Come accade nelle epoche di crisi – e in quella odierna ce n'è da vendere! – la celebrata “cultura” si dibatte tra gli opposti dando risposte estreme e all'apparenza inconciliabili, in realtà frutto dello stesso disorientamento di fronte al nuovo che incalza. Società di massa e macchinismo del primo Novecento produssero tanto gli scavezzacollo futuristi (occhialoni da corsa su rombanti motori a scoppio) quanto gli introversi crepuscolari (lenti spesse a contemplare la natura poetica di caffettiere e vasi da fiori).
Qualcosa di analogo sembra riproporsi di questi tempi. Non si è fatto in tempo a digerire la broda della “decrescita felice”, ormai passata in cavalleria come accade dopo un po' per tutte le ricette alla moda, che arriva il contrordine: “Acceleriamo la crescita tecnologica, così il capitalismo si stabilizzerà in un sistema capace di assicurare a tutti l'abbondanza senza bisogno di faticare troppo”. Ebbene sì, abbiamo anche gli “accelerazionisti”...
La metafora del treno che corre verso la distruzione è quella più classica per rappresentare la follia di questo modo di produzione. Di solito l'intellettuale mainstream suggerisce di rallentare, ben sapendo che la raccomandazione è inutile, ma in fondo la divisione del lavoro non gli assegna altro compito che questo: riflettere e dispensare consigli. Il suo mestiere è generare fiducia nella possibilità del sistema di salvarsi nonostante tutto. Basta una raccomandazione e l'invasato sarà indotto a contenersi (sempre che gliene venga un tornaconto!).
Non mancano però gli intellettuali fuori dal coro – di nicchia – pronti a dichiarare che l'urto è inevitabile. Forse perché di indole ombrosa o perché presi da completa sfiducia nel genere umano, optano direttamente per l'apocalisse: “Che vada tutto al diavolo, e che questa nostra specie di coglioni sparisca una volta per tutte dalla faccia della Terra, che ha fatto anche troppi danni”... Se c'è speranza di salvezza, pensano alcuni, è in “un ritorno alla terra, alla natura, alle cose semplici, addirittura primitive”. Sorvoliamo sulla variegata platea dei “riscopritori di Marx”, per la stragrande maggioranza propensi a digerirlo a pizzichi e bocconi, perché a prenderlo integralmente risulta proprio indigesto. Costoro si trovano però d'accordo su un dato di scienza: è morto.
Escluso dunque Marx, il dibattito si sposta sulla inevitabile domanda: ma queste opposte opzioni sono di sinistra o di destra? Latouche e compagnia cantante, con quest'idea da pensionati di frenare il progresso quasi ne abbiano paura, li dobbiamo collocare a sinistra o a destra... ? E questi nuovi dal piede pesante, questi supporter dell'accelerazione, sono i fascisti alla Marinetti del Terzo millennio o i profeti del Sol dell'Avvenire tecnologico? La logica da magazzinieri delle idee non trova lo scaffale in cui incasellare il pacchetto teorico. Del resto, siamo o non siamo nell'epoca della “fine delle ideologie” dove tutto si rimescola e si presenta come il contrario di ciò che dovrebbe essere? Non è forse la “sinistra”, quando al governo, ad applicare con più convinzione le ricette neoliberiste, così come spetta oggi alla destra proporre ricette che mietono consensi nelle periferie proletarie che un tempo meritavano la qualifica di “Stalingrado d'Italia”? I sovranisti di destra e di sinistra, se coerenti, superano le divisioni fondate su vetuste concezioni classiste e difendono uniti la Patria dal capitale finanziario… internazionalista! La stella rossa campeggia nel tricolore, e alzata la mano sinistra il sovranista stringe il pugno, mentre la destra si leva nel saluto romano: la “Grande Proletaria” – oramai né grande né proletaria - sembra muoversi, ma i movimenti tradiscono uno stato di confusione mentale.
E la confusione mentale genera dubbi filosofici che vengono risolti con… rinnovata confusione mentale. La schizofrenia del rosso(bruno) che si scopre affine al “fratello in camicia nera”, da cui lo separa solo la sacra sindone della Costituzione “repubblicana e antifascista”, si accompagna alla sindrome paranoide del complottista che punta il dito contro i rettiliani o il “gruppo Bildenberg” (non intendiamo negare che i potenti della finanza mondiale covino nelle loro conventicole oscuri progetti, fetenti come sono, tutt’altro! ma ci fermiamo qui: in questo campo, la fantasia è direttamente proporzionale alla segretezza delle trame, supposte o reali, che incombono sulle nostre teste).
Tutto fa brodo: i nemici della Patria non sono umani, vengono da altri pianeti o sono troppo ricchi e potenti per considerarli membri della specie. Altro che borghesia! Tutto merita la qualifica di nemico tranne la classe al potere: gli ultratecnologici se la prendono con i primitivisti, i patriottici con i mondialisti, gli umani con gli alieni, e poi popoli contro superfinanzieri, bianchi contro neri, stanziali contro migranti, polentoni contro terùn e via dicendo, in una specie di scissione cellulare senza fine. È interessante che questo fenomeno, noto in chimica come autolisi, sia caratteristico degli organismi morenti o morti. Tale è il il capitalismo terminale (1). Classicamente, la dicotomia finale e definitiva a cui sembra condurre questo proliferare è la contrapposizione di Patria contro Patria (questi patrioti non vanno proprio d'accordo con nessuno!), con conseguente sconquasso finale, meglio se catastrofico se si desidera davvero una pace duratura. Forse per questo i veri pacifisti, quando si tratta di menar le mani – bastino ad esempio i Verdi teutonici – sono i più scalmanati: quanno ce vo' ce vo'.
L'unica scissione non contemplata, da non evocare nei talk-show, che quando timidamente traspare viene immediatamente sommersa da ogni genere di rumore verbale, stacchi pubblicitari, attacchi isterici, con corollario di espressioni indignate, risolini beffardi, sguardi compassionevoli, è – manco a dirlo - quella che contrappone tra loro le classi. La parola proletariato è scomparsa, mentre il termine borghesia è per lo più associata alla gloria imprenditoriale del capitalismo famigliare, all'intellighenzia... Gli stessi manager, i politici, i giornalisti preferiscono presentarsi come professionisti, gente pratica, obiettiva, esperta del mestiere, al servizio dell'efficienza. A questo occultamento della natura classista della nostra società, concorrono pure aggiornatissimi “rivoluzionari” che decretano la morte della lotta di classe (quale inedita novità!) e il rivelarsi della matrice “razziale” dello scontro in atto. Per questi artefici dell’ennesimo “ritorno a Marx”, riveduto e corretto alla luce dei tempi, non sarebbe più la classe di appartenenza il riferimento di tutti gli sfruttati, ma l’appartenenza a razze ed etnie “non bianche”, laddove “l’essere bianco” sarebbe di per sé segno della condivisione dei frutti dello sfruttamento dell’intero pianeta ad opera della civiltà bianca d’Occidente. (2)
Decretata la morte della lotta di classe, si aprono sconfinate praterie per i teorici delle più varie risposte alla crisi, siano esse di lotta – che, nel caso di cui sopra, trasmuta da lotta di classe in lotta di civiltà – o, come per i primitivisti, di gloriosa ritirata. Per questi ultimi, una volta che si è scelto l'isolamento restano le varianti monastiche dell'individualismo anacoreta (un po' di destra) e dei fraticelli comunitari (un po' di sinistra). Entrambi i casi presuppongono la rinuncia a una visione politica che abbracci l'intera società. Si esaltano l'individualismo, il localismo, la fuga.
Proprio con costoro se la prende il “Manifesto accelerazionista” (3). “Che diamine, basta con questi piagnoni!”. Con tutto quel ben di dio che la tecnologia sta producendo – e quanto alle novità che riserva il futuro, c'è da leccarsi i baffi! - questi poverelli 4.0 si attardano a rimpiangere un'arcadia fatta di cose semplici al prezzo di qualche rinuncia consumatoria... Leggiamo:
“Crediamo che la distinzione più importante della sinistra di oggi si trovi tra coloro che si attengono ad una politica del senso comune [folk politics] basata su localismo, azione diretta ed inesauribile orizzontalismo e coloro che delineano ciò che deve dovrebbe chiamarsi una politica accelerazionista, a proprio agio con una modernità fatta di astrazione, complessità, globalità e tecnologia. I primi si ritengono soddisfatti con la creazione di piccoli spazi temporanei di relazioni sociali non capitalistiche […] Al contrario, una politica accelerazionista cerca di preservare le conquiste del tardo capitalismo, e allo stesso tempo di andare oltre ciò che il suo sistema di valore, le sue strutture di governance e le sue patologie di massa permettono”.
Stabilita la demarcazione fondamentale tra uno sterile atteggiamento di chiusura alla complessità del mondo e un approccio che assume la modernità per piegarla alla trasformazione rivoluzionaria, la partita è già vinta. L'insipienza tecnologica relega anche l'attivista di piazza al ruolo del donchisciotte romantico senza speranza (e pure sfigato...), mentre chi padroneggia i big data, gli algoritmi e le blockchain (e buona ultima la IA – quanto di più supertecnologico offra la strumentazione capitalistica) promette di rivolgerli contro il Capitale… Ma andiamo per ordine.
Il ragionamento dei Nostri parte dalla previsione poco rassicurante di un imminente collasso generale del sistema, climatico/ambientale, sociale, politico ed economico. Possiamo convenire con loro che c'è poco da scherzare. Continuano poi affermando che il capitalismo è un sistema in continuo cambiamento che si evolve e supera le varie fasi di sviluppo in un processo di distruzione creativa. In questo senso, è associabile all'idea di accelerazione, ma in realtà “il progresso viene costretto nel quadro del plusvalore”. Fin qui concordiamo. La stessa evoluzione della tecnologia è compressa entro lo spazio delimitato dagli interessi della produzione/circolazione del Capitale. Secondo loro, la sinistra può uscire dall'impasse solo recuperando la “repressa tendenza accelerazionista”; del resto anche per Marx, osservano gli autori del Manifesto accelerazionista, i vantaggi del capitalismo “non dovevano essere invertiti, ma accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista”. Se non si fa caso al linguaggio a tratti astruso, fin qui i modernissimi – in verità quasi “superati”, come tutto ciò che per un po’ fa audience nella bolgia comunicativa del Capitale (il Manifesto accelerazionista, data 2013) – si limitano a richiamare la contraddizione fondamentale tra rapporti di produzione e sviluppo delle forze produttive sociali. La grande novità starebbe nell'intenzione dichiarata di liberare “le forze produttive latenti riconvertendo la piattaforma materiale del liberismo”. Dversamente dai cosiddetti “tecnoutopisti” che vedono nello sviluppo tecnologico in sé la soluzione dei problemi della specie umana e dell’attuale ordine sociale mondiale, gli autori del Manifesto accelerazionista riconoscono che tale soluzione è possibile solo oltre l’assetto capitalistico. Bene, ma a questo punto ritorna la questione storicamente divisiva del come. I Nostri propongono di “riconvertire la piattaforma materiale del liberismo” riproducendo le modalità che i neoliberisti hanno adottato per creare la loro egemonia:
“La sinistra deve sviluppare egemonia sociotecnologica: sia nella sfera delle idee, che nella sfera delle piattaforme materiali. Le piattaforme sono l'infrastruttura della società globale. Esse stabiliscono i parametri di base di ciò che è possibile: sia sul piano comportamentale che su quello ideologico. In questo senso, incarnano i trascendentali materiali della società: sono ciò che rende possibile un determinato insieme di azioni, relazioni e poteri. Nonostante gran parte dell'attuale piattaforma globale è orientata a favorire rapporti sociali capitalistici, questa necessità non è inevitabile. Le piattaforme materiali della produzione, della finanza, della logistica e del consumo possono e devono essere riprogrammate e riformattate verso fini post-capitalistici” (Manifesto accelerazionista)
Riassumendo: per costoro la via rivoluzionaria conduce sul fronte “culturale” (delle idee) a una prospettiva “egemonica” che riguardi da un lato un indirizzo sociale nuovo – per altro non ben definito, se non come post-capitalistico – dall’altro, sul piano “pratico”, a una riprogrammazione delle piattaforme materiali su cui si fonda l’organizzazione attuale. Altrove si dice che devono essere conquistate posizioni all’interno delle attuali istituzioni, imitando la strategia neoliberista avviata dalla grande borghesia nei lontani anni Settanta, che le ha assicurato una temporanea vittoria nella lotta di classe contro il proletariato procrastinando l’inevitabile crollo del sistema capitalistico.
A questo punto, ci sorprende che tanto “accelerazionismo” si risolva in una prospettiva “lenta e graduale” della conquista del potere che riprende la centralità riservata da Gramsci all’“egemonia culturale” – aggiornata alle più moderne competenze tecnologiche – e una variante tecnologica della “lunga marcia attraverso le istituzioni” di impronta maoista. Alla faccia dell’accelerazione! Non disprezziamo il tentativo teorico, ma le soluzioni paiono ricalcare vecchie ricette che la nostra corrente ha sempre bollato come non marxiste. Ma c’è di peggio: gli autori insistono sulla necessità di far soldi per mettere insieme tutto questo gran “contropotere” in grado di battagliare con l’assai collaudato sistema di potere dei padroni. Allo scopo, si legge nel loro Manifesto: “ben vengano finanziamenti, sia da parte di governi che istituzioni, think tank, sindacati o singoli benefattori”. Si crei dunque questa mangiatoia istituzionalizzata (ma perbacco,“alternativa”!), in grado di nutrire un movimento che si vorrebbe ciò nonostante… rivoluzionario! D’altra parte, l’idea di sviluppare una sorta di contropotere sedicente proletario all’interno della società attuale richiama alla memoria le teorizzazioni di alcuni settori dell’autonomia operaia degli anni Settanta. Non sappiamo se qualificare questo “gradualismo riformista 2.0” atteggiato a radicalismo come frutto di ingenuità e buone intenzioni o come l’ennesima trovata per deviare e far deragliare il movimento reale che scorre tuttavia nel sottosuolo del Capitale. Il movimento reale che trasforma lo stato di cose presenti – tale è il comunismo per Marx – riguarda certamente in primo luogo lo sviluppo delle forze produttive sociali, ma esso opera deterministicamente in modo indipendente dalle volontà umane e porterà il sistema a un punto di rottura inevitabile. Il neoliberismo è stato in grado per decenni di allontanare questa prospettiva senza poterla scongiurare, fors’anche avvicinandola, come si può dedurre dall’approssimarsi di quegli scenari catastrofici che gli stessi accelerazionisti paventano. La pretesa di guidare il treno lanciato verso l’abisso trascura l’esistenza dei binari su cui scorre: la direttrice permette solo di accelerare o frenare, e ci sembra di poter dire che il primo ad accelerare verso la sua stessa rovina sia il Capitale attraverso i suoi agenti, tutti insaziabili, “ebbri di arroganza”, e pertanto destinati alla sorte del mitologico Erisittone (4). I Nostri, ne siano consapevoli o meno, nell’illusione di salvare il mondo da questo infausto destino se ne fanno solerti collaboratori.
Nonostante il richiamo allo sviluppo oggettivo delle forze produttive sociali, la prospettiva accelerazionista appare fortemente viziata da soggettivismo. La pretesa di guidare una macchina lanciata in una folle corsa verso lo schianto finale, ammesso e non concesso che le agenzie del Capitale consentano a chiunque di prenderne la guida pacificamente, si appoggia alla risorsa dell’attivismo, da noi sempre denunciata come falsa. Paradossalmente, nel loro attivismo gli accelerazionisti si propongono come frenatori del metaforico treno (del resto non era un tempo l’accelerato il treno più lento?), con la variante che, constatata la rottura del sistema frenante, non resta altro che indirizzare il convoglio verso binari che lo deviino dalla rotta catastrofica. Un po’ come nel film Convoy di molti anni fa.
Un’ altra questione che emerge dalla lettura del Manifesto accelerazionista riguarda il dopo. Come si configurerà la società nuova, nascente dal piano di ristrutturazione accelerazionista del sistema? Significativo il fatto che non si faccia mai cenno al comunismo come società senza classi, organizzata secondo un piano di specie. Invece si fa largo uso del termine “democrazia” con varie accezioni. Certo, si ritrovano termini come piano, cibernetica, sistemi complessi, ma il tutto rientra in un progetto di ristrutturazione, revisione o conversione del sistema attuale, senza che ne vengano intaccati i fondamenti (merce, denaro, lavoro salariato, proprietà privata dei mezzi di produzione). Forse consapevoli della modestia del progetto, gli autori vi aggiungono un po’ di fantasia visionaria, lanciandosi in una aspettativa futuribile che richiama da un lato il cosmismo sovietico con la sua conquista dello spazio, dall’altra a prefigurare una sorta di trasfigurazione dell’uomo in qualcos’altro:
“L'accelerazionismo è la convinzione di fondo che queste capacità possano e debbano essere liberate andando oltre i limiti imposti dalla società capitalista. Il movimento verso un superamento delle nostre attuali costrizioni deve includere più di una semplice lotta per una società globale più razionale. Crediamo sia necessario includere anche il recupero dei sogni che catturarono molti a
partire dalla metà del diciannovesimo secolo fino agli albori dell'era neoliberista, ovvero l’espansione dell’Homo Sapiens oltre i limiti della terra e delle nostre forme corporee immediate. Queste visioni sono oggi percepite come reliquie di una innocente era. Eppure diagnosticano la sconcertante mancanza di fantasia nel nostro tempo, e offrono la promessa di un futuro che è affettivamente rinvigorente oltre che intellettualmente stimolante. Dopo tutto, solo una società post-capitalista resa possibile da una politica accelerazionista sarà in grado di soddisfare le aspettative generate dai programmi spaziali della metà del ventesimo secolo e andare al di là di un mondo fatto di upgrade tecnici infinitesimali verso un cambiamento onnicomprensivo. Verso un’epoca di auto-maestria [self-mastery] collettiva, e verso un futuro propriamente alieno che essa implica e rende possibile. Verso un completamento del progetto di autocritica e automaestria dell’Illu-minismo, piuttosto che verso la sua eliminazione”.
Tutta ‘sta roba ci sembra per un verso uno scimmiottamento del suddetto visionario cosmismo sovietico – cui riconosciamo ben altro spessore – , dall’altro sa molto di fuffa ultramodernista e potrebbe essere tranquillamente sottoscritta da personaggi come Elon Musk e simili ultramiliardari, “sognatori” solo perché sbarellati dalle ricchezze spropositate di cui dispongono e che non sanno più come far fruttare. Eccoli allora lanciarsi in conquiste spaziali e in progetti deliranti di ibridazione uomo-macchina, in vista - perché no? – di una immortalità riservata a pochissimi al prezzo della schiavitù di tutti. Lasciamo questi briganti, cui della specie umana importa ben poco, ai loro individualistici sogni di gloria spaziale e di ambizione alla divinità. Se volessero proiettarsi nello Spazio e assurgere a luoghi olimpici ben lontani dalla Terra, ponti d’oro!
Quanto a questi del Manifesto che si rivolgono, non senza presunzione, ai proletari del terzo millennio, essi corrono sugli stessi binari dei padroni e ne scimmiottano i sogni distopici ultra-umani, proiettandoli sull’intera nostra specie. Per quanto ci riguarda, preferiamo ancora e sempre affidarci al Manifesto datato 1848, e aderiamo alla teoria dello schianto che quel Manifesto profetizzò e a cui tutti sono destinati. Nessun acceleratore o frenatore che sia salverà il Capitalismo dalla inevitabile rovina. Al Partito il compito di indicare alle masse la via che le indirizza a farsi proletariato, becchino del Capitale, prossimo al capolinea, così da aprire finalmente la via al superamento della tuttora vigente preistoria umana.
Non possiamo chiudere queste brevi note senza dare conto della clamorosa conversione di Nick Land, padre fondatore dell’accelerazionismo, che a forza di accelerare, mancando una destinazione definita a ‘sto gran correre, si è accorto di essere tornato al punto di partenza. Fulminato sulla via di Damasco, al Nostro si è finalmente rivelata una verità altra da quella che aveva faticosamente teorizzato. Certo, i tempi non suggeriscono facili ottimismi: piuttosto, indirizzano le anime, anche le più turbolente, a ritirarsi a vita privata e vivere serenamente gli ultimi giorni affidandosi alla divina Provvidenza. Sono tempi in cui tutto è possibile, compreso che “l'ipertecnologia, a forza di essere iper, completi la sua rivoluzione (orbitale, secondo l'osservazione di Hannah Arendt) dal suo punto di partenza, tra le braccia della tradizione" (5). Veniamo così a sapere che il quasi-mitico Land (nome che richiama per associazione/opposizione il leggendario Ned Ludd, figura simbolo della guerra alla tecnologia antiumana), il “profeta della distopia tecnocapitalista” (idem, nota 5), ultraliberista, sacerdote del più spinto individualismo, ostile a ogni forma di centralizzazione del potere e dell’economia, oggi sostiene non essere l’agire umano a determinare il proprio destino, bensì i “processi storici, o addirittura divini, più ampi.”
Ecco che un determinismo superiore, sia esso prodotto di cicli storici o della volontà di Dio, riaffiora dall’ideologia più libertaria e costringe a rinnegare il dominio del caso e ad affidarsi a una qualche forma di necessità. Una necessità concepita in termini metafisici o divini, ma pur sempre una necessità. Questa regressione dall’ultramoderno alla metafisica, con l’abbandono del culto dell’individuo, è riflesso della crisi terminale dell’ideologia borghese e della borghesia come classe e approda di necessità a lidi pre-borghesi e reazionari. All’idea illuminista del progresso illimitato, alla mano invisibile riequilibratrice del mercato, subentra la Provvidenza divina:
“Il suo approccio [di Land] consiste piuttosto nel «avere fiducia nel piano»: sembra credere che i fenomeni apparentemente caotici e empi del presente, come l'accelerazione tecnologica, possano far parte di un piano provvidenziale più ampio, anche se al di là della comprensione umana.” (idem, nota 4).
Poiché nel caos non ci si raccapezza più, alla scienza subentra la fede, sia pure nella forma ideologica, in sé paradossale, di “fede nella scienza e nella tecnologia” di cui la società borghese è imbevuta. Qui si dimostra l’impossibilità per la critica borghese di comprendere le dinamiche dei processi sociali reali, deterministicamente orientati, che si svolgono in forma dialettica, come contrasto tra classi e forme di produzione superate e a venire. Questo contrasto è “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti”: ma a sua volta questo movimento ha pur sempre bisogno di “protagonisti umani”, schierati in una classe che, in una lotta rivoluzionaria, spazzi via i residui del passato. Quell’indeterminatezza che è incomprensibile al comune borghese è la potenza della critica comunista che viaggia sulle gambe dell’organizzazione rivoluzionaria, il Partito.
[evidenziature nostre]
NOTE
1) “... il capitalismo catabolico si riferisce ad un capitalismo assetato di energia e senza possibilità di crescita, intendendo il catabolismo come un insieme di meccanismi di degradazione metabolica attraverso i quali un essere vivente divora se stesso. Come sottolinea Collins (2018), man mano che le risorse energetiche e le fonti redditizie di produzione si esauriscono, il capitalismo è costretto, a causa della sua continua fame di profitto, a consumare i beni sociali che una volta creava. Quindi, cannibalizzandosi, il capitalismo catabolico trasforma la scarsità, la crisi, il disastro e il conflitto in una nuova sfera di profitto. In altre parole, la commercializzazione dell’apocalisse finisce per generare aspettative commerciali lucrative (Horvat, 2021). Di conseguenza, si intensifica il processo di collasso innescato dalla contraddizione tra la logica espansiva capitalista e i limiti naturali del pianeta.
“La condizione catabolica di questo capitalismo crepuscolare è rafforzata dalla sua deriva autolitica. In biologia l'autolisi è un processo mediante il quale gli enzimi presenti nelle cellule di un organismo morto iniziano a scomporre la struttura cellulare. Tuttavia, l'autolisi può verificarsi anche in corpi viventi ma malati, per cui in determinate condizioni patologiche, come malattie degenerative o lesioni gravi, le cellule possono attivare meccanismi di autolisi che portano alla degradazione dei tessuti e delle strutture cellulari all'interno dell'organismo vivente. Una similitudine che illustra vividamente la decadenza e la disintegrazione del tessuto sociale già malato, come risultato dell’azione del capitalismo storico, che a sua volta intensifica il capitalismo catabolico. Quest’ultimo definisce un sistema in uno stato terminale…” (Gil-Manuel Hernandez e Martí, I fondamenti mitici del capitalismo”. https://geoestrategia-es.translate.goog/noticia/43145/politica/los-fundamentos-miticos-del-capitalismo.html?_x_tr_sl=fr&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc)
2) - Da questa impostazione consegue che il proletario bianco dovrebbe rinnegare la propria razza e schierarsi con i popoli oppressi e, in casa propria, con gli immigrati, identificati come sfruttati a prescindere. Queste elucubrazioni sciagurate, cui è arduo attribuire dignità teorica, appaiono come riflesso dello scontro in atto tra fazioni al potere nel centro imperialista atlantico, divise fra la componente conservatrice MAGA, “di destra”, e la componente democratica progressista “di sinistra”. Entrambe a modo loro si atteggiano a “rivoluzionarie”, l’una in difesa degli interessi del “popolo”, l’altra in difesa di molteplici “diritti”, ma in realtà ciascuna non fa che fornire soluzioni differenti agli interessi della grande borghesia finanziaria. Una lettura come quella qui considerata si schiera apertamente col polo “di sinistra”, alimentando una falsa polarizzazione che divide il potenziale fronte proletario su base razziale, per di più spacciandosi sfacciatamente per antirazzista. In realtà tanto tra le masse MAGA quanto tra quelle anti-Trump vi sono i germi di un indirizzo che nel procedere della lotta porterà necessariamente a riconoscersi come classe, oltre ogni divisione artatamente alimentata dal potere, e a identificare il vero nemico nel Capitale e nei suoi agenti. Ogni altro indirizzo, per quanto si mascheri di antimperialismo, antifascismo, antirazzismo, antiquesto e antiquello, è controrivoluzionario. https://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/31569-algamica-addio-america-i-cancelli-si-stanno-aprendo.html
3) Nick Srnicek e Alex Williams, ”Manifesto for an Accelerationist Politics”. In:
Jousha Johnson (a cura di), Dark Trajectories: Politics of the Outside. Miami: Name, 2013.
Web: http://syntheticedifice.files.wordpress.com/2013/06/accelerate.pdf
4) Il mito racconta che Erisittone, re della Tessaglia, ignorando gli avvertimenti della dea Demetra, abbatté un albero sacro da cui sgorgò sangue. Demetra lo punì condannandolo ad una fame perenne e insaziabile che lo portò a divorare se stesso fino a morire. Così accade al modo di produzione capitalistico, alla sua inesauribile fame di profitti, costretto a esaurire le risorse naturali e umane e infine a cannibalizzare se stesso. Gil-Manuel Hernandez e Martí, “I fondamenti mitici del capitalismo”, cit. nota 1.
5) Markku Siira, “Ave, forze sovrumane!”. https://www-dedefensa-org.translate.goog/article/ave-o-forces-surhumaines?_x_tr_sl=fr&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc