DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Monfalcone, fronte del mondo

La “città dei cantieri” è uno di quei poli industriali attorno ai quali si manifestano più apertamente le contraddizioni che segnano l’attuale fase estrema di sviluppo capitalistico. In quanto prodotto della cosiddetta “globalizzazione” – la mondializzazione della produzione attraverso reti di approvvigionamento, delocalizzazioni, migrazioni di forza lavoro – la realtà che si è creata attorno alla Fincantieri  di Monfalcone si presenta come un microcosmo del mondo attuale.

Visitando la cittadina si è subito immersi in una realtà fortemente interrazziale. Usiamo volutamente questo termine per prendere le distanze dalla retorica del multiculturalismo che imperversa nella mefitica stagione del dominio della grande finanza americanocentrica. Il termine “razza” con i suoi derivati si trova nei nostri testi fondativi e non implica alcuna graduatoria o classifica per caratteristiche e origine geografica, graduatoria che il nostro internazionalismo rigetta non per moralismo, ma per la stessa visione di specie di cui siamo portatori.

A Monfalcone, colpisce la presenza massiccia di immigrati bengalesi – i “bangla” – molti dei quali occupati in ditte che lavorano in subappalto per Fincantieri. Sono passati quasi dieci anni da quando segnalammo su questo nostro giornale la presenza massiccia di questi immigrati nelle ditte in subappalto: allora, la disponibilità allo sfruttamento di questa componente operaia particolarmente ricattabile, proveniente da un’area fortemente depressa, suscitò proteste tra i lavoratori dei cantieri che sfociarono in uno sciopero contro la concorrenza al ribasso sul salario e le condizioni di lavoro. Mentre gli anarchici, con lo schematismo che li caratterizza, liquidarono questi atteggiamenti come “fascisti”, noi commentammo così:

Lo sciopero era invece interessante per il suo carattere spontaneo e aveva come protagonisti operai di aziende in subappalto con contratti a tempo determinato, a volte con scadenza giornaliera: un vero caporalato legalizzato in un'azienda, come si è detto, di proprietà pubblica. In quel contesto, lo sciopero si opponeva oggettivamente al peggioramento delle condizioni contrattuali, indipendentemente dall'atteggiamento che quei lavoratori potevano avere nei confronti degli immigrati. In un'ottica classista, gli immigrati andavano coinvolti nella lotta, ma pretendere che, in assenza di un'organizzazione di classe, anche solo sindacale, possa spontaneamente maturare dall'oggi al domani una simile consapevolezza può essere solo frutto di una visione idealista e spontaneista che non porta lontano. (1)

Oggi, i termini della questione sono rimasti gli stessi, le divisioni tra operai su base etnica e di nazionalità permangono e non si vedono segnali significativi di un ritorno della capacità di lotta che caratterizza la storia della classe operaia cantierina. La rete delle aziende della cantieristica che impiegano bengalesi si estende a tutta Italia, e alcune sono state al centro di indagini per illeciti contributivi e fiscali finalizzati ad abbassare il costo del lavoro per accaparrarsi gli appalti. È chiara la loro... mission: fornire manodopera a bassissimo costo (2). Il sistema del subappalto continua a essere ampiamente utilizzato dalle grandi aziende del settore come strumento per resistere alla crescente concorrenza internazionale, soprattutto a opera di Cina e Corea del Sud. Paghe da fame (4-5 € l’ora), turni massacranti, condizioni di lavoro al limite dell’insostenibilità, lavoro nero e caporalato sono la regola. I lavoratori assunti direttamente dalla Fincantieri di Monfalcone, che negli anni Settanta erano 11mila, oggi sono ridotti a 2500 e rappresentano solo il 20% del totale. Il resto, 14mila circa, è occupato da ditte esterne e nell’indotto. Questo quadro favorisce la frequenza di incidenti sul lavoro, che in alcuni casi sono finiti tragicamente. A metà gennaio, un giovane bengalese è stato ferito in modo grave dal crollo di un ponteggio (3). Naturalmente, la direzione non si ritiene né è ritenuta minimamente responsabile delle nefandezze che si consumano entro il perimetro dei cantieri, e di tanto in tanto l’intervento della magistratura contro i casi più eclatanti di sfruttamento comunica l’impressione del controllo e legittima le condizioni “normali”  in vigore.

Negli ultimi due decenni la presenza di bengalesi nel Monfalconese ha assunto dimensioni crescenti. Gli stranieri residenti, che solo tre anni fa erano il 22% su una popolazione di 28mila abitanti, oggi raggiungono il 30% su una popolazione salita a 30mila, e di essi il 90% è di religione musulmana. Per effetto dei ricongiungimenti famigliari il luogo ha assunto una forte connotazione, per usare un termine politicamente corretto, “multiculturale”: donne velate con bambini si vedono ovunque, e nelle scuole ormai la presenza di studenti italiani è assolutamente minoritaria. Monfalcone potrebbe essere presa ad esempio da chi sostiene la tesi della “sostituzione etnica”, tanto è marcata la presenza di “stranieri”, in prevalenza bengalesi. La loro comunità sta prendendo possesso di spazi crescenti della città in termini di presenza visibile, specie nelle ore che seguono la chiusura dei cantieri, nella gestione di attività commerciali e nell’occupazione di abitazioni. I prezzi delle case sono crollati, e ne hanno reso così più facile l’acquisto anche per famiglie straniere a basso reddito. Si tratta di famiglie con una media di tre-quattro figli, spesso in coabitazione tra loro e sempre aperte all’ospitalità di parenti e connazionali. Nella percezione degli autoctoni, Monfalcone è destinata a diventare un lembo del Bangladesh in tempi relativamente brevi. Non a caso si stanno manifestano i primi sintomi di una difficile convivenza tra comunità.

Il problema era già emerso l’estate scorsa con la polemica nei confronti dell’abitudine delle donne musulmane di bagnarsi in mare vestite, e più di recente in modo ancor più clamoroso dalla proibizione di usare i centri islamici come luoghi di culto. Tutto è nato per le prese di posizione della sindaca leghista che si è fatta paladina della difesa dei costumi occidentali e della legalità. Più della questione in sé, ci interessa evidenziare l’emergere di un problema reale di convivenza che si annuncia anticipatore di future tensioni. La cronaca ci dà occasione per affrontare un problema che sarà sempre più protagonista della vita reale dei proletari di tutte le etnie e nazionalità, avendo cura di tenerci ben lontani dalle derive astrattamente egualitarie che, sotto l’ombrello ideologico del multiculturalismo, di fatto negano il problema o pretendono di risolverlo nell’astratto empireo dei “diritti”, salvo poi districarsi tra diritti tra loro inconciliabili (4).

Il termine “multiculturalismo” rientra a pieno titolo nell’armamentario retorico dell’ideologia dominante quando l’atteggiamento benevolo di disponibilità, apertura, accoglienza nei confronti dei migranti ignora o copre la realtà di un processo che va riferito alla rivoluzione permanente del Capitale, che opera per rimuovere ogni ostacolo alla piena affermazione del suo dominio. Come comunisti siamo geneticamente per il superamento delle divisioni di razza, nazione, etnia, religione, classe, ma come affermiamo a gran voce l’esistenza delle classi così non possiamo negare l’esistenza di tutte le altre differenze e il loro peso come fattore storico e attuale. Noi lavoriamo nella prospettiva di una società senza classi, e lasciamo alla società nuova il compito di metabolizzare di quei patrimoni ciò che arricchisce l’umanità e liquidare ciò che la avvilisce. Anche il capitale esprime un suo internazionalismo, che però non sa che farsene di ciò che dà all’uomo dignità, mentre usa in modo spregiudicato e ne alimenta i tratti più retrogadi e bestiali. Avidità, violenza, sopraffazione sono il suo pane quotidiano, mentre senso di comunità e solidarietà gli sono nemici giurati. Altrettanto gli è nemica la forza di un’identità maturata storicamente sotto il profilo culturale in senso lato, fondamento sul quale si organizza la difesa di interessi comuni, siano essi nazionali, etnici, ma anche – si tende a dimenticarlo – di classe. L’identità di classe, del proletariato rivoluzionario, non è di natura statistica, direttamente riferibile all’appartenenza a questa o quella situazione lavorativa o sociale, ma si è costituita in due secoli di tremende lotte politiche e economiche attraverso rivoluzioni, guerre e paci infami, e si è consolidata nel patrimonio teorico del marxismo rivoluzionario, dall’elaborazione dei fondatori passando attraverso gli insegnamenti della scuola bolscevica e il lavoro di sistemazione teorica operato dalla Sinistra comunista “italiana” nel Secondo dopoguerra. Appartiene a questa tradizione l’assunto del carattere politico dell’appartenenza al proletariato, che “o è rivoluzionario o non è nulla”, un carattere che trova condizioni particolarmente favorevoli laddove, come a Monfalcone, la concentrazione operaia è più alta.

Ne è riprova la secolare storia delle lotte dei cantierini, condotte oltre le divisioni razziali e nazionali in nome di una concezione più elevata e solidale dell’umanità. Monfalcone è tuttora una città operaia, ma oggi, in assenza di una forza politica rivoluzionaria in grado di esercitare una minima influenza, le divisioni nazionali, etniche, religiose agiscono da fattori potenti di divisione all’interno della classe. L’incontro-scontro tra culture e mentalità tra loro distanti finisce col rafforzare le opposte tradizioni identitarie e allontana, ad oggi, la possibilità di uno scioglimento della contraddizione a un livello più alto. Quanto si sta verificando a Monfalcone è segnale di un conflitto latente tra comunità che si presentano distinte e difficilmente integrabili. A metà dicembre, la cittadina giuliana è stata attraversata da un grande corteo di musulmani, uomini e donne, che rivendicavano il diritto costituzionale a celebrare i loro culti nei centri da poco chiusi dall’amministrazione comunale. Un corteo di quelle dimensioni – ottomila persone, un numero di poco superiore ai bengalesi censiti nel comune – non si vedeva da decenni in una cittadina così piccola. A ridosso del Natale cristiano, l’evento ha assunto un carattere altamente simbolico, ma il dramma che si consumava era riferibile a ben altra tradizione, alla nostra:

Il corteo ha percorso un tratto di viale San Marco, una delle arterie principali della città. La stessa strada era percorsa dai cantierini, che negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta raggiungevano dal cantiere la piazza principale per oceanici scioperi tesi a salvare il posto di lavoro. Occupavano strade, ferrovie e aeroporto. Tornavano a casa con la fronte incerottata per le manganellate della celere. Corso del Popolo dopo ogni manifestazione era parzialmente spogliato dai cubetti di porfido lanciati dai cantierini. Il ricordo di quei tempi è il senso profondo del concetto di memoria e di identità che spesso viene distorto e deriso. Questa memoria andrebbe invece alimentata e condivisa in nome dei diritti dei lavoratori (“Messaggero Veneto”, 24 dicembre 2023).

 

Il commento del giornale locale coglie il dramma dei cambiamenti intervenuti nel tempo nella piccola città giuliana, ma non può spingersi fino a riconoscere che l’origine della rimozione di quella memoria è frutto delle dure sconfitte operaie, della guerra condotta dai nazionalismi di entrambi i fronti – italiano e slavo – contro il radicato internazionalismo del proletariato giuliano, del disarmo teorico e ideologico messo in atto dalle forze della cosiddetta sinistra e dall’azione dei sindacati in regime democratico. Fin dalle origini, ai primi del Novecento, sotto l’allora Impero austro-ungarico, i cantieri di Monfalcone si connotavano per una presenza operaia multinazionale (italiani, austriaci, sloveni, croati) che fu dapprima protagonista delle grandi lotte del Primo dopoguerra, poi della “resistenza” all’occupazione nazifascista. Dopo l’8 settembre 1943, i cantierini formarono la “brigata proletaria” che combatté eroicamente, pagando un prezzo altissimo (500 i morti della resistenza giuliana), non per “liberare l’Italia”, ma nel segno dell’internazionalismo di classe, o meglio, dell’illusione che esso sopravvivesse in Urss e nel PC jugoslavo. Quando poi fu chiaro che le diplomazie avrebbero consegnato Monfalcone con Gorizia all’Italia (5), centinaia di operai di nazionalità italiana decisero di trasferirsi a lavorare negli stabilimenti di Fiume e Pola, nella allora Jugoslavia “socialista”, convinti di trovarvi lo stesso spirito internazionalista e proletario impresso nella loro storia. La realtà era altra. Quando nel 1948 si consumò la frattura tra Tito e Stalin, furono perseguitati per le loro posizioni pro-Cominform, finché molti – spesso dopo aver subito anni di galera e violenze indicibili – si rassegnarono a rientrare in Italia, dove dovettero affrontare i soliti nemici che rialzavano la testa: i padroni, la repressione dello Stato borghese e il fascismo risorgente, di nuovo uniti contro la coriacea tradizione classista di quei luoghi. Ma il nazionalismo del fronte borghese trovava nuovo terreno fertile anche nei partiti “comunisti” di Jugoslavia e Italia, e negli stessi sindacati. I reduci dovettero rassegnarsi a entrare nei ranghi di quella CGIL che nel tormentato periodo di passaggio ai nuovi equilibri postbellici aveva operato per sabotare i Sindacati Unici, organismo che riuniva i lavoratori delle diverse nazionalità, per affermarsi come sindacato genuinamente “nazionale”, fin da allora pronto a compromessi e svendite delle conquiste operaie in nome della ricostruzione patriottica (6).  Le dure battaglie degli anni successivi richiamate più sopra, nell’articolo del quotidiano locale, portarono alla faticosa conquista di quelle relative “garanzie”, successivamente smantellate in decenni di sconfitte e arretramenti.

Oggi si raccolgono i frutti della lunga Caporetto operaia. Di fatto, quella tradizione classista tiepidamente evocata nel giornale locale era già stata demolita nel quadro della Repubblica democratica “fondata sul lavoro”. Vi ha grandemente contribuito la politica consociativa della Triplice sindacale che, dopo aver cavalcato l’onda della protesta operaia degli anni Sessanta- Settanta indirizzandola nel vicolo cieco di un rivendicazionismo fine a se stesso e della illusoria conquista dei “diritti” (questi famigerati ritornano sempre!), ha assecondato il processo di svuotamento della forza operaia attraverso licenziamenti, cassa integrazione, prepensionamenti e tutti quei collaudati strumenti che ancora oggi accompagnano la gestione delle crisi aziendali e i loro mortificanti esiti.

La storia di classe rimane scritta nei libri, ma quella classe operaia non c’è più. Oggi, Monfalcone è attraversata da cortei che rivendicano – Costituzione alla mano – il diritto alla libera preghiera. Eppure, la maggioranza di quelli che manifestano è composta da proletari a tutti gli effetti, che evidentemente si riconoscono più nel loro comunitarismo identitario fatto di reti familiari, di clan, di comunità religiose, che negli organismi di difesa della propria classe, per altro svuotati di ogni prerogativa reale da opporre alle richieste padronali. È questo il portato drammatico dello sradicamento dell’identità proletaria internazionalista che ha segnato la storia di un secolo della classe operaia dei cantieri monfalconesi.

Ora l’effetto della sconfitta proletaria si riverbera drammaticamente sull’intera società. Non sono solo i vecchi operai in pensione a vivere un profondo disagio, dopo una vita di lotte, nel veder sfilare una folla nelle cui ragioni non riescono a riconoscersi; sono le mezze classi, la piccola borghesia, a sentirsi minacciate dalla presenza ormai estesa e consolidata di una comunità con costumi e usanze percepite come incompatibili. La reazione è nel tentativo – patetico – di riattivare le tradizioni proprie da opporre a quelle degli “altri”, ma nessun presepe o canto natalizio può far rivivere un senso comunitario che decenni di sottomissione al mercato e alle sue logiche ha completamente cancellato per lasciare il posto a vuoti rituali e a un individualismo senza difesa. I figli della merce sono soli, siano essi proletari o semi-borghesi delle classi medie. Dopo l’attacco al proletariato, è venuto il turno di queste classi di mezzo, che a poco a poco, ma in un processo accelerato e senza sosta, vedono erodere le riserve accumulate nelle passate generazioni e per i propri figli la prospettiva di una vita probabilmente peggiore della propria. Chi è allora il nemico? Dove sta l’origine del problema? Niente di più facile che lanciare l’anatema contro i nuovi arrivati e le loro pretese e il gioco è fatto. Il Capitale gongola. Se la fa sotto dal ridere, quando i servi sciocchi della sinistra dell’”accoglienza” incondizionata si piegano davanti allo chador nel mentre tuonano contro il patriarcato. Non c’è contraddizione che tenga quando si sostiene una politica di totale apertura ai flussi incontrollati da ogni dove, che ha l’effetto di destabilizzare gli assetti sociali, politici ed economici, apre la strada allo sfruttamento, al degrado, alla generalizzazione della miseria, alla proletarizzazione di massa in un contesto sociale sempre più disgregato. Funziona meglio quando tutto ciò si ammanta di buoni sentimenti e alimenta i sensi di colpa del “ricco” occidente anche in chi “ricco” non è. È evidente che i responsabili non sono gli immigrati, ma il Capitale con le sue dinamiche di accumulazione tese al massimo profitto e alla competizione senza limiti. L’immigrazione incontrollata è solo un utile cavallo di Troia.

Succede così che una cittadina come Monfalcone diviene un microcosmo che riproduce in dimensioni municipali lo scenario mondiale di conflitto tra Occidente sviluppato e il resto dell’umanità, l’Oriente e il Sud del pianeta. Lo scenario si presenta come scontro tra civiltà e visioni del mondo: da una parte, la volontà di affermare ovunque la democrazia e il mercato spianando le differenze; dall’altra, la riaffermazione di un’identità nazionale, regionale o continentale in vista di un mondo multipolare. Sappiamo che dietro questa contrapposizione ideologica la vera partita si gioca tra concentramenti di potenza, tra l’imperialismo egemone e la minaccia al suo dominio costituita dall’avanzata di potenti concorrenti. La soluzione capitalistica alla crisi è la guerra. La realtà di Monfalcone ci permette di richiamare la nostra dottrina che identifica nella lotta tra Capitale e lavoro il fondamento ultimo dei fenomeni sociali. Qui è evidente che all’origine dell’attrito tra comunità, che può preludere a uno scontro che riflette quello più ampio che si va profilando nel mondo, c’è la sconfitta subita dal proletariato in un luogo strategico per gli interessi capitalistici ad altissima presenza operaia. Alla sconfitta è seguita la divisione, la perdita di coesione e identità di classe, aggravata dall’afflusso di manodopera estranea alla tradizione classista della zona e fortemente connotata in senso etnico-religioso. La guerra di classe, segnata in passato da durissime sconfitte operaie, conserva tuttavia in questo campo di battaglia tutte le condizioni per riesplodere e ridare vigore alla prospettiva della rivoluzione sociale: concentrazione operaia, sfruttamento senza limiti, proletarizzazione crescente, una storia e un’identità di classe che si conserva forse nella memoria di pochi, ma è pronta per essere ripresa e riportata in vita al riesplodere dei contrasti sociali, sul piano nazionale e internazionale.

Un nostro articolo della serie “Sul filo del tempo” ci ricorda che è proprio in contesti come Monfalcone, dove la sfida è più ardua, che il proletariato può ritrovare la sua dimensione internazionale e la sua forza. È qui che si giocano le sorti della guerra di classe:

 

È in queste frangie di incontro dei popoli, in queste zone bilingui, che l’internazionalismo proletario deve fare le sue prove rifiutando le bandiere di tutte le patrie per quella unica e rossa della rivoluzione sociale (“Il proletariato e Trieste”, Battaglia comunista, n.8, 1950).

 

Ma la dimensione internazionale di Monfalcone non è solo nell’incontro contraddittorio di fedi, identità e tradizioni. Il filo rosso che lega la storia operaia e la realtà presente di Monfalcone al futuro della classe è la strenua lotta che i proletari bengalesi stanno portando avanti a casa loro. Mentre qui si sperimenta il declino di un capitalismo che, alle prese con difficoltà enormi di accumulazione, ricorre allo sfruttamento selvaggio per recuperare competitività internazionale, in Bangladesh migliaia di operai, in condizioni da rivoluzione industriale ottocentesca, scioperano e affrontano una durissima repressione, dando esempio ai proletari di tutto il mondo (7). È il segnale di un ritorno della lotta di classe che potrebbe riverberarsi anche nella città dei cantieri rinnovando la sua straordinaria tradizione in questo campo, l’unica “tradizione” realmente rivolta al futuro. Come il Capitale, anche il proletariato si è internazionalizzato, ed è questa la condizione perché il contagio della lotta di classe superi le barriere nazionali e dilaghi come un virus. Forse non è lontano il giorno in cui vedremo sfilare fianco a fianco per le strade della cittadina operai bengalesi, italiani, serbi, croati e di ogni dove, accomunati dalla appartenenza di classe, schierati in difesa dei propri interessi.

 

Oggi assistiamo al dissolversi delle vecchie certezze della stabilità e della pace sociale infinita e il futuro si fa via via più incerto per chi non ha riserve o è destinato a perderle. Il processo inesauribile che dissolve i vecchi assetti è un processo obiettivo, assecondato dall’azione cosciente di agenzie guidate dall’algoritmo del Capitale: un’azione che contempla anche il maneggio puramente strumentale dei fattori “spirituali” – ideologie, fedi, valori, appartenenze. Fatto questo particolarmente contraddittorio, perché se è vero che il loro uso è rivolto a inasprire contrasti e a disgregare le preesistenti fondamenta della convivenza, dall’altro prelude dialetticamente alla loro liquidazione in vista della totale e uniforme riduzione dell’esistenza umana alle coordinate mercantili. Ogni dimensione comunitaria è destinata all’annientamento per far posto alla totale atomizzazione di una società ove l’individuo rimarrebbe l’unico termine di riferimento in uno spazio uniforme, senza storia e senza un futuro che non si identifichi con il “progresso” nella miserabile accezione corrente. Conflitti nazionali, etnici, razziali, religiosi, nel mentre designano le categorie del Nemico come altro da sé fanno il lavoro sporco per il Nemico vero, permettendogli di presentarsi come alfiere di valori e diritti universali, dissolutore di ogni limite e confine alla completa libertà dell’individuo. Si assiste così all’esplosiva contraddizione tra l’essere i fattori nazionali, razziali, etnici, religiosi e di genere altrettanti ostacoli alla integrale subordinazione dell’umanità al Capitale e il loro essere pienamente funzionali alla sua realizzazione.

L’unico fattore non assimilabile a questa dialettica contraddittoria è la lotta classista del proletariato. Sempre più si impongono nello scenario mondiale le guerre tra nazioni, i conflitti interrazziali, etnici e religiosi. Quello che talvolta può sembrare quasi uscito di scena, o poco significativo, è proprio il conflitto di classe. La lotta dei proletari in Bangladesh dimostra ancora una volta che non è affatto così.  Essa si collega idealmente alla storia della classe operaia cantierina e conferma che le lotte proletarie, pur occultate e ignorate, sono quanto mai vive nella memoria storica della classe e nel suo presente.

I comunisti sanno che ogni altra manifestazione di conflitto è in generale la forma che cela quello sotterraneo e ineludibile che prima o poi dovrà emergere dal caos e rischiarare la prospettiva. L’idea di un mondo multipolare, di una pacifica convivenza così tra Stati come tra comunità, in nome di astratti principi e astratti diritti o della riscoperta di valori tradizionali di “civiltà” si rivela illusoria. Non contemplando il superamento del capitalismo ma un suo addomesticamento, si propone come ultima via di salvezza per un modo di produzione che ha ormai esaurito la sua funzione storica (8). L’alternativa è falsa. L’unica prospettiva realistica, per quanto oggi possa apparire lontana, è la nostra: la società di specie, il comunismo, fondata sulla rimozione delle basi materiali dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Note

1- “Ancora il Nord est italiano”, Il programma comunista, n.6, novembre-dicembre 2015.

2- V. Furlanetto, Noi schiavisti, Edizioni Laterza, 2021, p.167. Ricaviamo da questo testo i dati relativi agli occupati e ai residenti riportati nel prosieguo dell’articolo. In un recente articolo del quotidiano cattolico Avvenire, si legge: “Per venire assunti molti pagano 20mila euro alle aziende subappaltatrici e dell’indotto dei connazionali. Il debito si salda nei primi anni, arrangiandosi a Monfalcone in alloggi sovraffollati e con paghe da cottimisti nella galassia della cantieristica navale. Poi si fa arrivare la famiglia e chissà se le nuove generazioni resteranno.” (“Migranti, a Monfalcone nella città laboratorio. ‘Ecco perché il cammino sarà lungo’”, l’Avvenire, 23 febbraio 2024)

3- Apprendiamo dell’incidente dal Messaggero veneto del 20/1. Causa il crollo di un ponteggio un ventitreenne bengalese è ricoverato in gravi condizioni. Tra i morti, ricordiamo il bosniaco Sinisa Brankovic, quarantenne, deceduto dopo una caduta di una passerella metallica nel 2017 (Cfr. Noi schiavisti, cit. p. 171). Casi gravi come questi vengono portati a conoscenza dalla stampa locale, ma è probabile che nel contesto del subappalto un buon numero di infortuni e incidenti passi sotto silenzio.

 

4-  Come si concilia il diritto delle donne a una vita libera e autonoma con il diritto di professare una religione – l’Islam – che in alcune sue manifestazioni impone loro un’esistenza separata e subordinata all’uomo? Davanti a questa domanda molte “femministe” vanno completamente nel pallone difendendo la “libertà” delle donne di sostenere l’Islam e i suoi precetti “patriarcali”.

 

5- Riportiamo di seguito il giudizio lapidario della nostra corrente sulla deriva nazionalista dei partiti “comunisti” di Jugoslavia e Italia alle prese con le questioni di confine che, nell’immediato secondo dopoguerra, avevano al centro la città di Trieste:

“La rivalità tra lo Stato di Belgrado e quello di Roma nell’agone ributtante della diplomazia mondiale, come la rivalità tra i partiti italiani, a proposito delle soluzioni per Trieste, si avvolge nelle più rancide formule nazionaliste in cui i più sguaiati a fare uso di sofismi etnici, linguistici e storici non sono i borghesi autentici, ma i ‘marxisti’ Tito e Togliatti”, “I fattori di razza e nazione nella teoria marxista”, il programma comunista, nn.16-20/1953, ora in I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Iskra, 1976, p.123.

6- In realtà, nella zona di occupazione alleata e fino al passaggio definitivo di Gorizia e Monfalcone all’Italia, operarono i Sindacati Giuliani, riconosciuti come interlocutori dalla CGIL di Di Vittorio in alternativa ai Sindacati Unici che, malgrado vi aderissero in grande maggioranza operai di nazionalità italiana, erano contrari alla soluzione “italiana” e favorevoli all’adesione alla RFPJ. Tra SU e SG, vi furono forti tensioni che in più occasioni sfociarono in violenze e scontri fisici. Riportiamo un comunicato del Consiglio direttivo dei SU del 15 marzo 1946:

“Questo Consiglio Direttivo e i lavoratori metallurgici hanno sempre ritenuto i Sindacati Giuliani uno strumento nelle mani di alcune fazioni politiche e reazionarie che mirano costantemente all’indebolimento della classe lavoratrice. Essi sono stati creati apposta per scindere i lavoratori col trucco del sentimento nazionale onde renderli schiavi e impotenti sul terreno della lotta economica(cit. in M. Puppini, Costruire un mondo nuovo. Un secolo di lotte operaie nel Cantiere di Monfalcone, Gorizia 2008, p.86). Il comunicato denuncia due aspetti dei SG: la tendenza al compromesso nella lotta in fabbrica e la caratterizzazione nazionale. Specularmente, ricaviamo i tratti di combattività dei SU e il loro istintivo internazionalismo, purtroppo non corrispondente alla reale natura dei Paesi “socialisti” a cui si affidavano. Anche per gli altri aspetti della storia dei cantieri  di Monfalcone ci siamo riferiti al lavoro di M. Puppini.

7- Su questo, il nostro recente articolo “La lotta per il salario minimo in Bangladesh”, Il programma comunista, n.1, gennaio-febbraio 2024.

8- Di questi tempi, assistiamo a una notevole offensiva ideologica del multipolarismo come soluzione alla crisi del capitalismo, identificato con l’Occidente imperialista e neocoloniale. La corrente si propone come alternativa al marxismo nella sua declinazione storica, per riproporlo al più come “strumento” utile alla costruzione di un socialismo di tipo nuovo, diversamente connotato secondo la “civiltà” di appartenenza. Una specie di “manifesto” di questa visione lo si trova al seguente link: https://www.sinistrainrete.info/estero/27245-antonio-castronovi-multipolarimo-socialismo-e-decolonizzazione-del-mondo.html.

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  • Per lo sbocco proletario e classista della lotta delle masse oppresse palestinesi e di tutto il Medioriente(Il Programma comunista, n°14, 1982)
  • La lotta nazionale dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°12, 1982)
  • Sull'oppressione e la discriminazione dei proletari palestinesi(Il Programma comunista, n°19, 1982)
  • La lotta nazionale delle masse palerstinesi nel quadro del movimento sociale in Medioriente(Il Programma comunista, n°20, 1982)
  • Il ginepraio del Libano e la sorte delle masse palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1984)
  • La questione palestinese al bivio ( Il programma comunista, n°1, 1988)
  • Il nostro messaggio ai proletari palestinesi ( Il programma comunista, n°2, 1989)
  • Una diversa prospettiva per le masse proletarie (Il programma comunista, n°5, 1993)
  • La questione palestinese e il movimento operaio internazionale ( Il programma comunista, n°9, 2000)
  • Gaza, o delle patrie galere (Il programma comunista, n. 2, 2008)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • A Gaza, macelleria imperialista contro il proletariato ( Il programma comunista, n°1, 2009)
  • Il nemico dei proletari palestinesi è a Gaza City ( Il programma comunista, n°1, 2013)
  • Per uscire dall’insanguinato vicolo cieco mediorientale (Il programma comunista, n° 5, 2014)
  • Guerre e trafficanti d’armi in Medioriente (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • Gaza: un ennesimo macello insanguina il Medioriente-Volantino (Il programma comunista, n°5, 2014)
  • L’alleanza delle borghesie israeliana e palestinese contro il proletariato (Il programma comunista, n°6, 2014)
  • Israele e Palestina: terrorismo di Stato e disfattismo proletario  ( Il programma comunista, n°3, 2021)
  • A fianco dei proletari e delle proletarie palestinesi! ( Il programma comunista, n°5-6, 2023)
  • Il proletariato palestinese nella tagliola infame dei nazionalismi ( Il programma comunista, n°2, 2024)
  • Note contro-corrente su Hamas e il “movimento palestinese” ( Il programma comunista, n°4, 2024)
  • Gaza: nessuna illusione ( Il programma comunista, n°1, 2025)
  •   Opuscolo: “Medio Oriente: cronaca di una tragedia proletaria”