Mentre il conflitto USA-Israele-Iran assomiglia sempre più a un pantano da cui nessuna delle forze in gioco riesce per il momento a districarsi, se non attraverso ulteriori massacri di proletari e popolazioni in via di proletarizzazione (specie se il pantano dovesse ora allargarsi anche al Mar Rosso, come parrebbe mentre scriviamo), la “questione palestinese” è come ricacciata sullo sfondo. In realtà, è parte integrante del groviglio di un Medio Oriente disegnato dagli interessi imperialistici già alla fine della Prima guerra mondiale e ancor più dopo la fine della Seconda, e da allora mai pacificato – al contrario, sempre più insanguinato.
Ventisei anni fa, a proposito dell'ennesimo, drammatico ritorno sulla scena del conflitto israelo-palestinese, scrivevamo su queste stesse pagine che esso è la “prova dell'impossibilità di trovare soluzione alcuna – nel quadro del sistema attuale – ad una sistemazione dell'area che contempli anche una soluzione meno incerta e misera di quella odierna per le migliaia di profughi e proletari palestinesi che sono concentrati in quelle zone e rappresentano una mina vagante per tutte le borghesie mediorientali, arabe e israeliana” ¹.
Da allora, il genocidio a Gaza e dintorni non è mai cessato, toccando negli ultimi tre anni picchi di ferocia e violenza raramente visti prima: i 73mila morti ufficiali fra i proletari palestinesi diventeranno 100mila se, allo stillicidio di omicidi quotidiani a opera delle forze armate e dei coloni israeliani, si aggiungono i decessi di feriti gravi o malati cronici incurabili in strutture ospedaliere inesistenti o semi-distrutte, di bambini e anziani deceduti per fame, malattie, epidemie, di popolazioni stremate a livello psico-fisico da anni di guerra e dalla distruzione sistematica di ogni struttura sociale ed economica atta alla semplice e minima sopravvivenza quotidiana.²
Nel frattempo, da notizie diffuse da Al Jazeera e alquanto trascurate dal resto della stampa borghese, veniamo a sapere che Hamas avrebbe sciolto il governo di Gaza: si terrebbe ben strette le armi per garantirsi comunque il “monopolio della violenza” e il controllo politico, poliziesco, militare sulla popolazione, riaffermando così la propria volontà di essere organo futuro dello Stato, mentre tutto il resto sarebbe rimesso nelle mani di un costituendo “Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza” – un “governo tecnocratico” (?) gestito da palestinesi (ma non dall'ANP), sostenuto dalle Nazioni Unite (!) e creato a seguito della risoluzione 2803/2025, che istituiva anche il... trumpiano Board of Peace (!!). Per questo esito cinico e grottesco sono dunque morti e continueranno a morire i proletari palestinesi?!
La tragedia di Gaza e dintorni (la Cisgiordania, il Libano...) è una tragedia proletaria, con buona pace di tutti i democratici e pacifisti che vorrebbero non sentire mai pronunciare la parola proletario, mentre amano tanto, senza nemmeno capirne il significato, la parola “popolo” (che poi implica “la nazione”, “lo Stato”, e via di seguito, con le solite astrazioni borghesi di sempre); esattamente come proprio non riescono a parlare di capitalismo o di imperialismo, e invece si riempiono la bocca di “colonialismo” e “sionismo”, ignorandone il significato storico-politico. La tragedia di Gaza e dintorni è l'ennesima tragedia causata da un imperialismo, quello israeliano, che svolge fino in fondo il ruolo brutalmente poliziesco che gli è stato assegnato dagli imperialismi vincitori all'indomani del secondo macello mondiale: controllare e reprimere ogni spinta di ribellione delle masse arabe sfruttate, in un crocevia – quello mediorientale – di importanza cruciale per l'economia capitalistica mondiale: petrolio, gas, materie prime di ogni tipo (compresa quella materia prima speciale che si chiama forza-lavoro). Un imperialismo, quello israeliano, che, inevitabilmente, si esprime con tutte le manifestazioni tipiche dell'imperialismo: espansionismo, aggressività, competizione sullo scenario mondiale, violenta tutela dei propri interessi nazionali, politica repressiva all'interno e all'esterno, alleanza stretta con l'imperialismo dominante USA, e così via – come Marx e Lenin ci hanno bene insegnato.
Ed è una tragedia proletaria perché la società palestinese è comunque una società divisa in classi (e non l'astrazione “popolo”) e a fare le spese degli interessi borghesi e piccolo-borghesi (di cui Hamas è strumento, insieme alle altre formazioni che si assoggettano a esso)³ è per l'appunto la classe proletaria di Gaza, Cisgiordania, e degli altri paesi arabi (oltre che di Israele stesso) in cui vegeta ed è sfruttato il proletariato palestinese, al pari degli altri proletari immigrati dall'Africa e dall'Asia. Ed è una tragedia proletaria perché, a Gaza e in Cisgiordania come pure nella diaspora forzata nei paesi arabi circostanti (e non solo: il proletariato palestinese è squisitamente internazionale per forza di cose), quel proletariato è stato chiuso dentro la tagliola infame del nazionalismo: dalle forze borghesi in campo, dalla borghesia palestinese e dalle miserabili borghesie arabe tutt'intorno, ma anche dallo schieramento internazionale di “sinceri democratici” e “anime belle”, accorso e sempre pronto ad accorrere per sventolare una bandiera nazionale e proclamare “Palestina libera!” con trasporto pari alla propria impotenza, senza sapere che cosa vuol dire in realtà.
Che fare, dunque? Servono gli appelli alle istituzioni internazionali, le buone azioni di chi crede nel gesto isolato o collettivo, ma sempre di stampo etico, morale, senza tener conto dei fatti oggettivi, dei fatti materiali, delle dinamiche economico-politiche in atto, della realtà sul campo? Servono a mettersi l'anima in pace, nel migliore dei casi; nel peggiore, servono agli interessi di classe di borghesie locali e non, pronte ad allungare gli artigli sul big business della futura ricostruzione, o (se proprio non sarà possibili ricostruire, vista la devastazione prodotta) del futuro controllo dell'area, fonte di preziose materie prime e di un serbatoio altrettanto prezioso di manodopera a buon mercato. E siamo da capo!
Nel 1970 (più di mezzo secolo fa!), all'epoca della sanguinosa repressione, complice l'OLP, dell'insurrezione dei palestinesi di Amman, in Giordania (il “Settembre nero”, che durò in realtà fino al luglio 1971), scrivevamo su queste stesse pagine:
“Il tragico destino del Medio Oriente è di agitarsi senza tregua nel letto che gli hanno tagliato e costruito addosso i cinici, brutali, feroci interessi dell’imperialismo. È un mosaico non di nazioni (che non esistono né in dieci formati minori, né tanto meno in un solo formato maggiore), ma di Stati gelosi dei loro pidocchiosi interessi, ciascuno cucito nella stessa tela che, di volta in volta, questa o quella grande potenza ha sforbiciato contendendo all’altra i pozzi di petrolio e i campi di cotone, ciascuno farneticante un’indipendenza negata dalla propria reale dipendenza dal mercato mondiale o dalle forniture d’armi e di potenze mondiali, ciascuno ebbro di orgoglio e servilmente prono come squallida pedina al padrone di turno, ciascuno retto o da una pseudo-borghesia avida e succhiona, o da un relitto carico di oro di millenni neppure feudali, ma tribali; tutti al servizio di interessi grandi come il pianeta, e di potenti ancora più cinici dei loro reggitori; nessuno annunziatore di un nuovo modo di produzione, meno che mai di un nuovo ordine sociale.”⁴
Poi, dopo Amman, ci furono la “Comune di Tall El Zaatar” (1976), il massacro nei campi di Sabra e Chatila (1982), e decine di altri capitoli della sequenza infinita di violenze anti-proletarie, ad opera dei macellai dell'esercito israeliano o di milizie irregolari, con la complicità più o meno aperta dell'OLP e delle altre borghesie arabe. Fino al genocidio in corso oggi da tre anni.
Ma allora non c'è via d'uscita? Possiamo solo allargare le braccia rassegnati? NO, la rassegnazione non fa parte della nostra storia ed esperienza di comunisti. Di certo non c'è via d'uscita se si rimane dentro il filo spinato dei rapporti borghesi, dentro una logica puramente democratica, istituzionale, nazionale e nazionalista, dentro orizzonti, appelli e pratiche inter-classiste, riformiste, puramente etiche, e si rifiuta il lavoro duro, controcorrente, minoritario perché non immediatista, di preparazione della rivoluzione proletaria internazionale, di rinascita e rafforzamento del partito comunista, a fianco di tutti i proletari in lotta: qui, nell'Occidente detto avanzato, e là, in quella che un tempo era detta (ma non lo era) la sua periferia – unico modo per far sentire ai proletari palestinesi e di qualunque altra sporca nazione borghese (in primis la propria!) una solidarietà fattiva e non soltanto a parole.
Il nostro indirizzo odierno ai proletari palestinesi, dunque, non può che essere quello che il nostro Partito inviava loro subito dopo il massacro di Amman, e che riproduciamo con le stesse parole di allora e un odio ancora maggiore, se possibile, verso questa società in putrefazione:
“I fedayn esprimono la collera sacrosanta di plebi maciullate sotto il rullo compressore della 'pace' borghese. Ma che cosa possono attendersi dall’eroismo della propria disperazione? Essi stessi sono il prodotto di un gioco infame condotto sulle spalle e sulla pelle di popolazioni conquistate o perdute ai dadi dal capitale nella affannosa corsa al dominio del mondo: forse che 'la Palestina ai palestinesi' li riscatterebbe più di quanto li abbia riscattati la Giordania? Sono i martiri del dramma collettivo, non possono – non è colpa loro – risolverlo nel quadro e con i mezzi della società che l’ha voluto e lo vuole. Non hanno né 'fratelli' né 'cugini' negli Stati vicini o lontani sui quali hanno avuto l’ingenuità di contare, non al Cairo e non a Damasco, non a Mosca e non a Pechino. Avranno dei fratelli il giorno in cui i proletari d’Europa e d’America, delle 'metropoli' del ladrocinio mondiale, avranno cessato di prosternarsi vergognosamente dietro i loro falsi pastori al mito della 'pace' e del 'dialogo', di una ‘solidarietà’ fatta di miserabili preghiere e lacrimose petizioni e, avendo liberato se stessi dal duplice giogo del capitale e dei suoi servi opportunisti, si assumeranno con gioia fraterna il compito di dare, essi che avranno ereditato non le troppe infamie ma le poche conquiste durature della società borghese finalmente defunta, a coloro che non hanno mai avuto. Li avranno il giorno in cui il Medio Oriente non conoscerà più giordani né libanesi, né siriani né iracheni, né egiziani né sauditi, ma proletari che abbiano fatto saltare qualsiasi frontiera, abbiano riconosciuta falsa e bugiarda ogni patria, abbiano visto in faccia il nemico di classe, non di 'razza' o 'nazione', e si siano stretti in un 'popolo' solo, cioè in un solo esercito di ‘senza riserve’, per fare piazza pulita di sbirri e ladroni locali e stranieri, ancora per avventura pascolanti sulle loro disgrazie! Non dipende da noi, meno che mai ci fa piacere di dirlo, se purtroppo questo domani non è alle porte di casa dell’oggi. O lo si prepara, quel giorno, o i massacri proseguiranno, la ferita incancrenirà, la tregua sarà quella che è da mezzo secolo un’atroce agonia. È tempo, è gran tempo di capirlo, proletari, prima che l’ora, una volta di più, sia al loro cannone! Più che mai, non avete nulla da perdere e tutto un mondo da conquistare”.⁵
“O lo si prepara, quel giorno, o i massacri proseguiranno...”. Da quando scrivemmo queste parole sono passati cinquantasei anni e i massacri non hanno fatto altro che continuare, approfondirsi ed estendersi, farsi più spietati e sanguinari. E allora la consegna resta più che mai valida, più urgente e soprattutto definitiva.
Note
2 - Vedi “Gaza. Il genocidio ha molte facce”, il programma comunista, n.5/2025.
Metà luglio 2026