È fuori discussione. Lo studio delle vicende umane, dell'organizzarsi e riorganizzarsi degli animali della nostra specie sulla base della successione dei modi di produzione (insomma, lo studio critico della “storia” dei rapporti e delle forme di produzione) ha dimostrato e dimostra che, da quando la nostra specie, per la divisione sociale del lavoro, si è divisa in classi dominate e dominanti, queste ultime si sono dotate di un apparato con cui garantirsi tutti i vantaggi derivati dal proprio dominio: lo Stato.
In ultima analisi, e senza farla lunga, lo Stato contemporaneo è lo strumento con cui, attraverso il monopolio della violenza, l'impersonale classe borghese esercita il proprio dominio e cerca di imprigionare e utilizzare a proprio favore le forze di produzione: prima fra tutte, la forza lavoro.
Eppure saremmo poco critici e paradossalmente troppo idealisti se riducessimo la dittatura della borghesia alla sola violenza più o meno cinetica rappresentata dai rapporti giuridici, dagli innumerevoli apparati polizieschi, dall'uso e dall'abuso delle carceri (e nelle carceri: non c'è Stato nel quale non si applichino vessazioni, torture e tecniche varie di “rieducazione” individuale e collettiva) e delle più svariate istituzioni totali. Esiste infatti una violenza più sottile, subdola, apparentemente solo puramente potenziale: quella che la borghesia esercita spacciandosi come classe generale.
Dogma fondativo e formativo di questa particolare e al contempo universale costruzione politica borghese è la cosiddetta democrazia elettoralesca: cioè, i modi, i tempi e i metodi con cui la classe che detiene il fondamento concreto, pratico e reale, del dominio (il monopolio delle forze produttive) concorrerebbe ad armonizzare, nell'esercizio concorde del proprio potere, le proprie fazioni – considerando “propria fazione” anche l'articolata schiera dei venditori della forza lavoro. La storia di questo dominio corrisponde alla storia del suffragio e al modo con cui si organizza il sistema elettorale.
Base comune è il criterio della rappresentanza all'organo nel quale si vuole far risiedere la “volontà del popolo”: quell'assemblea nazionale nella quale si vuol rappresentare (riunire, perseguire) l'interesse generale della società civile. “Delegare è rinunciare alla possibilità di azione diretta, la pretesa funzione ‘sovrana’ del diritto democratico non è che una ‘abdicazione’, per lo più a favore di un mariuolo” (“Dittatura proletaria e partito di classe”, Battaglia Comunista, nn.3,4,5/1951).
In ogni legislazione/regolamentazione, la base della rappresentatività popolare non è mai il numero complessivo degli aventi diritto al voto, ma il numero di aventi diritto al voto residente in una circoscrizione elettorale stabilita. Poi, storicamente, le varie costituzioni e legislazioni si sono sbizzarrite nello stabilire i più diversi criteri con cui contare e spartire la rappresentanza elettorale: maggioritario, proporzionale, ecc. Così, come dalle iniziali forme “monopoliste” dell'esercizio del diritto di voto legate alla “proprietà” o al “censo” (insomma, a criteri in cui solo a un pater familias si riconosceva il titolo di cittadino con diritto elettorale attivo e passivo), si è passati a criteri nei quali la potestà politica veniva via via allargata agli abitanti di un distretto elettorale, dapprima per genere, alfabetizzazione, età, per poi concederlo a tutti, femmine e maschi.
Curiosamente, questa concessione ed esaltazione del “diritto-dovere” del cittadino suddito di concorrere tramite delega elettorale alla gestione della “cosa pubblica” ha coinciso con il passaggio di fase, nonché rafforzamento, del dominio borghese: per la classe di cui è strumento, per la “società civile” di cui è espressione, lo Stato non si poteva più limitare a garantire una mediazione tra interessi particolari concorrenti alla gestione di un interesse generale, ma, riflettendo la veste monopolista assunta dal Capitale, doveva necessariamente trasformare la “mediazione” in un più esplicito “interesse collettivo”. Per lo Stato compiutamente imperialista, diventava indispensabile dotarsi di un esecutivo forte e di un insieme di istituzioni e organi, in grado di organizzare clientele e consenso – anche e soprattutto per gestire entro i limiti della sopravvivenza del sistema la lotta di classe che, con le due esplosioni della Comune del 1871 e dell'Ottobre Rosso del 1917, aveva dimostrato che cosa deve veramente essere “la lotta di classe portata fino in fondo”.
Ogni sistema elettorale è diventato così un'agenzia di ratificazione statistica del consenso, sia nei sistemi a partito unico (stalinismo, nazismo, fascismo storici e loro moderne filiazioni, di cui uno dei più efficaci esempi è la Repubblica Islamica in Iran) che in quelli dove il partito unico si presenta in una pluralità di partiti (di cui uno dei più efficaci esempi è lo Stato di Israele).
Più si è allargato il suffragio, più se ne è perso il significato politico; più si è allargato il suffragio, più si è alienata la capacità politica; più si è allargato il suffragio, più ha perso significato e valore. E progressivamente, un po' in tutti gli Stati più significativi, sempre meno elettori vanno a votare.
I costruttori dell'opinione pubblica e le vestali dell'ideologia dominante sembrano dolersene e parlano di un “preoccupante astensionismo”. Ma dovrebbero con maggior onestà intellettuale (merce rara e poco remunerativa!) parlare di disaffezione al voto, cioè di un rassegnato consenso a tutto un personale politico assolutamente intercambiabile. Anche la ricorrente affermazione “tanto sono tutti uguali”, che si accompagna a quella “il più pulito ha la rogna” ed esplode a ogni scandaletto furfantesco di questa o quella consorteria, esprime un tacito e rassegnato consenso.
Un astensionismo prevedrebbe un dissenso, seppure passivo: invece, questo disaffezionato consenso assomiglia tanto a un tacito consenso, a una sorta di rassegnato consenso, che aspetta solo un buon motivo per tornare ad acclamare qualcosa o qualcuno.
Nessun rivoluzionario dotato di un minimo senso della realtà potrebbe dare una valenza anche solo potenzialmente sovversiva a questo fenomeno, anche e soprattutto quando con pedante sociologia si cerca di scoprire statisticamente se hanno votato di più o di meno gli abitanti dei “quartieri operai”. Per di più, il miglioramento tecnologico e il mercato dei mezzi di comunicazione di massa hanno costruito una macchina del consenso che ha sostituito e reso superflua, inutile, la struttura organizzativa dei partiti di massa: e non è un caso che quella del partito di massa, possibilmente “operaio”, sia una perniciosa e persistente nostalgia tipica della pletora degli orfani del PCI e dei teorici e praticoni della cosiddetta... “democrazia conflittuale”! Oggi, la “base” dei moderni carrozzoni elettorali non è nemmeno più costituita da poveri militanti illusi di partecipare a un qualsivoglia progetto politico, ma da una consorteria di tifosi a sostegno di squadre di politicanti impegnati a vincere la coppa di una presidenza e lo scudetto di un ministero.
Ancora una volta, lo svolgersi degli eventi ci da amaramente ragione. L'astensionismo non può essere un principio, ma deve essere una attitudine tattica inserita in una prospettiva politica che “riveli la classe a se stessa”, parte di un complesso e complessivo lavoro politico antistituzionale, extraparlamentare perché antiparlamentare, non solo di necessaria denuncia del politicantismo personalistico ed elettoralesco ma di preparazione collettiva, anonima e gerarchicamente strutturata contro lo Stato, contro ogni suo organo e organamento.
La diserzione dalle urne assume e assumerà un significato politicamente attivo solo quando verrà riconosciuta come una espressione della lotta radicale e rivoluzionaria contro il Capitale, la Borghesia, lo Stato (ogni Stato) imperialista, e soprattutto per l'istituzione degli organi con cui la nostra classe, costituendosi in Partito, eserciterà il proprio dominio.