La nostra battaglia per propugnare una prospettiva rivoluzionaria comunista internazionalista nell'ambito delle lotte per la liberazione nazionale e lo scardinamento delle potenze imperialiste ha una storia lunga, ormai quasi secolare. È una battaglia che si accompagna e si integra con la nostra difesa intransigente, proiettata nell'oggi e nel futuro della preparazione rivoluzionaria della nostra classe, di quel programma comunista che, prima con la Comune parigina (1871) per pochi mesi e poi con il Rosso Ottobre russo (1917) per pochi anni, ha riempito (e continua a riempire!) di terrore l'impersonale borghesia dominante e tutti i suoi tecnici, intellettuali, funzionari, sbirri e servi che ne incarnano con maggiore o minore feroce cinismo la dittatura.
Difesa del programma comunista resasi drammaticamente necessaria a partire dai primi effetti del riflusso dell'ondata rivoluzionaria, proprio nel cuore pulsante del “proletariato organizzato come classe dominante e quindi in partito”: quell'Internazionale Comunista, travolta poi dal tradimento dello Stato “post-rivoluzionario”, ormai diventato preda e strumento di quella particolare forma della più generale controrivoluzione che fu (e continua a essere, nei suoi epigoni ed esecutori testamentari dai vari e pittoreschi nomi) lo stalinismo.
Uno degli scontri più significativi della nostra battaglia fu il III congresso del Partito Comunista (non più d'Italia, ma ormai nazionalisticamente italiano), tenuto a Lione nel 1926. Quell'assise sancì la nostra definitiva esclusione da quello stesso Partito che, con il concorso di altri compagni generosamente rivoluzionari, costituimmo in sintonia e come Sezione dell'Internazionale Comunista. Nello stesso tempo, rappresentò l'occasione per stabilire, con l'intero corpo di Tesi da noi presentato, il punto di arrivo dell'organizzazione rivoluzionaria, espressione della nostra classe temporaneamente drammaticamente sconfitta, e il punto di partenza del suo restauro, espressione della ripresa e delle future vittorie della nostra classe.
L'abbandono e il tradimento dell'internazionalismo proletario si manifestò anche e proprio sul terreno tattico, pratico, del collegamento tra le lotte di opposizione e liberazione nazionale dall'oppressione coloniale e la ripresa del movimento rivoluzionario di classe negli Stati imperialisti. Riportiamo dunque, di quelle nostre Tesi, la sezione relativa.
- Questione nazionale.
Anche sulla teoria del movimento delle popolazioni nei paesi eccezionalmente arretrati, Lenin ha apportato una fondamentale chiarificazione. Anche prima che siano maturi i rapporti della moderna lotta di classe sviluppati tanto dai fattori economici che da quelli importati nell'espressione del capitalismo, si pongono delle rivendicazioni che sono risolubili solo in una lotta insurrezionale e con la sconfitta dell'imperialismo mondiale.
Quando queste due condizioni si verificano in pieno, la lotta può scatenarsi nell'epoca della lotta per la rivoluzione proletaria nelle metropoli, pur assumendo localmente gli aspetti di un conflitto non classista, ma di razza e di nazionalità.
Nella impostazione leninista, restano tuttavia fondamentali i concetti delle dirigenza della lotta mondiale da parte degli organi del proletariato rivoluzionario, e della suscitazione, non mai del ritardo o della obliterazione, della lotta di classe negli ambienti indigeni, della costituzione e dello sviluppo indipendente del Partito Comunista locale.
L'estensione di queste valutazioni dei rapporti a paesi in cui il regime capitalistico e l'apparato statale borghese sono da tempo costituiti rappresenta un pericolo, in quanto sotto tale aspetto la questione nazionale e l'ideologia patriottica sono diretti espedienti controrivoluzionari, tendenti al disarmo di classe del proletariato. Ad esempio, si sono verificate tali deviazioni con le note concessioni di Radek a proposito dei nazionalisti tedeschi lottanti contro l'occupazione interalleata.
In Cecoslovacchia, la parola dell'Internazionale deve essere anche la cancellazione di ogni riflesso organizzativo nel campo del proletariato del dualismo nazionale, essendo le due razze alla stessa altezza storica e il comune ambiente economico compiutamente evoluto.
L'elevare a principio la lotta delle minoranze nazionali per se stessa è dunque la deformazione della concezione comunista, dipendendo da ben altri criteri il discernere se tale lotta presenta possibilità rivoluzionaria o sviluppi reazionari.