Nell’autunno del 2025, nel settore edile svizzero, si sono verificati diversi giorni di sciopero, nell’ambito della rinegoziazione del contratto collettivo di lavoro del settore edile, il cosiddetto Landesmantelvertrag (LMV). Per noi, questa è stata l’occasione per partecipare a queste manifestazioni in segno di solidarietà. Il nostro obiettivo, però, non era solo quello di una semplice partecipazione, ma soprattutto di essere presenti là dove si decide concretamente se uno sciopero avrà effettivamente luogo: la mattina presto, nel tentativo di interrompere il lavoro e chiudere i cantieri, e, dove possibile, già in anticipo, durante i preparativi dello sciopero.
In questo senso, abbiamo partecipato alle giornate di sciopero in Ticino, a Berna, a Ginevra e Losanna, a Basilea e a Zurigo. Lo svolgimento era per lo più simile: incontri mattutini, briefing da parte dei segretari sindacali, seguiti da spostamenti verso i cantieri, dove si cercava di convincere i lavoratori a interrompere il lavoro o di presidiare un cantiere già chiuso. A seguire, manifestazioni con una presenza considerevole.
Si sono riscontrate notevoli differenze tra le regioni. Nella Svizzera francese o in Ticino, esiste una tradizione relativamente consolidata, per cui molti cantieri rimangono comunque chiusi il giorno dello sciopero. In altre regioni o località, come a Berna o Basilea, è stato necessario un intervento più attivo per convincere i lavoratori allo sciopero. Anche l'atteggiamento delle strutture sindacali nei confronti della nostra partecipazione ha oscillato tra lo scetticismo iniziale e la collaborazione.
Per noi, questa partecipazione è stata utile sotto molti aspetti. Abbiamo potuto apprendere come organizzare i picchetti, come condurre i colloqui con il cantiere e quale ruolo abbiano l’iniziativa e la determinazione nell'attuazione dello sciopero. Allo stesso tempo, è emerso che il successo di tali giornate di sciopero dipende fortemente dal lavoro preparatorio quotidiano del sindacato. Là dove, nelle settimane precedenti, ci si era mobilitati e organizzati, la giornata di sciopero ha funzionato quasi automaticamente; dove questo lavoro era stato più debole, si è dovuto lottare per ogni singolo lavoratore.
Queste osservazioni sollevano questioni che vanno oltre i singoli episodi e possono essere comprese solo nel contesto politico. La necessità di partecipare a tali lotte deriva per noi da una posizione fondamentale, come quella esposta nel nostro opuscolo Per la difesa intransigente delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari. Forme organizzative, metodi di lotta e obiettivi. In esso, si sottolinea innanzitutto che le lotte per i salari, l’orario di lavoro e le condizioni di lavoro rappresentano forme necessarie e inevitabili della lotta di classe. Esse nascono dalle condizioni materiali dello sfruttamento stesso e pongono oggettivamente i lavoratori in contrapposizione al capitale. Allo stesso tempo, in questa fase storica tali lotte sono per lo più inserite in organizzazioni che a loro volta sono integrate nel meccanismo dello Stato capitalistico, lo Stato nel suo ruolo di «capitalista ideale».
Proprio per questo si presenta una doppia realtà: da un lato, le lotte per la difesa delle condizioni di vita dei proletari; dall'altro, esse rimangono limitate all’interno dell’ordine esistente fintantoché non vanno oltre il loro immediato contesto economico. Partecipare a queste lotte non significa quindi idealizzare le forme organizzative esistenti, ma piuttosto difendere e ravvivare in esse e attraverso di esse i metodi elementari della lotta di classe – azione collettiva, solidarietà, sciopero.
Gli scioperi di questo autunno si sono svolti quasi interamente all’interno del quadro istituzionale delle relazioni di lavoro svizzere. Il Contratto collettivo nazionale del settore edile, con circa 80.000 lavoratori, è uno dei più grandi contratti collettivi di lavoro del Paese. La sua rinegoziazione segue da decenni un ciclo relativamente stabile: mobilitazione, manifestazioni e giornate di sciopero puntuali, prima che venga infine concluso un nuovo contratto che garantisca la pace sociale per diversi anni. Questo ciclo assume un carattere sempre più ritualizzato sia da parte dei sindacati che dell’associazione dei datori di lavoro. Tuttavia, la partecipazione allo sciopero rimane un passo significativo per il singolo lavoratore: egli si espone ai superiori, rischia sanzioni e si muove –almeno in alcuni casi – al di fuori della disciplina consolidata del lavoro salariato. La struttura organizzativa del settore riflette questa integrazione.
I gruppi aziendali (Betriebsgruppen) sono ormai quasi scomparsi; al loro posto dominano i gruppi di settore (Branchengruppen). Il lavoro sindacale si concentra spesso sulle cosiddette “aziende focus”, in cui operano sia i membri del sindacato che i membri delle associazioni dei datori di lavoro. I conflitti vengono così in gran parte spostati a un livello istituzionale. I sindacati filo-governativi fungono in questo contesto da organi integrati nello Stato, che contribuiscono a mantenere le condizioni esterne del modo di produzione capitalistico e a incanalare il conflitto di classe nel quadro della società democratica e borghese.
Allo stesso tempo, il settore stesso si trova in una situazione contraddittoria. Sebbene il settore edile continui a registrare un boom, il numero dei lavoratori è in calo. La razionalizzazione e i cambiamenti tecnici hanno profondamente modificato l’organizzazione del lavoro. Un operaio ce lo ha spiegato con una semplice formula: mentre prima erano impiegati venti operai per ogni gru, oggi ne restano solo cinque. Ciononostante, il settore edile rimane il settore più mobilitato del proletariato svizzero; le manifestazioni di lavoratori si svolgono di solito qui.
Durante la nostra partecipazione, è emersa una netta differenza tra le regioni più mobilitate e quelle meno mobilitate. In alcune regioni, la giornata di sciopero risulta quasi ritualizzata: molti cantieri rimangono chiusi quasi automaticamente e le manifestazioni sono di conseguenza numerose. In altre regioni, invece, i funzionari sindacali lottano per ogni singolo lavoratore che effettivamente smette di lavorare. Queste differenze riflettono non tanto una diversa sotuazione della volontà di lotta dei lavoratori, quanto piuttosto le tradizioni organizzative locali e i rapporti di forza tra sindacato e associazione dei datori di lavoro.
Un'altra osservazione riguarda la perdita quasi totale di esperienza pratica pratica di sciopero. Sia all’interno che all’esterno dei sindacati, si riscontra una conoscenza sorprendentemente scarsa di come gli scioperi vengano concretamente organizzati e condotti. Già dopo pochi giorni, noi stessi – nonostante le nostre scarse esperienze – eravamo tra i partecipanti più esperti per quanto riguarda la presenza nei cantieri, la valutazione delle situazioni o il dialogo con gli operai edili Proprio per questo è importante partecipare a tali esperienze: in una fase di relativa pace sociale, si rischia di perdere anche la conoscenza elementare dei metodi della lotta di classe.
Le nostre esperienze hanno inoltre confermato il ruolo centrale delle relazioni sociali all'interno dei collettivi dei cantieri. Gli operai edili si conoscono, sanno esattamente chi ha quale influenza e possono esercitare pressioni reciproche. In diverse occasioni, si è visto che i lavoratori invitavano direttamente i loro colleghi a partecipare allo sciopero – in alcuni casi con il chiaro messaggio che la mancata partecipazione sarebbe stata percepita come un tradimento della causa comune. In questi momenti, diventa evidente che la forza della lotta collettiva non nasce da organizzazioni esterne, ma dai rapporti sociali all'interno della classe stessa.
In questo contesto, abbiamo potuto osservare anche esempi concreti di azione di classe. In un cantiere instabile a Zurigo, dove la decisione sullo sciopero era ancora in sospeso, il gruista ha dichiarato a nome del collettivo Gruppo di operai in discussione: «Adesso tiro dentro la catena». Con questo, decisione era praticamente presa. Gli operai lasciarono in massa il cantiere e si unirono allo sciopero. A Basilea, invece, gli operai mobilitati, giunti in un cantiere per far rispettare lo sciopero, hanno verificato che i loro colleghi erano stati intimiditi e rinchiusi nelle baracche, per impedire la loro partecipazione. A quel punto, hanno fatto irruzione nel cantiere di propria iniziativa, hanno aperto le baracche, hanno liberato i loro colleghi e hanno ingaggiato un violento scontro con i capicantiere, durante il quale sono stati danneggiati anche beni delle imprese edili. Episodi di questo tipo dimostrano che la capacità di lotta non è affatto scomparsa.
Era evidente anche l’importanza delle appartenenze nazionali e linguistiche. In un grande cantiere con diverse centinaia di lavoratori, dove lo sciopero era in bilico, gli operai edili si sono spontaneamente raggruppati per lingua, per discutere tra loro e decidere come procedere. Anche questo è espressione della struttura sociale reale della classe, nelle condizioni delle odierne forme di
produzione capitalistica.
Nel complesso, abbiamo inoltre constatato che la consapevolezza classista dei lavoratori è più sviluppata di quanto avessimo inizialmente ipotizzato. Sono ben collegati tra loro, conoscono le dinamiche interne del loro settore e delle loro aziende e hanno una chiara comprensione della loro situazione economica. Allo stesso modo, sono consapevoli degli effetti concreti che i peggioramenti e le flessibilizzazioni richiesti dall'associazione dei datori di lavoro avrebbero avuto sulla loro situazione individuale.
Nonostante queste osservazioni, il bilancio politico deve essere sobrio. Sebbene i lavoratori edili siano il settore più mobilitato della classe operaia svizzera, durante l’intero periodo di sciopero è rimasta limitata qualsiasi dinamica autonoma della classe che andasse oltre il quadro dato. Le azioni si sono svolte interamente all'interno del quadro delle trattative contrattuali. Ci sono stati solo sporadici tentativi di organizzazione indipendente e nessuna prospettiva politica che andasse sistematicamente oltre le rivendicazioni immediate.
Al termine delle controversie, è stato stipulato un nuovo contratto collettivo regionale che apporta miglioramenti su singoli punti. Allo stesso tempo, però, contiene anche nuovi meccanismi disciplinari, tra cui una penale di 25.000 franchi forfettari per ogni incidente nei cantieri a carico del sindacato. Inoltre, ha una durata eccezionalmente lunga – a nostra conoscenza la più lunga dall'esistenza di questo contratto. Proprio questo punto è significativo e relativizza molti dei miglioramenti conquistati. Se anche nel settore più combattivo della classe operaia una vertenza sindacale relativamente vittoriosa si conclude in una fase di pace sociale garantita dal contratto, allora c'è ben poco da illudersi che ciò sia l'inizio di un nuovo ciclo di lotte di classe – o almeno non di uno che avrebbe qui il suo inizio.
Un'ultima, fondamentale constatazione riguarda il carattere dello sciopero stesso. Lo sciopero non è un'espressione democratica di opinioni né la somma di decisioni individuali. È una questione di forza, di potere. Non c’è somma di opinioni individuali: lo sciopero viene imposto o non ha luogo. Il giorno dello sciopero in sé non è il momento per convincere i lavoratori; questo lavoro deve essere fatto in anticipo. Durante lo sciopero, il confronto si impone comunque ai lavoratori. Proprio per questo non ha molto senso intrattenere lunghe discussioni con i singoli. L’argomento più forte è lo sciopero stesso, la sua effettiva realtà, la sua affermazione collettiva. Da ciò conseguono per noi due cose: da un lato, è necessario partecipare a tutte le lotte per la difesa delle condizioni di vita e di lavoro e, dunque, rafforzare, alimentare e portare avanti queste lotte il più possibile. Ogni sciopero, ogni azione collettiva contro lo sfruttamento colpisce oggettivamente gli interessi del capitale e rappresenta – anche se ancora in forma limitata – un'espressione dell'antagonismo di classe.
D'altra parte, come comunisti non dobbiamo mai limitarci a queste lotte immediate. Il nostro compito consiste anche nel preservare la continuità storica e programmatica del proletariato rivoluzionario. Il filo conduttore degli insegnamenti delle lotte del proletariato – il programma comunista – deve essere difeso con la stessa tenacia con cui vengono difese le condizioni di vita e di lavoro degli operai stessi. Solo se questa continuità programmatica viene preservata, la classe operaia potrà riprendere le proprie lotte future alla luce della propria prospettiva storica.
DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.
Dalla Svizzera: Sullo sciopero nell’edilizia
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