L'uccisione a sangue freddo, il 19 luglio, nel quartiere Pilastro a Bologna, di Abderrahim Fakir da parte di due sbirri, sotto gli occhi di alcuni infermieri che non hanno mosso un dito per fermare l'azione omicida, ha giustamente suscitato forte indignazione e rabbia, seguita dal contorno delle usuali squallide dinamiche più o meno pre-elettorali, caratteristiche della democrazia dittatoriale che domina ovunque, nel felice regno del Capitale. La lista dei morti per mano dello Stato, nelle più diverse situazioni e con i più diversi metodi, è lunga, anno dopo anno. Per restare a tempi recenti: Ramy Elgami, Abderrahim Mansouri, Michele Ferrulli, Igor Squeo, Andrea Soldi, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani, Luca Rossi... E scusate se abbiamo dimenticato qualcuno.
Morti per mano dello Stato, perché di questo si tratta. Le “forze dell'ordine” non servono per aiutare le vecchiette a traversare la strada o per portare i pacchi alle donne incinte. Servono a imporre, mantenere e difendere con le buone e con le cattive il potere assoluto dello Stato, a sua volta braccio militare, politico, finanziario del Capitale. Non c'è bisogno di scomodare il “modello USA” (George Floyd! ma anche lì la lista è lunga e in divenire), lamentando piagnucolosamente, come fanno le “anime belle democratiche” e i partiti che le rappresentano, che “ci stiamo avviando in quella direzione” e invocando “aumento degli organici” e soprattutto “più formazione per gli agenti”. Ma quale “formazione”?! Non fateci ridere!
In una società divisa in classi, lo Stato, con tutte le sue articolazioni (fra cui, per l’appunto, quelle militari), non è l'arbitro al di sopra delle parti e tanto meno è il Buon Papà che ha a cuore il benessere generale della popolazione. E' contemporaneamente il bastone e la carota. E, in una fase di crisi profonda, economica e sociale come quella che stiamo attraversando da decenni senza che ci sia una via d'uscita se non la preparazione di una nuova guerra mondiale con tutto ciò che essa implica (economia di guerra, militarizzazione della società, nazionalismo e patriottismo crescenti, imposizione dell'ordine di classe a tutti i livelli, eccetera), bene, in questa fase, a prevalere è e sempre più sarà il bastone.
Per noi comunisti, il discorso è chiaro da sempre: si tratta di sapere da che parte si sta, e agire di conseguenza. Ricordavamo già a proposito degli omicidi perpetrati dall’ICE a Minneapolis:
“La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell'ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di interessi della classe dominante, sgominando in modo decisivo le rappresentazioni imbecilli secondo cui, da quando il vecchio stato feudale clericale e autocratico fu distrutto, sarebbe sorta, grazie alla democrazia elettiva, una forma di stato nella quale a ugual diritto sono rappresentati e tutelati tutti i componenti la società qualunque ne sia la condizione economica. Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare, costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forme di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levino i fremiti rivoluzionari. Tale è il senso delle classiche analisi di Marx e di Engels sui rapporti tra società e stato, ossia tra classi sociali e stato, e tutti i tentativi di scuotere questo cardine della dottrina di classe del proletariato furono schiacciati nel ripristino dei valori rivoluzionari realizzato da Lenin, da Trotzky e dalla Internazionale Comunista subito dopo la prima guerra mondiale” [1].
Intimidire, terrorizzare, reprimere, sopprimere: questa la “formazione” delle “forze dell’ordine” emananti dallo Stato. E’ tempo di rendersene conto.
Agosto 2026
[1] Da “Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe”, Prometeo, nn. 2 e 4 del 1946, nn. 5 e 8 del 1947, nn. 9 e 10 del 1948 (ora in Partito e classe, Edizioni il programma comunista, e sul nostro sito https://www.internationalcommunistparty.org/images/pdf/testi/Partito-e-classe.pdf). L’articolo sugli omicidi a Minneapolis si può leggere sul n.2/2026 di questo stesso giornale.