DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Accidenti al «moderno»

Parola d'ordine per i rivoluzionari: quando salta fuori lo «scopritore del nuovo e del moderno» (si tratta, come al solito, di intellettuali), volgere il naso altrove; c'è puzza di cadavere.

Le Botteghe Oscure hanno avuto negli ultimi tempi un'emorragia di questi scopritori: se fossero la sede di un partito rivoluzionario non se li sarebbero mai tenuti fra i piedi e, se mai avessero avuto tale disgrazia, non avrebbero versato lacrime nel perderli: se, poi, avessero un minimo di decenza (non parliamo, si capisce, di decenza morale), riconoscerebbero che in ogni caso, sono figli suoi, della sua esaltazione del concreto, dell' «aderente», del non-talmudico, che è, semplicemente, esaltazione della mancanza di principi, dell'andare secondo il vento della moda, al seguito del bestione dominante.

Uno di questo gruppi di esuli ha fondato la rivista «Tempi Moderni». Almeno, i poveracci, avessero scelto un altro titolo: avrebbero evitato di far la figura di chi scopre l'America cinque secoli dopo che Cristoforo Colombo l'ha scoperta. La loro modernità è un'ennesima edizione della democrazia (manco a dirlo identificata col socialismo), il loro sogno è di vivificare i partiti attuali e i sindacati reinserendoli nello Stato dal quale si sono avulsi, di salvare il parlamento dalla crisi di distacco dalla società nel quale è caduto (fosse vero!, e meglio ancora se, cadendo, si fosse definitivamente rotto le ossa), insomma di ridare ossigeno agli istituti democratici (per costoro, tutto è egualmente «istituto democratico» il Parlamento come il Sindacato operaio, gli organi della classe dominante e quelli della classe dominata) ristabilendo l'unità, ahinoi, infranta fra «società politica» e «società civile».

Sul piano economico, poi, gli scopritori di terre nuove stanno ponzando un «piano democratico (inutile dirlo!) di sviluppo economico» che sia, appunto perché democratico, anche sociale e politico. La ricetta? Credete forse che la prendano da Marx, Engels e Lenin? Ohibò: vecchi arnesi! La prendono da Keynes: «Ogni trasformazione o riforma di una determinata società ... è progressiva quando tende ad assicurare e di fatto assicura una ripartizione fra accumulazione e consumi che garantisca da un lato il pieno sviluppo e la piena funzionalità delle forze produttive di base, dall'altro il massimo di benessere per la comunità». Un piano simile inoltre è, per costoro automaticamente socialismo, giacché socialismo è, nella loro splendida definizione, abolizione della proprietà privata + piano statale + partecipazione di «tutti i cittadini in quanto produttori consumatori» all'elaborazione di detto piano. Abolizione della merce? Abolizione dell'appropriazione di classe dei prodotti? Superamento dell'economia mercantile e monetaria? Abbattimento delle barriere aziendali, ecc.? Ohibò: ferri vecchi, il socialismo è ... capitalismo controllato dall'alto, e dal basso; punto e basta.

Dopo di che, gli illustri scopritori costituiranno gruppi di studio e «di pressione» affinché tutto questo immaginifico programma si realizzi. Vadano in America: troveranno sotto altro nome per amore della ... modernità, il loro capitalismo «popolare», o, se preferiscono, il loro «socialismo» non burocratico.

Lasciamoli ai loro gruppi di studio e di pressione, ai loro ponzamenti in difesa della democrazia e di quello che essi chiamano socialismo e che potrebbero indifferentemente battezzare con qualunque altro nome: non è di lì che uscirà la levatrice della storia.

 

il programma comunista, n. 19, 9 - 23 ottobre 1957

 

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