I recenti due omicidi a sangue freddo compiuti da agenti dell'Immigration & Customs Enforcement (ICE) e dalla United States Border Patrol (USBP) a Minneapolis (Minnesota) hanno giustamente prodotto grande rabbia e suscitato mobilitazioni un po' ovunque negli Stati Uniti: mobilitazioni spontanee, che hanno fatto seguito alle già numerose iniziative, anch'esse spontanee, succedutesi nelle settimane precedenti e volte a intralciare l'azione repressiva condotta da ICE e USBP. Che un numero crescente di persone senta la spinta a reagire a quanto sta avvenendo è naturalmente un fatto positivo. Dovrà però (anche sotto la pressione di violente contraddizioni materiali) accompagnarsi a una più chiara consapevolezza di alcune questioni fondamentali.
ICE e USBP sono agenzie federali: vale a dire, il braccio armato dello Stato centrale. Dunque, strutture destinate alla repressione: e ciò indipendentemente dai governi esistenti, a loro volta estensioni del comitato d'affari della classe dominante. Quella è la loro funzione, in una società divisa in classi com’è la società del capitale, del profitto, della competizione selvaggia. Lo Stato, infatti, non è un organismo al di sopra delle parti: è una struttura articolata che risponde direttamente alle necessità di sopravvivenza del potere borghese, e quindi opera nel senso di reprimere tutte le manifestazioni che possono minacciare il corretto svolgimento della principale attività capitalistica – l'estrazione di plusvalore.
La repressione contro i proletari migranti e chi li sostiene è parte integrante di quest’attività dello Stato e obbedisce alle fasi alterne dell'economia capitalistica: non a caso, si è manifestata, con intensità maggiore o minore a seconda dei casi, attraverso tutti i governi che si sono alternati – una costante che si è fatta acuta con l'entrata del capitalismo nella sua fase imperialista. Gli Stati Uniti non sono certo un'eccezione: al contrario, in quanto principale paese imperialista, sono il modello cui si ispirano tutti gli Stati nel mettere in atto la repressione anti-proletaria. Che poi alcuni governatori o sindaci o amministratori e politici bi-partisan locali operino a volte in modo critico nei confronti del potere centrale (salvo poi, quando necessario, rimettersi in riga!) non cambia nulla alla natura e funzione di questi organi statali. È un gioco delle parti che obbedisce all'imperativo di cui sopra.
Le manifestazioni contro la ferocia repressiva sono importanti, e ben vengano! Ma devono porsi il problema di andare oltre la reazione spontanea, istintiva e immediata. Devono cioè darsi non solo un'organizzazione stabile, che possa sopravvivere nel tempo a fronte di un inevitabile acuirsi delle contraddizioni prodotte dalla crisi economica e sociale, ma anche e soprattutto una prospettiva politica che, basandosi su un'analisi precisa di quanto sta avvenendo e riallacciandosi a una tradizione di lotta che viene da lontano (sì, signori: dal 1848!), possa indirizzare e guidare lo spontaneismo dell'indignazione e della rabbia verso l'obiettivo supremo dell'abbattimento del modo di produzione capitalistico e del suo bastione armato: lo Stato con le sue appendici istituzionali e politico-sindacali. Altrimenti, s’imbocca il vicolo cieco di altre stragi e altro sangue versato inutilmente.
I dintorni di Minneapolis sono ovunque, e noi lavoriamo perché questi obiettivi vengano finalmente raggiunti.
2/2/2026
