Nelle metropoli degli Stati più vecchi come in quelle degli Stati più giovani e nelle periferie di tutto il mondo capitalista, le condizioni economiche, di vita e di lavoro dei proletari salariati (e, in subordine, delle mezze classi in declino e delle masse proletarizzate) continuano a peggiorare: aumenti generalizzati dei beni energetici e di quelli di prima necessità (compreso il costo delle abitazioni), inflazione galoppante (figlia primogenita della “politica finanziaria” delle banche statali che continuano a versare e prestare denaro, senza che questo riesca comunque a generare capitale e plusvalore sufficienti a rialzare il saggio medio di profitto). Ovunque, la ristrutturazione delle imprese economiche (multinazionali, a proprietà individuale o familiare, cooperative, statali, nazionalizzate o di qualunque altra ragione sociale), indotta dalla irrefrenabile crisi di sovrapproduzione, genera sempre più disoccupati e lavoratori precari, insieme a un aumento sempre meno sostenibile dei ritmi di lavoro – causa prima e unica della vertiginosa moltiplicazione degli omicidi, delle lesioni traumatiche gravi e delle malattie, nei posti di lavoro. E a nulla valgono gli irrisori aumenti salariali dei rinnovi contrattuali, per di più legati alla cosiddetta produttività.
Da giorni, a Santiago e in altre località del Cile, proletari e masse proletarizzate sono scesi in strada e si sono scontrati con le “forze dell'ordine”: un'autentica sommossa – completa di assalti a supermercati – contro il continuo peggioramento delle condizioni di vita. Il potere borghese ha subito riconosciuto il proprio antagonista storico. Nel proclamare lo stato d'emergenza e il coprifuoco e nell'inviare 10mila militari a pattugliare le principali città, il presidente Piñera ha dichiarato infatti che “il Paese” sta vivendo “una guerra” contro “un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno” (vedi www.corriere.it).