DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.
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Economia di guerra e prospettiva rivoluzionaria

L'imperialismo statunitense ha dato il via al nuovo anno con un botto. La Dottrina Monroe del XIX secolo, apparentemente rivitalizzata dal rapimento del presidente venezuelano, continuando poi con il minacciato intervento a Cuba, ha suscitato – tranne che nel Cancelliere tedesco, per il quale tutto ciò è “troppo complesso” – valutazioni e interpretazioni di vario genere: gli Stati Uniti si stanno ora concentrando sulla vecchia politica delle cannoniere alle porte di casa e questo dimostra addirittura un posizionamento realistico nel nuovo ordine mondiale multipolare, oppure agiscono solo come un cane rabbioso che segue i vecchi riflessi nella lotta contro il proprio declino?

Le analogie storiche sono utili per la propaganda politica, ma spesso lo sono poco per le necessarie analisi politico-economiche. Lo stesso vale per la Dottrina Monroe, che fu sviluppata all’inizio dell’affermazione autonoma degli Stati Uniti come potenza capitalista, e all'alba della loro centralità imperialista, legata al declino delle vecchie potenze coloniali. Un'altra analogia, molto diffusa anche nella “sinistra”, è quella di equiparare la situazione attuale al periodo precedente la Prima guerra mondiale, che fu una guerra di ridistribuzione tra Stati capitalisti in fase di sviluppo disomogeneo. Per il marxismo, la Prima guerra mondiale era un sintomo della superata natura storica del capitalismo, che aveva perso il proprio potenziale di espansione “pacifica”. Naturalmente, non fu il “punto finale” dello sviluppo capitalistico, come alcuni semplificatori del marxismo – contro ogni comprensione non solo dello sviluppo cinese degli ultimi decenni – sostengono ancora oggi. Prima della Prima guerra mondiale, il capitalismo aveva creato il proprio mercato mondiale, ma non aveva ancora imposto la penetrazione del mondo attraverso la forma merce. Ciò richiese lo sviluppo rivoluzionario nazionale dopo la Seconda guerra mondiale, il cui culmine fu la Rivoluzione cinese, borghese nel suo nucleo sociale. Mentre la Prima guerra mondiale si basava sulla contemporanea espansione dei grandi Stati capitalisti, in cui il mercato mondiale da loro creato assumeva esso stesso questa nuova forma di concorrenza, la Seconda guerra mondiale fu un prodotto della crisi capitalistica sviluppata, che andò di pari passo con una regressione dell’interconnessione del mercato mondiale. L'attuale situazione di protezionismo e dirigismo economico statale ricorda molto di più i regimi di accumulazione totalitari precedenti la Seconda Guerra Mondiale, che significativamente avevano le loro radici tecnico-ideologiche nell'economia di guerra della Prima Guerra Mondiale, piuttosto che il periodo precedente al 1914.

Di seguito, intendiamo illustrare la natura economica dell'economia di guerra sulla base di un esempio storico, partendo dall'attuale situazione politica ed economica dell'imperialismo tedesco.

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1. Economia di guerra. La recrudescenza della crisi economica negli anni '70, con la fine della fase di ricostruzione estesa dopo la Seconda guerra mondiale, ha portato a molteplici attacchi alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato. In sostituzione del “dividendo della pace sociale”, lo Stato ha stabilito negli anni '80 un'agenda “neoliberista” di degrado sociale. Con l’annessione della DDR, per esempio, l’imperialismo tedesco è riuscito a rinviare la crisi economica, sempre più grave alla fine degli anni ’80, e soprattutto a intonare un grido di vittoria ideologico. Tuttavia, naturalmente, nemmeno la rinata ambizione di grande potenza tedesca è stata in grado di arrestare l’ulteriore sviluppo della crisi capitalistica, ma ha potuto solo cercare di minimizzarne le conseguenze per il capitale ed esternalizzarle nell’UE (basti citare qui le parole-chiave “Harz IV” e “Crisi greca”).

Il ciclo di accumulazione orientato alle esportazioni dell’imperialismo tedesco, basato dopo il 1990 su salari bassi e costi di riproduzione ridotti e sostenuto da un approvvigionamento energetico russo a basso costo, è giunto al termine alla luce dei mutati rapporti di forza imperialistici. Mentre gli investimenti di capitale diminuiscono a causa delle scarse aspettative di profitto, il debito pubblico aumenta e la base finanziaria dello Stato si riduce. Di fronte all’offensiva anti-europea e, nella sua essenza, anti-tedesca dell’imperialismo statunitense (vedi il nostro articolo “Chi aggredisce l’Europa?”, sul n.4/2022 de il programma comunista), l’imperialismo tedesco ha tentato, con un cosiddetto “Green New Deal”, una trasformazione politica globale che avrebbe dovuto imporre nuove tecnologie e stimolare nuovi consumi, oltre a migliorare la sua posizione competitiva internazionale come pioniere verde con l’aiuto di certificazioni di sostenibilità riconosciute a livello internazionale.

Ma non è stato solo Trump a mostrare il “dito medio”. Il “Green New Deal” annunciato nel 2019 è stato messo sotto pressione dalla concorrenza cinese e dalla guerra in Ucraina scoppiata apertamente nel 2022 ed è fallito a causa delle sue conseguenze economiche e del clima di opinione tra la popolazione, il che ha comportato anche il declino degli ideologi verdi, che volevano addirittura condurlo come una guerra contro i rappresentanti dell’energia fossile. Dopo il fallimento di questo concetto strategico “verde”, la novità consiste dichiaratamente nell’orientamento verso una congiuntura di riarmo. Ursula von der Leyen, che nel 2019 aveva annunciato il “Green Deal dell’UE”, sei anni dopo annuncia un’“Era di riarmo” e il ben pagato leader del PPE Weber ha chiesto nel marzo dello scorso anno addirittura una conversione dell’economia UE in “Economia di guerra”. Non sorprende che il capo del gruppo tedesco di armamenti Hensoldt, Oliver Dörre, gli abbia dato man forte con la dichiarazione: “Le spese per gli armamenti sono un gigantesco programma di stimolo economico”. Mentre la ministra dell’Economia tedesca Katherina Reiche, di fronte alle crescenti spese per gli armamenti, parla di una “opportunità economica e tecnologica per la Germania”, anche la Confederazione tedesca dei sindacati (DGB) sostiene la conversione militare e il programma infrastrutturale a essa collegato: “Con il fondo speciale da 100 miliardi è possibile modernizzare le infrastrutture sociali e fisiche del nostro Paese e superare la fase di stagnazione economica”, ha affermato ad esempio il capo economista della DGB Dierk Hirschel nel maggio 2025.

Ciò che viene qui propagandato dai suoi rappresentanti è il classico concetto di economia di guerra, a cui l’imperialismo tedesco si era già dedicato tra la crisi economica mondiale e la Seconda guerra mondiale. Si tratta del tentativo, sullo sfondo di una base economica più ristretta, di avviare una congiuntura di investimenti statali slegata dalla congiuntura dei bisogni di consumo, attraverso la riduzione dei costi di riproduzione proletaria e a spese del piccolo capitale. Si tratta quindi di una congiuntura la cui realizzazione di profitti non dipende da un mercato allargato, ma è garantita dallo Stato e si basa su una ridistribuzione della ricchezza sociale. Lo Stato si fa carico degli investimenti che, a causa delle scarse aspettative di profitto, non vengono effettuati dal “capitalismo privato” e i prodotti bellici non appaiono sul mercato, la cui scarsa capacità di assorbimento è proprio il sintomo della crisi, evitando così distorsioni inflazionistiche.

Fu un'impresa pionieristica del fascismo quella di aver imposto una simile congiuntura economica attraverso la definitiva sottomissione del movimento operaio e la concentrazione del capitale sotto un unico comando. Cento anni fa, l'imperialismo tedesco non soffriva solo delle conseguenze della sconfitta nella Prima guerra imperialista di spartizione del mondo. La sua offensiva di razionalizzazione capitalistica degli anni '20 aveva portato a capacità produttive altamente efficienti, ma in gran parte inutilizzate sullo sfondo della crisi economica mondiale del 1929-1930, paralizzando così le capacità di investimento capitalistiche. In questa situazione, il dominio capitalista era minacciato meno dal movimento operaio addomesticato dai socialdemocratici e dagli stalinisti, anche se in quel periodo le lotte operaie erano in aumento, che dalla fine del ciclo di accumulazione. E questo, tra l’altro, non era un fenomeno puramente tedesco. Contemporaneamente all’approvazione della Legge sui pieni poteri di Hitler nel Reichstag tedesco, nel marzo 1933 il Congresso americano autorizzò il nuovo presidente Roosevelt ad attuare in modo autoritario misure di dirigismo economico. Questo primo “New Deal” dichiarato iniziò con la guida dell’economia da parte di una “National Recovery Administration” (NRA), guidata dagli strateghi dell’economia di guerra della Prima guerra mondiale. Così, la NRA, fondata nel giugno 1933, era modellata sul “War Industries Board” del 1917, con il quale all’epoca l’intera economia statunitense era stata subordinata allo sforzo bellico. Il suo compito era quello di stabilire e controllare i limiti di produzione e di prezzo dell'industria americana. Con un chiaro riferimento al fascismo italiano, il “New Deal” portò poi anche a un'attività di investimento statale diretta.

La causa dei compiti di regolazione dello Stato, cresciuti nel capitalismo sviluppato, è la contraddizione, analizzata e chiarita dal marxismo, tra il carattere sociale della produzione e l’appropriazione privata capitalistica. Il quadro capitalistico è diventato troppo angusto per lo sviluppo delle forze produttive. La formazione di monopoli guidata dal capitale finanziario ha fatto saltare le possibilità di uno sviluppo ciclico immanente al sistema di aumento dei profitti e liquidazione del capitale (le cosiddette “forze di auto-purificazione del mercato”). Per mantenere il dominio del capitale anche oltre i propri limiti, lo Stato è costretto a superare parti del proprio funzionamento. Il “nazionalsocialismo” utilizzava il termine “socialismo” non solo per disorientare il movimento operaio, ma anche come espressione dell’adattamento statalista del “socialismo” che era stato preparato dalla socialdemocrazia revisionista.

A questo proposito, si veda un libro pubblicato nel 1941 dal giornalista economico nazionalsocialista Ernst Samhaber (il quale, significativamente, nel 1946 divenne primo caporedattore del settimanale “Die Zeit”). Con il titolo Wirtschaftsformen 1914-1940 (Forme economiche 1914-1940), egli analizzava in modo sobrio, oggettivo e pragmatico la politica economica di Stati Uniti, Russia, Francia e Inghilterra e lodava l’economia di guerra tedesca: “Nell’estate del 1934 il presidente della Reichsbank, il dottor Schacht, assunse la guida degli affari del Ministero dell’Economia del Reich e creò il 'Nuovo Piano'. […] Finché il calcolo capitalistico della redditività era determinante, tuttavia, il Nuovo Piano non poteva essere attuato. Nell’economia mondiale 'armonica' del periodo prebellico, il prezzo era stato decisivo per stabilire a quale attività economica il singolo dovesse dedicarsi. L’acqua dell’attività economica scorreva, per così dire, a valle in base al livello dei prezzi. Il ruolo della forza di gravità in natura era rappresentato dall’interesse personale nell’economia. […] Questo era cambiato. […] Per quanto il nazionalsocialismo potesse aver già trasformato interiormente i leader economici, non poteva fare a meno di una burocrazia ramificata, che attraverso una guida pianificata doveva sostituire quella naturale dell’interesse personale. […] Grazie all’omogeneizzazione dell’economia nei primi anni del nazionalsocialismo e all’orientamento nel senso del piano quadriennale, erano state create le premesse per la forma moderna di riarmo.” (Samhaber, Die neuen Wirtschaftsformen, Berlino, Paul Neff, 1941, p. 189 e segg.).

Ciò che i nazionalsocialisti vendevano come programma di benessere nazionale era in realtà una gigantesca rapina ai danni della propria popolazione e soprattutto della classe operaia, che fu sottoposta a un regime di assoluta estorsione del plusvalore. Il socialista di sinistra emigrato Fritz Sternberg descrisse la situazione economica nella sua analisi Der Faschismus an der Macht (Il fascismo al potere), pubblicata ad Amsterdam nel 1935: “L’aumento artificiale della produzione era stato ottenuto attraverso il riarmo e un programma pubblico di creazione di posti di lavoro; gli imprenditori non investivano; i mercati del credito erano completamente stagnanti. Il volume delle cambiali commerciali autentiche della Reichsbank diminuì, così come i bilanci delle grandi banche. Il mercato interno si era ridotto, poiché era iniziata una nuova politica di riduzione dei salari e i lavoratori neoassunti guadagnavano a malapena quanto ricevevano in precedenza come sussidi; la situazione delle classi medie urbane peggiorò, poiché il fatturato diminuiva...” (Sternberg, Der Faschismus an der Macht. Amsterdam, Contact, 1935, p. 174). L’imperialismo fascista tedesco perseguiva dichiaratamente una politica di “cannoni invece che di burro”. Dal 1933 al 1937, la produzione di mezzi di produzione era quasi triplicata, mentre la produzione di beni di consumo, al netto dell’inflazione, ristagnava. Poiché le capacità del settore capitalistico 1 (mezzi di produzione), create soprattutto con l’estrazione assoluta di plusvalore, non potevano essere utilizzate per la riproduzione ampliata del settore 2 (beni di consumo), visto che l’estrazione assoluta di plusvalore ostacolava un’espansione del mercato dei beni di consumo, l’economia di guerra ha reso assolute le tendenze alla crisi già insite nella normale riproduzione capitalistica. Queste tendenze alla crisi si basano, tra l’altro, sul fatto che si verificano ripetutamente sproporzioni tra i due settori, come già analizzato da Karl Marx nel Capitale, dove egli constatava anche, riguardo al sottoconsumo come  espressione essenziale della crisi (accanto al calo del tasso di profitto come causa centrale): “Il consumo è solitamente al suo apice proprio in quel momento, in parte perché un capitalista industriale mette in moto una serie di altri capitalisti, in parte perché i lavoratori da loro impiegati, essendo pienamente occupati, hanno più del solito da spendere. Con il reddito dei capitalisti aumentano anche le loro spese. Inoltre, come abbiamo visto (Libro II, Sez. III), ha luogo una circolazione costante tra capitale costante e capitale costante (anche a prescindere dall’accelerazione dell’accumulazione), che è in quanto tale inizialmente indipendente dal consumo individuale, in quanto non entra mai in esso, ma che è tuttavia definitivamente limitata da esso, poiché la produzione di capitale costante non avviene mai per se stessa, ma solo perché ne occorre di più nelle sfere di produzione i cui prodotti entrano nel consumo individuale.” (Il Capitale, vol. 3, MEW 25, p. 316 e segg.).

L’elevata composizione organica del processo di produzione capitalistico sviluppato, che richiede investimenti tecnici sempre maggiori per sfruttare un numero sempre minore di lavoratori, porta, con il calo del tasso di profitto, a una riduzione della motivazione all’investimento capitalistico e a una conseguente necessità di sostituzione statale, che tuttavia non può superare l’attuale sottoconsumo. Come già descritto, questa situazione è stata addirittura aggravata dall’aumento della produzione di beni non riproducibili. Tuttavia, con l’orientamento dell’economia di guerra verso una soluzione della crisi attraverso il saccheggio e la distruzione, la contraddizione in definitiva irrisolvibile di un tale modello di accumulazione è stata solo anticipata. Ed è proprio questa prospettiva di guerra che all’epoca ha avuto un effetto sincronizzante su tutti gli Stati imperialisti.

Alfred Sohn-Rethel, esperto di teoria marxista, che prima di emigrare da Berlino nel 1935 era stato attivo negli stessi circoli di politica economica tedeschi, descrisse questo sviluppo in un saggio dell’epoca sul carattere della congiuntura fascista, con riferimento al New Deal di Roosevelt: “In America, la crisi del 1933 fu superata solo attraverso la mobilitazione coatta da parte dello Stato del capitale privato, anticipandone l’attività in modo inflazionistico, e non sembra che la prosperità americana possa fare a meno di questa iniziativa statale. Se, al contrario, il capitale privato negasse anche questa conseguenza secondaria all’amministrazione Roosevelt, anche in America si presenterebbe l’alternativa tra l’entrata in crisi o il salto in una congiuntura di investimenti assolutamente e puramente inflazionistica da parte dello Stato. In realtà, però, questa alternativa è già stata decisa sia in Inghilterra che in America. In entrambi i paesi non ci si vuole più affidare, per la crisi attesa, al meccanismo del suo superamento economico dal lato della domanda di beni di consumo, ma si vuole attutirla attraverso la produzione di armamenti e il lavoro pubblico accumulato.” (Sohn-Rethel, Industrie und Nationalsozialismus. Wagenbach, Berlino, 1992, p. 136 e segg.).

Il fatto che nel 1937 la disoccupazione negli Stati Uniti avesse quasi raggiunto nuovamente il livello precedente al New Deal rese evidente anche lì la necessità di superare la crisi economica attraverso una congiuntura degli armamenti e, in ultima analisi, con la guerra. E in effetti gli Stati Uniti hanno superato la crisi economica solo grazie alla Seconda guerra mondiale e sono ascesi, sulle macerie della concorrenza imperialista, a potenza imperialista dominante, il cui destino sembra essere il tentativo di preservare tale posizione attraverso una nuova grande guerra.

Una questione interessante anche oggi, sullo sfondo della concorrenza economica bellica tra gli Stati imperialisti, è fino a che punto la politica di riarmo, che comporta un deficit di bilancio, possa essere sostenuta dalle esportazioni di armi. Anche oggi il governo tedesco spera, oltre agli effetti positivi della ricerca militare sovvenzionata e della produzione di “beni a duplice uso”, di realizzare profitti attraverso le esportazioni di armi. Di fronte al dominio assoluto dell’industria bellica americana, l’imperialismo tedesco cerca di sfruttare a questo scopo la propria posizione di potere in Europa. È stato ad esempio avviato un programma UE per gli armamenti, SAFE, con oltre 150 miliardi di euro, che concede crediti agli Stati dell’UE per l’acquisto di armamenti europei. L'imperialismo tedesco spera ora di ottenere i vantaggi di mercato che in passato voleva organizzare attraverso la “certificazione di sostenibilità” nel settore degli armamenti, aumentando così la concorrenza con la Francia. È una nota a margine piuttosto curiosa il fatto che i fondi UE, destinati alla trasformazione verde accantonata o ai fondi di coesione per l’armonizzazione delle condizioni di vita, vengano ora dirottati verso il settore degli armamenti e che gli investimenti in armamenti della Banca europea per gli investimenti vengano valutati come “sostenibili”. Il già citato Sohn-Rethel, alla luce della simbiosi tra il regime economico della borghesia e il partito nazista e la burocrazia statale, diventata emblematica con la nomina di Hermann Göring a capo del direttorio del Piano quadriennale nel 1936, in un articolo su “L’economia degli armamenti e il secondo Piano quadriennale”, così si esprimeva: “Già all’inizio del massiccio riarmo, all’inizio del 1934, Schacht aveva previsto che l’industria degli armamenti, una volta completata, avrebbe dovuto recuperare attraverso le sue esportazioni e in valuta estera ciò che la sua costruzione aveva divorato. […] In generale vale quindi quanto segue: l’entità del potenziale bellico industriale che uno Stato moderno può permettersi e, soprattutto, che può sostenere una volta completato, dipende dall’ampiezza del suo margine di manovra nelle esportazioni di materiale bellico. Se, come l'Inghilterra, deve rifornire di materiale bellico un intero Commonwealth, o come la Francia un intero sistema di alleanze, o come l'America un intero continente, può mantenere pacificamente un potenziale maggiore per un periodo più lungo rispetto a quando non ha clienti così fissi, deve istigare guerre all'estero per crearsi prima uno sbocco di mercato.” (ibidem, p. 116).

In questo caso, tuttavia, le tracce lascate oggi dagli Stati Uniti potrebbero essere un po’ troppo grandi per l’imperialismo tedesco e un’Ucraina sovvenzionata non potrà garantirgli un futuro redditizio. Questo potrebbe anche essere il motivo per cui il governo federale, pur dando il massimo nella retorica bellica, procede ancora con il freno a mano tirato nella politica bellica. Il clamore bellico serve oggi all’imperialismo tedesco soprattutto a legittimare un orientamento economico che punta all’appropriazione assoluta del plusvalore. Ad esempio, il capo della Mercedes, Ola Källenius, ha dichiarato apertamente nel febbraio 2026 che i “tedeschi devono lavorare di più”: “La Germania ha uno dei costi del lavoro più alti al mondo. Per anni si è potuto compensare questo con una maggiore produttività, ma ora non basta più” (citato dalla Berliner Zeitung del 9 febbraio). Con l’annunciata “più grande armata convenzionale”, egli intende imporre la propria egemonia nell’UE contro la Francia. Per quanto pallida fino al limite dell’imbarazzo sia l’attuale classe politica dell’imperialismo tedesco, essa è consapevole della necessità di prepararsi alla guerra di fronte alla concorrenza capitalistica sempre più condotta sul piano militare. E le nuove maschere caratteriali saranno all’altezza delle esigenze.

Negli anni ’30, l’economia di guerra era diventata una profezia economica che si auto-avverava. Il capitalismo può operare con meccanismi che contraddicono le leggi capitalistiche, ma non le può eliminare. Nel 1938, l'economia di guerra tedesca era “giunta al capolinea con il consumo di tutta la ricchezza accumulata grazie al lavoro del passato” (Sohn-Rethel, p. 153). Poiché non c'era alcun ritorno alla produzione di plusvalore relativo e agli investimenti legati ai consumi, non restava che l'espansione. La situazione economica della Germania in quel periodo è stata descritta dallo storico dell’economia britannico Adam Tooze, nella sua opera di ampio respiro L’economia della distruzione. Storia dell’economia nel nazionalsocialismo: “... la bilancia dei pagamenti tedesca aveva presentato un quadro estremamente cupo nelle prime settimane del 1938. Le riserve valutarie private, confiscate a partire dal 1936, erano ormai quasi esaurite, e anche la ripresa delle esportazioni, che aveva salvato la bilancia dei pagamenti per tutto il 1937, era finita. Quando nella prima metà del 1938 si verificò il crollo dell’economia mondiale, il commercio mondiale diminuì del 20 per cento. Dal gennaio 1938 la Reichsbank si trovava ad affrontare un notevole deficit commerciale mensile. […] In una riunione dell’Autorità per il Piano Quadriennale del 10 febbraio 1938 si era ancora parlato di restrizioni ai consumi privati e persino di tagli ai progetti a cui il regime attribuiva la massima priorità. […] Nonostante la retorica roboante di Göring, il denaro e i prezzi continuavano a svolgere un ruolo nel “Terzo Reich”. Anche nel caso dell’industria siderurgica, che nel frattempo era soggetta a sistemi di comando e controllo onnicomprensivi, le transazioni venivano effettuate come operazioni monetarie. E poiché la proprietà privata era ancora la norma, il profitto continuava a essere il motore che spingeva la produzione. Da questo punto di vista, il problema che le autorità del Reich si trovavano ora ad affrontare era un classico problema di politica economica. Come si poteva regolare il volume della domanda in modo tale da soddisfare le priorità essenziali in materia di armamenti e di autarchia e garantire al contempo che il Paese non scivolasse nell’inflazione?” (Tooze, L’economia della distruzione, Monaco, Siedler, 2007, pag. 291 e segg.).

I problemi economici irrisolvibili furono “risolti” con la guerra. L’economia di guerra era diventata essa stessa un catalizzatore della guerra. Una conferma attuale di ciò è data anche dallo sviluppo dell’economia di guerra in Russia, che nel frattempo assorbe quasi la metà della spesa pubblica. Per finanziarla, Mosca ha ad esempio aumentato l’IVA all’inizio di quest’anno e sta assorbendo il patrimonio privato esistente con titoli di Stato a tassi d’interesse relativamente elevati, il che porta il debito pubblico al limite e, tra l’altro, aumenta la dipendenza dalla Cina. Il Berliner Zeitung ha riportato in un articolo di approfondimento dello scorso novembre: “La crescita economica degli anni 2023 e 2024 è stata il risultato di massicce spese pubbliche e dell’espansione dell’economia di guerra, che hanno permesso di mascherare temporaneamente le debolezze strutturali. La spesa per la difesa ha stabilizzato l’occupazione, ma non ha aumentato la produttività. Allo stesso tempo, il debito è cresciuto, l’onere degli interessi è aumentato e il rublo debole ha reso le importazioni più costose. Il 2025 segna il passaggio a una fase di stagnazione, che potrebbe in qualsiasi momento sfociare nella stagflazione, ovvero una crescita minima accompagnata da un aumento dei prezzi. Grazie agli appalti statali, la crescita si attesta intorno all’uno per cento. La bassa disoccupazione ufficiale è ingannevole: nei settori civili mancano più di due milioni di lavoratori, che sono impegnati nella produzione di armamenti o al fronte.” (Berliner Zeitung del 5.11.2025, p. 17)

Anche l’imperialismo russo non mira alla liberazione dei propri connazionali, ma allo sfruttamento economico dei territori annessi. E deve raccogliere i frutti della propria attività militare prima che le conseguenze economiche della crisi si facciano sentire – se necessario anche attraverso un «accordo» con l’imperialismo statunitense. Allora come oggi, solo il proletariato può impedire o porre fine alla guerra, adempiendo alla sua storica missione rivoluzionaria.

2. La prospettiva rivoluzionaria

Abbiamo visto, sull'esempio dell'economia di guerra, che il capitalismo è un sistema flessibile, ma incapace di superare i propri limiti sistemici. Già durante la Prima guerra mondiale, Lenin aveva analizzato la sostituzione della libera concorrenza con il monopolio del capitale finanziario e della democrazia politica con la dittatura nella fase imperialista del capitalismo. Il capitalismo liberale e libertario è diventato un anacronismo, buono ormai solo per la propaganda. Il capitalismo moderno richiede, oltre al ruolo di oppressione politica, anche quello di direzione economica dello Stato. Ciò ha trovato il culmine della sua affermazione nel fascismo. Contro la rappresentazione antifascista del fascismo come regime retrogrado, la nostra corrente politica affermò nel 1947 che “lo stesso capitalismo tedesco [è] quello che ha dato i maggiori risultati nel grandioso esperimento della modernissima forma capitalistica di controllare e dominare le reazioni dell’economia borghese, attuando il più perfetto dei tipi del moderno Stato monopolistico” (Prometeo, n. 6, marzo/aprile 1947). E descriveva con lungimiranza il ruolo modernizzatore del fascismo per il sistema capitalistico: “La guerra in corso è stata perduta dai fascisti, ma vinta dal fascismo. Malgrado l'impiego su vastissima scala dell'imbonitura democratica, il mondo capitalista, avendo salvato, anche in questa tremenda crisi, l’integrità e la continuità storica delle sue più possenti unità statali, realizzerà un ulteriore grandioso sforzo per dominare le forze che lo minacciano, ed attuerà un sistema sempre più serrato di controllo dei processi economici e di immobilizzazione dell’autonomia di qualunque movimento sociale e politico minacciante di turbare l’ordine costituito. Come i vincitori legittimisti di Napoleone [sostenitori dei nobili Borboni – NdR] dovettero ereditare l'impalcatura sociale e giuridica del nuovo regime francese, i vincitori deii fascisti e dei nazisti, in un processo più o meno breve e più o meno chiaro, riconosceranno con i loro atti, pur negandola con le vuote proclamazioni ideologiche, la necessità di amministrare il mondo, tremendamente sconvolto dalla seconda guerra imperialista, con i metodi autoritari e totalitari, che ebbero il primo esperimento negli Stati vinti” (Prometeo, n. 5, gennaio/febbraio 1947).

Considerando che, nella fase di ricostruzione estesa successiva alla Seconda guerra mondiale, gli Stati sociali post-fascisti – che negavano la lotta di classe e si presentavano come uniti e regolamentati – non di rado assumevano un atteggiamento sociale e alimentavano illusioni di socialismo di Stato, i nostri compagni difesero allora la consapevolezza teorica marxista secondo cui ogni nazionalizzazione effettuata nei limiti della produzione di merci comporta una concentrazione economica che non indebolisce, ma rafforza il carattere capitalistico dell’economia. (vedi Prometeo, n. 1, luglio 1946). Il rifiuto delle concezioni riformiste statali andava di pari passo con il rifiuto dell’orientamento democratico collaborazionista del movimento operaio, che aveva ricevuto un enorme slancio dall’antifascismo. “Una definizione precisa dell’attuale processo storico contemporaneo è questa: l'epoca del liberalismo e della democrazia è chiusa e le rivendicazioni democratiche, che ebbero già carattere rivoluzionario, poi progressista e riformista, sono oggi anacronistiche e prettamente conformiste” (idem). Nella situazione odierna, in cui le misure del capitalismo, che per decenni hanno prolungato la vita ma alla fine hanno aggravato la crisi, sono giunte a un punto in cui le basi materiali e i margini di manovra real-politici del riformismo sono svaniti e l’unica politica dello Stato sociale ancora possibile è apertamente anti-proletaria e razzista, e rappresenta addirittura un prodotto di scarto della militarizzazione dell’intera società che spinge verso la guerra e la distruzione, la politica di classe proletaria non può che essere rivoluzionaria. Deve respingere ogni demagogia riformista e rifiutare il fronte unico politico in nome della democrazia o dell’antifascismo.

Nel nostro Tracciato d'impostazione si afferma con chiarezza: “Il nuovo movimento deve incardinarsi su direttive che siano l’antitesi precisa delle parole diffuse da quei movimenti opportunisti, le cui posizioni – come riesce chiaro alla luce di una critica dialettica – nello stesso tempo sono il segnale – a parole – del movimento mondiale che si richiama all'antifascismo, e si inseriscono invece pienamente – di fatto – nel divenire in senso fascista della organizzazione sociale» (Prometeo n. 1, luglio 1946) [1].

Oggi vediamo sempre più chiaramente come gran parte della cosiddetta “sinistra” non sia diventata parte della soluzione, ma parte del problema. Fin dall’inizio, il nostro partito si è orientato a giudicare le forze politiche non in base alle loro auto-attribuzioni ideologiche, ma al loro carattere politico di classe (cioè nemmeno in base alla loro composizione sociale, come fanno l’operaismo e lo stalinismo). Una nuova svolta rivoluzionaria del proletariato richiede una rottura con la sinistra del capitale!

In modo rigorosamente storico-materialista, il Tracciato del 1946 definisce la strategia della lotta di classe proletaria nelle diverse fasi dello sviluppo capitalistico. Si parte dall’affermazione marxista che la storia è una storia di lotte di classe: gli esseri umani “sono indotti a muoversi dai loro bisogni che prendono il carattere di interessi quando la stessa esigenza materiale sollecita parallelamente  interi gruppi”. Si ribadisce che l'obiettivo finale deve essere la rivoluzione del proletariato per una società senza classi (la “collettività la cui azione culmina in quella di un partito”). Si sottolinea la determinazione materialistica di questa lotta (“una serie di rapporti tra le condizioni di fatto e i loro meglio calcolabili sviluppi”).

Dalla sua nascita con la moderna forma merce fino alla sua scomparsa con l’estinzione della stessa, il proletariato è, con il suo movimento di classe, un motore del progresso storico. Ciò significava anche il sostegno alla borghesia nella sua fase rivoluzionaria iniziale, nell’affermarsi del capitalismo. Questa fase si concluse tuttavia con l’epoca imperialista, prima nelle metropoli e poi in tutto il mondo. Il capitalismo porta avanti il proprio sviluppo con l’aiuto del proprio Stato e oltre la propria data di scadenza. Sempre il nostro testo del 1946 dichiarava che “lo sviluppo e lo svolgimento del mondo e del regime capitalista si attuano nel senso centralistico, totalitario e 'fascista' [...] divenuto il solo aspetto riformista dell’ordine e del dominio borghese”, e si chiedeva retoricamente: “deve [il movimento proletario] alleare le sue forze con questo movimento?”. La risposta è: No. Non è possibile “inserire il sorgere del socialismo in questo inesorabile avanzare dello statalismo capitalistico” ed è un’illusione quella del “ripresentarsi di pacifici ordinamenti borghesi penetrabili con mezzi legali”. E ancora: “Il capitalismo, premessa dialettica del socialismo, non ha più bisogno di essere aiutato a nascere (affermando la sua dittatura rivoluzionaria) né a crescere (nella sua sistemazione liberale e democratica)”. L’unico compito che resta al proletariato è lo smantellamento violento dello Stato borghese e l’abolizione della forma-merce con la dittatura del proletariato!

“Il movimento della classe operaia, che aveva reagito in modo insufficiente alle suggestioni della propaganda borghese tutta mobilitata a presentare la Prima guerra mondiale imperialista nel falso schema del conflitto tra due ideologie e due diversi destini del mondo moderno, così e più gravemente è caduto da ambo le parti del fronte nell'analoga propaganda della presentazione ideologica della guerra attuale. E' indispensabile per le sorti avvenire dell’Internazionale rivoluzionaria che venga restaurata la posizione critica proletaria sul significato della guerra.” (Prometeo n. 6, marzo/aprile 1947)[2].

La guerra imperialista è sia l’espressione di un capitalismo giunto ai limiti del proprio sviluppo, sia il punto finale delle possibilità di sviluppo riformista del proletariato. Ogni riforma è diventata controrivoluzione, così come ogni lotta di classe proletaria coerente può spianare la strada alla rivoluzione. I rivoluzionari devono anticipare questa unica prospettiva rivoluzionaria possibile e dare un orientamento rivoluzionario-disfattista alla lotta sociale per la sopravvivenza della classe, inevitabilmente in aumento. Nessuna alleanza politica con – e tanto meno una subordinazione alla – piccola borghesia spinta in movimento dalla crisi. Nessuna considerazione per le esigenze di accumulazione del «proprio» capitalismo. Rifiuto di ogni tentativo di mediazione istituzionale da parte dei partiti parlamentari e dei sindacati di Stato. Dichiarazione di guerra alla pace nazionale e inizio della guerra di classe. Questa deve essere la direzione della lotta di classe proletaria sulla via dell’eliminazione rivoluzionaria del sistema bellico!

                                               (dal nostro Kommunistisches Programm, n. 10 – Sommer 2026)

 

[1]    Ora in Tracciato d'impostazione. I fondamenti del comunismo rivoluzionario, Edizioni il programma comunista, Milano 1974, p.22 e, più avanti, pp.20 e 21.

[2]    Da “Il corso storico del movimento di classe del proletariato. Guerre e crisi opportunistiche£”, ora in Per l'organica sistemazione dei principi comunisti, Edizioni il programma comunista, Milano 1973, pp.89-90.

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