La ferocia con cui lo Stato d’Israele conduce, da oltre settant’anni e in un micidiale crescendo di violenza, le proprie operazioni militari in Medio Oriente è la ferocia propria dell’imperialismo. Non abbiamo bisogno di cercare altre definizioni: pulizia etnica? genocidio? sterminio di massa programmato? distruzione generalizzata? terrorismo di Stato? terra bruciata?... Sì, è tutto questo. Ma lo è in quanto espressione dell’imperialismo, fase suprema del capitalismo, sua sovrastruttura politico-militare-finanziaria.
Per capire la continuità di questa ferocia, non ci serve (non ci è mai servito) individuare i nomi dei “responsabili”, passati e presenti: Netanyahu, Putin, Assad, Komeini, Kim Il Sung, Hitler, Mussolini, Truman, Reagan, Bush, Thatcher, e chi più ne ha più ne metta: alti, medi, bassi o infimi personaggi che si credono (e peggio: sono creduti) facitori e protagonisti di storia, “uomini e donne del destino”, secondo la facile retorica dell’ideologia dominante… La galleria dei “colpevoli individuali” è infinita: ma si tratta nient’altro che di miserabili marionette, destinate a interpretare e mettere in pratica, bene o male, riuscendoci più o meno o fallendo miseramente, le esigenze supreme dell’economia capitalistica e del controllo sociale – ferocia compresa. A reggere le fila sono sempre e comunque le leggi del capitale, la logica impersonale della ricerca del profitto a ogni costo, con tutto quello che ne consegue.
Diciamo continuità perché quella ferocia è passata attraverso tutto un secolo. Il fosgene e l’iprite mietettero migliaia di vittime nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, senza contare le devastazioni e i massacri di civili un po’ ovunque in Europa; nei primi tre decenni del secolo XX, l’esercito italiano fu ripetutamente responsabile delle stragi delle popolazioni eritree, libiche ed etiopi, bombardate, gasate, fucilate, impiccate (“livragate”, si diceva allora: cioè, soppresse fisicamente, dal nome del famigerato tenente Livraghi, che già a fine ‘800 aveva compiuto carneficine in quei luoghi); nell’aprile 1937, la tedesca Legione Condor e l’italiana Aviazione Legionaria misero a ferro e fuoco la città basca di Guernica; tra il dicembre 1937 e il gennaio 1938, l’occupante esercito imperiale giapponese fece qualcosa come 300mila morti nella città di Nanchino, allora capitale della Repubblica di Cina; nel novembre del 1940 l’aviazione nazista rase al suolo la città inglese di Coventry (da allora, per delizie simili si parlò di “coventrizzazione”); nel febbraio 1945, Regno Unito e Stati Uniti fecero lo stesso con la città tedesca di Dresda; il famigerato napalm fu “sperimentato” dagli Alleati già durante lo sbarco a Salerno nel settembre 1943 e in seguito con l’Operazione Pancake e nei dintorni di Bologna, quindi su Berlino e durante l’offensiva delle Ardenne, o nell’assedio di Saint-Malo, e soprattutto nei sempre dimenticati bombardamenti di Tokyo che tra il 1942 e il 1945 fecero centinaia di migliaia di morti, subito prima delle ben più note e terrificanti bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki; sempre il napalm, tra il 1962 e il 1965, fu scaricato a tappeto dall’esercito USA sul Vietnam, insieme all’Agente Arancio a base di diossina; l’esercito francese, già protagonista, nel novembre 1946, del “massacro di Haiphong” nel corso della cosiddetta “Guerra d’Indocina”, bombardò ripetutamente le città e i villaggi algerini fra il 1954 e il 1962, mentre le forze di terra usavano retate, fucilazioni, terrore e torture di ogni genere contro militanti del Fronte di Liberazione Nazionale e popolazioni civili; più di recente, il fosforo bianco è stato “distribuito uniformemente” dalle forze USA in Iraq e dall’esercito israeliano in Libano... Per non dire delle ripetute stragi di minoranze etniche, religiose, sociali, che, da ogni parte, hanno accompagnato tutto il secolo scorso e continuano a deliziarci in questo. Vogliamo poi allargare lo sguardo all’Estremo Oriente, all’Africa uscita a fatica da colonialismi e precipitata in altri gironi infernali squisitamente imperialisti, o all’America Latina dei colpi di Stato, degli stadi traboccanti di “morituri”, dei desaparecidos, o ad altri momenti della sanguinosa storia dell’imperialismo? Non ce n’è bisogno. E non ci si venga a dire che si tratta della “ferocia della natura umana” o del “Male Assoluto”, macabre astrazioni che servono a coprire la realtà!
Mentre i B52 scaricavano i loro micidiali ordigni sulla popolazione vietnamita, il pluridecorato generale USA Curtis LeMay (lo stesso che aveva dato il via allo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone) dichiarò che gli USA erano in Vietnam per riportarlo “all‘età della pietra”; a fine 2024, gli ha fatto eco (e non è certo una sorpresa!) l’allora Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, proclamando di voler “riportare il Libano all’età della pietra”. A proposito di continuità!
Alla continuità della ferocia imperialista, contrapponiamo dunque la continuità della lotta organizzata, teorica e pratica, per il comunismo: e sottolineiamo LOTTA perché di questo si tratta, e non di invocazioni a questa o quella istituzione, a questo o quello Stato, o appelli umanitari al buon cuore, aneliti pacifisti, fremiti ribellistici individuali, esternazioni papali su Bene e Male, episodiche discese in campo, ricerche di scorciatoie di ogni tipo, eccetera: tutto l’armamentario, questo sì disarmante, del riformismo democratico. La ripresa dell’aperta lotta di classe, contro il capitalismo in tutte le sue forme politiche, per giungere finalmente a un modo di produzione superiore, al comunismo, è l’unica via per far tacere una volta per tutte le armi e per arrestare il fiume di sangue proletario che continua a essere versato, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, nella famelica corsa al profitto, nella spietata competizione fra capitalismi nazionali, nel controllo delle fonti energetiche, nello sfruttamento, nella rapina, nella desertificazione di intere aree del pianeta, nella distruzione di città e campagne, caratteristiche fisiologiche dell’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Questa ripresa sarà frutto di determinazioni materiali: ma dovrà incontrare, sul proprio cammino accidentato e mai lineare, il partito rivoluzionario.