Il genocidio perpetrato dallo Stato d'Israele ai danni dei proletari della Striscia di Gaza e dintorni (e lasciamo per il momento da parte le “imprese” dei “coloni” israeliani sostenuti dal loro esercito in Cisgiordania) non ha fatto “soltanto” 60mila o, secondo alcuni studi al di sopra delle parti, 100mila morti. Quanti saranno i morti futuri per le conseguenze di ferite invalidanti, per l'impossibilità di sopravvivere senza braccia o gambe, di ricevere cure adeguate a patologie preesistenti o sviluppatesi in tutti questi mesi di massacro incessante oppure destinate a presentarsi nel prossimo futuro, a fronte di strutture ospedaliere decimate? Oppure, molto più crudelmente, per la nuda fame, la nuda denutrizione?
Sotto la pressione della crisi mondiale del modo di produzione capitalistico, la situazione medio-orientale si fa, giorno dopo giorno, sempre più critica. La guerra fra Israele e Iran, comunque si sviluppi nell'immediato futuro, ne è al contempo un sintomo e un fattore di accelerazione e aggravamento.
Lo Stato d’Israele, già impegnato nella pulizia etnica a Gaza e dintorni, svolge appieno la funzione e il ruolo che gli sono stati assegnati, nell'immediato secondo dopoguerra, dalle potenze imperialiste uscite vittoriose, USA e URSS in testa, seguite a ruota da Francia e Inghilterra: la funzione e il ruolo di gendarme armato, pagato e sostenuto dagli interessi del capitalismo mondiale, nel cuore di una regione gonfia di petrolio, gas e altre materie prime preziose, e crocevia di scambi internazionali. Da parte loro, le locali borghesie (arabe e non), laiche o bigotte, corrotte e reazionarie, pavide di fronte agli imperialismi più forti, non hanno fatto e non fanno che tenersi ben stretti i giacimenti dell'oro nero e seguire l'odore dei soldi: che siano dollari, rubli, euro o yen non importa.