Non ci vogliono tante parole. Prima e dopo la strage alle acciaierie Thyssen Krupp di Torino nel dicembre 2007, gli omicidi di lavoratori sul luogo del loro sfruttamento non si sono mai fermati – in Italia come ovunque nel mondo. E, come sempre, dopo quest'ultima alla centrale elettrica ENEL della diga di Suviana, nel Bolognese, si scatenerà il solito macabro balletto delle responsabilità di Tizio, Caio e Sempronio, delle accuse e delle difese, delle inchieste e dei processi-farsa, della retorica tanto più schifosa quanto più è piagnucolosa.
Strangolati dallo Stato d'Israele, martoriati da un quotidiano stillicidio di vessazioni e omicidi, inchiodati in un vicolo cieco di vane promesse nazionali da tutte le borghesie arabe della regione (compresa quella palestinese), vittime sacrificali di tutte le manovre diplomatiche più o meno sotterranee degli Stati occidentali e medio-orientali, i proletari e le proletarie palestinesi della striscia di Gaza stanno per subire l'ennesimo sanguinario macello, dopo quelli – forse lontani ma mai dimenticati con rabbia e orrore – di Tell Al-Zataar (in Libano, agosto 1976) e di Sabra e Chatila (ancora in Libano, settembre 1982), e dei molti che seguirono. Altre centinaia e migliaia di morti palestinesi (uomini, donne, bambini, vecchi) si andranno così ad aggiungere al martirio subito ogni giorno, fin da quel disgraziato anno 1948, in cui le potenze uscite vincitrici dal Secondo massacro mondiale facevano del neonato Stato d'Israele il gendarme armato di un'area troppo “sensibile” (per usare un termine tanto caro alla geopolitica di oggi) per i loro reciproci interessi economici ed equilibri politico-strategici.