Nel numero precedente di questo giornale, abbiamo cercato di dare un quadro dello sviluppo della vertenza nel settore delle telecomunicazioni (TLC) e call center (CRM/BPO), all’interno del problema più ampio dei contratti scaduti (ossia salari bloccati), che interessa milioni di lavoratori in Italia[1]. In particolare, il contratto del settore TLC era scaduto da dicembre 2022. Ci concentreremo ora quindi sul rinnovo del contratto, firmato tra padroni (Assotel) e sindacati confederali -Slc‑CGIL, Fistel‑CISL e UILCOM‑UIL - a novembre 2025.
Che cosa dice davvero il contratto
Nonostante il contratto (più di 130 pagine!) entri in merito alle retribuzioni solo nell’ultima pagina, è chiaro che questo è il punto fondamentale. I salari, infatti, sono rimasti bloccati da dicembre 2022: da allora, i beni essenziali (alimentari, bollette e carburanti) sono aumentati, secondo gli stessi dati ISTAT, ben oltre il 20%. Il meccanismo di adeguamento dei salari all’inflazione utilizzato per il rinnovo dei contratti si basa però sugli indici IPCA, che sono una vera e propria truffa sistematica a danno dei lavoratori, in quanto calcolano l’indice di inflazione su tutta una serie di merci non indispensabili che non interessano i lavoratori e in cui il tasso di inflazione è differente, e in genere più basso, rispetto a quello dei beni di prima necessità che costituiscono la spesa reale dei lavoratori. Inoltre, l’indice IPCA considera solo gli ultimi 12 mesi prima della firma del contratto, e non tutto il periodo di salari bloccati. In pratica, senza farla molto lunga, di fronte a una inflazione reale superiore al 20% nel periodo di vacanza contrattuale, il contratto firmato a novembre considera un’inflazione al 3%.
Ovviamente l’aumento sarà spalmato in più tranches, fino a dicembre del 2028. La stampa e i comunicati sindacati confederali hanno annunciato un aumento di € 298 mensili per il settore TLC e € 288 mensili per il comparto CRM/BPO (call center). Ma questa è pura propaganda, ossia comunicazione sindacale e mediatica: si prende come riferimento il 5° livello, che è considerato “centrale” e visivamente più d’impatto. E viene utilizzato come se fosse il riferimento “mediano” o “visivamente importante”. In realtà, la maggioranza dei lavoratori sta al 3° o 4° livello; quindi, gli aumenti concreti che percepiranno sono più bassi di quelli annunciati. Questo è un fenomeno tipico del settore TLC/CRM/BPO, dove il turnover e il burnout limitano l’avanzamento contrattuale. In concreto il 4° livello TLC riceverà solo a dicembre 2028 un aumento di 268,65 lorde! Mentre per il 4° livello call center l’aumento sarà di 259,65 lorde! E sempre a dicembre 2028!
Questi presunti aumenti sono in realtà una diminuzione del potere d’acquisto; infatti, non recuperano nemmeno l’inflazione per gli anni di vacanza contrattuale e non saranno in grado di sostenere gli aumenti che già si prospettano fino al 2028, ossia una gabbia salariale senza meccanismi reali di tutela rispetto al caro-vita passato e futuro. Ancora una volta, un rinnovo che certifica la perdita salariale e divide i lavoratori, confermando il ruolo da scagnozzi dei padroni dei sindacati confederali.
CGIL CISL e UIL hanno inviato con un anno di ritardo la piattaforma rivendicativa, e questo ha di fatto favorito le aziende, consentendo di agganciare gli aumenti a indici IPCA più bassi, mentre nel frattempo i lavoratori perdevano decine di migliaia di euro di salario. Un altro aspetto, che abbiamo evidenziato anche nell’articolo precedente, è la divisione tra lavoratori in mille categorie diverse e soprattutto tra TLC e call center. Per tutto il 2025 i sindacati confederali hanno accusato la CISAL di firmare contratti sprezzantemente definiti “topolino” e “pirata”, perché prevedevano di demansionare i lavoratori TLC con contratti call center. Ma proprio con il rinnovo del contratto di novembre scorso, i confederali hanno introdotto distinzioni salariali e normative tra lavoratori anche della stessa azienda, tra TLC e CRM/BPO (call center) e lavoratori in appalto. Nel comparto CRM/BPO, i confederali hanno ricattato i lavoratori, spingendoli a votare a favore del contratto da loro firmato, sotto la minaccia dell’applicazione dell’accordo alternativo firmato da CISAL. Il risultato è un doppio (o triplo) livello contrattuale che istituzionalizza la concorrenza salariale al ribasso tra lavoratori che svolgono mansioni analoghe. Emerge l’evidente contraddizione: gli stessi sindacati confederali che in passato denunciavano con toni scandalizzati i “contratti pirata” e la divisione tra lavoratori, oggi sono gli artefici attivi di una ennesima segmentazione strutturale del settore TLC. La polemica contro i contratti “topolino” appare così strumentale: non una difesa coerente dell’unità e degli interessi dei lavoratori, ma una disputa su chi debba sedere al tavolo con le aziende nel ruolo da ruffiano venditore della forza lavoro e controllore della sua combattività. Una guerra delle tessere.
Assemblee e voto per la ratifica del contratto: una consultazione fasulla e manipolata
Da subito, al momento della firma, è emerso il malessere dei lavoratori… I sindacalisti allora rispondevano facendo sfoggio di democrazia sindacale, rimandando alle assemblee che avrebbero dovuto ratificare l’accordo firmato e affermando che sarebbero stati i lavoratori a decidere, ben sapendo che le assemblee sarebbero state un teatrino, messo in scena e recitato da protagonisti dai burocrati dell’apparato sindacale di regime.
Il contratto TLC coinvolge circa 200 mila lavoratori. Vi immaginate i sindacalisti che si presentano in assemblea, davanti a centinaia di lavoratori in carne e ossa (incazzati perché ogni giorno, da tre anni, devono combattere con gli aumenti reali del costo della vita), e gli propongono aumenti ridicoli? I traditori hanno quindi pensato bene di svolgere le assemblee da remoto, in video conferenza… Non sia mai che ai lavoratori possa venire in mente di lanciarglieli in testa i 50 centesimi proposti come aumento salariale all’ora… come nella “stagione dei bulloni”!
Per essere ancora più tutelati dalla rabbia dei lavoratori, i sindacati hanno tenuto nascosto il contratto firmato con i padroni fino a dopo lo svolgimento delle assemblee e del voto. La discussione durante l’assemblea si è svolta come al solito con il completo monopolio dei dirigenti, un controllo diretto dei tempi e degli interventi, con centralità esclusiva dei dirigenti sindacali, che criminalizzavano e cercavano di zittire qualsiasi voce di dissenso, rendendo così impossibile un’analisi approfondita delle oltre 130 pagine di norme prima del voto! Tutte le voci dei lavoratori contrarie all’accordo, comunque, hanno sottolineato la totale svendita dei lavoratori e la perdita del potere d’acquisto.
Il voto poi è stato una vera e propria farsa: nessuna verifica, link malfunzionanti, assemblee separate delle stesse organizzazioni stipulanti, doppie votazioni… All’assemblea a cui hanno potuto partecipare i nostri militanti, un minuto prima della votazione, magicamente, i partecipanti collegati on line si sono moltiplicati… si votava semplicemente per alzata di mano virtuale, ma non c’era nessuna corrispondenza tra il numero di voti che ogni partecipante poteva vedere visualizzato nella piattaforma di videoconferenza e i numeri poi annunciati dal sindacato… Noi potevamo vedere una prevalenza di NO! Il sindacato annunciava magicamente una vittoria schiacciante del SI, con il 75%.
Secondo i comunicati delle aziende dove i COBAS e altri sindacati di base avevano potuto svolgere assemblee autonome, il NO è stato prevalente. I sindacati hanno annunciato che i votanti sono stati 40 mila su 140 mila aventi diritto. Ma il dato è falso! Il numero di votanti è stato molto più basso, trattandosi spesso, come in Amazon, di lavoratori da remoto che nemmeno si conoscono tra loro, che nemmeno i sindacati conoscono e che quindi non possono convocare alle assemblee; e con l’azienda che si rifiuta sistematicamente di fornire l’elenco dei lavoratori e non ha bacheche per informare delle assemblee, e con i sindacati che accettano passivamente questo comportamento dell’azienda…
In assenza totale di dati certificati, i partecipanti reali al voto sono stati quindi circa il 20%, considerando che nel settore i sindacalizzati corrispondono a circa il 15% degli interessati al contratto e altri lavoratori sono convocati attraverso passaparola informali. Il controllo della gestione tecnica del voto era in capo alle stesse organizzazioni firmatarie. Che hanno quindi gonfiato il numero dei partecipanti al voto e allo stesso tempo sottostimato quello dei lavoratori interessati dal rinnovo del contratto e che avrebbero dovuto essere chiamati a votare. Le assemblee e il voto sono state solo una farsa, la ratifica di un accordo già blindato, dove chi ha negoziato il contratto ne gestisce anche i tempi, le modalità e certificazione del consenso. Ma questo riflette d’altronde la scarsa combattività e organizzazione dei lavoratori, i soli che potrebbero opporsi a questa prassi traditrice.
Dopo le assemblee e la ratifica del contratto. Lo scontro con la realtà.
Nonostante il malessere e la rabbia dei lavoratori, questi restano repressi nella dimensione individuale, non si esprimono in combattività organizzata. Non riesce quindi ad opporsi alla prassi dei sindacati confederali che svolgono ancora facilmente il loro ruolo di divisione e controllo. Quando emerge il malessere, a ondate, i burocrati sindacali hanno la faccia tosta di presentare gli scarsi risultati nel “confronto”, nel “dialogo” con l’azienda, come dovuti alla scarsa combattività dei lavoratori, che si esprimerebbe secondo loro nel limitato numero di tessere… e invitano continuamente i lavoratori a sottoscrivere il pizzo sindacale!
Eppure, le stesse leggi economiche e la realtà dei fatti stanno facendo emergere tutte le difficoltà e contraddizioni, con una tensione che continua ad aumentare. Nonostante la firma del contratto e la sbandierata vittoria dei sindacati, anzi proprio in perfetta continuità e come riflesso di questa prassi sindacale, l’apparente pace sociale è solo un equilibrio instabile e precario. Aumentano i “contratti di solidarietà”: accordi tra azienda e sindacati per ridurre temporaneamente l’orario di lavoro, così da evitare licenziamenti. Le aziende pagano solo una parte dello stipendio, integrato dallo Stato con la cassa integrazione. In pratica: meno ore lavorate, meno soldi in busta paga, impoverimento per i lavoratori, il tutto “giustificato” come misura per proteggere i posti di lavoro. Ricorso massiccio alla “gestione delle efficienze”, è il linguaggio burocratico delle aziende per dire: “facciamo fare di più al personale con meno risorse” o “ottimizziamo i tempi di lavoro”. Nella pratica significa: più telefonate e più clienti serviti in meno tempo; turni più pesanti; riduzione del personale o del numero di colleghi; aumento dello stress e della pressione senza aumenti salariali proporzionati. Tradotto: strumenti che comprimono salari e condizioni di lavoro, mascherati con termini “tecnici” o “di policy aziendale”. Nel vecchio e “superato” linguaggio marxista: intensificazione dei ritmi di lavoro, aumento della produttività!
Dall’inizio dell’anno, il padronato, avendo preso atto della totale assenza di combattività del settore e della complicità dei sindacati confederali, ha potuto proseguire con l’attacco ai lavoratori. Aumenti dei carichi di lavoro, negazione dei permessi, ferie imposte dall’azienda e criminalizzazione dei lavoratori in malattia, con circolari degli stessi confederali che subdolamente additano i lavoratori in malattia, accusandoli velatamente di “fare i furbi”! Lo stesso sindacato, che, alla ricerca di tessere, si presenta come l’artefice di “aumentate tutele contrattuali”, d’altra parte fa pressione su chi usufruisce di permessi o malattia, accusandolo di… fuga dal lavoro.
In questo contesto, le aziende si sono quindi sentite libere di attuare cambi di appalto e applicare contratti diversi, come quello CRM/BPO a firma CISAL/Assocontact, ad esempio alla Network Contacts (Puglia). Bandi di gara per call center legati a grandi committenti (come Enel) stanno mettendo a rischio circa 7.000 lavoratori, con trasferimenti forzati anche oltre regione e condizioni peggiori. Alla 2talk di Palermo (circa 250 dipendenti), gli operatori — pur rispondendo a commesse di grandi clienti — sono stati assunti con contratti che prevedono una paga di circa 6,50 € lorde all’ora con bonus e malattia non retribuita. Questi esempi non sono casi isolati, ma la punta dell’iceberg di un fenomeno di dumping contrattuale diffuso nei servizi di CRM/BPO. Il punto non è che le aziende cercherebbero di aggirare tutele storiche per risparmiare sul costo del lavoro, ma che possono farlo per la generale e attuale scarsa combattività dei lavoratori e per l’azione disfattista dei sindacati. Un’altra vertenza recente è quella di Telecontact, storico call center del gruppo TIM, che riguarda circa 1.600 lavoratori, con peggioramenti contrattuali e precarizzazione. I confederali recitano la parte di difensori dei lavoratori: ma il punto centrale è proprio la trasformazione di lavoratori TLC in lavoratori call center, che la prassi dei confederali ha legittimato e quindi incoraggiato. Secondo dichiarazioni ufficiali dei sindacati, le difficoltà del settore — concorrenza al ribasso, erosione dei salari e precarizzazione — non si risolverebbero semplicemente con il rinnovo contrattuale, ma richiedono interventi strutturali di… politica industriale. Questo succede quando i sindacati, che teoricamente dovrebbero rappresentare gli interessi dei lavoratori, in realtà si mostrano chiaramente per ciò che sono: consulenti dei padroni, per suggerirgli come si fa profitto, politica industriale, appunto!
Tutte le vertenze in corso e le condizioni dei lavoratori mostrano che l’area call center resta un terreno di conflitto e instabilità occupazionale. Le stesse associazioni padronali hanno evidenziato che con l’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa e dei modelli di linguaggio avanzati, una quota rilevante della forza lavoro del settore potrebbe essere “in esubero strutturale”: leggasi disoccupati, licenziati! In particolare, gli esuberi stimati sono almeno il 30 % della forza-lavoro. Stiamo quindi parlando di decine di migliaia di licenziamenti nei prossimi anni, D’altronde, Amazon aveva già annunciato 14mila esuberi a livello globale a fine 2025, a cui è seguito un ulteriore annuncio di 16 mila esuberi a gennaio. Ma storicamente, ogni volta che Amazon ha annunciato esuberi, i licenziati sono stati in pratica molti di più di quelli annunciati.
Saranno tutte queste contraddizioni reali e il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro, subiti sulla propria pelle, a costringere i lavoratori alla lotta, nonostante la loro attuale incapacità di lotta e l’assenza di qualsiasi esperienza e capacità organizzativa di difesa, fortemente influenzata dall’azione disfattista dei sindacati di regime, che alimenta anche l’attuale pregiudizio negativo dei lavoratori nei confronti dell’organizzazione sindacale in genere.
Noi restiamo al nostro posto, al fianco dei lavoratori, per quanto frustrante possa essere nell’immediato, ben sapendo che più la tensione viene repressa e accumulata più forte esploderà. E allora emergerà più chiaramente la necessità, per quella tensione e combattività, di essere organizzata e indirizzata.
[1] “Contratti scaduti per milioni di lavoratori. Anche ad Amazon ci pensano i sindacati confederali a ‘fare il pacco’”, il programma comunista, n. 1/2026