Da decenni, il massacro dei proletari palestinesi a opera dello Stato d’Israele insanguina Gaza e dintorni con almeno 70mila morti accertati, in un Medio Oriente sempre più terremotato e travagliato. Ormai da più di due anni, nella quasi completa indifferenza generale, in Sudan si trascina un sanguinoso conflitto “interno” con centinaia di migliaia di morti e profughi, in un’Africa da tempo teatro di una crescente penetrazione degli imperialismi più forti o aspiranti tali, sempre pronti ad alimentare o protrarre “guerre civili” in questo o quel paese, a vendere armi per guadagnarsi “rendite di posizione”, a bombardare popolazioni al fine di “portare la democrazia” (il recente bombardamento USA in Nigeria ci viene venduto come “difesa di cristiani innocenti”!). In Oriente, i confini occidentale e orientale dell’India sono altrettanti focolai di contrasti irrisolti e, nel cosiddetto Indo-Pacifico e fra il Mar Cinese Settentrionale e il Mar Cinese Meridionale, guerre e guerricciole locali si alternano a tensioni crescenti fra imperialismi vecchi e giovani (USA e Cina per Taiwan, ma non solo).
Il cruciale Mar Rosso, liquida arteria lungo la quale, fra i due estremi del Canale di Suez e dello Stretto di Bab-el-Mandeb, navigano gigantesche navi-container, petroliere e convogli militari, è sempre oggetto di contesa (non a caso, a fine 2025, Israele ha riconosciuto, primo Stato al mondo, l’indipendenza della separatista Somaliland proclamata già nel 1991, mentre si riaccende lo scontro fra Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti). L’America Centrale e quella Meridionale vivono in una continua instabilità, in quanto conclamati “cortili di casa” dell’imperialismo USA (altra vecchia storia, ora rinnovata con l’attacco al Venezuela), che non si fa scrupoli a bombardare di qua e di là, con il pretesto della… “guerra al narcotraffico”.
Insomma, a nord e a sud, a est e a ovest, le vie di passaggio delle materie prime e i corridoi più o meno strategici sono altrettanti nervi scoperti di un mondo capitalista (il “migliore e sempre migliorabile dei mondi possibili”, per le anime belle!) allo sbando sotto la pressione della crisi economica strutturale, di sovrapproduzione di merci, capitali ed esseri umani, che si trascina da decenni aggravandosi sempre più, senza soluzione di continuità che non sia la preparazione di un terzo macello mondiale – perché le guerre guerreggiate sono la manifestazione esplosiva della guerra commerciale in atto da decenni, che ha come protagonisti principali USA, Germania, Russia, Cina, e di seguito tutti gli altri capitalismi nazionali, in competizione selvaggia gli uni contro gli altri… E i pietosi appelli al diritto internazionale, alla “pacifica convivenza dei popoli” e ad altro ciarpame tipico dell’ideologia borghese ,si rivelano per quello che sono, di fronte alla forza del più forte: carta straccia.
E l’“Europa”? Mentre non si vedono grandi prospettive di tregua nell’altra sanguinosa guerra fra NATO-Ucraina e Russia, è patetico e al tempo stesso rivelatore lo sconcerto di una “Europa” che, dopo essere stata per settant’anni obbediente vassalla degli USA, si ritrova adesso in braghe di tela. Impegnato com’è nella vana e caotica impresa di rimettere ordine (!) in casa propria, dove le cose non vanno per niente bene come vorrebbe far credere la retorica ufficiale, il suo padre-padrone di un tempo le volta le spalle, la prende a ceffoni, le fa pagare il conto salato di decenni di “aiuti”. D’altra parte, come “soggetto politico unitario” (l’abbiamo mostrato più e più volte), l’“Europa” non esiste, non è mai esistita: è stata soltanto il tentativo affannoso di creare un mercato economico in grado di tenere testa (con non poche contraddizioni interne) a un mercato mondiale dapprima in travolgente espansione post-bellica e poi, dalla metà degli anni ’70 del ‘900, in crisi profonda. A fronte di questa crisi, l’“Europa”, senza più l’appoggio-controllo degli USA, mette a nudo ciò che è sempre stata e sempre sarà: una giungla di nazionalismi, espressione di capitali nazionali in concorrenza reciproca. E, se un terreno comune esiste fra questi, è, contemporaneamente e in maniera intrecciata, quello della preparazione a una futura nuova guerra mondiale e della repressione di ogni forma di dissenso: le due cose procedono emblematicamente insieme.
Assistiamo così a una corsa al riarmo che dice apertamente le cose come stanno. Non si parla più (se non in qualche sussulto di stanco “europeismo”) di “esercito comune europeo”: ma ogni Stato, in quanto braccio armato del capitale nazionale, aumenta le proprie spese militari ed elabora piani e prospettive di riarmo – dalla Germania che conta di reintrodurre una “leva volontaria” e si pone il problema di riadeguare la propria rete logistica alle necessità del trasporto di mezzi militari, alla Francia che comincia a predisporre reparti ospedalieri atti a ricevere feriti con relativo aumento delle scorte di plasma, e via di seguito, di Stato in Stato (perfino la Svizzera, storica campionessa di neutralità, scopre ora con preoccupazione di non essere abbastanza difesa!). Parallelamente, si diffondono e intensificano le politiche securitarie, con l’introduzione di nuovi reati e normative, strategie e pratiche repressive da sperimentare fin da subito sul campo, reparti speciali e strumenti di controllo, procedure di identificazione e schedatura. L’avvicinarsi di concreti scenari di guerra evoca, nella classe dominante, la mai sopita paura (sempre presente e parte integrante della dittatura democratica esercitata ovunque nel secondo dopoguerra) del ritorno sulla scena, in maniera diffusa e organizzata, di un proletariato che finora ha subito in maniera più o meno passiva lo sfruttamento bestiale cui lo sottopone quotidianamente il capitale nella sua ricerca del profitto; ma che, sotto la pressione di un peggioramento crescente e veloce delle proprie condizioni di vita e di lavoro, sarà indotto a riprendere la strada della aperta lotta di difesa e, insieme a essa, della ribellione e del rifiuto di andare a massacrare e farsi massacrare – la via del disfattismo rivoluzionario, contro tutti gli Stati, contro tutti i preparativi e i fronti di guerra, contro tutti i nazionalismi e patriottismi, contro tutte le borghesie e in primo luogo contro la propria.
Ed è qui che, come sempre, si pone la questione del partito rivoluzionario, unica forza di classe in grado di organizzare e dirigere quell’inevitabile ribellione contro uno status quo capitalistico che significa ormai soltanto sofferenze e tragedie, distruzioni e massacri. È al rafforzamento e radicamento internazionale di questa forza che noi lavoriamo: contro tutti i pacifismi più o meno ingenui e i riformismi ipocriti, contro i nemici aperti e i falsi amici, contro i “sinceri democratici” difensori di ogni misura dettata dallo Stato del capitale, contro i patrioti dell’ultima ora, contro i sovranisti e i nazionalisti, e contro i populisti di ogni colore dimentichi di qualunque prospettiva di classe – perché dalla lotta di resistenza quotidiana si possa passare, quando le condizioni oggettive si ripresenteranno e lo consentiranno, all’attacco, contro un modo di produzione che va infine gettato nella spazzatura della storia.
3 gennaio 2026