DISTINGUE IL NOSTRO PARTITO: La linea da Marx a Lenin alla fondazione dell’Internazionale comunista e del Partito Comunista d’Italia; alla lotta della sinistra comunista contro la degenerazione dell’Internazionale; contro la teoria del socialismo in un Paese solo e la controrivoluzione stalinista; al rifiuto dei fronti popolari e dei blocchi partigiani e nazionali; la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco.

Memoria di classe: Rapporto al VI Esecutivo Allargato dell'Internazionale Comunista (17 febbraio – 15 marzo 1926. V seduta, 23 febbraio 1926)

Dopo le “Tesi di Lione”, che abbiamo ripubblicato nel numero scorso di questo giornale, torniamo sul tragico “biennio nero” del movimento comunista internazionale con il Rapporto tenuto dal compagno Amadeo Bordiga al VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista (Mosca 17 febbraio/15 marzo 1926, V seduta del 23/2)[1]. Come già per le le “Tesi di Lione”, per introdurlo riproduciamo qui di seguito, con qualche minima integrazione esplicativa, una parte della Premessa contenuta nel volume In difesa della continuità del programma comunista (pp.80-89), che aiuta a inquadrare anche questo intervento, tenuto poche settimane dopo il Congresso di Lione.

Premessa
Mentre in Italia il fascismo al potere lanciava la sua offensiva contro il movimento comunista e, arrestando i principali dirigenti di sinistra del Partito Comunista d’Italia, impediva loro di far sentire la propria voce in un anno cruciale come quello che si stava aprendo, in Germania l’occupazione francese della Ruhr, il crollo verticale del marco, il fermento diffuso in tutti i ceti e la comparsa in scena dei primi nuclei del partito nazista (NSPD), ponevano il partito comunista (KPD) – una volta fallito o rimasto inoperante il tentativo di un’azione comune dei partiti fratelli al di qua e al di là del Reno – di fronte all’ingrato compito di “scegliere”, fra le molte interpretazioni possibili del fronte unico e del “governo operaio”, la più conforme alle tesi del IV Congresso e alla situazione tedesca. In tale dilemma, le “due anime” che , come potremmo dimostrare in altra sede, coesistevano fin dalla nascita nel partito, rispondevano in modo discorde al duplice quesito: fronte unico al vertice – come sosteneva e predicava la Centrale – o fronte unico “dal basso” – come sosteneva e predicava una malcerta e fluttuante “sinistra”? Governo operaio nel senso di appoggio parlamentare a un governo socialdemocratico, magari di coalizione governativa socialcomunista, perfino di benevola neutralità verso il governo borghese in carica, promotore della resistenza passiva al colpo di forza alleato (come prospettava la Centrale), o in quello di una “mobilitazione generale delle masse in direzione della presa rivoluzionaria del potere” (come insisteva, non meglio specificando, la minoranza di “sinistra”)?
Né i dissensi si limitavano a questi due punti di data relativamente recente. In una situazione che, specialmente nella Renania e nella Ruhr, vedeva masse di operai agitarsi, spesso armi alla mano, sia contro gli occupanti che contro il governo nazionale borghese, riprendevano corpo gli spettri dell’”azione di marzo” 1921: dissolidarizzare da queste generose impennate come forme di “avventurismo” infantile (come era incline a proporre la Centrale, facendo leva sull’impreparazione delle masse e del partito e sull’analisi troppo ottimistica dei rapporti di forza nella corrente di “sinistra” per rifugiarsi in un tendenziale “ legalitarismo” che troverà clamorosa espressione verso la metà dell’anno), o invece sforzarsi di coordinarle, indirizzarle, disciplinarle, come andava propugnando l’ala opposta – a ragione in linea di principio, ma in modo più retorico e comiziaiolo che ponderatamente realistico?
Lo sbandamento e la confusione che questo incrociarsi di direttive contraddittorie suscitava nel partito nell’atto in cui l’atmosfera politica e sociale si arroventava erano tali, che occorse una “conferenza di conciliazione” promossa dall’Esecutivo del Comintern (aprile 1923) per rimediarvi alla meglio (o alla meno peggio), da un lato condannando la tattica della direzione come un tendenziale “adattamento del partito comunista ai capi riformisti”, dall’altro mettendo le briglie alle impazienze e alle grida di “rivoluzione alle porte” della minoranza. Ma non bastavano pourparlers, specie se di “conciliazione” , per sanare ferite ormai purulente e sempre pronte a riaprirsi negli alti e bassi delle direttive emananti da Mosca. E il peggio aveva ancora da venire.
Infatti, prima timidamente, poi in forma sempre più esplicita, si fece strada nelle sfere dirigenti del partito l’idea che l’occupazione della Ruhr avrebbe fornito l’occasione ideale alla “conquista della maggioranza” nella sua interpretazione più elastica – conquista non solo dei larghi strati proletari, ma del “popolo” genericamente inteso – qualora si fossero lanciati appelli e seduzioni alle tormentatissime falangi piccolo-borghesi, vittime della svalutazione del marco da un lato e succubi del rigurgito nazionalista dall’altro, cosa possibile solo cercando di dimostrar loro (proclama della Centrale del 17 maggio) che potevano “difendere se stesse e il futuro della Germania soltanto alleandosi ai comunisti per una lotta contro la vera [?] borghesia” e addossando al partito la tutela dei “valori nazionali” tedeschi. Fieramente bollata nel 1921, quando un gruppetto operaista di Amburgo se n’era fatto portavoce, faceva il suo ingresso in scena – questa volta senza che l’Internazionale reagisse – la parola di “nazionalbolscevismo”, frutto e matrice insieme di due macroscopiche deviazioni del marxismo: 1) l’equiparazione più o meno esplicita della questione nazionale nelle colonie o semi-colonie e in un paese ad altissimo sviluppo capitalistico (l’Esecutivo Allargato del 12-23 giugno non si periterà di affermare: “L’insistere fortemente sull’elemento nazionale in Germania costituisce un fatto rivoluzionario COME l’insistere sull’elemento nazionale nelle colonie”); rincarando la dose nel famigerato “discorso Schlageter”, Radek dichiarerà che “ciò che viene chiamato nazionalismo tedesco non è soltanto nazionalismo; è un largo movimento nazionale avente un ampio significato rivoluzionario”; chiudendo i lavori dell’Esecutivo, Zinoviev si rallegrerà del riconoscimento da parte di un giornale borghese del carattere “nazionalbolscevico” finalmente assunto dal KPD come di una prova che il partito aveva finalmente acquisito una “psicologia” di massa [2]; 2) il riconoscimento più o meno larvato delle potenzialità rivoluzionarie autonome della piccola borghesia (ancora Radek: il KPD deve mostrare di non essere soltanto [!!] “il partito della lotta degli operai industriali per una pagnotta, ma il partito dei proletarizzati che si battono per la propria libertà, una libertà coincidente con la libertà di tutto il popolo, con la libertà di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania”), e perciò anche l’interpretazione del fascismo come automobilitazione della piccola borghesia contro il grande capitale, anziché, inversamente, come mobilitazione delle piccola borghesia ad opera del grande capitale e nel suo esclusivo interesse; dunque, in senso antiproletario [3].
Inesorabili, gli anelli della catena si snodano. L’Esecutivo Allargato del giugno non discute a fondo la sempre più rovente situazione tedesca (ben altri problemi lo assillano: il “federalismo” norvegese, il “neutralismo” di fronte alla religione nel partito svedese, l’ennesimo tentativo di mercanteggiare una fusione tra il PCd’I e il PSI, malgrado l’altissimo prezzo richiesto da quest’ultimo per… non fondersi affatto), e, senza prendere decisioni impegnative, avalla la tesi della Centrale che il KPD debba erigersi a polo di attrazione delle masse piccolo borghesi proletarizzate, cullandole nei loro sogni di riscatto nazionale; nessuna risoluzione tradisce anche solo il sospetto che il problema tedesco nel 1923 sia squisitamente internazionale e che nulla più di un “programma nazionalista della rivoluzione proletaria” in Germania minacci per contraccolpo di accrescere il peso conservatore e controrivoluzionario della piccola borghesia in Francia e in Inghilterra, annullando gli ipotetici vantaggi di una sua conquista, su quel terreno bastardo, nella repubblica di Weimar. Nello stesso tempo e per logico parallelismo, l’Esecutivo decide di allargare le maglie della parola d’ordine “governo operaio” e, affascinato dal proliferare di partiti contadini non solo nei Balcani ma nella stessa America del Nord (La Follette!)[4], la trasforma in “governo operaio e contadino” per tutti i paesi, Germania inclusa! E’ vero che le Tesi [5] mettono in guardia contro una interpretazione parlamentare e… socialrivoluzionaria della nuova ricetta tattica; ma la prima, lo si è visto, era autorizzata dalle indeterminatezze e dai possibilismi del IV Congresso, e la seconda dalla meccanica e grossolana trasposizione della parola d’ordine “dittatura degli operai e dei contadini” dai paesi alla vigilia di una doppia rivoluzione ai paesi di capitalismo ultrasviluppato. Un altro lembo di ciò che aveva sempre e inequivocabilmente contraddistinto il partito rivoluzionario marxista andava perduto.
Ancora una volta, quelli che forzano la mano e abbacinano la vista di una organizzazione internazionale sempre meno ancorata alla solidità dei princìpi sono la suggestione del fatto contingente e il timore di farsi precedere dalla socialdemocrazia nella “conquista delle masse”; e il problema senza dubbio vitale di un’energica azione verso il contadiname povero è posto nei termini di una manovra che, nel giro di pochi anni, sboccherà nella teorizzazione di un ruolo mondiale autonomo della classe contadina indifferenziata nella varietà delle sue componenti diverse e contraddittorie, e fuori da ogni precisa caratterizzazione dei suoi rapporti col proletariato industriale e agrario nei paesi ad alto sviluppo capitalistico e nell’immensa area coloniale e semicoloniale, specialmente asiatica [6].
Ma, il punto dolente del cruciale 1923 resta la Germania, ed è qui che le oscillazioni tattiche e l’eclettismo del Comintern (assai più che in Bulgaria e in Estonia, episodi sui quali non possiamo soffermarci) producono nella seconda metà dell’anno quello che, per le sue conseguenze vicine e lontane, può definirsi il grande disastro preparatorio delle sconfitte in Cina e in Inghilterra e della mortale crisi del partito russo e della stessa Internazionale negli anni successivi. Improvvisamente in luglio si fanno strada a Mosca – rimasta a lungo passiva di fronte agli sviluppi della situazione tedesca, forse nella consapevolezza della scarsa consistenza e omogeneità del KPD – l’allarme per il pericolo fascista da un lato, la convinzione (non discutiamo se fondata) che un ciclo prerivoluzionario stia per aprirsi dall’altro. Le direttive rimangono tuttavia a lungo vaghe e prudenti: la revoca della grande “giornata antifascista” già fissata per il 23 luglio in seguito al divieto governativo trova la sanzione di Mosca e, di rimbalzo, riaccende i contrasti tra la Centrale e la sinistra tedesca, fra l’ardente Berlino e la tiepida provincia, fra il proletariato già in azione e l’“aristocrazia operaia” lenta a mettersi in moto. Sui primi di agosto, di fronte ai chiari segni di agonia del governo Cuno, la Centrale del KPD giudica prossimo il momento di una mobilitazione delle masse sotto la parola d’ordine del”governo operaio e contadino”; inversamente, dalla sua roccaforte berlinese, la “sinistra” proclama che “la fase intermedia del governo operaio sta divenendo, in pratica, sempre più improbabile”. Fra il divampare di nuovi imponenti scioperi, e nella confusione prodotta da questa altalena di parole d’ordine contrastanti, il grande capitale, fermamente deciso a liquidare l’ormai fallita campagna di “resistenza passiva” all’occupazione della Ruhr e a conciliarsi con l’Intesa, con particolare sguardo all’Inghilterra, manda al potere Stresemann.
Come ormai normale, la reazione a Mosca è una brusca sterzata dall’attendismo fondamentalmente pessimistico all’ottimismo frenetico: “La rivoluzione batte alle porte della Germania – scrive l’organo del Profintern in settembre – … E’ solo questione di mesi”. Presente a Mosca l’intero stato maggiore del KPD, si decide tra mille andirivieni che l’assalto debba essere preparato d’urgenza, e se ne fissi addirittura la data. Quale il trampolino di lancio? Non v’è dubbio: il IV Congresso l’ha chiarito; il III Esecutivo Allargato ne ha dato conferma: Il primo ottobre, al culmine della crisi economica e sociale , Zinoviev prospetta al segretario del partito tedesco, Brandler, l’approssimarsi del “momento decisivo fra quattro, cinque, sei settimane”; è quindi “necessario… porre in forma concreta il problema del nostro ingresso nel governo sassone (dominato dai socialdemocratici) a condizione che la gente di Zeigner (il presidente del consiglio riformista) sia realmente disposta a difendere la Sassonia contro la Baviera e i fascisti” (dopo il 1918, il 1919, il 1921, si ridà fiducia alla “volontà” dei socialdemocratici di rinunziare ad essere.. se stessi!). Nell’opuscoletto Probleme der deutschen Revolution, scritto proprio allora dal presidente dell’Internazionale, da un lato si proclama giustamente che “la prossima rivoluzione tedesca sarà una rivoluzione proletaria classica” (cioè “pura”) ma si traggono deduzioni fin troppo ottimistiche dall’alto grado e spirito di organizzazione del proletariato germanico (quel talento e fascino dell’organizzazione in cui Luxemburg nel 1918 e Trotsky nel 1920 avevano individuato una delle cause del fallimento di fronte alla prova cruciale della guerra – in assenza di una ferma direzione di partito) e dalla sua “cultura” (l’altra faccia di un largo strato di aristocrazia operaia); dall’altro, si attribuisce un ruolo rivoluzionario “alle masse piccolo-borghesi cittadine, i funzionari piccoli e medi, i piccoli commercianti ecc.” e si arriva a ipotizzare che “il ruolo giocato nella rivoluzione russa dal contadiname stanco della guerra sia ripreso fino a un certo punto nella rivoluzione tedesca dalla larghe masse piccolo-borghesi urbane, spinte dallo sviluppo del capitalismo all’0rlo dello sfacelo e del precipizio economico”!!
In questa fantastica valutazione, tuttavia c’è un’ombra: il fronte unico ha ottenuto senza dubbio in Germania l’auspicato successo di trascinare nella lotta “anche gli strati più retrogradi della classe operaia, avvicinandoli all’avanguardia rivoluzionaria”; “l’ora in cui l’enorme maggioranza dei lavoratori tedeschi, che oggi ripone ancora qualche speranza nella socialdemocrazia, si convincerà definitivamente che la lotta decisiva dev’essere condotta senza e contro le ali destra e sinistra dell’SPD, sta avvicinandosi”; non è però ancora suonata, e perché suoni è necessario un nuovo “round” di esperienze non solo di fronte unico politico, ma di governo di coalizione “operaia”. Ecco perché si impone l’ingresso dei comunisti nel governo sassone, al doppio scopo “1) di aiutare l’avanguardia rivoluzionaria di Sassonia a prendere stabile piede, ad occupare un determinato territorio, e a fare del suo paese il punto di partenza di ulteriori battaglie; 2) di offrire ai socialdemocratici di sinistra la possibilità di rivelarsi coi fatti e così facilitare ai proletari socialdemocratici il compito di vincere le ultime illusioni”! D’altra parte l’esperimento governativo, che può avvenire solo “col consenso del Comintern”, ha senso “unicamente se offre la sicura garanzia che l’apparato statale cominci realmente a servire gli interessi della classe operaia, che centinaia di migliaia di lavoratori vengano armati per la lotta contro il fascismo bavarese e tedesco in genere, che non solo a parole ma nei fatti abbia inizio un’espulsione in massa dei funzionari borghesi dell’apparato statale…e che si introducano senza indugio misure economiche di carattere rivoluzionario,tali da colpire la borghesia in maniera decisiva”; ovvero, come nel famoso telegramma di Zinoviev a Brandler del primo ottobre, “armare subito 50-60 mila uomini in Sassonia… ed egualmente in Turingia”.
Tutto qui è contraddittorio: si anticipa una situazione rivoluzionaria seducentemente “favorita” dall’intervento in funzione eversiva delle grandi masse piccolo borghesi, e se ne indica lo snodamento in una combinazione parlamentare-governativa; si esaltano i successi ottenuti col fronte unico nello stringere intorno al partito l’enorme maggioranza della classe operaia, e ci si sottomette alla coalizione con la più screditata delle socialdemocrazie mondiali; si predica la “conquista del potere” al modo rivoluzionario classico, e se ne addita la strada nell’armamento del proletariato, nella cacciata dei funzionari borghesi e nell’introduzione di misure dittatoriali antiborghesi, da parte di un governo in maggioranza socialdemocratico; ci si prefigge di “smascherare” in tal modo l’SPD, e si cancellano soltanto i caratteri distintivi del proprio partito; si pretende che per tale via il KPD “convincerà coi fatti la maggioranza della classe operaia tedesca di non essere più, come nel 1919-21, soltanto l’avanguardia, ma di avere dietro di sé milioni di lavoratori”, e si presenta a questi ultimi il fatto umiliante e vergognoso di una combinazione di governo dove tre ministri comunisti (uno dei quali, il segretario del partito, Brandler) sono legati mani e piedi ai ministri socialdemocratici, ai massacratori di Rosa e Carlo, e mentre “hanno dietro di sé milioni e milioni di proletari”, non li chiamano all’assalto al potere, bensì all’attesa paziente e fiduciosa di qualche fucile dei compari riformisti! Una coalizione alla conclamata vigilia dell’insurrezione! Lo sdegno di Trotsky ne Gli insegnamenti di Ottobre per questa ricaduta (ma in peggio) nelle esitazioni capitolarde della minoranza bolscevica di fronte alla conquista del potere nel 1917 era ben giustificato, anche se, eludendo la questione di fondo, egli non avvertisse che quella “recidiva socialdemocratica” era sta la conclusione necessaria delle tattiche “elastiche” del fronte unico e del governo operaio, da lui stesso appoggiate e difese prima del 1925 e dopo [7]. Si fissa la data dell’insurrezione…dal trampolino di lancio di un governo socialcomunista, la si sposta in seguito ai suggerimenti della Centrale tedesca: tutto si svolge come se la rivoluzione fosse un fatto tecnico, non il prodotto di una situazione oggettiva ben precisa e di un’adeguata preparazione soggettiva ad opera del partito (che da mesi predicava ai proletari la via semilegalitaria delle manovre di accostamento a questo o quel gruppo, e delle soluzioni governative o paragovernative). Si ammonisce il partito ad evitare che “nella Germania di oggi, ribollente e tumultuante, in cui l’avanguardia si getterà oggi o domani nella lotta decisiva trascinandosi dietro la fanteria pesante proletaria, la giusta tattica del fronte unico non si converta nel suo diretto contrario”, ma tutto si fa perché appunto questo avvenga vincolando il partito, in uno o al massimo due Stati regionali isolati nel gran mare della Germania, nella morsa del potere centrale pienamente nelle mani borghesi e delle truppe più o meno regolari della Baviera, eterna riserva della controrivoluzione tedesca, al carro della socialdemocrazia e della sua provata vocazione al tradimento. Si rincalza: “Nell’attuale Germania, giunta alla soglia della rivoluzione, la formula generale del “governo operaio e contadino” è già insufficiente… e noi dobbiamo non solo nella propaganda, ma nell’agitazione di massa mostrare e chiarire non solo all’avanguardia, ma anche alle grandi masse, che non si tratta d’altro che della dittatura del proletariato, o della dittatura dei lavoratori delle città e dei campi”, e si pretende di poter far ciò andando e rimanendo al governo con una socialdemocrazia che, per dichiarazioni programmatiche esplicite e per tradizione sancita dai fatti, esclude l’impiego della dittatura e del terrore…
L’epilogo seguì nel giro di pochissimi giorni. Il 20 ottobre, il governo centrale del Reich invia a quello di Sassonia un ultimatum per lo scioglimento immediato delle pur esili milizie operaie, minacciando in caso di inadempienza, di dare ordine di marcia alla Reichswehr. Il partito decide la proclamazione dello sciopero generale in tutta la Germania; ma insicuro di se stesso e dell’appoggio dei proletari, disorientati dalla girandola di parole d’ordine e di obiettivi contraddittori, Brandler pensa di “consultare” preventivamente le masse – rappresentate da una assemblea di operai e funzionari politici e sindacali a Chemnitz – e, convintosi che il momento buono è ormai fuggito, revoca l’ordine di cessazione del lavoro. Basta un distaccamento della Reichswehr per deporre il governo sassone: un ritardo nella notizia della revoca dello sciopero impedisce ad Amburgo proletaria di non insorgere isolata – per essere domata in ventiquattr’ore con la forza. Avrebbero dovuto marciare i proletari sotto la guida del partito: marciò l’esercito sotto la guida dei generali kaiseristi lasciati ai loro posti dagli Ebert-Sheidemann. Qualche focolaio di resistenza venne rapidamente soffocato: il 1923 tedesco era finito.
Sarà facile nei mesi successivi, e segnatamente al Plenum dell’Esecutivo moscovita dell’8-12 gennaio 1924, scaricare la responsabilità del disastro sulle insufficienze, gli errori, le debolezze della Centrale tedesca: altrettanto facile, da parte di quest’ultima, rispondere che – errori di dettaglio a parte – si erano applicate punto per punto le direttive del Comintern, a loro volta conformi ai deliberati del IV Congresso. Per salvare il salvabile, cioè l’”unità” di un partito più che mai diviso, se ne rimaneggerà la direzione e se ne condanneranno i “rei”, pur conservandoli come sospetta minoranza nella nuova Centrale, di “sinistra” (salvo, un anno dopo, a riconoscerla…peggiore di quella che l’aveva preceduta) [8]. Ma il più grave è che, parallelamente, si annunzierà un’ennesima “svolta tattica” su scala mondiale. Non più fronte unico al vertice – come, per “un’errata interpretazione” dei deliberati del IV Congresso, l’hanno praticato diversi partiti, primo fra tutti quello tedesco – ma fronte unico dal basso: “E’ venuto il momento di proclamare apertamente che noi rinunziamo a qualunque trattativa con il Comitato Centrale della socialdemocrazia tedesca e con la direzione centrale dei sindacati germanici; non abbiamo nulla da discutere coi rappresentanti della socialdemocrazia. Unità dal basso, ecco la nostra parola d’ordine: già in parte realizzato il fronte unico dal basso è ora realizzabile anche contro i suddetti signori”. Non più sottili distinzioni tra destra e sinistra socialdemocratica: “I socialdemocratici di destra sono traditori aperti: quelli di sinistra, invece, coprono soltanto con le loro frasi l’azione controrivoluzionaria degli Ebert, dei Noske, degli Scheidemann. Il KPD respinge ogni trattativa non solo contro la centrale dell’SPD, ma anche con i dirigenti di “sinistra”, almeno finché [una porticina riaperta dopo di aver chiuso il portone!] questi eroi non trovino il coraggio di rompere apertamente con la banda controrivoluzionaria a capo del partito socialdemocratico”. Non più una possibile interpretazione del governo operaio e contadino come “un governo nel quadro della democrazia borghese, come un’alleanza politica con la socialdemocrazia”; “la parola d’ordine del governo operaio e contadino è, tradotta nella lingua della rivoluzione, la ‘dittatura del proletariato’… mai, in nessun caso, una tattica di accordo e transazione parlamentare coi socialdemocratici. Al contrario, anche l’attività parlamentare dei comunisti deve avere per oggetto lo smascheramento del ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia e l’illustrazione agli operai dell’inganno e dell’impostura dei governi ‘operai’ da essa creati, che sono in realtà soltanto dei governi borghesi liberali”. Non più “governo migliore” contrapposto a “governo peggiore”: “fascismo e socialdemocrazia sono la mano destra e sinistra del capitalismo contemporaneo”.
Al V Congresso dell’Internazionale Comunista, 17 giugno-8 luglio 1924, che da un lato riflette il profondo smarrimento dei partiti dopo il disastroso bilancio di un biennio di brusche svolte tattiche e di ordini equivoci (lo stesso Togliatti chiede che infine si dica senza mezzi termini che cosa esattamente si deve fare!), dall’altro riconferma la prassi della crocifissione dei dirigenti delle sezioni nazionali sull’altare dell’infallibilità dell’Esecutivo, ancora una volta la Sinistra leva l’unica voce tanto severa quanto serena e schiva da fronzoli personali e locali. Se mai fosse stato nel suo costume il rallegrarsi delle conferme schiaccianti delle sue previsioni alla terribile prova del sangue proletario inutilmente versato, o di chiedere a sua volta che teste di “rei” e di “corrotti” rotolassero per cedere il posto a teste “innocenti” e “incorruttibili”, quello sarebbe stato il momento. Ma non questo chiede e vuole la Sinistra: chiede e vuole che si affondi coraggiosamente il bisturi nelle deviazioni di principio di cui quegli “errori” erano il prodotto inevitabile, e le “teste” soltanto l’espressione occasionale.
“Fronte unico dal basso”? E sia; purché non si lasci aperta la scappatoia ad “eccezioni” in senso opposto (come si dice già nel proporlo), e si proclami senza mezzi termini che la sua base “non può mai essere quella di un blocco di partiti politici… bensì essere trovata soltanto in altre organizzazioni della classe operaia, non importa quali, ma tali che, per la loro costituzione, siano conquistabili alla direzione comunista”. Niente dunque inviti ad organizzazioni, come la destra o la sinistra socialdemocratica, che non possono “lottare sulla via finale della rivoluzione mondiale comunista” e nemmeno “sostenere gli interessi contingenti della classe operaia”, e alle quali sarebbe, come è stato, criminoso “dare col nostro atteggiamento un certificato di capacità rivoluzionaria, sconvolgendo così tutto il nostro lavoro di principio, tutta la nostra opera di preparazione della classe lavoratrice”. Lotta contro la socialdemocrazia “terzo partito borghese”? D’accordo; ma come giustificare allora la nuovissima “bomba” della proposta di fusione dell’Internazionale Sindacale Rossa con l’odiata Internazionale Sindacale di Amsterdam? Governo operaio “sinonimo di dittatura del proletariato”? Troppo duramente abbiamo pagato l’impiego anche solo di una frase ambigua: chiediamo “un funerale di terza classe non solo per la tattica, ma per la stessa parola di “governo operaio”. Lo chiediamo perché “dittatura del proletariato, questo mi dice: il potere proletario sarà esercitato senza dare nessuna rappresentanza politica alla borghesia. Questo mi dice pure: il potere proletario può essere conquistato soltanto grazie all’azione rivoluzionaria, attraverso l’insurrezione armata delle masse. Quando invece dico governo operaio, si può, volendo, intendere pure questo; ma, se non si vuole, si può anche intendere (Germania! Germania!) un altro governo che non sia caratterizzato dal fatto di escludere la borghesia dagli organi di rappresentanza politica né, tanto meno, dal fatto che la conquista del potere si è verificata con mezzi rivoluzionari e non con mezzi legali”. Si risponde che quella del “governo operaio” è una forma più comprensibile alle masse? Ribattiamo: “Che cosa può comprendere del governo operaio un semplice lavoratore o contadino, quando, dopo tre anni, noi, i capi del movimento operaio, non siamo ancora giunti a comprendere e definire in modo soddisfacente che cosa esso sia”?
Ma la questione è ancora più profonda. Che nel 1925 l’Internazionale vada “a sinistra”, potrebbe essere per noi motivo di sollievo, se ponessimo il problema nei termini di una meschina rivincita. Ma non così lo poniamo: “Ciò che abbiamo criticato nel metodo di lavoro dell’Internazionale è appunto questa tendenza ad andare a destra e a sinistra seguendo le indicazioni della situazione o di come si crede di interpretarle. Finché non sarà discusso a fondo il problema dell’elasticità, dell’eclettismo…finché questa elasticità permane e nuove oscillazioni devono verificarsi, una forte svolta a sinistra ce ne fa temere una ancora più forte a destra [occorre dire che proprio questo avverrà negli anni successivi?]. Non è una deviazione a sinistra nella congiuntura attuale che noi chiediamo, ma una rettifica generale delle direttive dell’Internazionale: questa rettifica non sia pur fatta nel modo che noi chiediamo… ma sia fatta, e in modo chiaro. Noi dobbiamo sapere dove andiamo”.
E infine: siamo noi della Sinistra a volere più di chiunque la centralizzazione e la disciplina mondiale; ma una simile disciplina “non si può affidare alla buona volontà di tale o tal altro compagno che , dopo venti sedute, firmi un accordo nel quale destra e sinistra siano finalmente unite”; è una disciplina “che si deve trasportare nella realtà, nell’azione, nella direzione del movimento rivoluzionario del proletariato teso verso l’unità mondiale” e che, per essere tale, “abbisogna di una chiarezza nella direzione tattica e di una continuità nella costituzione delle nostre organizzazioni, nel porre i limiti che ci separano dagli altri partiti”. Occorre dunque gettare le basi della disciplina poggiandola sul piedistallo incrollabile della chiarezza, saldezza e invarianza dei princìpi e delle direttive tattiche: In anni il cui fulgore faceva sembrare lontani, la disciplina si creava per un fatto organico che aveva le sue radici nella granitica forza dottrinaria e pratica del partito bolscevico: oggi, o la si ricostruisce sulle fondamenta collettive del movimento mondiale, in uno spirito di serietà e di fraterno senso della gravità dell’ora, o tutto andrà perduto. La “garanzia” che non si ricadrà nell’opportunismo, - osa proclamare la Sinistra ad un congresso che appena sfiora la questione russa come un pericoloso tabù – non può più venire dal solo partito russo, perché è il partito russo che ha bisogno, urgente bisogno , di noi, e in noi cerca la “garanzia” che invano gli chiediamo. E’ giunta l’ora in cui “l’Internazionale del proletariato mondiale deve rendere al PC russo una parte degli innumerevoli servizi che ne ha ricevuti. La situazione più pericolosa, dal punto di vista del pericolo revisionista è la sua situazione, e contro questo pericolo gli altri partiti devono sostenerlo. E’ nell’Internazionale che esso deve attingere la maggior forza di cui ha bisogno per attraversare la situazione estremamente difficile in cui si dibatte” [9].
Battaglia grande, ma perduta! Dalla débâcle dell’ottobre tedesco trarrà nuovo alimento la crisi interna del partito bolscevico; dal riflusso della rivoluzione in Occidente e dalla sua teorizzazione di comodo, uscirà il mostro del “socialismo in un solo paese”; dal fronte unico “dal basso” si tornerà agli entusiasmi per “il fronte unico al vertice”, e addirittura ai giri di valzer col radicalismo borghese in Germania [10]; alla sciagurata profferta gramsciana alle “opposizioni” di un Antiparlamento durante la crisi Matteotti, basata una volta di più sull’attribuzione di un ruolo autonomo alla piccola borghesia e antipatrice dei “fronti popolari” contro il fascismo; alla ignobile dottrina del “qualunque mezzo è buono al fine”, garante di ciò il possesso di uno scolasticizzato “marxismo-leninismo” decaduto a volgare formula machiavellica, ecc. A ognuna di queste storture è data risposta nella parte generale delle Tesi di Lione, mentre la loro “storia” è riassunta nelle parti internazionale e italiana su cui perciò non insistiamo. Quello che verrà dopo, lo sanno tutti: l’Internazionale svirilizzata, ridotta a strumento mutevole della politica estera russa; l’abbandono di ogni principio; infine lo scioglimento in funzione dell’alleanza di guerra con le “democrazie”; e la strada libera a tutte le vergogne di questo dopoguerra.
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Si è visto – e siamo al terzo aspetto della débâcle – come non solo parallelamente, ma con un certo anticipo sulle manovre tattiche, e sempre nell’illusione di ottenere più in fretta un largo concentramento di forze proletarie intorno al partito, si fosse iniziato un processo di graduale abbandono di quel rigore nei criteri di organizzazione che i ventun punti avevano tuttavia rivendicato come necessaria premessa della costituzione dell’Internazionale su basi non fittizie e fluttuanti. Contro il nostro parere, si era cominciato col tollerare nelle draconiane “condizioni di ammissione” un margine di possibile manovra in vista di riconosciute “particolarità nazionali”: in omaggio a queste, si era accettata l’adesione quasi totalitaria dell’ex partito socialista francese solo per dover constatare, ad ogni nuova sessione dell’Esecutivo, di avere di fronte lo spettro malamente riverniciato della vecchia socialdemocrazia parlamentarista e magari sciovinista; prima ancora, si era avallata la fusione del KPD con la “sinistra” degli Indipendenti, solo per vederseli sfuggire di nuovo dopo di aver largamente inquinato il partito o di averne aggravato le malattie di origine. Si era praticato al vertice, per esempio nei confronti del PSI, quel “federalismo” che nel 1923 si rinfaccerà ai partiti norvegese e danese, ogni qualvolta e in qualunque paese una vaga prospettiva di reclutare nuove forze numeriche sembrasse profilarsi. Accanto ai partiti comunisti, si erano accolti nelle file dell’Internazionale rivoluzionaria – quasi alla pari – partiti sedicentemente simpatizzanti.
Ora che il rosario delle innovazioni tattiche continuava a sgranarsi ridando fiato ogni volta alle correnti centrifughe sonnecchianti in tutti i partiti, e le svolte brusche si susseguivano ingenerando confusioni e dislocamenti anche nei militanti più saldi, la questione della “disciplina” si poneva forzatamente non come il prodotto naturale e organico di una conseguita omogeneità teorica e di una sana convergenza di azione pratica, ma al contrario come manifestazione morbosa della discontinuità nell’azione e della disarmonia nel patrimonio dottrinale. Nella stessa misura in cui si constatavano errori, deviazioni, cedimenti, e si cercava di rimediarvi rimaneggiando comitati centrali o esecutivi, si imponevano da un lato il “pugno di ferro” e dall’altro la sua idealizzazione come metodo e norma interna del Comintern e delle sue sezioni, e come antidoto di sicura efficacia contro non già gli avversari o i falsi amici, ma i compagni. L’era dei processi a rotazione contro se stessi, di quello che la Sinistra al VI Esecutivo Allargato chiamò “lo sport dell’umiliazione e del terrorismo ideologico” (spesso ad opera di “ex-oppositori umiliati”), era incominciato: e non v’è processo senza carceriere.
Si era deviato dalla disciplina verso il programma, lucido e tagliente com’era all’origine: si pretese, per impedire che da quell’indisciplina nascesse lo scompiglio, di ricreare in vitro dei “partiti veramente bolscevichi”: é noto che cosa diverranno, sotto il tallone staliniano, queste caricature del partito di Lenin. Al IV Congresso avevamo ammonito: “La garanzia della disciplina non può essere trovata che nella definizione dei limiti entro i quali i nostri metodi devono applicarsi, nella precisione dei programmi e delle risoluzioni tattiche fondamentali, e delle misure di organizzazione”. Ripetemmo al V Congresso ch’era illusorio rincorrere il sogno di una disciplina di tutto riposo, se mancavano chiarezza e precisione nei campi pregiudiziali ad ogni disciplina e omogeneità organizzativa; ch’era vano cullarsi nella chimera di un partito mondiale unico, se la continuità e il prestigio dell’organo internazionale erano continuamente distrutti dalla “libertà di scelta”, concessa non solo alla periferia ma al vertice, nei princìpi determinanti l’azione pratica e in questa stessa azione; che era ipocrita invocare una “bolscevizzazione” che non significasse intransigenza nei fini, e aderenza dei mezzi ai fini.
Non bastando una disciplina applicata come la concepiscono generali e furieri, si scoprì una particolare ricetta di organizzazione: si volle ricostruire i partiti (cinque anni dopo la loro prima costituzione!) sulla base delle cellule di azienda come modello ideale derivante dal patrimonio storico del bolscevismo, e si attese da questa forma la soluzione di quel problema di forza che è la rivoluzione. Rispondemmo che la formula, ovvia per la Russia pre-1917 e non mai elevata a dogma immutabile da Lenin, non poteva essere trasferita tale e quale all’Occidente, mentre nella sua applicazione formalistica, implicava un’autentica rottura coi princìpi di formazione e con il processo reale di genesi e di sviluppo del partito rivoluzionario, una caduta nel “laburismo” (VI Esecutivo Allargato), il partito marxista non essendo definito dalla bruta composizione sociale dei suoi membri ma dalla direzione nella quale si muove, ed essendo tanto più vivo e vitale come organismo rivoluzionario, quanto meno rinchiuso nell’orizzonte angusto e corporativo della prigione aziendale. Chiarimmo che questa “revisione”, vantata come antidoto alla burocratizzazione, avrebbe comportato, all’opposto, una ipertrofia del funzionalismo, unico legame rimasto a collegare cellula a cellula, come azienda ad azienda.
Allargammo la questione al problema ben più vasto e generale, e nel 1925-1926 coinvolgente tutte le questioni destinate a divenire brucianti nella lotta interna del partito russo: denunziammo, prima che fosse troppo tardi, la smania e la mania della “lotta al frazionismo”, di quella caccia alle streghe che celebrerà i suoi saturnali nell’ignobile campagna 1926-28 contro la sinistra russa e poi contro la destra, una caccia alle streghe che non aveva goduto diritto di cittadinanza nel partito bolscevico degli anni di splendore nemmeno contro il nemico aperto – distrutto, se necessario, mai vilmente coperto di fango – e che, varcando i confini statali russi, partorirà la sconcia figura del pubblico accusatore prima, del delatore d’ufficio poi, del carnefice infine. La rivoluzione proletaria è generosa quanto la controrivoluzione (la frase risale a Marx) è cannibalesca. Il primo sintomo dell’”astro” controrivoluzionario nascente – segno, non causa – sarà il feroce, il viscido, l’ipocritamente velato di fraseologia “leninista” cannibalismo, e nessuno lo praticherà con zelo più intenso che le reclute dell’ultima ora, i menscevichi “convertiti”, i social-patrioti copertisi il capo di cenere, gli uomini dell’immancabile “sì” nel buio che lentamente si addensava, così come erano stati gli uomini dell’immancabile “no” o, al più, dell’immancabile “ni” nella grande luce che credevamo non dovesse mai più offuscarsi.
Allargammo di qui il problema dell’ancor più scottante questione della salvezza dell’Ottobre nel cruciale 1926: lanciammo un ultimo appello perché, contro tutti i divieti e le minacce di tutt’altro che metaforiche sanzioni, la crisi del partito russo fosse portata in discussione in tutti i partiti e nelle loro assise mondiali “poiché la rivoluzione russa è la prima grande tappa della rivoluzione mondiale, essa è anche la nostra rivoluzione, i suoi problemi sono i nostri problemi, e ogni membro dell’Internazionale rivoluzionaria ha non solo il diritto ma il dovere di collaborare a risolverli” (VI Esecutivo Allargato), ben sapendo che quella crisi significava crisi dell’Internazionale Comunista. Riprendendo un argomento che gli storici d’oggi capiscono a rovescio (è la loro vocazione!) ricordammo che la grandezza del partito russo era consistita nell’applicare a un paese arretrato la strategia e la tattica prevista per i capitalismi pienamente evoluti nel quadro di una visione mondiale dell’Ottobre, e che per costruirsi una solida barriera contro i rigurgiti dell’opportunismo, l’Internazionale doveva “trovare per le questioni strategiche” (prima fra tutte quella dei rapporti fra la dittatura del proletariato vittoriosa nell’URSS e il proletariato mondiale in lotta, fra Stato e partito e specialmente fra Stato e Internazionale Comunista, come per l’immenso arco della strategia rivoluzionaria nel mondo e della tattica ad essa collegata) “soluzioni che stanno fuori dal raggio dell’esperienza russa”. Invocammo non dei rabberciamenti ma un radicale cambiamento di rotta nei metodi dell’Internazionale. Non esistono partiti puri e, nel caso del partito bolscevico 1926, la garanzia “soggettiva” di non-inquinamento – sempre labile e condizionale – cessava di funzionare nell’atto in cui questioni non secondarie ma centrali e di principio, dividevano lo stupendo organo di battaglia teorica e pratica ch’era stato il partito dell’Ottobre rosso. L’internazionalismo proletario doveva rinascere in tutto il suo folgore se dalla minaccia incombente di uno “sbandamento a destra” doveva essere salvato il potente baluardo della rivoluzione mondiale negli anni ardenti del primo dopoguerra. Lì era la salvaguardia del comunismo dalle aberrazioni del “socialismo in un solo paese” o, più tardi, delle “vie nazionali al socialismo”: lì ed allora o mai più!
Il movimento proletario comunista doveva essere ricostruito ab imis sulla base delle “lezioni di Ottobre” non meno che su quella di un bilancio francamente e virilmente redatto, come la Sinistra aveva chiesto in un congresso dopo l’altro che lo si redigesse. Le Tesi di Lione, e il loro commento all’Esecutivo Allargato del febbraio-marzo 1926, vollero essere un apporto fornito in questo spirito dal movimento internazionale alla Russia rivoluzionaria in pericolo. Fummo imbavagliati e dispersi: l’appello e l’apporto caddero nel vuoto per le generazioni di allora: valgano per generazioni di oggi e di domani.

Rapporto in sede di discussione sul Rapporto dell'Esecutivo

Bordiga: Compagni, abbiamo davanti a noi un progetto di Tesi ed un rapporto dell'Esecutivo, ma io credo che sia assolutamente impossibile limitare ad essi la nostra discussione.
In anni precedenti, nelle diverse sessioni dell'I.C., ho avuto occasione di appoggiare tesi e dichiarazioni che erano, all'epoca, ottime, soddisfacenti; ma non sempre, nello sviluppo dell'attività dell'Internazionale, i fatti hanno corrisposto alle speranze che queste dichiarazioni avevano suscitate in noi. Perciò è necessario discutere e sottoporre a esame critico lo sviluppo dell'Internazionale dal punto di vista degli avvenimenti che si sono verificati dopo l'ultimo congresso, delle prospettive dell'I.C. e dei compiti che essa deve porsi.
Devo dichiarare che la situazione in cui l'Internazionale si trova non può essere ritenuta soddisfacente. In un certo senso ci troviamo di fronte ad una crisi. Questa crisi non ha avuto inizio oggi, ma esiste da molto tempo. Questa affermazione non viene soltanto da noi e da alcuni gruppi di compagni di estrema sinistra. I fatti provano che l'esistenza di questa crisi è riconosciuta da tutti. Molto spesso – specialmente nei momenti critici della nostra attività generale – vengono lanciate parole d'ordine nelle quali è in fondo contenuta l'ammissione che un mutamento radicale dei nostri metodi di lavoro è necessario. È vero che, in questo momento, si dichiara che non si tratta di procedere ad una revisione, che nulla ha bisogno di essere cambiato. Ma v'è in ciò una evidente contraddizione. E, per mostrare che l'esistenza di deviazioni e di una crisi nell'Internazionale è qui riconosciuta da tutti e non solo dagli scontenti ultra sinistri, vogliamo ripercorrere a volo d'uccello la storia della nostra Internazionale e delle sue diverse tappe.
La fondazione dell'I.C. dopo la sfacelo della II Internazionale avvenne in base alla parola d'ordine che il proletariato doveva crearsi dei partiti comunisti. Tutti allora erano d'accordo che i rapporti di forza oggettivi favorivano la lotta rivoluzionaria finale, ma che ci mancava l'organo per questa lotta. Si diceva: le premesse rivoluzionarie obiettive esistono e, se avessimo dei partiti comunisti veramente capaci di sviluppare un'attività rivoluzionaria, tutte le condizioni necessarie per una vittoria completa sarebbero presenti.
Al III Congresso l'Internazionale – in base alla esperienza di numerosi avvenimenti ma soprattutto in base all'esperienza dell'azione di marzo 1921 in Germania [fallito tentativo insurrezionale – NdR] – fu costretta a constatare che la formazione di partiti comunisti da sola non è sufficiente. In quasi tutti i paesi importanti erano sorte sezioni abbastanza forti dell'I.C.; ma il problema dell'azione rivoluzionaria non era tuttavia stato risolto. Il partito tedesco aveva creduto possibile scendere in lotta e aprire un'offensiva contro il nemico, ma aveva subito una sconfitta. Il III Congresso, posto di fronte a questo problema, dovette constatare che la presenza di partiti comunisti non basta quando mancano le condizioni obiettive per la lotta. Non si era tenuto conto che, quando si passa ad una tale offensiva, bisogna essersi prima assicurati grandi masse. Neppure il più forte partito comunista è in grado, in una situazione in generale rivoluzionaria, di creare per un puro atto di volontà le condizioni e i fattori necessari per una insurrezione, se non ha saputo raccogliere delle grandi masse intorno a sé.
Fu questa, dunque, una tappa in cui l'Internazionale riconobbe che molto doveva essere cambiato. Si sostiene sempre che nei discorsi del III Congresso era già contenuta l'idea della tattica del fronte unico alla quale fu data poi formulazione nelle sedute del successivo Esecutivo Allargato in base alla situazione politica illustrata da Lenin al III Congresso. La cosa non è del tutto esatta, perché nel frattempo la situazione era cambiata. Nel periodo in cui esisteva una situazione obiettiva favorevole, noi non abbiamo saputo utilizzare al modo giusto il buon metodo dell'offensiva contro il capitalismo. Dopo il III Congresso non si trattava più di lanciare semplicemente una seconda offensiva dopo di avere preventivamente conquistato le masse. La borghesia ci aveva preceduti; era stata essa ad aprire nei paesi più importanti l'offensiva contro le organizzazioni operaie e i partiti comunisti; e questa tattica della conquista delle masse per l'offensiva, di cui si era parlato al III Congresso, si trasformò in una tattica difensiva contro l'azione scatenata dalla borghesia capitalistica. Questa tattica viene elaborata, insieme al programma da attuare, studiando il carattere dell'offensiva nemica e realizzando quel concentramento del proletariato che solo può permetterci la conquista delle masse attraverso i nostri partiti e il passaggio, in un avvenire non lontano, alla controffensiva. In questo senso fu allora concepita la tattica del fronte unico.
Non occorre dire che io non ho nulla da obiettare contro le tesi del III Congresso sulla necessità della solidarietà delle masse: se cito questa questione, è solo per mostrare che l'Internazionale fu ancora una volta costretta a riconoscere di non essere ancora abbastanza matura per dirigere la lotta del proletariato mondiale.
L'applicazione della tattica del fronte unico portò ad errori di destra, e questi errori divennero sempre più chiari dopo il III Congresso e soprattutto dopo il IV. Questa tattica, che può essere applicata solo in un periodo di difensiva, cioè in un'epoca in cui la crisi di decomposizione del capitalismo non è più così acuta, questa tattica da noi impiegata degenerò gravemente. A nostro avviso, essa è stata accettata senza volerne chiarire esattamente il significato. Non si è saputo assicurare il mantenimento del carattere specifico del partito comunista. Non intendo ripetere qui la critica che noi abbiamo svolto della tattica del fronte unico come era applicata dalla maggioranza dell'Internazionale comunista. Noi non avevamo nulla da eccepire finché si trattava di mettere alla base della nostra azione le rivendicazioni economiche immediate del proletariato, perfino quelle più elementari, che l'offensiva del nemico sollevava. Ma quando, sotto il pretesto che si trattava soltanto di un ponte per il proseguimento del nostro cammino verso la dittatura proletaria, si misero a base del fronte unico nuovi principi, che riguardavano direttamente il potere centrale dello Stato e il Governo operaio, noi ci siamo opposti e abbiamo detto: qui noi varchiamo i confini della buona tattica rivoluzionaria.
Noi comunisti sappiamo molto bene che lo sviluppo storico della classe operaia deve portare alla dittatura del proletariato; ma si tratta di un'azione che deve influenzare le grandi masse, e per raggiungere queste non basta una pura e semplice propaganda ideologica. Nei limiti in cui possiamo contribuire alla formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse, noi vi riusciremo mediante la forza della nostra concezione e del nostro comportamento in ogni fase dello sviluppo degli eventi. Ne segue che questo comportamento non può essere in contraddizione con la nostra posizione di fronte alla lotta finale, cioè allo scopo per il quale il nostro partito è specificamente creato. Un'agitazione sulla base di una parola d'ordine come quella del governo operaio, non può non produrre confusione nella coscienza delle masse; e perfino del partito e del suo stato maggiore.
Noi abbiamo criticato a priori tutto ciò, e qui mi limito soltanto a ricordare nelle sue linee generali il giudizio che allora formulammo. Quando poi ci trovammo di fronte agli errori ai quali questa tattica aveva portato, quando soprattutto intervenne la sconfitta dell'ottobre 1923 in Germania [altro tentativo insurrezionale, limitato questo ad Amburgo, anch'esso fallito – NdR], l'Internazionale riconobbe di essersi sbagliata. Non si trattava di un piccolo accidente; si trattava di un errore che noi dovemmo pagare con la speranza di conquistare, dopo il primo paese acquisito alla rivoluzione proletaria, un altro grande paese, cosa che, dal punto di vista della rivoluzione mondiale, avrebbe avuto un'importanza enorme.
Purtroppo, ci si limitò a dire: non si tratta di rivedere in modo radicale i deliberati del IV Congresso, è solo necessario allontanare certi compagni che si sono sbagliati nell'applicazione della tattica del fronte unico; è necessario trovare i responsabili. Li si trovò nell'ala destra del partito tedesco, non si volle ammettere che la responsabilità ricadeva su tutta l'Internazionale. Comunque, si sottoposero le tesi ad una revisione e si diede una formulazione affatto diversa del governo operaio.
Perché noi non siamo d'accordo con le tesi del V Congresso? Perché, a nostro parere, la revisione non basta; si sarebbero dovute chiarire meglio le singole formule: ma, se noi fummo contro le decisioni del V Congresso è soprattutto perché esse non eliminavano i gravi errori e perché, a nostro avviso, non è bene limitare la questione ad un processo contro persone singole mentre quello che è necessario è un cambiamento nella stessa Internazionale. Non si volle prendere questa via sana e coraggiosa. Noi abbiamo ripetutamente criticato il fatto che in noi, nell'ambiente in cui lavoriamo, si alimenti uno spirito parlamentare e diplomatico. Le Tesi sono molto a sinistra, i discorsi sono molto a sinistra, perfino coloro contro i quali essi sono diretti li votano, perché credono, in tal modo, di immunizzarsi. Ma noi non ci siamo tenuti unicamente alla lettera; noi abbiamo previsto ciò che sarebbe avvenuto dopo il V Congresso, non potevamo quindi esserne soddisfatti.
Vorrei qui constatare che si è stati più volte costretti a riconoscere che la linea doveva essere radicalmente cambiata. La prima volta, non si era capita la questione della conquista delle masse. La seconda volta, si trattava della questione della tattica del fronte unico, ed al III Congresso fu fatta una revisione completa della linea seguita fino ad allora. Ma non è tutto, al V Congresso ed all'E.A. del marzo 1925 si constata nuovamente che tutto va male; si dice: dalla fondazione dell'Internazionale sono trascorsi sei anni, ma nessuno dei suoi partiti è riuscito a fare la rivoluzione. La situazione, è vero è divenuta più sfavorevole: ci troviamo ora di fronte ad una certa stabilizzazione del capitalismo. Ciò malgrado si dichiara che, nell'attività dell'Internazionale, molte cose devono essere cambiate. Non si è ancora capito che cosa di deve fare, e si lancia la parola d'ordine della bolscevizzazione. Incredibile ma vero: dalla vittoria dei bolscevichi russi sono passati 8 anni, ed ora si deve constatare che gli altri partiti non sono bolscevichi! Che è necessario un cambiamento radicale per portarli all'altezza dei partiti bolscevichi! Nessuno, dunque, se ne era accorto prima?
Ci si obietta: Perché non avete, immediatamente al V Congresso, protestato contro la parola d'ordine della bolscevizzazione? Perché, quando si diceva che gli altri partiti devono acquisire la capacità rivoluzionaria che ha permesso la vittoria al partito bolscevico, nessuno poteva avere nulla da eccepire. Ma ora non si tratta più di una semplice parola d'ordine, di un semplice slogan. Ora ci troviamo di fronte a fatti ed esperienze. Ora è necessario fare il bilancio della bolscevizzazione e vedere in che cosa essa è consistita.
Io sostengo che questo bilancio è negativo sotto diversi punti di vista. Non si è risolto il problema che si trattava di risolvere, nessun progresso è stato fatto con l'applicazione dei metodi di bolscevizzazione a tutti i partiti.
Devo affrontare il problema da diversi punti di vista e, prima di tutto, dal punto di vista storico.
C'è un solo partito che abbia ottenuto la vittoria rivoluzionaria: il partito bolscevico russo. È per noi d'importanza capitale seguire la stessa via che il partito russo ha scelto per giungere alla vittoria. È verissimo: ma non basta. È innegabile che la via storica scelta dal partito russo non può mostrare tutti gli aspetti dello sviluppo storico che sta dinanzi agli altri partiti. Il partito russo lottava in un paese in cui la rivoluzione liberale borghese non era ancora compiuta; il partito russo – è un fatto – combatteva in condizioni particolari, cioè in un paese in cui l'autocrazia feudale non era ancora stata abbattuta dalla borghesia capitalistica. Fra l'abbattimento dell'autocrazia feudale e la conquista del potere da parte del proletariato vi fu un periodo troppo breve perché questo sviluppo potesse essere paragonato a quello che la rivoluzione proletaria dovrà percorrere nei rimanenti paesi. Non ci fu il tempo sufficiente per fare sorgere sulle rovine dell'apparato statale zarista e feudale un apparato statale borghese. Lo sviluppo in Russia non ci dà quindi l'esperienza di importanza fondamentale sul modo in cui il proletariato dovrà abbattere il moderno Stato capitalista, liberale, parlamentare, che esiste da molti e molti anni e possiede la capacità di difendersi.
Date queste differenze, il fatto che la rivoluzione russa abbia confermato la nostra dottrina, il nostro programma, la nostra concezione del ruolo della classe lavoratrice nello sviluppo storico, è dal punto di vista teorico tanto più importante, in quanto la rivoluzione russa, pur in queste condizioni particolari, ha portato alla conquista del potere e alla dittatura del proletariato realizzata dal partito comunista. In ciò la teoria del marxismo rivoluzionario ha trovato la sua più grandiosa conferma storica.
Dal punto di vista ideologico, ciò è di un'importanza decisiva; ma, per quanto riguarda la tattica non è sufficiente. Noi dobbiamo sapere come si attacca e si conquista il moderno Stato borghese, uno Stato che nella lotta armata si difende ancor più efficacemente di quanto non abbia saputo difendersi l'autocrazia zarista e che, per giunta, si difende anche con l'aiuto della mobilitazione ideologica e l'educazione in senso disfattista del proletariato ad opera della borghesia. Questo problema, nella storia del partito comunista russo, non si presenta, e se si interpreta la bolscevizzazione nel senso che si possa chiedere alla rivoluzione del partito russo la soluzione di tutti i problemi di strategia della lotta rivoluzionaria, un simile concetto della bolscevizzazione è insufficiente. L'Internazionale deve costruirsi una concezione più vasta, deve trovare per i problemi strategici delle soluzioni che stanno fuori dal raggio dell'esperienza russa. Questa deve essere utilizzata in pieno, nulla in essa va respinto, bisogna sempre tenerla davanti agli occhi; ma noi abbiamo anche bisogno di elementi integrativi, tratti dall'esperienza che la classe operaia fa nell'Occidente. È questo che si deve dire, dal punto di vista storico e tattico, sulla bolscevizzazione. L'esperienza della tattica in Russia non ci ha mostrato come dobbiamo procedere nella lotta contro la democrazia borghese: essa non ci dà nessuna idea delle difficoltà e dei compiti che lo sviluppo della lotta proletaria nei nostri paesi porterà in luce.
Un altro lato del problema della bolscevizzazione è la questione della riorganizzazione del partito. Nel 1925, improvvisamente, si dichiara: L'intera organizzazione delle sezioni dell'Internazionale è sbagliata. Non si è ancora applicato l'ABC dell'organizzazione. Ci si è posti già tutti i problemi, ma non si è ancora fatto l'essenziale, cioè non si è risolto il problema della nostra organizzazione interna. Si riconosce dunque che si è marciato in una direzione completamente sbagliata. Ora io so molto bene che non si vuole limitare la parola d'ordine della bolscevizzazione ad un problema di organizzazione. Ma questo problema ha un lato organizzativo, e qui si è sottolineato il fatto che questo è il più importante. I partiti non sono organizzati come era ed è organizzato il partito bolscevico russo, perché la loro organizzazione non si basa sul principio del posto di lavoro, perché essi conservano il tipo dell'organizzazione territoriale, che sarebbe assolutamente inconciliabile con i compiti di un partito rivoluzionario, che sarebbe un tipo caratteristico dei partiti parlamentari socialdemocratici. Se si ritiene necessario trasformare in questo senso l'organizzazione dei nostri partiti, e se questa trasformazione viene presentata non come misura pratica adatta per diversi paesi in date condizioni, ma come misura fondamentale per tutta l'Internazionale, come correzione di un errore di fondo, come premessa necessaria allo sviluppo dei nostri partiti in partiti veramente comunisti – allora noi non possiamo essere d'accordo. È ben strano, dopo tutto, che non se ne abbia avuto coscienza fino ad ora. Si sostiene che il passaggio alle cellule d'azienda era già contenuto nelle tesi del III Congresso. Ma allora è ben strano che si sia aspettato dal 1921 al 1925 per passare all'esecuzione.
La tesi che un partito comunista debba essere incondizionatamente costruito sulla base del posto di lavoro è teoricamente sbagliata. Secondo Marx e Lenin, in forza di un principio noto e formulato in modo ben preciso, la rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione. Per risolvere il problema della rivoluzione non basta trovare una formula organizzativa. I problemi che ci stanno dinanzi sono problemi di forza, non di forma. I marxisti hanno sempre combattuto le scuole sindacaliste e semiutopistiche che dicevano: si raggruppi la classe in una certa organizzazione, sindacato, cooperativa ecc., e la rivoluzione sarà fatta. Oggi si dice, o almeno si conduce una campagna in questo senso: si deve erigere l'organizzazione sulla base delle cellule di azienda, e tutti i problemi della rivoluzione saranno risolti. Si aggiunge: il partito russo ha potuto fare la rivoluzione, perché era costruito su questa base.
Si dirà certo che io esagero; ma diversi compagni potranno confermare che la campagna è stata condotta in base a tesi simili. Quello che ci interessa è l'impressione che queste parole d'ordine lasciano nella classe operaia e negli iscritti al nostro partito. Per quanto riguarda il lavoro di cellula, si è suscitata l'impressione che questa sia la ricetta infallibile del vero comunismo e della rivoluzione. Ora io contesto che il partito comunista debba necessariamente essere costruito sulla base delle cellule di azienda. Nelle stesse tesi sulla organizzazione presentate da Lenin al III Congresso, è ripetutamente sottolineato il fatto che, nelle questioni di organizzazione, non può esistere una soluzione di principio valida per tutti i paesi e per tutti i tempi. Noi non contestiamo che le cellule d'azienda come base dell'organizzazione di partito abbiano dato buoni risultati nella situazione della Russia. Non voglio soffermarmi troppo a lungo su questa questione; nell'esauriente discussione prima del Congresso italiano, abbiamo già detto che in Russia, esistevano diverse cause storiche che militavano a favore dell'organizzazione su questa base.
Perché siamo del parere che la cellula di azienda in altri paesi comporti degli svantaggi in confronto alla situazione in Russia? Prima di tutto, perché gli operai organizzati nella cellula non sono mai in condizione di discutere tutte le questioni politiche. Nello stesso rapporto dell'Esecutivo dell'I.C. a questo Plenum si constata che in quasi nessun paese le cellule di azienda sono riuscite ad occuparsi di problemi politici. Si dice che si è esagerato, che si è proceduto frettolosamente nella riorganizzazione dei partiti; ma che si tratta solo di un errore pratico, secondario. Non si potrà tuttavia contestare che non è soltanto una piccolezza il fatto che il partito sia stato privato della sua organizzazione fondamentale, una organizzazione capace di discutere i problemi politici, e che la nuova organizzazione, dopo un anno di esistenza, non assolva ancora a questa sua funzione vitale. Se si arriva ad un risultato simile, non ci si trova di fronte a singoli errori, ma ad una impostazione sbagliata dell'intero problema. E questa non è una cosa da prendersi alla leggera. La questione è molto importante. Secondo noi, non è un caso che le cellule d'azienda non discutano i problemi politici, perché in un paese capitalista gli operai raggruppati nella piccola e ristretta cerchia della loro azienda non hanno la possibilità di porsi di fronte a problemi generali e di collegare le rivendicazioni immediate col fine ultimo del comunismo. In una assemblea di operai interessati agli stessi piccoli problemi immediati e non appartenenti a diverse categorie professionali, si possono bensì discutere i problemi di queste rivendicazioni immediate, ma in questa assemblea non si può trovare alcuna base per una discussione sui problemi generali, sui problemi che riguardano l'intera classe lavoratrice, cioè non vi si può svolgere un lavoro politico di classe come si addice ad un partito comunista.
Ci si dirà: quello che voi chiedete, lo chiedono tutti gli elementi di destra; voi volete le organizzazioni territoriali nelle cui assemblee gli intellettuali dominano con i loro lunghi discorsi l'intera discussione. Ma questo pericolo della demagogia e dell'inganno da parte dei capi esisterà sempre, esiste da quando esiste un partito proletario; eppure né Marx né Lenin, che si sono occupati a fondo di questo problema, hanno mai pensato di risolverlo mediante un boicottaggio degli intellettuali o dei non-proletari. Hanno anzi sottolineato ripetutamente il ruolo storicamente necessario dei disertori della classe dominante nella rivoluzione. È noto che, in generale, l'opportunismo e il tradimento penetrano nel partito e nelle masse attraverso certi capi; ma la lotta contro questo pericolo deve essere condotta in altro modo. Se anche la classe operaia potesse fare a meno di intellettuali ex borghesi, non potrebbe tuttavia fare a meno dei capi, agitatori, giornalisti, ecc., e non le resterebbe altro che andarli a cercare nelle file degli operai. Ma il pericolo della corruzione e della demagogia di questi operai divenuti capi non si distingue da quello della corruzione e della demagogia degli intellettuali. In certi casi, sono stati proprio degli ex operai che hanno recitato il ruolo più sporco nel movimento operaio, è un fatto universalmente noto. E infine, il ruolo degli intellettuali è forse eliminato dall'organizzazione per cellule d'azienda come è praticata oggi? È vero il contrario. Sono gli intellettuali che, insieme con ex operai, compongono l'apparato di partito. Il ruolo di questi elementi sociali non è cambiato; anzi, è divenuto ancora più pericoloso. Se ammettiamo che questi elementi possano essere corrotti dalla loro posizione di funzionari, questa difficoltà sussiste, perché abbiamo conferito loro una posizione di gran lunga più responsabile che in passato: infatti, nelle piccole riunioni di cellula di azienda, gli operai non hanno in pratica alcuna libertà di movimento, non hanno una base sufficiente per influire sul partito con il loro istinto di classe.
Il pericolo contro il quale noi mettiamo in guardia risiede dunque non nella diminuzione dell'influenza degli intellettuali, ma, al contrario nel fatto che gli operai non si interessano che dei bisogni immediati della loro azienda e non vedono i grandi problemi dello sviluppo rivoluzionario generale della loro classe. La nuova forma di organizzazione è quindi meno adatta per la lotta di classe proletaria nel significato più serio e più vasto del termine.
In Russia, i grandi problemi generali dello sviluppo rivoluzionario, il problema dello Stato, della conquista del potere, erano in ogni momento all'ordine del giorno, perché l'apparato statale feudale e zarista era irrimediabilmente condannato e perché ogni singolo gruppo di operai era posto in ogni momento, dalla sua posizione nella vita sociale e dalla pressione amministrativa, di fronte a questi problemi. Le deviazioni opportunistiche non costituivano in Russia un problema particolare, perché mancavano le basi per una corruzione del movimento proletario, ad opera dello Stato capitalista, abile come esso è nell'esercizio dell'arma delle concessioni democratiche e delle illusioni collaborazioniste.
V'è inoltre una differenza di natura pratica.
Naturalmente noi dobbiamo dare all'organizzazione del nostro partito la forma che meglio si presta a opporre resistenza alle rappresaglie. Dobbiamo proteggerci contro i tentativi della polizia di disgregare il nostro partito. In Russia, l'organizzazione per cellule di azienda era la forma più adatta a questo scopo, perché nelle strade, nelle città, nella vita pubblica, il movimento operaio era reso impossibile da misure poliziesche estremamente severe. Era quindi materialmente impossibile organizzarsi fuori dell'azienda. Solo nell'azienda gli operai potevano riunirsi per discutere, senza essere sorvegliati, i loro problemi. Inoltre, era solo nell'azienda che i problemi di classe erano posti sul terreno dell'antagonismo fra capitale e lavoro. Le piccole questioni economiche riguardanti l'azienda, per esempio il problema sollevato da Lenin delle multe, rappresentavano dal punto di vista storico, in confronto alle rivendicazioni liberali che i lavoratori e la borghesia agitavano insieme contro l'autocrazia, delle rivendicazioni progressiste; ma, in rapporto alla questione della presa del potere nella lotta contro la democrazia borghese come nuova forma di Stato, le rivendicazioni immediate proletarie sono problemi di importanza subordinata. Poiché questa questione della presa del potere poteva essere posta soltanto dopo la caduta dello zarismo, era necessario spostare il centro della lotta nell'azienda poiché l'azienda era l'unico terreno sul quale il partito proletario autonomo poteva manifestarsi.
Se in Russia la borghesia e i capitalisti erano gli alleati dello zar, erano però nello stesso tempo quelli che dovevano abbatterlo, quelli che rappresentavano la premessa della caduta del potere autocratico. Perciò non vi è stata in Russia una solidarietà così completa fra gli industriali e lo Stato, come nei moderni paesi capitalistici. In questi paesi esiste una solidarietà assoluta fra l'apparato statale e gli imprenditori; esso è il loro Stato, il loro apparato politico. Ed è l'apparato statale che si dimostra storicamente strumento del capitalismo e che crea gli organi adatti e li mette a disposizione dei datori di lavoro . Se un operaio tenta di organizzare nell'azienda altri operai, l'imprenditore ricorre alla polizia, allo spionaggio, ecc. Perciò negli Stati capitalistici moderni il lavoro di partito nelle fabbriche è molto più pericoloso. È facile alla borghesia scoprire il lavoro di partito nelle aziende. Ed è per questa ragione che noi proponiamo di spostare l'organizzazione fondamentale del partito non nelle aziende, ma fuori. Voglio qui citare solo un fatterello. In Italia, vengono oggi arruolati nuovi agenti di polizia. Le condizioni di ammissione sono molto severe. Ma a coloro che hanno una professione e possono lavorare in fabbrica è facilitato l'accesso. Ciò dimostra che la polizia cerca persone capaci di lavorare nelle diverse industrie per potersene servire allo scopo di scoprire il lavoro rivoluzionario nelle aziende.
Inoltre, abbiamo appreso che una associazione internazionale antibolscevica ha deciso di organizzarsi sulla base delle cellule per fare contrappeso al movimento comunista.
Un altro argomento. Qui è stato detto che si è manifestato un altro pericolo, il pericolo dell'aristocrazia operaia. È chiaro che questo pericolo è caratteristico di periodi in cui siamo minacciati dall'opportunismo e dal ruolo che esso mira ad esercitare nella corruzione del movimento operaio. Ma la via più semplice per l'infiltrazione dell'influenza della aristocrazia operaia nelle nostre file è senza dubbio quella dell'organizzazione basata sulle cellule di azienda, perché nell'azienda è inevitabile che predomini l'influsso dell'operaio che occupa un posto più alto nella gerarchia tecnica del lavoro.
Per tutte queste ragioni, e senza farne una questione di principio, noi chiediamo che l'organizzazione-base del partito, per ragioni politiche e tecniche, rimanga l'organizzazione territoriale.
Vogliamo forse, per questo, trascurare il lavoro di partito nelle aziende? Neghiamo noi forse che il lavoro comunista nelle aziende sia una base importante per il collegamento con le masse? assolutamente no. Il partito deve avere nella fabbrica una sua organizzazione, ma questa organizzazione non deve costituire la base del partito. Devono esserci nelle fabbriche delle organizzazioni di partito che soggiacciono alla direzione politica del partito. È impossibile ottenere un collegamento con la classe operaia, se non si ha un'organizzazione nell'azienda; ma questa organizzazione deve essere la frazione comunista [11]. Per rafforzare la mia tesi, dirò quanto segue. In Italia, ai tempi in cui non esisteva ancora il fascismo, noi abbiamo creato una tale rete di frazioni, e abbiamo considerato questa attività come la più importante per noi. In pratica, sono le frazioni comuniste nelle aziende e nei sindacati, quelle che hanno sempre risposto al compito specifico di avvicinarci alle masse. Il legame con il partito fornisce a questi organi di lavoro gli elementi politici e di classe nel senso più vasto della parola, che ricevono il loro impulso non soltanto dalla cerchia angusta della professione e della fabbrica. Siamo quindi per una rete di organizzazioni comuniste nella fabbriche; ma, a nostro avviso, il lavoro politico deve essere svolto in organizzazioni territoriali.
Non posso qui trattenermi sulle deduzioni che, durante la discussione in Italia, si sono tratte dal nostro comportamento in questa questione. Al congresso e nelle nostre tesi, noi abbiamo svolto in modo esauriente la questione teorica della natura del partito. Si è sostenuto che il nostro punto di vista non è un punto di vista di classe; noi avremmo preteso che il partito lasciasse sviluppare ad elementi eterogenei, come per esempio gli intellettuali, una maggiore attività. Non è vero. Noi non combattiamo l'organizzazione basata esclusivamente sulle cellule di azienda perché in tal modo il partito risulterebbe composto esclusivamente di operai. Ciò che ci spaventa è il pericolo del laburismo e dell'operaismo, che è il peggiore pericolo anti-marxista. Il partito è proletario perché si trova sul cammino storico della rivoluzione, della lotta per i fini ultimi ai quali soltanto la classe lavoratrice aspira. È questo che fa di un partito un partito proletario, non il criterio automatico della sua composizione sociale.
Il carattere del partito non è compromesso dalla partecipazione attiva di tutti coloro che partecipano al suo lavoro, che accettano la sua dottrina e vogliono lottare per i fini della classe.
Tutto ciò che si può dire su questo terreno a favore delle cellule di azienda è volgare demagogia, che poggia bensì sulla parola d'ordine della bolscevizzazione, ma ci porta direttamente a rinnegare la lotta del marxismo e del leninismo contro le banali concezioni meccaniche e disfattiste dell'opportunismo e del menscevismo.
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E vengo a un altro aspetto della bolscevizzazione: quello del regime interno vigente nel partito e nell'Internazionale comunista.
Si è fatta qui una nuova scoperta: quello che manca a tutte le sezioni è la ferrea disciplina bolscevica, di cui ci dà esempio il partito russo. Si emana un divieto assoluto delle frazioni e si statuisce l'obbligo per tutti i militanti, qualunque sia la loro opinione, di partecipare al lavoro comune. Io sono dell'avviso che, anche in questo campo, la questione della bolscevizzazione sia stata posta in modo molto demagogico.
Quando si pone il problema nella forma: Si può concedere a x o y di costituire una frazione?, ogni comunista risponderà di no. Ma il problema non può essere posto in questa forma. Esistono già dei risultati che provano come i metodi ai quali si è ricorsi non giovano né al partito né all'Internazionale. Questa questione della disciplina interna e delle frazioni va posta, dal punto di vista marxista, in un modo molto diverso e molto più complesso. Ci si chiede: Che cosa volete? Forse che il partito assomigli a un parlamento in cui ciascuno ha il diritto democratico di lottare per il potere e di conquistare la maggioranza? Ma porre così la questione è sbagliato; posta così, non è possibile che una risposta: Naturalmente, noi siamo contro un sistema così ridicolo, è un fatto che noi dobbiamo avere un partito assolutamente omogeneo, senza divergenze di idee e senza raggruppamenti diversi nel suo seno. Ma questo non è un dogma, non è un principio a priori; è un fine per il quale si deve e si può combattere nel corso dello sviluppo che porta alla formazione di un vero partito comunista, alla condizione che tutte le questioni ideologiche, tattiche ed organizzative siano poste e risolte correttamente.
All'interno della classe operaia, le azioni e le iniziative nella lotta di classe sono determinate dai rapporti economici in cui i diversi raggruppamenti vivono. Al partito politico spetta il compito di affasciare e unificare tutto ciò che queste azioni hanno di comune dal punto di vista degli obiettivi rivoluzionari del proletariato in tutto il mondo. L'unità al suo interno, la cessazione delle divergenze, la scomparsa delle lotte di frazione, dimostreranno che esso è sulla via migliore per assolvere il suo compito nel modo giusto. Ma quando delle divergenze insorgono, ciò significa che la politica del partito è caduta in errori, che esso non possiede la capacità di combattere vittoriosamente quelle tendenze deviazionistiche del movimento operaio che, in dati svolti della situazione generale, sogliono prodursi. Quando si verificano casi di indisciplina, essi rappresentano un sintomo che il partito non ha ancora raggiunto tale capacità. La disciplina è quindi un punto di arrivo, non un punto di partenza, non una piattaforma che si possa ritenere incrollabile. Ciò si ricollega, del resto, al carattere volontario della adesione alla nostra organizzazione di partito. Non è dunque in una specie di codice penale del partito che si può cercare un rimedio ai casi frequenti di indisciplina.
Ora, negli ultimi tempi si è instaurato nei nostri partiti un regime di terrore, una specie di sport che consiste nell'intervenire, punire, reprimere, annientare, e questo con un gusto tutto particolare come se si trattasse dell'ideale di vita del partito. Gli eroi di queste brillanti operazioni sembrano addirittura credere che esse siano una prova di capacità ed energia rivoluzionaria. Io invece ritengo che i veri, i buoni rivoluzionari siano, in generale, quei compagni che di tali misure di eccezione formano oggetto e che sopportano pazientemente per non buttare all'aria il partito. Penso che questo dispendio di energie, questo sport, questa lotta all'interno del partito, non abbiano nulla a che vedere col lavoro rivoluzionario che dobbiamo compiere. Verrà giorno che si tratterà di colpire e annientare il capitalismo: è su questo terreno che il nostro partito darà la prova della sua energia rivoluzionaria. Non vogliamo nel partito nessuna anarchia, ma non vogliamo neppure un regime di rappresaglie permanenti, che non è se non la negazione della sua unità e compattezza.
Oggi il punto di vista ufficiale è il seguente: la Centrale attuale è eterna, essa può fare tutto ciò che vuole perché, quando prende provvedimenti contro chi le resiste, quando sventa intrighi e sbaraglia opposizioni, ha sempre ragione. Ma il merito non consiste nello schiacciare le rivolte; l'importante è che non si verifichino rivolte. L'unità del partito si riconosce dai risultati ottenuti, non da un regime di minacce e di terrore. Che nei nostri statuti siano necessarie delle sanzioni, è chiaro: ma esse vanno applicate solo in casi eccezionali e non devono assurgere a procedimenti normali e permanenti all'interno del partito. Quando vi sono elementi che lasciano palesemente il cammino comune, è chiaro che bisogna prendere delle misure contro di essi. Ma, quando in una società il ricorso al codice penale diventa la regola ciò significa che quella società non è delle più perfette. Le sanzioni devono colpire i casi di eccezione, non diventare la norma, un genere di sport, l'ideale dei dirigenti del partito. Ecco che cosa bisogna cambiare se vogliamo costruire un blocco solido nel vero senso del termine.
Le tesi qui presentate contengono dei buoni spunti in materia. Ci si propone di concedere un po' più di libertà. Forse è un po' tardi. Forse si pensa di poter concedere un po' più di libertà ai "vinti" che non possono più rialzarsi.
Ma lasciamo le tesi e consideriamo i fatti. Si è sempre detto che i nostri partiti devono essere costruiti sulla base del centralismo democratico. Forse sarebbe bene cercare, al posto di democrazia, un'altra espressione; comunque, tale è la formula di Lenin. Come si realizza il centralismo democratico? Mediante l'eleggibilità dei compagni, la consultazione della massa del partito per la soluzione di determinati problemi. Naturalmente, per un partito rivoluzionario, una regola simile può comportare delle eccezioni. È opportuno per il regime di partito che, a volte, una Centrale dica: Compagni, di norma il partito dovrebbe consultarvi; ma poiché la lotta contro il nemico attraversa un momento pericoloso, poiché non c'è un momento da perdere, noi agiamo senza consultarvi. Ma quello che è pericoloso è di suscitare l'apparenza di una consultazione quando invece si tratta di procedere dall'alto; di sfruttare la circostanza che la Centrale tiene in pugno l'intero apparato e la stampa del partito. In Italia abbiamo detto che riconosciamo la dittatura, ma odiamo questi metodi alla Giolitti. Non è infatti la democrazia borghese un mezzo d'inganno? Ed è forse questa la democrazia che vi proponete di concederci e di realizzare nel partito? Sarebbe allora preferibile una dittatura che avesse il coraggio di non mettersi una maschera ipocrita. O si introduce nel partito una vera forma democratica, cioè una democrazia che permetta alla Centrale di utilizzare al modo giusto l'apparato, o sarà inevitabile che, soprattutto fra gli operai, si diffondano stati d'animo di insoddisfazione e di malessere.
Abbiamo bisogno di un regime interno più sano. È assolutamente necessario dare al partito la possibilità di formarsi un'opinione e di esprimerla e sostenerla con franchezza. Al congresso del partito italiano ho detto che l'errore è stato di non fare, all'interno del partito, una chiara distinzione fra agitazione e propaganda. L'agitazione viene condotta fra una grande massa di persone per chiarire un certo numero di idee molto semplici; la propaganda invece, tocca uno strato relativamente ristretto di compagni ai quali si illustra un numero maggiore di idee complesse. L'errore in cui si è incorsi è di limitarsi all'agitazione entro il partito; di considerare la massa degli iscritti come, in principio, dei minorati; di trattarli come elementi che si possono mettere in moto, non come un fattore operante di lavoro comune. Un'agitazione in base a formule imparate a memoria è fino a un certo punto concepibile quando si tratta di ottenere i più grandi effetti con il minimo dispendio di forza, quando si vuole mettere in movimento grandi masse dove il fattore della volontà e della coscienza gioca solo un ruolo secondario. Ma, nel partito, le cose stanno in tutt'altro modo. Noi chiediamo che, nel suo seno, questi metodi di agitazione abbiano fine. Il partito deve riunire intorno a sé quella parte della classe operaia che possiede e in cui prevale la coscienza di classe – a meno che voi non propugniate appunto quella teoria degli eletti che un tempo servì di accusa (e accusa infondata) contro di noi. Bisogna che la massa degli iscritti al partito elabori una coscienza politica collettiva, che studi a fondo i problemi di fronte ai quali il partito comunista si trova. In questo senso, è della massima urgenza cambiare il regime interno del partito.
E vengo alle frazioni. A mio parere, la questione delle frazioni non va posta dal punto di vista della morale, dal punto di vista del codice penale. V'è nella storia un solo esempio che un compagno abbia organizzato una frazione per divertirsi? No, un caso simile non è mai avvenuto. V'è un solo esempio nella storia che l'opportunismo si sia infiltrato nel partito per via di una frazione, che l'organizzazione di frazioni sia servita di base alla mobilitazione della classe operaia e il partito rivoluzionario si sia salvato grazie all'intervento degli uccisori delle frazioni? No, l'esperienza prova che l'opportunismo penetra nelle nostre file sempre dietro la maschera dell'unità. È nel suo interesse di influenzare la massa più grande possibile, ed è quindi dietro lo schermo dell'unità che esso avanza le sue proposte insidiose. La storia delle frazioni mostra, in generale, che esse non fanno onore ai partiti entro i quali esse si formano, ma fanno onore ai compagni che le creano. La storia delle frazioni è la storia di Lenin; è la storia non degli attentati all'esistenza dei partiti rivoluzionari, ma della loro cristallizzazione e della loro difesa contro le influenze opportunistiche.
Quando si cerca di organizzare una frazione, per poter dire che si tratta, direttamente o indirettamente, di una manovra borghese per infiltrarsi nel partito bisogna avere le prove. Io non credo che, in generale, questa manovra prenda una simile forma. Al congresso del partito italiano, la questione è stata posta da noi in rapporto alla sinistra del nostro partito. Tutti conosciamo la storia dell'opportunismo. Quando un gruppo diventa il rappresentante di influenze borghesi in seno a un partito proletario? In genere, gruppi simili hanno trovato un fertile terreno tra i funzionari sindacali o i rappresentanti del partito in Parlamento, ovvero fra compagni che, nelle questioni di strategia e di tattica del partito, si facevano i portavoce della collaborazione di classe, dell'alleanza con altri schieramenti sociali e politici. Prima di parlare di frazioni che devono essere schiacciate, bisognerebbe almeno poter fornire la prova che esse sono in collegamento con la borghesia o con circoli e ambienti borghesi o che poggiano sulla base di rapporti personali con essi. Se questa analisi non è possibile, allora bisogna cercare le cause storiche dell'origine della frazione, invece di condannarla a priori.
La genesi di una frazione indica che c'è nel partito qualcosa che non va. Per rimediare al male bisogna risalire alle cause storiche che l'hanno prodotto, che hanno determinato la nascita della frazione o alla tendenza a costituirla; e queste cause risiedono in errori ideologici e politici del partito. Le frazioni non sono la malattia, sono un sintomo e, se si vuole combattere l'organismo malato, bisogna non già combattere i sintomi, ma cercare di stabilire le cause del male. D'altronde, nella maggioranza dei casi, ci si trova di fronte a gruppi di compagni che non hanno affatto cercato di creare un'organizzazione a se stante o che di simile; a punti di vista, a tendenze, che cercavano di farsi strada per la via del normale, regolare e collettivo lavoro di partito. Col metodo della caccia alle frazioni, delle campagne scandalistiche, della sorveglianza poliziesca e della diffidenza verso i compagni – metodo che costituisce in realtà il peggior frazionismo dilagante negli strati superiori del partito – si sono soltanto peggiorate le condizioni del nostro movimento e si è spinta ogni critica obiettiva sulla via del frazionismo.
Non è con questi metodi che si può creare l'unità nel partito: con essi si instaura soltanto un regime che lo rende inetto ed impotente. È assolutamente necessaria una trasformazione radicale nei metodi di lavoro. Le conseguenze, in caso contrario, saranno di una gravità estrema.
Ce ne offre un esempio la crisi del partito francese. Come si è proceduto, nel partito francese, contro le frazioni? Malissimo – per esempio nella questione della nascente frazione sindacalista. Compagni espulsi dal partito sono tornati ai loro antichi amori, e pubblicano un giornale in cui svolgono le loro idee. Che sbaglino è chiaro. Ma le cause di questa grave deviazione ideologica non vanno cercate nei capricci dei ragazzacci Rosmer e Monatte: sono piuttosto da cercare negli errori del partito francese e di tutta l'Internazionale.
Scesi in lotta sul terreno ideologico contro gli errori sindacalisti, noi siamo riusciti a strappare larghi strati operai all'influsso di elementi sindacalisti e anarchici. Ora queste concezioni riaffiorano. Perché? Anche perché il regime interno del partito, il suo esagerato machiavellismo, ha fatto alla classe operaia una cattiva impressione e reso possibile il risorgere di quelle teorie, come pure del preconcetto che il partito politico sia in sé qualcosa di sporco e che solo la lotta economica possa salvare la classe proletaria. Questi errori di fondo minacciano di riapparire nel proletariato perché l'Internazionale e i partiti comunisti non hanno saputo dimostrare coi fatti, e con dichiarazioni teoriche semplici, quale differenza essenziale esista fra una politica in senso rivoluzionario e leninista e la politica dei vecchi partiti socialdemocratici, la cui degenerazione prima della guerra aveva provocato come reazione il sindacalismo.
Se nel proletariato francese le vecchie teorie dell'azione economica e dell'opposizione ad ogni attività politica hanno potuto registrare alcuni successi, lo si deve al fatto che, nella linea politica del partito comunista, si è lasciato che si commettesse tutta una serie di errori.
Semard: - Voi dite che le frazioni hanno le loro cause negli errori della direzione del partito. Ma la frazione di destra in Francia si è formata proprio nel momento in cui la Centrale riconosceva e correggeva i suoi errori.
Bordiga: - Compagno Semard, se volete presentarvi al buon dio con il solo merito di aver riconosciuto i vostri errori, avrete fatto troppo poco per la salvezza della vostra anima.
Io credo, compagni, che sia necessario dimostrare, con la nostra strategia e con la nostra tattica proletaria, gli errori che questi elementi anarco-sindacalisti commettono. Nella classe operaia si è ora creata l'impressione che nel partito comunista vi siano le stesse deficienze che negli altri partiti politici, ed è perciò che essa nutre una certa diffidenza verso il nostro partito. Questa diffidenza ha origine nei metodi e nelle manovre che trovano impiego nelle nostre file. Si direbbe che noi agiamo non solo verso il mondo esterno, ma anche nella vita politica interna di partito come se la buona "politica" fosse un'arte, una tecnica comune a tutti i partiti. Come se si lavorasse avendo in tasca un prontuario machiavellico di abilità politica. Ma il partito della classe operaia ha il compito di introdurre una nuova forma di politica, che non ha nulla in comune con i metodi bassi ed insidiosi del parlamentarismo borghese. Se non si dimostra questo al proletariato, non riusciremo mai a guadagnare su di esso un'influenza utile e vigorosa e gli anarco-sindacalisti avranno partita vinta.
Quanto alla frazione di destra in Francia, non esito a dire che la considero in generale come un fenomeno sano e non come una prova di infiltrazione nel partito di elementi piccolo-borghesi. La teoria e la tattica che essa propugna sono sbagliate, ma essa è in parte un'utilissima reazione agli errori politici e al cattivo regime della direzione del partito. Ma la responsabilità di questi errori non ricade unicamente sulla centrale del partito francese. È la linea generale dell'Internazionale che provoca la costituzione di frazioni. Certo, nella questione del fronte unico, io sono in antitesi completa con il punto di vista della destra francese, ma ritengo che sia giusto quando si dice che i deliberati del V Congresso non sono affatto chiari, che sono del tutto insoddisfacenti. Da un lato, in molti casi si ammette il fronte unico dall'alto; dall'altro si aggiunge che la socialdemocrazia è l'ala sinistra della borghesia e che bisogna porsi l'obiettivo di smascherarne i capi. È questa, una posizione insostenibile. Gli operai francesi sono stanchi di un'applicazione del fronte unico quale è stata praticata in Francia. Naturalmente, diversi capi dell'opposizione francese sono su una strada sbagliata e diametralmente opposta alla via veramente rivoluzionaria quando tirano le loro conclusioni nel senso di un fronte unico "leale" e di una coalizione con la socialdemocrazia.
E' ovvio che, se si limita il problema delle destre alla domanda se sia lecito collaborare ad una rivista che è fuori del controllo del partito, la risposta non può essere che una. Ma non è questo il modo di uscirne. Bisogna cercare di correggere gli errori e di sottoporre ad esame coscienzioso la linea politica del partito francese e, in molte questioni, anche dell'Internazionale. Non si risolve il problema applicando contro l'opposizione, contro Lariot ecc., le regole di un piccolo catechismo sul comportamento personale. Per correggere gli errori non basta tagliar delle teste; bisogna anche cercar si scoprire gli errori di partenza che causano e favoriscono la formazione delle frazioni.
Ci si dice: per trovare gli errori nella nostra macchina della bolscevizzazione c'è l'Internazionale; è la maggioranza dell'Internazionale che deve intervenire quando una centrale di partito incorre in gravi errori; è questa la garanzia contro le deviazioni in seno alle sezioni nazionali. Ma, nella pratica, questo sistema è fallito. La Germania ci offre un esempio di questo genere di intervento dell'Internazionale. La centrale del KPD era diventata onnipotente e rendeva impossibile ogni opposizione nel partito: eppure c'è stato qualcuno al di sopra di essa che, ad un certo punto, ha condannato tutti i delitti e gli errori commessi da questa centrale: l'Esecutivo di Mosca con la sua Lettera aperta. È un buon metodo, questo? No, certo che non lo è. Quali riflessi ha una simile azione? Ne abbiamo avuto un esempio noi, in Italia, durante la discussione per il congresso del partito. Un buon compagno, letteralmente ortodosso, viene delegato al congresso del partito tedesco. Vede che tutto va a meraviglia, che la schiacciante maggioranza vota per le tesi dell'Internazionale, e che la nuova centrale è eletta in pieno accordo con l'eccezione di una minoranza trascurabile. Il delegato italiano torna e presenta un rapporto molto favorevole al partito tedesco. Scrive un articolo in cui lo raffigura, agli occhi dei compagni italiani della sinistra, come un modello di partito bolscevico. Può darsi che, in seguito a ciò, diversi compagni della nostra opposizione siano divenuti partigiani della bolscevizzazione. Senonchè, due settimane dopo, arriva la Lettera aperta dell'Esecutivo... Vi si dichiara che la vita interna del partito tedesco è pessima, che vi esiste una dittatura, che l'intera tattica è completamente sbagliata, che si sono commessi gravi errori, che sono avvenute forti deviazioni, che l'ideologia non è leninista. Si dimentica che, al V Congresso, la sinistra tedesca era stata proclamata come la Centrale più completamente bolscevica, e la si ribalta senza pietà applicando ad essa gli stessi metodi che prima si erano usati nei confronti della destra. Al V Congresso la parola d'ordine era: "È tutta colpa di Brandler!"; ora si dice: "È tutta colpa di Ruth Fischer!". Io sostengo che in questo modo non ci si può attirare la simpatia della classe operaia. Non si può dire che la colpa degli errori commessi sia di un paio di compagni. L'Internazionale era pur lì a seguire lo sviluppo degli avvenimenti, ed essa non poteva né doveva ignorare sia le capacità dei dirigenti, sia le loro azioni politiche. Adesso si dirà che io difendo la sinistra tedesca come, al V Congresso, si disse che difendevo la destra. Ma io non solidarizzo politicamente né con l'una né con l'altra; sono soltanto dell'avviso che, in entrambi i casi, l'Internazionale deve assumersi la responsabilità degli errori commessi; l'Internazionale che aveva pienamente solidarizzato con questi gruppi, che li aveva presentati come la direzione migliore, che aveva affidato loro il partito.
L'intervento dell'Esecutivo dell'I.C. contro le centrali di partito è stato dunque, in vario modo, poco felice. La questione è: Come lavora l'Internazionale, quali sono i suoi rapporti con le sezioni nazionali, e come vengono eletti i suoi organi direttivi?
Già nell'ultimo Congresso ho criticato i nostri metodi di lavoro. Nei nostri organi superiori e nei nostri congressi manca una collaborazione collettiva. L'organo supremo sembra qualcosa di estraneo alle sezioni, che discute con esse e sceglie in mezzo a ciascuna una frazione cui dà il suo appoggio. Questo centro è, in ogni questione, appoggiato da tutte le sezioni rimanenti, che sperano così di assicurarsi un trattamento migliore quando verrà il loro turno. A volte quelli che si mettono sul piano di questo "mercato delle vacche" sono addirittura dei gruppi puramente personali di leader.
Ci si dice: la direzione internazionale ci è fornita dall'egemonia del partito russo, perché è esso che ha fatto la rivoluzione, perché è in questo partito che si trova la sede dell'Internazionale; è quindi giusto che si attribuisca un'importanza determinante alle risoluzioni ispirate dal partito russo. Ma qui sorge il problema: come vengono risolte dal partito russo le questioni internazionali? È la domanda che tutti abbiamo il diritto di fare.
Dopo gli ultimi avvenimenti, dopo l'ultima discussione, questo punto di appoggio dell'intero sistema non è più sufficiente. Nell'ultima discussione del partito russo, abbiamo visto compagni che si appellavano alla stessa conoscenza del leninismo, che avevano lo stesso indiscutibile diritto di parlare in nome della tradizione rivoluzionaria bolscevica, discutere fra loro, e in questo processo servirsi l'uno contro l'altro di citazioni da Lenin e interpretare a suo favore l'esperienza russa. Senza entrare nel merito della discussione, voglio stabilire questo fatto incontrovertibile.
Chi, in questa situazione, deciderà in ultima istanza sui problemi internazionali? Non si può rispondere: la vecchia guardia bolscevica, perché in pratica questa risposta lascia insolute le questioni. È questo il primo punto di appoggio del sistema che si sottrae alla nostra indagine obiettiva. Ma ne consegue che la soluzione dev'essere completamente diversa. Noi possiamo paragonare la nostra organizzazione internazionale ad una piramide. Questa piramide deve avere un vertice, e linee rette che tendano verso questo vertice. È così che si producono l'unità e la necessaria centralizzazione. Ma oggi, a causa della nostra tattica, questa piramide poggia pericolosamente sul suo vertice. Bisogna quindi capovolgerla; ciò che ora è sotto deve diventare sopra, bisogna mettere la piramide sulla sua base affinché stia in equilibrio. La conclusione ultima alla quale giungiamo nella questione della bolscevizzazione è dunque che non si tratta di introdurre semplici modificazioni d'ordine secondario, ma che l'intero sistema va modificato da cima a fondo.
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Fatto così il bilancio dell'azione passata dell'Internazionale, passo all'esame della situazione attuale e dei compiti del futuro. Noi siamo tutti d'accordo su ciò che è stato detto in generale circa la stabilizzazione; non è dunque necessario ritornarvi sopra. La decomposizione del capitalismo si trova ora in una fase meno acuta. La congiuntura ha subito, nel quadro della crisi generale del capitalismo, alcune oscillazioni. Abbiamo sempre davanti a noi la prospettiva del crollo finale del capitalismo, ma nel porre la questione della prospettiva, si commette, a mio parere, un errore di valutazione. Ci sono diversi modi di affrontare il problema della prospettiva. Il compagno Zinoviev ci ha ricordato qui delle cose molto utili quando ha parlato della doppia prospettiva di Lenin.
Se noi fossimo una società scientifica per lo studio degli avvenimenti sociali, potremmo giungere a conclusioni più o meno ottimistiche senza approfondire ulteriormente i dati di fatto. Ma una prospettiva puramente scientifica non basta per un partito rivoluzionario che partecipa a tutti gli avvenimenti, che è esso stesso uno dei loro fattori e che non può esprimere in modo metafisico la sua funzione: da un lato nella conoscenza esatta della sua funzione, dall'altro nella volontà e nell'azione. Perciò il nostro partito deve sempre rimanere legato direttamente ai suoi fini ultimi. Anche quando il giudizio scientifico ci costringe a trarre conclusioni pessimistiche è necessario per noi avere sempre davanti agli occhi la prospettiva rivoluzionaria. Non è una banale questione di errore scientifico il fatto che Marx si aspettò la rivoluzione nel 1848, 1859 e 1870, e che Lenin, dopo il 1901, la profetizzò per il 1907, cioè dieci anni prima del suo trionfo. Ciò prova al contrario, l'acume di visione rivoluzionaria di questi grandi capi. Non si tratta neppure della esagerazione infantile per cui si sente sempre battere la rivoluzione alla porta; si tratta della vera capacità rivoluzionaria, che rimane intatta malgrado tutte le difficoltà dello sviluppo storico. La questione della prospettiva riveste per i nostri partiti un interesse enorme; bisognerebbe sapere andarle a fondo. Ora ritengo insufficiente che si dica: la congiuntura si è modificata in un certo senso a noi sfavorevole; non abbiamo più la situazione del 1920, e ciò spiega e giustifica la crisi interna in diverse sezioni e nell'Internazionale. No, questo può aiutarci a spiegare le cause di certi errori ma non li giustifica. Dal punto di vista politico, esso non ci basta. Noi non possiamo, non dobbiamo rassegnarci a considerare immodificabile l'attuale regime difettoso nei nostri partiti perché la congiuntura esterna ci è sfavorevole. La questione, così è posta male. È chiaro che, se il nostro partito è un fattore degli avvenimenti, è però nello stesso tempo un loro prodotto; anche se ci riesce di realizzare un partito mondiale veramente rivoluzionario. Ora, in quale senso gli avvenimenti si riflettono in questo partito? Nel senso che il numero dei nostri iscritti aumenta e la nostra influenza sulle masse cresce quando la crisi del capitalismo genera una situazione a noi favorevole. Se invece, in un certo momento, la congiuntura ci diventa sfavorevole, è possibile che le nostre forze si riducano numericamente; ma noi non dobbiamo permettere che la nostra ideologia ne soffra; non solo la nostra tradizione e la nostra organizzazione, ma anche la nostra linea politica deve rimanere intatta.
Se noi crediamo che, per preparare i partiti al loro compito rivoluzionario, dobbiamo sfruttare la situazione di crisi progrediente del capitalismo, ci creiamo uno schema di prospettive completamente sbagliate, perché allora riterremmo necessario per il consolidamento del nostro partito un periodo di lunga e progressiva crisi, e in questo caso la situazione economica dovrebbe farci il piacere di rimanere ulteriormente rivoluzionaria affinché noi possiamo passare all'azione. Se, dopo un periodo di congiuntura incerta, la crisi improvvisamente si acuisce, noi saremo incapaci di sfruttarla, perché, a causa di questo modo sbagliato di vedere le cose, i nostri partiti si troveranno inevitabilmente, in uno stato di smarrimento e di impotenza. Ciò prova che non si sa mettere a profitto l'esperienza dell'opportunismo nella II Internazionale. Non si può negare che, prima della guerra mondiale, vi è stato un periodo di fioritura del capitalismo e che questo godeva di una congiuntura favorevole. Ma, se ciò spiega in un certo senso la decomposizione opportunistica della II Internazionale, non giustifica l'opportunismo. Noi abbiamo combattuto questa idea e ci siamo rifiutati di credere che l'opportunismo fosse un fatto necessario e storicamente imposto dagli avvenimenti. Abbiamo sostenuto la tesi che il movimento doveva resistervi, e la sinistra marxista ha combattuto l'opportunismo ancora prima del 1914 invocando la costituzione di partiti proletari sani e rivoluzionari.
La questione va dunque posta in altro modo. Anche se la congiuntura e le prospettive ci sono sfavorevoli o relativamente sfavorevoli, non si devono accettare rassegnatamente le deviazioni opportunistiche e giustificarle con il pretesto che le loro cause vanno cercate nella situazione obiettiva. E se, malgrado tutto, una crisi interna si verifica, le sue cause e i mezzi per sanarla devono essere cercati altrove, cioè nel lavoro e nella linea politica del partito, che non sono state oggi quali avrebbero dovuto essere. Ciò si riferisce anche alla questione dei capi, che il compagno Trotzki solleva nella prefazione al suo libro "1917", nella sua analisi delle cause delle nostre sconfitte e con la cui soluzione io solidarizzo pienamente. Trotzki non parla dei capi nel senso che noi abbiamo bisogno di uomini delegati a questo scopo dal cielo. No, egli pone il problema ben diversamente. Anche i capi sono un prodotto dell'attività del partito, dei metodi di lavoro del partito e della fiducia che il partito ha saputo attirarsi. Se il partito, malgrado la situazione variabile e spesso sfavorevole, segue la linea rivoluzionaria e combatte le deviazioni opportunistiche, la selezione dei capi, la formazione di uno stato maggiore avvengono in modo favorevole, e nel periodo della lotta finale noi riusciremo non certo ad avere sempre un Lenin, ma una direzione solida e coraggiosa – cosa che oggi, nello stato attuale delle nostre organizzazioni, si può ben poco sperare.
***
Vi è pure un altro schema di prospettive che va combattuto e di cui dobbiamo occuparci nel passaggio da un'analisi puramente economica all'analisi delle forze sociali e politiche. In generale, si è dell'avviso che si debba ritenere favorevole per la nostra lotta la situazione data da un governo di sinistra piccolo borghese. Questo schema errato è prima di tutto in contraddizione col primo, perché generalmente, in un periodo di crisi economica la borghesia sceglie un governo di partiti di destra per poter condurre un'offensiva reazionaria, cioè le condizioni oggettive ridiventano per noi sfavorevoli. Per giungere ad una soluzione marxista del problema, è necessario abbandonare questi luoghi comuni.
Non è giusto, in generale, che un governo della sinistra borghese ci sia favorevole; casomai può essere il contrario. Gli esempi storici ci mostrano come sia stolto immaginarsi che, per facilitarci il compito, debba costituirsi un governo delle cosiddette classi medie, con un programma liberale che ci permetta di organizzare la lotta contro un apparato statale indebolito.
Anche qui ci troviamo di fronte all'influenza di un'interpretazione sbagliata dell'esperienza russa. Nella rivoluzione di febbraio 1917, caduto l'apparato statale precedente, si è costituito un governo poggiante sui partiti della borghesia e piccola borghesia liberale. Ma non è sorto un solido apparato statale che sostituisse alla autocrazia zarista il dominio economico del capitale e una moderna rappresentanza parlamentare. Prima che un tale apparato potesse organizzarsi, il proletariato diretto dal partito comunista è riuscito ad attaccare il governo con successo e prendere il potere. Ora, si potrebbe credere che le cose seguiranno in altri paesi lo stesso corso, che un bel giorno, il governo passerà dalle mani dei partiti borghesi in quelle dei partiti intermedi, che in tale modo l'apparato statale si indebolisca e che, di conseguenza, debba riuscire facile al proletariato di abbatterlo. Ma questa prospettiva semplificata è completamente falsa. Come si presenta la situazione negli altri paesi? Si può paragonare un cambiamento di governo, mediante il quale un governo di sinistra prenda il posto di un governo di destra (per esempio il cartello delle sinistre in Francia invece del blocco nazionale), con un cambiamento storico delle fondamenta dello Stato? È possibile che il proletariato sfrutti questo periodo per rafforzare le sue posizioni. Ma, se abbiamo a che fare col puro e semplice passaggio da un governo di destra ad un governo di sinistra, allora la situazione, favorevole al comunismo, di uno sfacelo generale dell'apparato statale non è presente. Disponiamo di esempi storici concreti a riprova del preteso sviluppo in base al quale un governo di sinistra spianerebbe la strada alla rivoluzione proletaria? No, non ne disponiamo.
Nel 1919, in Germania, una sinistra borghese salì al governo. Vi fu anzi un'epoca in cui era al potere la socialdemocrazia. Malgrado la sconfitta militare della Germania, malgrado una gravissima crisi, l'apparato statale non subì nessuna trasformazione sostanziale che facilitasse al proletariato la vittoria, e non solo la rivoluzione comunista è fallita, ma i socialdemocratici si sono dimostrati i suoi carnefici.
Se con la nostra tattica avremo contribuito alla ascesa al potere di un governo di sinistra, si avrà allora una situazione a noi favorevole? No, assolutamente no. È una concezione menscevica quella secondo cui le classi medie possono creare un apparato statale diverso da quello della borghesia, e che si possa considerare questo periodo come una fase di trapasso verso la conquista del potere ad opera del proletariato.
Certi partiti della borghesia hanno un programma e pongono rivendicazioni che mirano allo scopo di conquistare le classi medie. In generale, ci troviamo qui di fronte non al passaggio del potere da un gruppo sociale all'altro ma solo ad un nuovo metodo di lotta della borghesia contro di noi; e quando un simile cambiamento avviene noi non possiamo dire che esso sia il momento più favorevole per in nostro intervento. Noi possiamo sfruttarlo, certo, ma solo alla condizione che le nostre prese di posizione precedenti siano state assolutamente chiare e che non abbiamo invocato un governo di sinistra.
Per esempio: in Italia, il fascismo deve essere considerato come una vittoria della destra borghese sulla sinistra borghese? NO, il fascismo è qualcosa di più: è la sintesi di due mezzi di difesa della classe borghese. Gli ultimi provvedimenti del governo fascista hanno provato che la composizione sociale piccolo-borghese e semi-borghese del fascismo non lo rende meno un agente diretto del capitalismo. Come organizzazione di massa (l'organizzazione fascista conta un milione di iscritti) esso cerca – mentre nello stesso tempo regna la più rabbiosa reazione contro tutti gli avversari che osano attaccare l'apparato statale – di realizzare la mobilitazione di grandi masse con l'aiuto di metodi socialdemocratici.
Il fascismo, ha, su questo terreno subito delle sconfitte. Ciò conferma la nostra visione della lotta fra le classi. Ma ciò che ne risulta in piena luce è l'assoluta impotenza delle classi medie. Negli ultimi anni esse hanno compiuto tre evoluzioni: nel 1919-20, affluivano in massa alle nostre riunioni e comizi rivoluzionari; nel 1921-22, fornivano i quadri delle camicie nere; nel 1924, dopo il delitto Matteotti, passarono all'opposizione, oggi si schierano di nuovo con il fascismo. Esse stanno sempre dalla parte del più forte.
Va segnalato un altro fatto. Nei programmi di quasi tutti i partiti e i governi di sinistra si trova il principio che, sebbene si debbano dare a tutti le fondamentali "garanzie" liberali, è necessario fare un'eccezione per quei partiti che perseguono lo scopo di abbattere le istituzioni statali, cioè per i partiti comunisti.
La falsa prospettiva dei vantaggi che può dare a noi un governo di sinistra corrisponde alla supposizione che le classi medie siano capaci di trovare una soluzione indipendente del problema del potere. A mio avviso, la cosiddetta “nuova tattica” che si è impiegata in Germania e in Francia, e in base alla quale in Italia il partito comunista ha fatto all'opposizione antifascista dell'Aventino la proposta dell'Anti-parlamento, poggia su un grave errore. Non posso capire come un partito così ricco di tradizioni rivoluzionarie come il nostro partito tedesco possa prendere sul serio il rimprovero socialdemocratico che, avanzando una candidatura propria, esso faccia il gioco di Hindenburg. In generale, il piano della borghesia per la mobilitazione controrivoluzionaria delle masse consiste nel mettere un dualismo politico e storico al posto del contrasto di classe fra borghesia e proletariato, mentre il partito comunista insiste appunto su questo dualismo di classe non perché esso sia l'unico dualismo possibile nella prospettiva sociale e sul terreno dei cambiamenti di potere parlamentare, ma perché è l'unico dualismo storicamente capace di portare all'abbattimento rivoluzionario dell'apparato statale di classe e alla formazione di un nuovo Stato. Ora, questo dualismo noi possiamo portarlo alla coscienza delle grandi masse non con dichiarazioni ideologiche e con una propaganda astratta, ma con il linguaggio dei nostri atti e con la chiarezza della nostra concezione politica. Quando in Italia si propose agli antifascisti borghesi di costituirsi in un antiparlamento al quale partecipassero i comunisti, anche se nella nostra stampa si scriveva che non si poteva avere assolutamente alcuna fiducia in quei partiti, anche se si pretendeva con questo mezzo di smascherarli, si è contribuito in pratica a far sì che le grandi masse si attendessero il crollo del fascismo dai partiti dell'Aventino, e credessero possibile una lotta rivoluzionaria e la formazione di un anti-Stato non su una base di classe, ma sulla base della collaborazione con elementi piccolo-borghesi e perfino con gruppi capitalistici. Con questa manovra, non si è riusciti a riunire grandi masse sul fronte di classe. L'intera "nuova tattica" non solo non si basa sui deliberati del V Congresso, ma, a mio parere, è in contraddizione con i principi e il programma del comunismo.
***
Quali sono i nostri compiti per l'avvenire? Questa assemblea non potrebbe occuparsi seriamente di questo problema senza porsi il problema fondamentale dei rapporti storici fra la Russia sovietica e il mondo capitalista in tutta la sia ampiezza e gravità. Accanto al problema della strategia rivoluzionaria del proletariato, del movimento internazionale dei contadini e dei popoli coloniali e oppressi, la questione della politica statale del partito comunista in Russia è oggi per noi la questione più importate. Si tratta di dare una buona soluzione al problema dei rapporti interni di classe in Russia, si tratta di applicare le necessarie misure in relazione all'influenza dei contadini e degli strati piccolo-borghesi che vanno sorgendo, si tratta di lottare contro la pressione esterna, che oggi è puramente economica e diplomatica e che forse domani sarà militare. Poiché negli altri paesi non si sono ancora verificati sommovimenti rivoluzionari, è necessario collegare nel modo più stretto l'intera politica russa alla politica generale rivoluzionaria del proletariato. Non intendo approfondire qui tale questione, ma affermo che il punto di appoggio per questa lotta si trova certo in prima linea nella classe lavoratrice russa e nel suo partito comunista, ma che è d'importanza fondamentale basarsi anche sul proletariato degli Stati capitalisti. Il problema della politica russa non può essere risolto entro il perimetro chiuso del movimento russo: è anche assolutamente necessaria la collaborazione diretta di tutta l'Internazionale comunista.
Senza questa vera collaborazione sorgeranno pericoli non soltanto per la strategia rivoluzionaria in Russia, ma anche per la nostra politica negli Stati capitalisti. Potrebbero sorgere tendenze orientate verso un indebolimento del ruolo dei partiti comunisti. Su questo terreno noi siamo già attaccati, naturalmente non dall'interno delle nostre file, ma dai socialdemocratici e dagli opportunisti in genere, in rapporto alle nostre manovre a favore dell'unità sindacale internazionale e al nostro atteggiamento verso la II Internazionale. Noi qui siamo tutti d'accordo che i partiti comunisti debbono incondizionatamente mantenere la loro indipendenza rivoluzionaria; ma è necessario mettere in guardia contro la possibilità di una tendenza che vorrebbe sostituire i partiti comunisti con organi di un carattere meno chiaro ed esplicito, non poggianti sul terreno della lotta di classe ed esercitanti una funzione di indebolimento e di neutralizzazione politica. Nella situazione attuale, la difesa del carattere della nostra organizzazione internazionale e comunista di partito contro qualunque tendenza liquidatrice è indiscutibile compito comune.
Possiamo, dopo la critica da noi rivolta alla linea generale, considerare l'Internazionale, così come è oggi, sufficientemente preparata a questo doppio compito della strategia in Russia e negli altri paesi? Possiamo noi esigere l'immediata discussione di tutti i problemi russi da parte di questa assemblea? Purtroppo, a questa domanda si deve rispondere: no! Una seria revisione del nostro regime interno è assolutamente necessaria; è inoltre necessario porre all'ordine del giorno dei nostri partiti i problemi della tattica in tutto il mondo e i problemi della politica dello Stato russo; ma ciò deve avvenire mediante un nuovo corso e metodi completamente cambiati.
Nel Rapporto e nelle Tesi proposte noi non troviamo alcuna garanzia sufficiente a tale fine. Non di un ottimismo ufficiale abbiamo bisogno. Dobbiamo capire che non è con metodi così meschini come quelli che vediamo troppo spesso impiegati qui che possiamo prepararci ad assolvere i compiti importanti di fronte ai quali lo Stato maggiore della rivoluzione mondiale si trova.
(dal Protocollo tedesco, pp. 122-144).

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[1] Il testo che riproduciamo qui (e che si basa sul Protokoll tedesco) è quello pubblicato sul sito di n+1: https://www.quinterna.org/archivio/1924_1926/VI_esecutivo_V_seduta.htm
[2] La Sinistra, per le ragioni già dette, non poté far sentire la propria voce in questa drammatica svolta; lo farà un anno dopo alla vigilia del V Congresso: “noi neghiamo che sia giustificabile sulle basi accennate (Le tesi del II Congresso sulle questioni nazionale e coloniale) il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista e il movimento nazionalista e patriottico. La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell’Intesa, anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato. La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico, e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato… Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania ad una emancipazione nazionale, quando noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario che esso riesca a vincere non per sé ma per salvare l’esistenza e l’evoluzione economica della Russia e dei Soviet e per rovesciare contro le fortezze capitalistiche di occidente la fiumana della rivoluzione mondiale… Ecco come il dimenticare l’origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile” (A. Bordiga, “Il comunismo e la questione nazionale”, in Prometeo, nr.4 del 15 aprile 1924). Quanto alla nostra interpretazione del fascismo, si vedano i due rapporti tenuti dallo stesso Bordiga al IV e V Congresso dell’Internazionale Comunista.

[3] Per qualche mese del 1923, nel disperato sforzo di accattivarsi i “vagabondi nel nulla” della piccola borghesia, il KPD agirà in veste di compagno di strada dell’NSPD, gli oratori dei due gruppi alternandosi sulle stesse tribune per tuonare contro Versaglia e Poincaré (la luna di miele durerà, è vero, lo spazio di un mattino, ma solo perché, fa vergogna il dirlo, i nazisti per primi denunzieranno l’ “alleanza” di fatto) suscitando sbigottimento e indignazione perfino nel partito cecoslovacco!
[4] 4 Repubblicano progressista, contrario all'intervento USA nella Prima guerra mondiale, e poi fondatore di un “terzo partito” con forte sostegno soprattutto contadino.
[5] Cfr. Protokoll der Konferenz der Erweiterten Exekutive der Kommunistischen Internationale, Moskau, 12-23 Juni 1923.
[6] Questa teorizzazione sarà svolta in particolare da Bucharin a partire dal V Esecutivo Allargato del marzo 1925 (si vedano gli accenni alla questione nella II parte delle nostre Tesi di Lione).
[7] Una brillantissima esposizione dell’audacia con cui Trotsky avrebbe voluto che si usassero, e subito si scavalcassero, le “formule algebriche” del “fronte unico” e del “governo operaio”, per porre in tutta la sua ampiezza ed urgenza il problema della conquista rivoluzionaria del potere, è ricordato da Bordiga in un articolo, La politica dell’Internazionale, pubblicato nel nr. 15, ottobre 1925, dell’ “Unità”insieme con le nostre obiezioni anche a questa interpretazione non certo da dozzina.
[8] Il resoconto dell’acre dibattito e delle imbarazzate risoluzioni si leggono in Die Lehren der deutschen Ereignissen, Amburgo, 1924.
[9] Citiamo dal protocollo tedesco del V Congresso (pagg.394-406): il testo italiano riprodotto nel nr. 7-8-1924 dello “Stato Operaio” non è infatti completo, mentre il testo del protocollo francese è scandalosamente mutilo. Non riproduciamo le Tesi sulla tattica dell’Internazionale che la Sinistra presentò allora, sostanzialmente analoghe a quelle presentate al IV: rinviate all’esame di un…futuro congresso, non se ne seppe più nulla!
[10] Alla fine del 1924, essendosi riscosso un numero di voti inferiori al previsto alle elezioni presidenziali, la Centrale di “sinistra” del KPD rimpiangerà in una risoluzione pubblica di non aver seguito il consiglio dell’Internazionale Comunista di condurre “la classe operaia tedesca, facendo blocco su un programma repubblicano minimo con i veri partigiani della repubblica, ad unirsi sul nome di un repubblicano militante nella lotta contro la reazione”. Si tornava pari pari al “governo operaio”, quale combinazione parlamentare addirittura con partiti borghesi, contro il pericolo “monarchico” incarnato da …Hindenburg.
[11] Qui e nelle righe immediatamente successive, per “frazioni” s'intendono i “gruppi comunisti di fabbrica o di azienda”, da non confondere con le frazioni (o correnti) organizzate interne al Partito, problema di cui si tratterà poco più oltre. NdR.

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