esaltando di continuo i miti della nazione e facendo leva su di essi ogni volta che sia necessario al fine di guerre e contrasti inter-imperialistici, è ormai giunto a uno sviluppo sovranazionale: proprio questa contraddizione fra livello internazionale raggiunto dalle forze produttive capitalistiche e orizzonte nazionale del discorso ideologico borghese è uno dei limiti invalicabili che rendono necessaria la morte storica del capitalismo.

Ma essere antinazionali non significa solo essere antipatriottici, rifiutare cioè di cadere nell'equivoco dell'esaltazione e difesa di una "patria nazionale" che per i proletari non esiste. Significa anche riconoscere apertamente che lo Stato, che su quei confini nazionali è stato costruito, non è altro che la macchina che difende gli interessi della classe dominante. non dunque un organismo al di sopra delle classi, una sorta di "buon padre" che amministra imparzialmente la vita sociale ed economica della collettività, ma - come avvenne storicamente per ogni Stato (e come sarà anche per lo "Stato della dittatura proletaria") - uno strumento di coercizione di classe. Solo con il comunismo, e dunque con l'abolizione delle classi, scomparirà l'esigenza di tale strumento di coercizione, perché allora l'umanità non ne avrà più bisogno.

Ma essere antinazionali significa anche non cadere nell'inganno, oggi particolarmente insidioso e diffuso, secondo cui l'economia nazionale sarebbe "l'economia di tutti" L'economia nazionale è l'economia del capitale e non esistono interessi comuni fra capitale e lavoro. Se aumentano produzione ed esportazione, a goderne è il capitale, e certo non il lavoratore, che paga quegli aumenti con pena e fatica accresciute. Se aumentano il PNL o la competitività delle merci nazionali, ciò non si traduce in un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della massa proletaria, perché i profitti non vengono graziosamente distribuiti, ma reinvestiti nel processo produttivo a esclusivo vantaggio del capitale. Inchinarsi alle "esigenze superiori dell'economia nazionale" e accettare di compiere sacrifici in suo nome significa insomma ammettere passivamente la propria subordinazione alle necessità della classe al potere. Non solo: significa anche, un domani in cui quelle esigenze lo richiedano, accettare di schierarsi in guerra contro proletari di un altro paese, ingannati allo stesso modo.

La posizione antinazionale dei comunisti implica infatti anche una posizione netta e decisa nei confronti di tutte quelle guerre che scaturiscono inevitabilmente dalla fase imperialistica del capitalismo. In questa fase, le guerre (non importa se combattute in nome della Nazione e della Patria, della Libertà e dell'Umanità) non hanno più l'obiettivo di spazzar via residui di sistemi economico-sociali superati o di affermare un ideale eticopolitico su un altro. Punto d'arrivo inevitabile di tutto un ciclo economico (boom, saturazione, crisi), esse hanno l'unico obiettivo di distruggere quanto si è prodotto in eccesso (merci ed esseri umani), perché quel ciclo infernale possa riprendere da capo. I comunisti sono dunque contro di esse perché rappresentano l'espressione più cruda della putrefazione che s'è ormai impadronita d'un sistema economico e sociale moribondo.

Ma i comunisti non sono contro le guerre in nome di un generico pacifismo: il pacifismo è (ed è sempre stato) impotente a fermarle e, proprio perché fondato su un"'opzione morale", s'è sempre trasformato in "interventismo" ogniqualvolta la propaganda bellicista di uno Stato o dell'altro abbia sufficientemente suonato la grancassa della "barbarie del nemico" o del "cattivo" di turno. D'altra parte, i comunisti non possono essere pacifisti o non-violenti, perché sanno bene che il trapasso da un sistema economico-sociale all'altro non può avvenire pacificamente, dovrà essere un violento "assalto al cielo". E dunque combattono i miti paralizzanti del pacifismo e della non-violenza, ricordando ai proletari che non devono cadere nell'inganno di guerre combattute nell'interesse altrui, ma devono riservare le proprie energie e il proprio sangue per l'unica guerra che li interessi: quella rivoluzionaria per il comunismo.

"Mi sembra di capire", dirà allora il nostro solito interlocutore, "che per voi è necessario concentrare le energie del Partito nella preparazione politica, teorica, pratica della soluzione estrema, della rivoluzione e della dittatura proletarie... Ma, intanto, gli operai, i proletari, vanno abbandonati a se stessi nelle lotte quotidiane di difesa delle condizioni di vita e di lavoro? o addirittura queste lotte sono inutili?"

Nient'affatto! Non saremmo comunisti, se dicessimo che quelle lotte sono inutili o che non importano al Partito che lavora per la rivoluzione! È invece proprio in quelle lotte che la classe oppressa prende a poco a poco coscienza della necessità della finale battaglia rivoluzionaria. Dunque, l'intervento nelle lotte rivendicative e negli organismi nati dal loro seno (gli stessi sindacati ufficiali o altri organismi autonomi) per imprimer loro un orientamento classista è parte essenziale del compito del Partito, è parte integrante del suo bagaglio storico, della sua mai interrotta tradizione.

A questo punto, si pone di nuovo il quesito che Lenin aveva posto nel 1903: che fare?


 

Che fare?

La domanda si pone oggi con urgenza ancor più drammatica di quando se la poneva Lenin, nel 1903, scrivendo l'opuscolo omonimo. Quella era infatti un'epoca di scioperi grandi e vigorosi e se ancora mancava il partito rivoluzionario esisteva però una generazione di militanti di grande esperienza da selezionare, indirizzare e inquadrare in un'organizzazione politica di lotta. Oggi, la classe operaia subisce il peso mortale delle illusioni riformiste, delle teorie bastarde sul "post-industriale", sulla "telematica e automazione come fase nuova della storia", sulla "scomparsa della classe operaia", e, più in generale, della controrivoluzione staliniana. Per i comunisti internazionalisti, è quindi evidente che si tratta di ricominciare pressoché da capo: sulla base però di un enorme patrimonio teorico-strategico e di un grande bagaglio di esperienze pratiche.

É chiaro che per noi il punto centrale, quello intorno a cui ruota tutto, è la riorganizzazione del partito a livello internazionale. Se non si lavora a quest'obiettivo, qualunque lotta, anche coraggiosa, anche - in date situazioni storiche - eroica, è destinata al fallimento. E la classe operaia mondiale esce da troppi decenni di tragiche sconfitte per imboccare di nuovo una strada destinata al fallimento.

Riaffermare e diffondere il programma del marxismo rivoluzionario è nostro compito primario: ma ciò si può fare solo nell'ambito di una più ampia e generale attività che, inevitabilmente, è di partito. Non esistono su questo piano né divisioni del lavoro ("noi ci occupiamo di rendere conosciuta la teoria marxista, voi... né stadi successivi ("prima ristabiliamo la corretta teoria marxista, poi...). Ragionare in questo modo significa ragionare in maniera del tutto non materialista, significa essere fuori del marxismo, perché il marxismo non è una filosofia o un'opinione, ma un'arma di battaglia, lo strumento grazie al quale è possibile dirigere l'attacco a un modo di produzione ormai superato e, attraverso la dittatura del proletariato, fare entrare finalmente l'umanità nella società senza classi.

Quest'organizzazione a livello mondiale oggi non esiste. Bisognerà dunque indirizzare i nostri sforzi affinché il piccolo nucleo militante che siamo oggi diventi una struttura davvero internazionale e internazionalmente operi da partito. Chi s'avvicina a noi comprenderà bene come questo bisogno d'internazionalismo non possa restare frase retorica o aspirazione sentimentale. Esso deve disporre di cuore e cervello, di gambe e braccia, per divenire infine realtà.
Per questo, il concetto e la pratica dell'internazionalismo sono al centro della nostra attività teorica e pratica, di propaganda e di proselitismo. Proprio su questo terreno, negli ultimi decenni, la classe operaia mondiale ha subito la sconfitta più cocente: dalla bastarda teoria del "socialismo in un solo paese" alla proclamazione delle "vie nazionali al socialismo", fino a tutti gli episodi di "guerre fra i poveri" o di artificiose contrapposizioni fra settori d'una classe che può essere vittoriosa solo se è unita.

É chiaro d'altra parte che questa diffusione internazionale può avvenire solo sulla base della più rigorosa accettazione del marxismo e delle nostre tesi classiche. Il partito non si forma accorpando insieme gruppi diversi, ma attraverso un processo di selezione di elementi di avanguardia che comprendono l'inutilità delle strade precedenti e l'inevitabilità della nostra. Niente pateracchi o arlecchinate, niente arcobaleni o cespugli, dunque, specie in una fase come questa di bassissimo potenziale rivoluzionario; ma adesione individuale al nostro programma di partito.

La difesa della teoria sarà ancora e sempre nostro compito primario, sia nella riorganizzazione del partito a livello mondiale sia nell'attività quotidiana, di partecipazione alle lotte, di propaganda e di proselitismo. Senza questa difesa (che vuol dire tornare all'ABC del marxismo per quanto riguarda ogni episodio, grande o piccolo, della vita sociale), cadremmo in uno sterile attivismo, in un caleidoscopio di azioni senza progetto: annegheremmo nel "fare oggi" svincolato da qualunque prospettiva di sviluppo rivoluzionario. E renderemmo un ben misero servizio a una classe operaia fin troppo martoriata dagli effetti disastrosi di un concretismo e pragmatismo privi di principi che s'illude (e, quel che è peggio, illude) che la via rivoluzionaria non sia altro che un bruto accumulo di azioni, interventi, volantinaggi.

Per noi, difesa della teoria significa: analisi del reale alla luce del marxismo, critica dell'ideologia dominante, demistificazione di tutte le posizioni che si dichiarano comuniste essendo invece ben lontane dal comunismo, preparazione politica dei militanti all'interno d'un lavoro collettivo di partito, indirizzamento delle lotte operaie e partecipazione a esse là dove ci sia possibile, irrobustimento, radicamento e diffusione dell'organizzazione-partito.

Da questo punto di vista, il nostro giornale deve essere sempre più quell'organizzatore collettivo di cui parlava Lenin nel Che fare? Il giornale comunista deve essere nello stesso tempo uno strumento per formare i militanti, un punto di riferimento per la classe nelle sue battaglie quotidiane, uno specchio della vita pulsante del partito. È anche per questo che il nostro giornale non reca firme: le posizioni che esprime non sono frutto dell'opinione personale dei singoli, ma patrimonio collettivo, e come tale il lettore deve percepirlo e farlo proprio - contro tutte le misere abitudini individualistiche e personalistiche che caratterizzano invece (e non a caso) il mondo dei media borghesi.

Ma questa difesa della teoria s'accompagna necessariamente a un impegno serio e costante di lavoro a stretto contatto con la classe, nei limiti che le nostre forze ci permettono. Ora, questo lavoro a contatto con la classe è tutt'altro che semplice, e dunque non può essere impostato a tavolino in maniera volontaristica. Esso è costretto a tener conto dei disastri combinati in seno al proletariato da stalinismo e democrazia, delle trasformazioni prodottesi nel tessuto economico-industriale sotto la pressione di ormai venticinque anni di crisi, del senso di disillusione e isolamento in cui sono cadute intere generazioni di lavoratori, delle tentazioni spontaneiste e individualiste che i periodi di smarrimento inevitabilmente producono.

Niente illusioni, niente scorciatoie, dunque. Dev'essere anzi chiaro che qualunque prospettiva di ripresa classista dovrà passare attraverso la riconquista di alcuni contenuti fondamentali. E che sarà questa riconquista l'unico perno possibile intorno a cui far ruotare - anche se non nell'immediato - la rinascita di organismi di difesa delle condizioni di vita e di lavoro e, grazie a essi, la resistenza operaia agli attacchi del capitale.

Quali sono questi contenuti fondamentali?

a. Respingere il ricatto delle compatibilità. Come abbiamo detto, l'economia nazionale non è un bene comune. Imporne ai lavoratori la difesa a oltranza, come è stato fatto con gli accordi sindacato-governo-confindustria del '92-'95 (solo per restare in tempi recenti: ma la storia è ben più lunga), significa solo maggiore sfruttamento, peggioramento delle condizioni di vita, intensificazione dei ritmi, mobilità e precarietà, moltiplicazione degli infortuni sul lavoro, riduzione del salario reale, accresciuta distruzione dell'ambiente, e un'ulteriore accumulazione di contrasti interimperialistici, destinati prima o poi a sfociare in una nuova guerra mondiale.

b. Respingere ogni ingabbiamento delle lotte operaie. Da decenni, la prassi sindacale è stata da un lato di disperdere le energie dei lavoratori (microconflittualità, articolazione delle lotte per reparto, fabbrica, zona cittadina, regione o settore, limitazione preventiva dello sciopero nello spazio e nel tempo, obiettivi devianti come la difesa dell'economia nazionale, della democrazia, della legalità, ecc.); dall'altro, di contribuire attivamente al loro ingabbiamento (autoregolamentazione, irrigidimento delle strutture sindacali, emarginazione e denuncia dei lavoratori combattivi, ecc.). Tutto ciò va combattuto non in nome di un'ingannevole democrazia sindacale (che è una parola vuota, visto l'indirizzo irreversibilmente anti-operaio imboccato da mezzo secolo dai sindacati di regime), ma in nome di un'autentica ripresa della lotta di classe, che deve tornare a essere la più ampia e vigorosa possibile. Lo sciopero, il picchetto, il blocco della produzione, la dimostrazione operaia, ecc., sono armi dei proletari: e nessuno deve potergliele strappar di mano, per renderle inefficaci o rivolgerle contro di loro.

c. Respingere ogni divisione interna alla classe. Tra gli effetti devastanti della controrivoluzione e della prassi di partiti e sindacati opportunisti, vi è quello della frantumazione del fronte di classe e, di conseguenza, del diffondersi di ideologie localiste e federaliste, dell'ostilità, diffidenza e competizione fra operai, dell'individualismo esasperato. Tutto ciò, invece di costituire una via di salvezza per il singolo o per dati settori, conduce solo a sconfitte sempre più disastrose. La classe operaia può sperare di resistere oggi all'attacco che le sferra il capitale, e di passare domani al contrattacco, solo ritrovando la sua unità intorno a obiettivi e metodi di lotta classisti, solo riconoscendosi (e dunque agendo) non come somma informe di individui ma come classe, contro tutti i tentativi di frantumarla e dividerla. E come classe deve tornare a lottare contro le gabbie salariali, i licenziamenti, la mobilità, la diversificazione per età e sesso, il lavoro nero e tutte le forme di precariato, il mito della professionalità, il federalismo, il localismo, il razzismo, e tutti quei rapporti di lavoro che mettono lavoratori contro lavoratori, uomini contro donne, giovani contro anziani, operai "nazionali" contro operai immigrati.

d. Rifiutare ogni attacco alle condizioni di vita e di lavoro. Il capitale in crisi è costretto a rivolgere un violento attacco alla classe lavoratrice (e anche a larghi strati di mezze classi che finora si illudevano d'essere al sicuro da brutte sorprese). La classe deve resistere a quest'attacco e respingerlo, e può farlo solo tornando a imboccare una via classista e riconquistando un'unità su questa base. Ma altri attacchi seguiranno, altri tentativi di scaricare sugli operai gli effetti di una crisi che non è il risultato di cattiva gestione, di disonestà privata, di egoismo personale. Questi tentativi prenderanno di necessità forme diverse, alcune più dolci e subdole, altre più dure ed esplicite. I lavoratori devono dunque prepararsi a una lotta i cui risultati saranno per forza precari, le cui vittorie potranno essere immediatamente rimesse in discussione, le cui conquiste non avranno nulla di duraturo. Quella che la classe deve condurre è una lotta di resistenza quotidiana, senza cadere nell'illusione che sia possibile tornare a una preesistente situazione di pace e di idillio (che non c'è mai stata: le garanzie e i privilegi di cui certi strati di lavoratori hanno goduto sono stati pagati dalla grande massa, hanno voluto dire lo sfruttamento spietato di altre aree del pianeta e l'avanzata distruzione dell'ambiente...).

I lavoratori non devono lasciarsi sviare da falsi obiettivi. Devono lottare oggi per la propria sopravvivenza fisica, e rivendicare:

- Forti aumenti salariali, maggiori per le categorie peggio pagate (i salari sempre più magri non consentono di sostenere nuclei familiari minacciati da vicino dalla disoccupazione presente o futura, l'assistenza medico-sanitaria-ospedaliera si è fatta più precaria e al tempo stesso costosa, è cresciuto il peso di affitti, luce e gas, trasporti, tasse di varia natura...).

- Forti riduzioni dell'orario di lavoro. La pena del lavoro fra mobilità e straordinari cresce ogni giorno di più, come crescono in maniera drammatica gli incidenti direttamente legati all'aumento della produttività e al risparmio sulle misure di tutela e prevenzione: lottare per la riduzione dell'orario di lavoro non vuol dire cullarsi nell'illusione che ciò possa riassorbire la disoccupazione, ma operare per alleviare quella pena, allentare la tensione cui sono sottoposti milioni di lavoratori, ricostruire una forza psico-fisica che attualmente viene gravemente intaccata al solo fine di trarne profitti per il capitale - significa insomma lottare anche per ricostruire una propria identità di classe.

Da quanto detto, derivano due considerazioni fondamentali. Chiunque affermi che la lotta economica (di difesa delle condizioni di vita e lavoro) è superata si pone fuori del solco classista, fa solo della demagogia pseudo-estremista. Noi sappiamo (tutti i lavoratori devono sapere) che, nel regime del capitale, ogni conquista strappata oggi con la lotta è destinata a essere persa di nuovo domani, fino a che quel regime non venga una volta per tutte rovesciato. Tuttavia, proprio Lenin nel Che fare? dimostra come la lotta di difesa economica, immediata, sia il gradino necessario per cominciare a salire la scala che porterà la classe a rendersi conto dell'inevitabilità dello scontro supremo. Senza quel gradino (che è compito del partito consolidare e rendere fondamento comune a tutta la classe, mostrando al contempo la necessità di salire via via gli altri gradini) non c'è futuro. La lotta economica è la scuola di guerra del proletariato, diceva Lenin: tale deve tornare a essere.

Da ciò deriva l'altra considerazione: organismi di difesa economica dovranno necessariamente rinascere e dovranno essere il più possibile larghi e aperti, proprio per contrastare quella tendenza alla divisione e alla frammentazione, alla chiusura e al ripiegamento, che rappresenta la carta vincente in mano al capitale. Dovranno cioè tornare a essere gli strumenti della lotta operaia, le strutture in grado di organizzarla e centralizzarla, il vitale tessuto intermedio tra la classe e il partito politico rivoluzionario.

Esistono oggi questi organismi? I sindacati attuali stanno completando la parabola (da noi individuata fin dall'immediato dopoguerra) di progressiva integrazione nello Stato del capitale, fino a essere divenuti vere e proprie strutture portanti. Le risposte operaie a quest'andazzo non sono mancate, e gli ultimi vent'anni hanno visto la nascita di innumerevoli sigle e tentativi più o meno abortiti: i loro limiti, come abbiamo più volte denunciato, sono le diffuse inclinazioni e tentazioni federaliste e autonomiste, la chiusura entro ottiche di settore, la mania e il formalismo democratici, che rendono questi organismi (spesso generosi per dispendio di energie) fragili e provvisori, incapaci di darsi una struttura unitaria e centralizzata, troppo inclini a prese di posizione demagogiche o velleitarie, che finiscono spesso per suscitare altri elementi di divisione e confusione entro la classe: debolezze che sono il riflesso della situazione operaia odierna.

I comunisti internazionalisti, i proletari coscienti e desiderosi di porsi su un terreno di classe, condurranno una lotta aperta e decisa contro le forme e i contenuti del sindacalismo di regime e sottoporranno a dura critica le tendenze negative degli organismi nati dalla disillusione o dalla nausea per quel sindacalismo. Ma lavoreranno sia nei sindacati (fin quando la loro presenza non diventi impossibile ed essi non ne vengano cacciati: e allora dimostreranno a chiare lettere ai lavoratori iscritti come il sindacato si comporti in maniera anti-operaia) sia negli organismi spontanei (operando perché superino i limiti vistosi di cui soffrono). Lavoreranno cioè là dove è la classe operaia: non per seguirla ma per indirizzarla, non per adeguarsi alla prassi di sindacati od organismi spontanei, ma per reagirvi e aiutare i lavoratori a reagirvi. Di nuovo, al centro di qualunquestrategia e prima di ogni altra cosa devono tornare a essere, non le forme, ma i contenuti.

Solo così sarà possibile contribuire effettivamente alla ripresa della lotta di classe e, con essa, alla rinascita di organismi sindacali non succubi dello Stato del capitale. Solo così sarà possibile tornare a far vivere dentro a una classe in lotta la prospettiva del partito rivoluzionario, della rivoluzione proletaria, del comunismo. Mai come oggi di questa prospettiva la classe operaia mondiale ha drammaticamente bisogno.


 

Per concludere

Giunti al termine di questa esposizione (che ovviamente non poteva pretendere di esaurire tutte le questioni), ci auguriamo di aver convinto il nostro ipotetico interlocutore. Non vogliamo però lasciarlo senza aver prima ribadito due concetti basilari per chiunque voglia avvicinarsi seriamente al comunismo rivoluzionario.

Il primo di questi concetti è che "le rivoluzioni non si fanno, ma si dirigono". Le rivoluzioni irrompono dal sottosuolo sociale quando le condizioni materiali le rendono possibili e necessarie, e non c'è volontà di singoli o di gruppi che possa accelerare o modificare questo processo. Ma, senza una guida e una direzione, le enormi energie sociali che si sprigionano dal sottosuolo sociale finiscono per disperdersi "come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone" (Trotsky, "Prefazione" alla Storia della rivoluzione russa, 1930).

Il secondo concetto, strettamente legato al primo, è che "Il partito può aspettare le masse, ma le masse non possono aspettare il partito". Ancora Trotsky ricordava infatti che "Le masse non sono mai esattamente identiche: vi sono masse rivoluzionarie; vi sono masse passive; vi sono masse reazionarie. Le medesime masse sono, in periodi diversi, ispirate da propositi e obiettivi diversi. È appunto per questa ragione che è indispensabile un'organizzazione centralizzata dell'avanguardia" (Moralisti e sicofanti contro il marxismo, 1939).

Il partito è dunque l'elemento di continuità nel lungo processo di preparazione e poi di scatenamento della rivoluzione. Nei periodi bui e controrivoluzionari, quando le masse sono "passive" o addirittura "reazionarie", esso lavora controcorrente, nella consapevolezza che sono le leggi stesse del divenire sociale a preparare la futura eruzione. E, quando questa si verifica, quelle masse, ridestatesi alla prospettiva rivoluzionaria, devono trovare, già esistente, già attiva, la propria guida, il proprio "cilindro a pistone". Troppe volte nella storia, le masse si sono risvegliate dal torpore e dal letargo ritrovandosi però sole sulla scena del dramma. E il dramma è diventato allora tragedia.

Verso la fine d'uno dei suoi romanzi più emblematici (Casa desolata, del 1853 - il lungo travaglio d'una causa legale, contro lo sfondo di un'Inghilterra dominata dal denaro, dai titoli di proprietà, dalla nuova tecnologia trionfante), il romanziere inglese Charles Dickens scriveva: "... ci fu un sussulto nella folla e tutti cominciarono a uscire a fiotti trasportando un odore di chiuso. [ ... ] e subito mucchi di carte incominciarono a essere portati via mucchi in sacchi, mucchi troppo grossi per entrare nei sacchi, immense masse di carte di tutte le forme e senza forme sotto le quali i portatori vacillavano. [ ... ] Domandammo a una persona in toga se la causa si fosse conclusa: 'Sì', disse, 'è terminata finalmente!', e scoppiò a ridere anche lui".

Per questo lavoriamo noi, piccolo partito che lotta contro corrente. Perché si possa dire un giorno, ridendo: "E' terminata finalmente!", e si passi quindi dalla preistoria della società umana alla sua storia. E non c'è passione, non c'è devozione, non ci sono energie rivolte a questo fine, che possano dirsi sprecate.

 

Dicembre 1995

 

 

 

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