Le condizioni economiche del modo di produzione capitalistico hanno trasformato nel corso di poco più di un paio di secoli la massa della popolazione umana in una moltitudine di lavoratori senza riserva alcuna. La dominazione del Capitale ha creato per questa moltitudine in (apparente) permanente concorrenza una situazione comune, quella di essere una miniera di forza lavoro, la massa dei proletari. Questa moltitudine è dunque una classe nei confronti del Capitale: ma per se stessa? Solo se si riunisce per contrastare la concorrenza al proprio interno, se identifica interessi comuni e si batte per ottenerli, imbocca un percorso di azione e di organizzazione: comincia a riconoscersi in un movimento di lotta. A partire da questo movimento, che sulle prime si sviluppa solo per ragioni di sopravvivenza economica, comincia a riconoscersi come classe, anche se non ancora come classe per se stessa. La stessa classe avversa, la classe che monopolizza i mezzi di produzione, le materie prime e i prodotti, è stata ed è costretta a riconoscere questo primitivo, primario antagonismo e cerca, a volte con subdola intelligenza e più spesso con aperta violenza, di mantenerlo nei limiti compatibili con le forme in cui costringe le sue stesse forze di produzione. La borghesia stessa, prima ancora dello stesso proletariato, intuisce e sa che l'antagonismo tra Capitale e Lavoro genera un conflitto sociale e quindi politico. Per il proletariato, il necessario movimento di difesa economica diventa un’esperienza attraverso la quale i suoi elementi più combattivi, più intuitivi, più riflessivi, comprendono la necessità della radicalizzazione della lotta. La lotta diventa vera e propria lotta politica e, con l'azione organizzata di quest’avanguardia, l'immensa schiera dei senza riserve può e deve riconoscersi come classe per se stessa e comportarsi come tale. E ciò, sulla base già di un’esperienza storica, era chiaro fin dal 1847.
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Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull'antagonismo delle classi. L'affrancamento della classe oppressa implica dunque di necessità la creazione di una società nuova. Perché la classe oppressa possa affrancarsi, bisogna che le forze produttive già acquisite e i rapporti sociali esistenti non possano più esistere le une a fianco degli altri. Di tutti gli strumenti di produzione, la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. L'organizzazione degli elementi rivoluzionari come classe presuppone l'esistenza di tutte le forze produttive che potevano generarsi nel seno della società antica.
Ciò vuol dire forse che dopo la caduta dell'antica società ci sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in un nuovo potere politico? No.
La condizione dell'affrancamento della classe lavoratrice è l'abolizione di tutte le classi, come la condizione dell'affrancamento del "terzo stato" dell'ordine borghese fu l'abolizione di tutti gli stati e di tutti gli ordini.
La classe lavoratrice sostituirà, nel corso dello sviluppo, all'antica società civile un'associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico propriamente detto, poiché il potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell'antagonismo nella società civile.
Nell'attesa, l'antagonismo tra il proletariato e la borghesia è una lotta di classe contro classe, lotta che, portata alla sua più alta espressione, è una rivoluzione totale. D'altronde, bisogna forse stupirsi che una società, basata sull'opposizione delle classi, metta capo alla contraddizione brutale, a un urto corpo a corpo come sua ultima conclusione?
Non si dica che il movimento sociale esclude il movimento politico. Non vi è mai movimento politico che non sia sociale nello stesso tempo.
È solo in un ordine di cose in cui non vi saranno più classi né antagonismo di classi che le evoluzioni sociali cesseranno d'essere rivoluzioni politiche. Sino allora, alla vigilia di ciascuna trasformazione generale della società, l'ultima parola della scienza sociale sarà sempre:
"Il combattimento o la morte; la lotta sanguinosa o il nulla. Così, inesorabilmente, è posto il problema" (George Sand) [1].
(da K. Marx, Miseria della filosofia, 1847)
[1] Dal romanzo di George Sand Jean Ziska, apparso prima a puntate sulla Revue Indépendante nel 1843 e poi in volume (Bruxelles, 1843).